Roberto R. Corsi

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“Remind the remainder”: due raccolte di Pazzi e Orengo

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Uno dei “false friends” angloitaliani più stimolante è quello nel titolo, dove una subdola “a” rischia di confondere ciò che è da ricordare (to remind) con quello che invece è “il resto”, “avanzato” (remainder <- to remain, remaindre). E, specificamente per l’editoria, “la giacenza”, di cui si cerca di liberarsi a prezzo di favore.
Questo piccolo trabocchetto ci fornisce una suggestiva parabola della vita e certo della vita editoriale; specialmente per la poesia, dove ogni volume è effimero e viene dismesso in un batter d’ali, senza memoria alcuna, eccezion fatta per un paio di collane d’elite che hanno mezzi e voglia d’investire nel marketing.
È bello dunque pescare ogni tanto tra le giacenze di poesia che vengono proposte a metà prezzo da librerie e siti (primo tra tutti libraccio.it). La cosa ti produce un certo “effetto Schindler” e relativo senso di appagamento; anch’esso purtroppo transitorio perché ti fa riflettere sulla condizione di precarietà e imminente oblio a cui è sottoposto anche “il libro meraviglioso e irrinunciabile per questa civiltà” che ogni autore, persino lo scrivente, crede di avere partorito.
Vedi la poesia su un nastro che conduce al macero, ne sottrai pochi volumi, inevitabilmente ti domandi se la damnatio memoriae sia o meno “giustificata”. Anche se il participio ti fa orrore: una parte di te vorrebbe che ogni parola scritta fosse salvata, è chiaro.

Recentemente mi sono imbattuto in due volumi di Roberto Pazzi e Nico Orengo. E purtroppo devo dire che almeno in un caso l’oblio è, se non giustificato, comprensibile. Mentre nell’altro qualcosa, non troppo, può essere salvato. Procediamo con ordine.

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sgrassando Magrelli

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prima lettura dell’anno nuovo, 15 poesie semi-inedite di Valerio Magrelli pubblicate (nell’anno vecchio) su poetarum silva. Magrelli è oggi uno dei poeti più apprezzati e, incrociando il post con una cernita dalle sue prime tre raccolte, si capisce perché: la sua è una poesia capace d’incontrare il gusto di chi cerca equilibrio formale e capacità di osservazione.
Dalle trenta poesie più risalenti alle quindici attuali, mercé anche la sua ascesa come “personaggio pubblico” (l’ho visto per esempio nel salotto di Augias, dal quale ha esposto considerazioni che mi sono piaciute; oltretutto senza minimamente accennare ad alcuna delle sue poesie, il che denota onestà rara nell’ambiente poetico), il Nostro sembra avere orientato la sua lente più sul sociale e meno sulla captatio cordis verso la sfera intima del lettore (che la non dimenticata Beverini del Santo, guardandolo dal punto di vista del suddetto lettore, chiamava “narcisismo di lettura”).
Peraltro un poeta ad ampio raggio è sempre tale, e lo dimostra l’indulgere alla koinè poetico-critica, all’attualità di circostanza, all’immancabile e immancabilmente aconfessionale cronaca familiare; ma soprattutto lo fa percepire una ricorrente sensazione di ovatta, di roseo annacquamento dell’osservazione – ciò che fa inumidire anche il sottopanno dell’osservato. Cose forse imprescindibili, oggi, per sforare il tetto del venticinquesimo lettore manzoniano e magari essere risucchiati dal cono (d’ombra?) mediatico. Meglio restare ignoti e rappresentare le storture personali e sociali con tutta la violenza che meritano? Per me sì, per un poeta laureato boh.
C’è del buono, comunque, in questa quinzaine. Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

2 gennaio, 2013 at 20:59

da Miniserie a Il ragazzo donna: la mia lettura a ritroso di Luisa Pianzola

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pianzola

Luisa Pianzola (dal sito lavitafelice.it)

