Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Posts Tagged ‘Laura Branchini

I pontieri di Nimrod: Laura Branchini

with 2 comments

Questo blog si è montato la testa: dopo aver conosciuto lungo le autostrade informatiche un’eccellente traduttrice, Laura Branchini, ne ha approfittato per porle qualche domanda generica cui lei, gentilissima, ha subito risposto. La ringrazio davvero tanto.
Laura è la traduttrice di riferimento per la lingua italiana dell’opera di Juan Gelman, poeta di cui ci siamo occupati or non è guari. Queste le sillogi pubblicate con la sua traduzione: Lettera a mia madre (Guanda), Nel rovescio del mondo (Interlinea), Doveri dell’esilio (Interlinea), Valer la pena (Guanda) e il recentissimo Com/posizioni (Rayuela). La qualità del lavoro di Laura, a mio avviso, è testimoniata anche dai premi con cui il nostro paese ha insignito lo scrittore di Buenos Aires, da ultimo il premio Lerici Pea 2003 e il premio Poesia Civile Città di Vercelli 2006. Segno che la cifra gelmaniana è pervenuta integra e fresca fino a noi!

La tua sfera artistico-culturale abbraccia teatro, insegnamento, traduzione… Siccome rischierei di omettere o non dare il giusto peso a qualcosa, posso chiederti di autopresentarti sinteticamente ai miei venticinque lettori, con particolare riferimento alla tua attività di traduttrice?

La copertina di Com/posizioni (2011). Per info e ordini: rayuelaedizioni@yahoo.it

Da sempre la parola è il mio gesto espressivo e conoscitivo principale. Muovere, attraversare le parole, trasportarle mi corrisponde più di altro. Già negli studi classici (lettere orientali antiche) e poi nelle esperienze con il teatro di ricerca – che sono stati i miei primi amori – il mio interesse girava comunque attorno all’apparizione della parola, al poterla pronunciare e ripetere, trasferire nei segni e nei gesti, con un costante senso di meraviglia, un piacere essenziale e contemplativo verso di essa. Tradurre è sempre stato il mio gesto più intimo, il mio contatto più meditativo e insieme passionale con la parola. Per queste ragioni, credo, prediligo la poesia.
Ai tempi del liceo passavo pomeriggi interi a tradurre i lirici greci, con esiti di cui vado ancora fiera. Mi sono poi dedicata ai poeti romantici inglesi, a Sylvia Plath, a Rilke, alle lettere di Madame de Sevignè, e moltissimo agli spagnoli e latinoamericani (fra tutti, R. Dalton, A. Storni, L. M. Panero, C. Rodriguez, J. Cortazar). Ho sempre avuto presente e osservato con un senso di complicità l’attività di traduzione di molti poeti che ammiro, una fra tutte quella di Sergio Solmi, che nel suo Quaderno di traduzioni (II, Einaudi, 1977) spiega molto meglio di me il suo modo di intendere la passione e la pratica della traduzione (che condivido).
Certo, anche nell’insegnamento – la mia attività quotidiana – esercito una pratica di conoscenza e trasmissione da e verso il linguaggio. E in quel poco di recitazione che ancora mi trovo a praticare, prediligo sempre e comunque la presenza della parola, la sua epifania nuda e indifesa.

In un messaggio mi hai ringraziato per avere inserito in una mia nota di lettura il (doveroso) riferimento a te in quanto traduttrice del libro, e come tale – ti cito testualmente – appartenente a una “categoria fantasma della letteratura”. Ti riferivi solo alla scarsa considerazione del traduttore in chiave critica o c’è di più? Quali sono secondo te le manifestazioni più scabrose di questo “stato ectoplasmico”?

Leggi il seguito di questo post »

Annunci

“Nel mio cuore troppo d’assoluto”: invito alla lettura di Gelman

with 2 comments

Vorrei iniziare questo nuovo anno incoraggiandovi a una lettura per me molto preziosa, avvenuta nelle ultime settimane del 2010 complice una giornata di studi cui non ho potuto partecipare ma che mi ha molto incuriosito nei suoi contenuti. Era dedicata giustappunto al grande poeta argentino Juan Gelman, e ho sopperito alla mia latitanza acquistando e divorandomi una copia del suo recente Valer la pena, edito da Guanda nel 2007 con la traduzione di Laura Branchini.
Consigliare la lettura di un poeta laureato [insignito non del Nobel come avevo inizialmente scritto – valga come augurio – ma del Cervantes] può sembrare un’ovvietà (anche se, vista la considerazione della poesia oggigiorno, niente è scontato). Mi è però rimasto, nella forte sensazione della lettura di testi e autorevoli note a commento, un gusto del criticamente inesplorato, a motivo del pesante fardello esistenziale (dunque, necessariamente artistico) che il poeta si porta dietro: la persecuzione, personale e familiare, ad opera del regime (di Guido e poi di Videla). Un fardello che certamente, nell’estremo dolore, è fonte di ispirazione e scaturigine di esiti talora altissimi, ma che in sede critica viene spesso recepito come egemone, come cartina di tornasole da applicare a ogni parola del Nostro. Col rischio di sottacere la vitalità di una poesia che come un delta esplode in mille rivoli, e che già a monte, quasi sorgiva amazzonica, origina da più istanze non riducibili, prime tra tutte le riflessioni sulla condizione umana, assoluta e riflessa nella ricerca di una parola scritta.
Attenzione dunque a non fare di Gelman un “poeta dell’esilio” tout court: occorre saperne respirare ogni sfumatura. E non è cosa difficile, data la sua spontanea alluvionalità tematica, lessicale, culturale, cromatica. Un dire secondo me esorbitante, ed ho usato come titolo una citazione di Arturo Toscanini per significarvelo. Infatti Gelman riversa sul lettore una massa imponente di colori, metafore, ispirazioni – talora sommergendolo in rapide ondate, lasciandogli a malapena il tempo di prendere fiato: e questo, in alcune poesie che appaiono troppo cariche, saltando da un assoluto all’altro, può essere un limite. Altre invece, in cui le densità appaiono poco più controllate, rasentano la perfezione, ricordandomi a tratti il miglior Lorca.
Il mio incontro cartaceo con questo poeta, d’altro canto, è stato non solo positivo ma anche salvifico: rintanato come ultimamente ero in una sclerotica idea della poesia come narrazione, la voce di Gelman mi ha portato a tornare sui miei passi e a provare (spero) il gusto di osare di più (un po’ come negli amati/odiati, ma certamente freschi, inizi). Senza neppure il timore di attingere nel proprio bagaglio di letture, come spesso mi è stato rimproverato: è un sollievo leggere come Gelman nomini Rilke, Celan ed altri mostri sacri trattandoli delicatamente come amici, commensali, voci presenti.
Ho annotato qui sul mio taccuino personale le poesie di Valer la pena che mi hanno convinto del tutto, e sono dieci, ben più di quante me ne fossi segnate con qualunque altro libro; se avessi voluto anche trascrivere gli estratti, le scintille, le metafore, i fulminei accostamenti che mi hanno avvinto isolatamente nel contesto di altre poesie, penso che il mio taccuino sarebbe divenuto un Gelman fansite. Auguro a voi tutti di trovare in questa lettura la mia stessa soddisfazione, e auguro a me stesso che le mie belle intenzioni si traducano in un dire più scintillante.

Written by Roberto R. Corsi

2 gennaio, 2011 at 19:12

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: