Roberto R. Corsi

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Posts Tagged ‘Sinfonia n. 42

dissezione del dissenso

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è appena trascorsa la (/ una/ un’altra) Giornata mondiale della poesia e io l’ho passata prima in ufficio e poi piacevolmente e un po’ stilnovisticamente passeggiando per una Firenze restituita alla lucentezza e a un convincente tentativo di primavera. Frattanto si sono susseguiti vari eventi e soprattutto i social network si sono popolati di citazioni: dagli “onori di casa” della Merini (nata proprio il 21 marzo, dunque gettonatissima) a Plath o Szymborska, ad appelli alla conservazione della poesia dialettale sotto l’ala zanzottiana, a gradevoli proposte in lingua originale, a rimpalli tra informali e dissacranti poeti novelli e così via. Tanta carne al fuoco o meglio tanti coriandoli nel vento di un bel giovedì.
Se però dovessi scegliere un testo che ha attratto la mia attenzione opterei per il dissenso in versi gentilmente presentatoci da Simone che scrive su PurtroPPo – come si firma nello spazio commenti del suo blog.
PurtroPPoSimone è un creativo cui va immediatamente un plauso (kudos, giù il cappello, etc.) in quanto parte del team spinoza.it; ma non è un poeta né un amante della poesia. Forse spazientito dalla timeline gonfia di versi, ha riproposto ieri una “non poesia” (sic) del marzo 2012 che secondo me è una lettura interessante. Si chiama Non sopporto le poesie. Lasciandone da parte il valore artistico (a giudizio di chi scrive non peggiore di altre prove saldamente qualificate come poesia), dico che a mio avviso chi ama la poesia non può prescindere dall’occuparsi della sua crisi di consenso e fruizione; una crisi che magari su twitter non appare, ma twitter ahimè non è un campione fedelmente rappresentativo della società (altrimenti il PD avrebbe almeno il 60% dei voti), e nella società gli spazi fisici e mentali della poesia si riducono come sotto il bombardamento di un cannone ad antimateria. Se il problema esiste, come esiste, è buona cosa ricevere feedback ogni tanto; e se questi arrivano addirittura in versi la cosa si fa affascinante. Non che uno debba piegarsi pedissequamente ai gusti del lettore/recettore, altrimenti alle medie si farebbe lezione di nute11a e p1aystati0n anziché di italiano e matematica; però un contatto con l’altro capo del filo è sempre salutare, specialmente quando la scintilla del gradimento non vi perviene.
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Le cozze del commiato (post lungo e importante)

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Giuro sui Beatles (cit.) che avevo pensato di annunciare il mio Abschied alla parola poetica almeno quarantott’ore prima di Philip Roth, il quale mi ha per così dire bruciato sul tempo. A lui hanno prima e dopo fatto da contorno altri della cultura o dello spettacolo, tanto che sono stati spesi anche articoli di  spalla sul “tema dell’addio” caro a Milo De Angelis.
In realtà avevo in qualche modo preannunciato il mio più di un anno fa quando scrivevo (annunciando il pdf di Sinfonia n. 42): “[con questa raccolta] esaurisco il mio dire”. Non sono stato di parola, come leggerete più sotto.

mukki

Il dettaglio della campagna pubblicitaria © Mukki (clicca per andare al sito)

In questi giorni alzando gli occhi ho visto su più cartelloni l’ultima campagna pubblicitaria della Mukki, giocata sull’esasperare il concetto di poca distanza “dal produttore al consumatore” raffigurando una famiglia-tipo che tiene una mucca in casa. Ecco, poco tempo prima mentre viaggiavo ho pensato che secondo me lo scrivere, soprattutto poesia, è una cosa simile all’allevare un bovino: si può fare a patto che ci siano certe condizioni di partenza. Difficile tirare su una mucca in un appartamento in piazza Duomo; difficile scrivere senza un barlume di silenzio, con la testa piena di frustrazione e la giornata colma di disorganizzazione. Si finisce, come afferma Cattelan (felicemente “inattivo” da 18 mesi, a quanto leggo sempre su Repubblica del 22 nov.), con l’essere la macchietta di se stessi; nel mio caso finirei, che ne so, col comporre invettive contro un locale notturno o un capoufficio, irrilevanti se non per testimoniare la mia scarsa forza di cambiamento.
Inoltre, come scrivevo un post addietro, sento l’urgenza di leggere poesie effettivamente legate al difficile contesto sociale che attraversiamo; dunque anche il mio spazio tematico-compositivo deve per reciprocità restringersi. Poiché sono per temperamento un tizio iposociale, per il quale tre persone sono già una folla, può darsi che io non abbia (più?) niente da dire.
Insomma si tratta non di smettere ma di sospendere la propria attività creativa (quella critica continuerà), salvo qualche esercizio in endecasillabi à la Bemporad. Questo almeno fino a nuovo ordine, cioè a un nuovo assetto che mi consenta di concentrarmi, di osservare il fulcro della realtà, di dedicare alla poesia il tempo e l’habitat che, come a una donna che si ama, le van dedicati per conquistarla.