Ho preso visione della Miniserie (Ingaggi) di Luisa Pianzola sul sito Blanc de ta nuque e ne sono rimasto piacevolmente impressionato, tanto da riportarla sul mio taccuino, ove potete leggerla per intero.
La forza del poemetto, secondo me, è tangibile e considerevole nel saper evocare un diffuso malessere che riguarda noi tutti, in pieno. Di primo acchito, in una corrispondenza con l’Autrice, ho scritto di cicatrizzazione, di abrasione da azoto liquido; ripensandoci mi esprimerei più propriamente in termini di dolore “trattato”, attutito da qualche ovatta o medicinale dell’anima senza che venga meno una certa percezione di assurdità nel rituale della vita. In altre parole l’ingaggio tratteggiato da Pianzola è potente perché descrive il processo relazionale in una sedazione o anestesia del nervo entro la quale comportamenti e dinamiche sociali si snodano in goffe danze rituali senza musica. L’azione è svuotata di qualunque realizzazione e gli attori procedono come pedine di un gioco dell’oca, dettato da consuetudini socio-culturali ormai immiscibili con la “foiba esistenziale” del proprio intimo (darsi un voto come amante; enucleare le proprie parti anatomiche più attraenti [il culo come curri-culum]; segnare i giorni fertili sul calendario – in cui, si suppone, accoppiarsi meccanicamente in pose funzionali, magari terminando in tempo per il film di seconda serata), interrotte solo dalle “domande sfavillanti” dei bambini, fortunatamente non ancora (per quanto?) assorbiti dall’ingranaggio.

ragazzodonnaLa precedente (ultima in cartaceo) prova Il ragazzo donna (La Vita Felice edizioni), che ho acquistato e letto sulla spinta entusiastica di quanto sopra, condivide almeno in parte con la Miniserie un approccio attento al circostante, ma lo porta avanti per altre strade. La più evidente è l’andamento in prosa, al cui interno l’appartenenza poetica intenderebbe fondarsi su un flusso di coscienza che si rovescia all’esterno, come annota Piera Mattei nella presentazione, in parole “ruminate e rigurgitate” (ci torneremo). Più delineata qui è la componente autobiografica che si lascia intuire soprattutto nelle sezioni (che Pianzola chiama sequenze) iniziali; nondimeno si tratta della parte più riuscita del libro, in cui le pacate sconfitte personali, ancora disossate delle emozioni (il “non capisco cosa c’entra toccarsi vedersi, io non mi tocco non mi vedo da anni” di p. 24 mi sembra un nitido anello di congiunzione con Miniserie), tracimano per ergersi ad algidi verdetti di condanna d’intere generazioni colpevoli d’immobilismo quando non di sindrome di Stoccolma, come a p. 16

niente è più successo. Abbiamo avuto incidenti, scontri tanti e un crepuscolo di conquiste, piccole vittorie senza mercato di fronte a un mercato più potente. Le cartine di sigarette arrotolate, distribuito ai ragazzi un buon numero di pistole. Un gusto di ferro, di salato ancora in gola. Ma non è questo che vale la pena ricordare. È il precipizio mal riempito, la buca profondissima dove siamo caduti ridendo, ancora ridendo e per sempre, con un niente da pregare, un supplizio ridicolo.

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Written by Roberto R. Corsi

29 novembre, 2012 at 09:20

endecasillabi bocconiani

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ragazza fascista

Anna Lamberti-Bocconi, Canto di una ragazza fascista dei miei tempi, Transeuropa

All’inizio mi stava sulle palle –
«chi si crede di essere?» ‘sta tipa
che m’additò don Faber Centofanti
per inviarle la silloge d’esordio
e magari ricevere un consiglio.
La spedisco… Silenzio alabastrino
interrotto da accenti d’imbarazzo
come a dire: taccio ché son gentile
ma il tuo libro fa ben ****** il ***** !!
Continuando a pensar che non è vero
ho capito, leggendola, che i nostri
universi hanno piste parallele
e il suo in particolare ruota attorno
alla scoperta dell’altro da sé,
ciò che forse a quei tempi non cercavo.
Ho terminato la ragazza fascia,
canto d’alienazione che non vuole
dare giudizi ma nell’acquaragia
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Written by Roberto R. Corsi

21 aprile, 2011 at 13:40

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