Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Posts Tagged ‘RAI

Ferlinghetti e la denuncia dell’infelicità

leave a comment »

FerlinghettiIeri, sfuggendo alla liturgia serale dei telegiornali, mi sono imbattuto in una puntata di America tra le righe, serie di documentari “on the road” a cura di François Busnel trasmessi da Rai5. Seguivo distrattamente le escursioni a Vegas, nella Death Valley, a Yosemite, fino a Frisco.

Improvvisamente, un’intervista a Lawrence Ferlinghetti. La mia attenzione è calamitata dal grande vecchio di City Lights, classe 1919 e ne porta almeno venti di meno. A un certo punto Busnel gli chiede quale sia la sua idea di poeta; lui prende in mano il suo ultimo libro, Poetry As Insurgent Art, del 2007, e inizia a leggere. L’estratto in lingua originale lo trovate qui alle pagg. 64 e 65, che miracolosamente costituiscono l’anteprima del libro.

Ecco invece la sbobinatura del doppiaggio:

ci sono tre tipi di poesia. La poesia sdraiata accetta lo status quo. La poesia seduta è scritta dall’establishment seduto: si lascia dettare le sue conclusioni a proprio vantaggio. La poesia in piedi è poesia d’impegno, a volte grandioso a volte immane.
L’idea che la poesia sia un’arma nelle mani della lotta di classe turba il sonno di coloro che non vogliono che si ostacoli la loro ricerca della felicità.
Il poeta per definizione è colui che detiene eros, amore e libertà; pertanto è il nemico naturale e non violento dello stato di polizia. È la resistenza ultima. È il barbaro sovversivo alle porte della città che attacca pacificamente il tossico status quo.

(da notare che almeno la tripartizione emerge da un decennio di articoli e lecture precedenti, come questa. Un’altra la troveremo più sotto)

Mi sento vicino a questa definizione.
Certe volte ho parlato di poesia consolatoria o di poesia come “bidet” per le coscienze. Leggi il seguito di questo post »

carità librosa

with 6 comments

mi è sempre un po’ triste imbattermi in autorevoli opinioni (neanche troppo) surrettiziamente legittimanti l’Editoria A Pagamento (EAP).
La scorsa domenica è toccato nientemeno che al supplemento culturale de Il Sole: a p. 43, in un articolo a firma Ambrogio Borsani, col pretesto di esaminare il catalogo di una vecchia casa editrice a pagamento – quella di Antonio Lalli a Poggibonsi – che ha pubblicato anche nomi rivelatisi poi eccellenti (Camilleri, Merini: ma in alcuni casi non chiedendo loro alcun contributo), si scrive per esempio che “pagare per pubblicare è una tradizione con illustri nomi” e che gli editori a pagamento “sono sempre esistiti e in qualche caso hanno svolto il caritatevole compito di accogliere opere di autori ingiustamente rifiutati dall’editoria ufficiale”. E giù i soliti Gadda, Svevo, Montale e compagnia bella.

Anche se poi l’articolo prosegue cercando di distinguere tra EAP “che selezionano” (bontà loro) e altri che “incassano (sic) qualsiasi libro con esborso o acquisto di copie”, in quell’aggettivo caritatevole c’è tutta la sostanza collosa dello stato allucinatorio in cui la nostra vanità a livello personale e la difesa dello status quo a livello collettivo ci portano.
La carità, almeno così mi s’insegnava, non si fa dietro compenso (e quasi sempre extraprofitto). Quindi per piacere manteniamola scollegata dalla categoria degli stampatori con commissione.
E ove, ma non credo, l’aggettivo si riferisse a casi “laterali” come quello di Camilleri, cui Lalli non chiese alcun contributo per pubblicare Il corso delle cose, è lo stesso editore a chiarire nell’articolo che un ritorno ci fu, in forma promozionale mediatica. E fu notevole: “l’unica cosa che chiesi a Camilleri fu di mettere il nome dell’editore nei titoli di coda dello sceneggiato tratto dal libro che la RAI stava preparando”! Del resto alcune case editrici a pagamento usano un simile sistema di diversificazione promozionale, pubblicando ogni tanto senza contributo la silloge di un singolo big fish (magari già conclamato), in funzione di attrattiva per il branco.

Più mediatamente, il dato che l’EAP è snaturamento del contratto di edizione e sfruttamento del lavoro creativo proprio non passa. E se non passa agli alti livelli del giornalismo culturale, figuriamoci tra la manovalanza.
Non sto a ribadire quanto ho già scritto nelle categorie EAP, magagne, autopsia della poesia e rimuginazioni al riguardo.

Qui potete leggere l’articolo di Ambrogio Borsani (è una copia cache che ho scoperto su un sito esterno, quindi non è detto che rimanga in rete ancora molto tempo).

Written by Roberto R. Corsi

19 giugno, 2013 at 14:36

sgrassando Magrelli

leave a comment »

prima lettura dell’anno nuovo, 15 poesie semi-inedite di Valerio Magrelli pubblicate (nell’anno vecchio) su poetarum silva. Magrelli è oggi uno dei poeti più apprezzati e, incrociando il post con una cernita dalle sue prime tre raccolte, si capisce perché: la sua è una poesia capace d’incontrare il gusto di chi cerca equilibrio formale e capacità di osservazione.
Dalle trenta poesie più risalenti alle quindici attuali, mercé anche la sua ascesa come “personaggio pubblico” (l’ho visto per esempio nel salotto di Augias, dal quale ha esposto considerazioni che mi sono piaciute; oltretutto senza minimamente accennare ad alcuna delle sue poesie, il che denota onestà rara nell’ambiente poetico), il Nostro sembra avere orientato la sua lente più sul sociale e meno sulla captatio cordis verso la sfera intima del lettore (che la non dimenticata Beverini del Santo, guardandolo dal punto di vista del suddetto lettore, chiamava “narcisismo di lettura”).
Peraltro un poeta ad ampio raggio è sempre tale, e lo dimostra l’indulgere alla koinè poetico-critica, all’attualità di circostanza, all’immancabile e immancabilmente aconfessionale cronaca familiare; ma soprattutto lo fa percepire una ricorrente sensazione di ovatta, di roseo annacquamento dell’osservazione – ciò che fa inumidire anche il sottopanno dell’osservato. Cose forse imprescindibili, oggi, per sforare il tetto del venticinquesimo lettore manzoniano e magari essere risucchiati dal cono (d’ombra?) mediatico. Meglio restare ignoti e rappresentare le storture personali e sociali con tutta la violenza che meritano? Per me sì, per un poeta laureato boh.
C’è del buono, comunque, in questa quinzaine. Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

2 gennaio, 2013 at 20:59

Colpo (apo)plectico

with one comment

Imbriani

Cesare Imbriani (img ©finanzaecomunicazione.it)

Sentir parlare di poesia in un telegiornale è cosa più rara che imbattersi in un pentafoglio (siamo oltre il quadrifoglio). Così ieri, reduce dal freddo che nelle giornate limpide cala come mannaia sul buen retiro non appena il sole tramonta, m’è quasi preso un colpo nel vedere che il tg1 delle 17 ospitava un servizio sulla presentazione di una raccolta di versi!
Si trattava del nuovo libro di Cesare Imbriani, Voci senza terra ed altro, edito da Plectica e portato all’attenzione dei lettori di Roma lunedì scorso. Probabilmente sul sito di RAIuno si può anche ritrovare il filmato, ma come ogni linuxiano che si rispetti sono allergico a silverlight e quindi dovete farlo da voi. Io intanto ve lo racconto.

La cosa prometteva piuttosto bene: sala ampia, buon pubblico, relatori altisonanti appartenenti alla koinè poetica (es. Elio Pecora) ma non solo (Marcello Veneziani). Un’attrice altrettanto famosa, Ida Di Benedetto, ha letto alcune poesie e la telecamera la immortala all’opera, dinanzi a un leggio…
Ma il servizio ci dice qualcosa di sostanziale sulle poesie di Imbriani? o ce ne fa assaggiare qualcuna dalla voce della Di Benedetto? niente affatto. I pochi minuti a disposizione sono spesi per le inquadrature degli intervenienti, per dirci che Imbriani è ordinario di economia alla Sapienza, e per una battuta dell’Autore che, qualificato in sovrimpressione come “economista e poeta”, spiega (quasi dovendosi implicitamente discolpare dal vizio poetico) che le due discipline sono entrambe imprescindibili per la sua completezza interiore e felicità. Fine. Sigla.

Morale della favola: la polpa della notizia e dell’attenzione mediatica continua a non essere il libro ex se, ma il “personaggio pubblico-E-scrittore. Tematica/problematica che chi mi segue conosce bene. E che appare ahinoi confermata non solo da questa breve di cultura, ma anche dal comunicato stampa, che non reca reperti in versi.
Pensate che ieri sera ho visto un vecchio film col grande Laurence Olivier nel ruolo di un detective che a un certo punto si sfoga così: “mio padre avrebbe preferito che facessi il poeta”. Risate a denti stretti in salotto e controbattute: 1) facciamo a scambio di babbi, Sir?! 2) oggi sarebbe più proficuo che si presentasse come “investigatore e poeta” che come poeta tout court.
Tornando al servizio del tg, qualcuno più malizioso potrebbe pensare anche a un caso di SLAP (ossia la terza testa del Cerbero) – ma ovviamente non c’è alcun elemento e qui siamo garantisti a nastro.

Aspetto di poter prendere conoscenza con la poesia di Imbriani – che tra l’altro ha all’attivo anche un precedente volume per Scheiwiller, legato a questo ultimo dal suffisso con (evitabile) eufonica “ed altro” nel titolo – nonché con la casa editrice Plectica, che non conoscevo e il cui nome magari giro agli amici di TdL per le loro indagini “diafaniche”.

E quella a me: Nessun maggior dolore

with 2 comments

Lascio a voi stabilire cosa possa essere avvenuto in poco più d’un ventennio (qualche idea ti viene), ma rivedere certe immagini ti fa l’effetto di un viaggio di secoli.
Tramite una segnalazione facebook di Anna Costalonga giungo sul sito di Giorgio Weiss, scrittore e ideatore – tra l’altro – del format Poeti in gara tenutosi sulle reti televisive pubbliche tra il 1989 e il 1990. In particolare nell’89 sedici poeti tra i più celebri del panorama italiano si sfidavano a eliminazione diretta come in un torneo di tennis.
Una pagina del sito di Weiss riporta, dopo una spiegazione, i video di tutte le puntate.
Leggi il seguito di questo post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: