Roberto R. Corsi

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Quadrofenìa dello scrittore: L’era dell’autopromozione permanente secondo Andrea Inglese.

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Rembrandt, Boas und Ruth, 1637-40. Berlin, Kupferstichkabinett der Staatlichen Museen (wikimedia, pubblico dominio)

Raramente, di fronte a un approfondimento che mi piace, scelgo queste pagine come mezzo d’inoltro: forse anche per pigrizia, lo ribatto semplicemente sui social più sensibili alla materia (es. per la poesia, fb e g+; meno tw e in) e attendo eventuali vostri commenti. Oggi invece coinvolgo persino questo libro giornale di fronte a un’analisi, quella di Andrea Inglese, di rara completezza ed efficacia. Il pezzo è uscito ieri su Nazione Indiana e fa parte di un dossier a più mani presente sul numero 68 di Nuova prosa.
Inglese, poeta saggista e traduttore, mi trova spesso d’accordo sulle sue prospettazioni (per esempio qui, per un certo periodo; poi, alas, la mia svolta cozzara).
Non tutte le tematiche sono ovviamente nuove, ma quello che mi colpisce è come l’Autore abbia saputo condensare in pochi periodi tutta la felice insensatezza del lavoro (spesso non retribuito) di scrittore e, naturalmente e con insensatezza ancora maggiore, del poeta. Con risvolti psicologici e verosimilmente psichiatrici dati dal diffuso senso di colpa e dalla “tripolarità” per cui la scrittura e la ricerca sono compresse anzitutto dal “lavoro vero” (ossia quello qui dat panem) e poi dall’autopromozionalità 24/7, sorta di bufera infernal che mai non resta e che – attraverso il coinvolgimento attivo e passivo – fornisce quell’endorfina, quell’illusione di who’s who con l’effetto psicotropo di alterare la percezione corretta delle grandezze in gioco e renderci perseveranti (oltre che di farci sentire vivi in un’epoca di grande incomunicabilità ed emarginazione, ciò che forse è il carburante più puro della gran ruota).

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Written by Roberto R. Corsi

5 dicembre, 2017 at 18:57

Cinquantaseicozze/XIV

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XIV.

Sarà lo scender dell’autunno a render malinconici
ansiosi di riprendere il cerchio – tutti tranne me, che ancora e ancora invano
cerco la sospensione del tempo in cartoline litoranee, sostenendone
il tetto cedevole ai morsi d’isottero. Sarà pure questo, o forse
il vino fruttato che hanno messo in tavola e chiama avide sorsate: riprende
il discorso dei miei centomila talenti non espressi, della mia intelligenza
con cui potrei far tutto anziché languire qui, lontano.
Come dice una canzone, nessuno realmente conosce
la tristezza che non abita, specialmente quando sta dietro una bella presenza.
In cinque minuti ho provato a tracciare i contorni della tenaglia
castrante – non ne parlo volentieri, sento il fiato marcio
delle cose già avvenute, immutabili, dette stradette intrise di decomposizione.
Ma è solamente liturgia, un rito di pronuncia, uti lingua nuncupassit
ita Robertus esto
; tutto già dimenticato russando alla partita pomeridiana.
La mia identità culturale la mia forza si scolla col peso
dell’età, finiscono i blog gli spettacoli gl’inviti, nemmeno
mi rammento cosa ho scritto, figurati se lo ricordano gli altri. Ma versami da bere.

 

[Cinquantaseicozze – raccolta inedita a puntate]
[opera protetta da plagio mediante marcatura temporale legale – redistribuibile con Licenza CC]

Cozza prec. | Inizio | Cozza succ. (dal 11/3/13 h. 9:00)

Written by Roberto R. Corsi

4 marzo, 2013 at 09:00

Pubblicato su a puntate, materiale, poesia

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