Osservo solo un distinguo una tantum per la poesia confessionale, cioè quella che racconta il (proprio) privato in maniera anche sconveniente, fino in fondo e senza troppi giri di parole. Non una melassa o acqua di rose intimista, ma cose che giacciono in fondo al tuo io o in un ripostiglio della tua giornata come quelle secrezioni o concrezioni corporee spesso maleodoranti di cui ti liberi accuratamente al mattino prima di uscire e consegnarti all’altrui valutazione. Credo che all’interno di una società ipocrita e boriosa, perbenista, conformista, ebbra di “vizi privati e pubbliche virtù”, dove la religione viene ostentata come una moneta al cioccolato o sventolata a mo’ di tessera per entrare in un mercato ristretto, una poesia confessionale, se dotata di un certo grado di forza autodistruttiva, sia già una minima forma d’azione politica.
Però, per non iniziare a puzzare di stantio, bisognerebbe fare poesia confessionale una volta o due e poi chiudere del tutto i conti con essa per dedicarsi ad altro genere, in grado effettivamente di cogliere il tempo in cui viviamo. Se non ci si riesce si lasci stare finché non ci si riesce.

impepata

un’impepata servitami al bagnogiancarlo.it (queste saranno state circa 40, non è il record)

Tra il 2011 e il 2012 ho composto 56 poesie: sbobba a tratti altamente confessionale, a tratti ariosa a tratti bruttoccia, temporalmente straniata, (quel che la giustifica) attraverso la quale probabilmente mi sputtanerò e caccerò in un sacco di guai, ma tant’è. Scritta senza pretese lemmatiche o metriche, si colloca idealmente lungo la direzione tracciata da poesie quali Lo schiaffo o Cose che vanno dette (sempre in Sinfonia n. 42 o meglio ancora nell’antologia ebook). Chissà, forse non ha nemmeno dignità di poesia; difatti, prendendo spunto da un’impepata da record servitami qui nell’estate 2011 (e, devo ancora dirvelo? puntualmente trangugiata per intero), ho chiamato questa ipotetica raccolta Cinquantaseicozze (tutto attaccato come in Centochiodi) – molluschi che come si sa sono, in gergo ineducato e sessista, l’incarnato del brutto (ma per quanto mi consta spesso buono).

Poiché nemmeno con una sniffata d’egotismo in polvere lunga da qui a Ulan Bator riuscirei a convincermi che qualche editore possa esserne interessato alla pubblicazione gratuita cartacea, procederò, a partire da lunedì prossimo 3 dicembre, a pubblicare una cozza a settimana qui sul blog, aggregandole col tag Cinquantaseicozze per chi fosse così masochista da volersele sorbire senza soluzione di continuità.
Una cosa a puntate, dunque.
Giunto alla cinquantaseiesima, se nel frattempo i Maya non avranno (letto e) deciso di dare impulso alla procedura, provvederò alla creazione dell’ebook nei vari formati e attenderò in eterno la proposta contrattuale di Big Mama Publishing House, dedicandomi nel frattempo alla poesia altrui e sperando in (spero anche adoperandomi per) un nuovo e differente personale impulso.

Update: ecco la prima cozza, da cui accedete anche alle successive.

Written by Roberto R. Corsi

26 novembre, 2012 at 09:00

Enigma (publishing) variations

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Giovanni Turra Zan

GTZ & micio in una bella foto ora su liquida.it

Ho conosciuto epistolarmente Giovanni Turra Zan qualche settimana fa: leggevo un paio di blog in cui veniva recensita la sua ultima raccolta e, nei versi di apertura, ho colto un’affinità casuale (amplificata dalle osservazioni critiche di Giovanni Nuscis) con l’immagine del vecchio incontinente che sta a chiusura della prima poesia del mio Sinfonia n. 42; casualità questa che mi ha incuriosito a meglio conoscere l’opera del poeta vicentino. Dopodiché l’Autore è stato così gentile da omaggiarmi di una copia del libro, che ho appena finito di leggere.
Minimi esodi ad Albion road è una raccolta di 37 liriche in bilico tra il diario (la catalogazione topografica, oggettistica, linguistica) e l’esistenziale, in cui il linguaggio conosce profonde concrezioni poetiche che richiedono tempo, lentezza e rimuginazione, per poi aprirsi a squarci riflessivi di chiaro – fino a mettere quasi in dubbio, nella bella chiusa che voglio riportare, la fisicità stessa di questo viaggio londinese:

Ecco, noi siamo il nostro andarcene,/ tra l’acusia di una sillabazione delle proroghe/ e la fuga dal divelto, dai lontani insoluti/ fattisi pensiero che non satura.// Stiamo a dirci del partire come promessa,/ come celebrazione di un contratto che/ ci provi a vita. E in fondo basterebbe/ la rinuncia al verso, una pioggia che asciughi il varco/ tra le rughe, un solo punto di misura del contorno.

