Roberto R. Corsi

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da EAP a CTL: più stato meno contributo

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chavez

EAP, se te cojo… (H.C., in loving memory)

Tempo fa mi ronzava in testa una provocazione: nazionalizzare gli editori a pagamento. Alla Chávez. E vai!
Voi direte: una provocazione analoga alla Tombin Tax? Può darsi, ma io contrariamente a molti non ho mai visto quest’ultima come una provocazione bensì come un’esigenza mia personale: non si trattava di “tassare i poeti in quanto tali”, ma di versare una cifra – rimetterla in circolo in progetti artistici/ culturali – per le possibilità combinatorie che, iperproducendo poesia, faccio mie (e le possibilità combinatorie non sono infinite, prova ne è che sempre più spesso leggo passaggi identici tra loro in poeti che non si conoscono e mai si plagerebbero). Cosa che faccio regolarmente (a fine anno m’attende una stangata).

Tornando a noi, perché nazionalizzare? Perché l’istinto, la vanità di pubblicare a pagamento appare insopprimibile. Le sue radici spesse derivano dal ciceroniano trahimur omnes studio laudis e da quel bisogno di riconoscimento che, annota Hegel, è più forte di qualunque motivazione economica. Soprattutto in tempi di crisi in cui un riconoscimento nella sfera lavorativa o esistenziale è spesso precluso. Istinto violento (fatelo dire a me e a tutte le schermaglie che fronteggio ogni volta che vi accenno) che si trasforma in generose oblazioni per “pubblicazioni” cui di solito, dall’altra parte della scrivania, si dà l’assenso acriticamente, senza selezione dei contenuti, mercé il puro e semplice plusvalore che l’operazione di “stampa autorevole” comporta. E allora, se non possiamo frenarla, proviamo a cavalcare l’onda: nazionalizzando lasceremmo che i generosi extraprofitti andassero a vantaggio della collettività anziché dei soliti!

Oggi, grazie ad Alberto Cane, scopro che l’ottimo Popinga (Marco Fulvio Barozzi, in cui ci siamo già gassosamente imbattuti) avanza una proposta del tutto simile. Lui propugna Case di Tolleranza Letteraria (CTL) finanziate dai fruitori coi loro consumi-sfoghi-impellenze, cui verrebbe data assistenza professionale e qualificata. Per esempio con un marchio editoriale nazionale, una sorta di Istituto Truce che stampasse le opere poetiche prive di editore vero e proprio, dietro versamento allo Stato.
È ovvio che l’effetto sarebbe non solo identico alla nazionalizzazione tout court degli EAP già esistenti, ma in più meno scandaloso in un paese in cui si grida ai comunisti a ogni piè sospinto. Anzi il nonno che pensa ancora con un sospiro al duzze e ai “vecchi casini, frutto di un’era antica” sarebbe pure contento.
Effetto identico, dicevo. Infatti creare un soggetto pubblico che soddisfacesse la vanità letteraria permetterebbe di praticare un prezzo che porrebbe gli EAP fuori dal mercato, non potendolo pareggiare. E anche in questo caso si potrebbero dedicare con apposito vincolo normativo le risorse percepite al soddisfacimento di interessi pubblici (dalla lotta alla povertà ai programmi di ripopolamento delle foreste travolte da editoria cartacea inutile).
Bravo Popinga y hasta siempre!

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Written by Roberto R. Corsi

18 luglio, 2013 at 17:46

paradisi artificiali, purgatorî pei giornali

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domenica scorsa sfogliando il Corriere ho fatto conoscenza a pagina 55 con un aspetto meno noto della vita di Sir Humphry Davy: la sua esperienza di poeta – compositore di oltre un centinaio di liriche ma soprattutto sperimentatore su di sé del gas esilarante (protossido di azoto), riguardo ai cui effetti scrive addirittura un’ottava alternata…

On breathing the Nitrous Oxide

Not in the ideal dreams of wild desire
Have I beheld a rapture wakening form
My bosom burns with no unhallowed fire
Yet is my cheek with rosy blushes warm
Yet are my eyes with sparkling lustre filled
Yet is my mouth implete with murmuring sound
Yet are my limbs with inward transports thrill’d
And clad with new born mightiness round.

Davy

Sir Humphry Davy

Non che il tema della creatività connessa alle sostanze psicotrope sia nuovo, né che la stanza citata qui sopra sia qualitativamente rilevante; però la breve lettura, attraente fin dal titolo per l’ironia cui esso presta il fianco (“volete diventare poeti? lasciate perdere gli editori a pagamento e investite in gas esilarante!!!”) mi ha divertito, oltre a ricordarmi alcuni aspetti dell’adolescenza (intendevo pure io operare un piccolo esperimento, e avevo preso la cosa piuttosto scientificamente, ma mi sono fermato in limine) e come sempre a farmi rimpiangere tempi andati in cui la dicotomia scienza-letteratura era sentita come contrapposizione non impermeabile tra due forze paritarie.

…tutto qui? un momento Corsi, ma da dove hai preso la poesia, visto che nell’articolo a firma Adriana Bazzi è citata solo indirettamente?
Ebbene, l’ho presa da questo post uscito già a metà febbraio sul blog Popinga (di Marco Fulvio Barozzi), post che tra l’altro cita e linka correttamente la fonte originaria, vale a dire un saggio di Sharon Ruston, professoressa di Letteratura e cultura dell’Ottocento all’Università di Salford, Manchester.
È stato per me abbastanza avvilente constatare come persino il più importante giornale italiano talvolta “si dimentichi” di menzionare le fonti (quantomeno Ruston)… E il pensiero di questo scivolamento della deontologia anche ai più alti livelli, nonché di quanti episodi di questo tipo si registrano e registreranno quotidianamente, mi si para davanti come un potente incentivo a darci su con la creatività e passare senza indugio al consumo smodato di [~].

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