Roberto R. Corsi

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Posts Tagged ‘Mario Luzi

Vola alta, bresaola (esercizio)

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bresaola
VOLA ALTA, BRESAOLA
(variatio ludica ex Vate M. Luzi., liberamente ispirata da un titolo giornalistico su C. Lotito, dedicata a Bernardo Pacini)

Vola alta, bresaola, defalca calorie,
tocca l’alfa e l’omèga della tua salvazione
ponderale, giacché talvolta lo puoi – sogno che l’adipe esclami
nel buio dell’addome –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quell’etereo affamamento
da sola, senza un rotolo di me
o almeno il mio smagliato ricordo, sii
massa, non ossuta trasparenza…

L’adipe e la sua anima? O la mia e la sua marcescenza?

(inedito – per fortuna, 12 agosto 2016)
immagine wikimedia commons di pubblico dominio

Written by Roberto R. Corsi

12 agosto, 2016 at 20:13

kiss me/ kismet*: leggendo “Amiral Bragueton” di Paola Silvia Dolci

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PSDolciQuando si sceglie per eponima la nave – transustanziata in persona fisica-Ammiraglio – che condusse Bardamu-Céline in Africa, non ci si può aspettare niente di semplice. Amiral Bragueton di Paola Silvia Dolci, uscito nel 2013 per italic con l’introduzione densa di Ianus Pravo e i bei disegni di Michaela D’Astuto, non traccia una navigazione piana: passa tra molti scogli, e se ne assume il rischio come ogni bravo e coscienzioso stratega.

TIC-TAC-TOE! invita la sezione di apertura, richiamandoci al gioco del tris, dove, come tutti sanno, per vincere bisogna muovere per primi e sperare in una certa “collaborazione” (nel caso del gioco, bietolona) nella mossa seguente di chi risponde. Più che altro mi piace il richiamo al tre perché, nel momento in cui apro il compasso per questa recensione, scorgo proprio una triplice costellazione.

Intanto la cultura vivificata: sistema binario perché questa viene proclamata e, prima ancora, alterum non recognoscens com’è incline a essere dalla nascita, sùbito dolorosamente stupefatta nel riscontrare l’altro da sé: “Tutta la mia vita è lettura” (p. 45); “Lo sconcerto/ è questo invecchiare fuori dai libri/ quello che passa per vita” (p. 32, con eco quasi luziana se si pensa alla chiusura di Aprile-amore).
Questa chiave, che già da sola può illuminare praticamente tutto il libro, mi ha riportato silenziosamente a una forte affinità col mio acerbo esordio, sentimento che non mi ha più mollato.  Leggi il seguito di questo post »