Proprio il gioco a scomparire (se volete, il vivere come prendere congedo, caro a Blanchot) e talora a non essere mai stati è un leitmotiv che attraversa la silloge, ad esempio nella poesia che ho trascritto sul mio taccuino. Altra arteria è il dolore – onnipresente, medicalizzato o disperso per reazione nell’isolamento volontario a ricrearsi un “sistema sanitario intimo” (p. 17).

Fin qui la nota di lettura.
Ma questo volumetto (dalla cover gialla come “le cose che sanno del giallo/ di una giostra a cavalli” nella sopra linkata lirica di p. 22, carica d’inesistenza: indizio?) nasconde in sé una particolare connotazione “enigmatico-editoriale”, da cui il titolo del post, che cita Elgar.
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Trattative tra Logos ed Eco

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DIcci, Agile – 
DAcci INcendi 

INcedi CONcedi SUccedi 

PER-via TRAvia o sii TRAviata, 
_________________________FRAgile 
SOPRAno SOTTOtono: 
o voce! 


voce-110625

Il modello del foglio in cui gli Autori hanno appuntato il proprio testo; dopo la lettura, ciascun foglio è confluito in un'urna poetica/ opera d'arte, poi sigillata..

Questo il mio contributo alla “archiviazione-in-azione” di ieri alla Barbagianna (qui il dettaglio), evento da cui un impegno indifferibile mi ha purtroppo tenuto lontano. Per fortuna ho potuto contare, e arci-ringrazio, sul sostegno di Alessandra Borsetti Venier e di Giada Primavera, scrittrice e artista tanto creativa quanto internauticamente schiva, che leggendo la mia creazione al pubblico mi ha prestato la sua bella voce e interpretazione, pensando alle quali avevo concepito ciò che vedete sopra… come chiamarlo? nuga? étude? esercizio di stile? fate voi. Come vedete ho “sciolto” l’obbligato di preposizioni e avverbi cercandone l’incorporazione nella parola (gruppi quanto più possibile assonanti) piuttosto che considerarli per se stessi.

“Voce” e “interpretazione”, appunto. Due realtà su cui ragiono spesso tra me e me.
Oggi la regola degli eventi poetici è: sarà presente l’Autore che leggerà i suoi testi.
In che misura questa prassi sposta il baricentro dalla qualità della creazione a quella del gorgheggio – Zanzotto direbbe “dalle parole (finali) al fascino”?
Soprattutto, in che misura essa rischia di tradursi in un’interpretazione autentica che, nella sua essenza discrezionale di pause enfasi e accenti, limita la sovranità e tarpa l’immaginazione del lettore?

Le risposte coinvolgono ragioni storiche e culturali profonde, oltre che la sensibilità di ciascuno. Per chi, come me, è convinto che l’interpretazione autentica aggiunga meno di quanto possa togliere, un punto d’incontro è quello di affidare spesso la lettura dei propri testi ad altre personalità, come appunto è avvenuto ieri, così “producendo vocalità” ma salvaguardando la “alterità” del processo interpretativo.
Oppure di considerare l’opportunità del reading in maniera proporzionale all’apertura del testo, vale a dire al carattere non ermetico della scrittura. In questa misura, ad esempio, sono/sarò più incline a leggere personalmente poesie con andamento più narrativo (tipo quelle di Sinfonia n. 42 o le ultime di All’orza) rispetto a quelle più contratte e potenzialmente policrome de L’indegnità.

Certo, è successo in passato che qualche interprete non trovasse il mio consenso. Una mia poesia, in particolare, fu letta in pubblico con timbro marcatamente “simil-hotline” che ne equivocava totalmente l’essenza vitrea (e dunque l’opportunità di una recitazione neutra). Forse è un rischio da accettare, una cartina di tornasole per la propria creazione: pare che Foscolo, difendendosi dai critici, dicesse che se un libro è brutto la colpa è per metà di chi lo scrive e per metà di chi lo legge – nel nostro caso si può cambiare l’ordine dei fattori e capire, dal punto di vista del performer, quanto valore ed equlibrio si è realizzato.
Alternativa valida può essere, con molta cautela, utilizzare indicazioni minime di espressione, come se si trattasse del movimento d’una sinfonia.

Sinfonia n. 42

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È online in formato pdf la mia ultima raccolta/plaquette (sono diciassette poesie) dal titolo Sinfonia n. 42.
Che dire? Solo che è la raccolta rabbiosa e vera con cui almeno per ora, e credo per un bel po’ (salve le cose che sono già in giro) esaurisco il mio dire. Se vogliamo, mi re-setto.
Non dico altro e vi rimando alla pagina dedicata, nella quale (non qui sotto) vi prego di postare eventuali graditissimi commenti – di ogni polarità – e alla quale v’impetro di puntare per i trackback e l’ultragradito passaparola che vorrete operare.
Il libro è liberamente scaricabile e fruibile. Valuterò se oltre al pdf fornire anche i formati per lettori e-ink (epub, Kindle), il problema è la lunghezza del verso e come gestire i rientri, vediamo. Intanto buona lettura.

Written by Roberto R. Corsi

16 giugno, 2011 at 16:26

Pubblicato su ebook, materiale, novità, poesia

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