Sangue amaro, vena aperta

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magrellisulla spinta dell’incontro con Valerio Magrelli alle Oblate (io son quello alto con barba e capelli in disordine e che, nella fila per conoscere l’Autore, ha un’espressione “porto la morte sulle spalle”), incontro che mi ha svelato in lui una persona per nulla boriosa e assai affabile, credo di essermi accaparrato, il martedì successivo in libreria, la prima copia fiorentina del suo Il sangue amaro – talmente fresca di stampa che l’inchiostro di copertina cola via al contatto colle dita.
Magrelli giunge a questa raccolta otto anni dopo la precedente, anche se molte poesie sono state anticipate su quotidiani riviste o addirittura mise en scene. In quarta di copertina si parla di raccolta “omogenea” – difficilmente posso essere d’accordo vista la portata (110 poesie) e il time span, se si eccettua il dato formale, che coinvolge il numero 12 non solo nel numero di sezioni, ma anche in alcune delle stesse (giocoforza nel calendario Annopenanno ma pure ne La lezione del fiume composta di rondinets irregolari, cioè – interpreto – stanze di dodici versi senza vincoli di rima né “clausole” né allitterazioni o procedimenti di variazione quali invece ritroviamo in altre poesie: cfr. Welcome a p. 20 e Nei bagni pubblici a p. 26).
Vero è che a mio giudizio il libro si compone di passi patinati ma anche di accenti fortissimi.
Non amo per esempio né la poesia in copertina (che invece è un rondinet regolare almeno nei couplets rimati in testa e coda) né la prima sezione, Coppie di nomi propri, in cui il poeta spende un cospicuo carico di dediche e dove però leggiamo due versi, riferiti a Sanguineti, che mi paiono adattarsi molto anche alla poetica ricercata da Magrelli: “Innesto dello Studio sull’amata Poesia/ Ossia: metà cultura, metà idiosincrasia”. Stella (bi)polare assai condivisibile ma che già dalla sezione successiva Otto volte Natale (cui peraltro appartiene la poesia di copertina) si arricchisce di un ulteriore pulsare, che è quello di una spiccata, violenta e irresistibile confessionalità. La troveremo soprattutto nelle sezioni Timore e tremore e in quella di coda, che dà il titolo alla raccolta.
Chi conosce la mia poesia più recente sa quanto io apprezzi questo esporsi che riguarda nel caso di Magrelli la paura del futuro, la propria ansia, perfino la sua terapia, e l’inversione “sileniana” di nascita e morte che si traduce in un cupio dissolvi peraltro, visto che una poesia è imbevuta di Bach, “ben temperato” (beato lui!) dagli affetti (p. 81). Certo, questi squarci di lama sono circondati, forse subissati dalle altre due componenti, cioè Cultura – come estrema ricercatezza nella versificazione, nel procedimento e nelle citazioni palesi (Kierkegaard) o più nascoste (Hobbes: la bellezza come promessa di felicità; anche tutta la sezione La lezione del fiume non può non essere un richiamo-tributo a Ungaretti Luzi e altri) – e Idiosincrasia, cioè invettiva che non può non sorgere in un attento osservatore dello sfacelo della politica e della morale quotidiana, anche a livello di poetica di massa (irresistibile l’haiku-anti-haiku di p. 54; anche se si potrebbe rilevare che il mese di Aprile a p. 63 ha molto dell’haiku, non tanto nella metrica 3/8/5 ma nella sostanza naturalistica).
Ma sono squarci potenti, e credo centrali nell’opera perché si possono osservare certi rimandi e dualismi. L’inversione nascita-morte (esergo di Chateaubriand: “Mia madre m’inflisse la vita”) è al centro di un parallelismo fedele in due coppie di poesie tra le più belle della raccolta (pp.16-17, pp. 32-33) ma anche di un richiamo nel mese di Gennaio a p. 60 (“il genetliaco,/ il giorno dove muore/ la propria età”).
Questa è la vena aperta che rende il volume vivo, vivente, meritevole. Per il resto vale quanto scritto a inizio 2013 per 15 poesie credo trasfuse in toto qui. Ne aggiungo (o ribadisco, non sto a ricontrollare) due, un rondinet e una stanza in ottonari, confessionali e apprezzate Proustianamente, cioè sotto l’aspetto che ogni lettore, quando legge, legge se stesso.

Written by Roberto R. Corsi

17 febbraio, 2014 at 14:13

un dragaggio opportuno: Il ponte di Heidelberg di Sergio D’Amaro

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D'Amaro

Sergio D'Amaro, Il ponte di Heidelberg, LaRecherche 2011². Clicca per accedere alla pagina di download.

Non passa giorno in cui non mi convinca un po’ di più che internet sia una risorsa irrinunciabile per il produttore e il consumatore di poesia: accanto al potenziale correttivo delle storture editoriali (su cui vi ho fatto ormai ‘na capa tanta) non va mai dimenticata la capacità di recuperare prove meritevoli impigliate nei fondali del tempo e della scarsa diffusione.
Così è, da stamattina, per Il ponte di Heidelberg, silloge uscita in cartaceo 21 anni or sono e ora riproposta in ebook grazie a LaRecherche.
Queste quarantanove liriche dal piglio epistolare, scritte da Sergio D’Amaro tra il 1984 e il 1989, formano un vero libro d’acqua (prendo a prestito il titolo di una raccolta di Massimo Scrignòli). Nihil novi, direte voi pensando a Ungaretti, a Luzi etc. Ma mi sembra di avvertire in questi versi una dominanza idrica se possibile ancora più completa rispetto alla poesia fluviale dei citati dioscuri. Qui l’acqua esonda, signoreggia il tutto, persino il tempo (gli orologi della quarta lirica sono liquidi), permea il vocabolario di luoghi oggetti e azioni (fluttuazioni, annegamenti…) e in ultima analisi permette una sorta di annullamento come nella chiusa della lirica XXVII: «Ogni desiderio, ogni passione era calma./ E me ne andavo tra i bambini/ con la più totale immersione nelle loro corse/ senza avvedermi del tempo./ E poi giacevo nel lago della stanchezza».

L’immagine del ponte sul fiume Neckar mi appare rappresentare la condizione umana, sospesa sul flusso “escatologico” che la precede e la segue. Essa costituisce un leitmotiv di questa raccolta, avvolta in un sereno scetticismo ahimé raro in questi tempi di – uso volutamente un termine forte – reductio ad deum della poesia. Sereno, dicevo, perché il cupo e perentorio affresco delle liriche XLI e XXXI (cui vi rimando possibilmente in quest’ordine) si stempera, negli ultimi tre versi della raccolta, in distesa agnostica accettazione: «Forse mi basta sapere/ che vengo dall’acqua/ e all’acqua ritornerò».
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Written by Roberto R. Corsi

10 maggio, 2011 at 15:23

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