Roberto R. Corsi

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#Somiglianze40 – 12 poesie

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foto mia su Instagram

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L’altro ieri, alla Casa della poesia di Milano, Milo De Angelis ha festeggiato con amici, appassionati e colleghi gli “anta” del suo libro d’esordio, Somiglianze, ottava uscita dei Quaderni della Fenice di Ugo Guanda.
C’era un pieno inusuale per un evento poetico; a questi link vedete qualche foto: 1 e 2 (richiede login fb).
Non potendo esserci, mi sono procurato il libro al “Vieusseux” – bellamente rilegato in mezza tela su cartonato varese, slurp – e me lo sono letto un paio di volte. Qui in foto lo sto stropicciando presso Piazza Oberdan… 

Entrée brillante, e il fatto che non conosca ristampe *integrali* dal 1990 (ma vedi sotto), nonostante la notorietà che l’A. si è guadagnato, la dice lunga sulle miserie editoriali e sulle aspettative che noialtri operai della poesia dovremmo nutrire.
Si vola subito alto – con una disposizione poetica originale, riconoscibile, che ancor oggi influenza massimamente autori ed editori – anche se a volte si avverte una certa forzatura di toni; provvidamente, non manca mai l’aggancio al concreto, all’irrazionale, al misero, al disperato, al ripetitivo: in una parola, all’umano, spesso còlto nella sua energia sessuale, resa con connotati che definirei “fideistici” a più livelli, entrambi laici (a-razionalità e fiducia).
Mi unisco agli auguri, Milo! In occasione della festa è stata presentata una riedizione di 21 poesie scelte: la copertina (guardala qui, richiede login fb) è praticamente uguale all’originale, salvo che alla “Fenice” si sostituisce un “Gallo stampino”!!! ; non l’ho ancora confrontata con la mia hit list. Visto che tra qualche giorno devo rendere il malloppo, controbilancio con una mia scelta personale, forzatamente stringata (da 21 “invertiamo” a 12).

***
La radio (p. 24)

Nessuno potrà abbracciare chi non ha vinto
il doppione gettato via
nell’acquitrino, il dito silenzioso
di quelli che « non ce la fanno ».
. . . . .
Talvolta anche in camera
si scopre il rapporto stretto, criminale.
Sono le quattro del pomeriggio
e comincia l’odio contro una voce
alla radio, che sussurra « vinca il migliore ».

*
Dove tutto è in relazione (p. 29)

Essendo stati chiamati
non è mai buio, qui,
ma è sempre più tardi, in mezzo
ai doveri, sui tram, immergendosi tra i cappotti
con le cose da finire, tutte le cose.
E anche adesso la pioggia
sui vetri lucidi
non può essere natura né storia
ma un episodio
che ogni inverno sa ripetere
vivente e circolare
mentre tutto esigeva una presenza diversa
che crede a ogni cosa
senza ripassarla, una cellula leggera,
sorriso del luogo giusto …

… forze, solo forze vischiose
tra la madre e la voce della mamma
come questi marciapiedi
che tentano di dividere
ma uniscono alle automobili
e questo vizio
di riconoscere, e i suoi comandi,
voce inutile, in piena bufera,
che viene baciata,
baciata … baciata …

Via Pacini. Piove, sempre di più.
Qualcuno mi ha chiesto l’ora.

*
Altro di un altro (p. 33)

Si uccidono così,
senza farsi notare,
sono disperati e discreti
e cadendo trattengono il respiro

amano così
e anche questo è amore.

*
Dovunque ma non (p. 35)

Parla a qualcuno

e risponde, è qualcos’altro ma
risponde: nessuno lo perdonerebbe
se ritorna ghiaccio, l’essere identico a sé
che non cammina.

Lui risponde, risponde

È dentro, deve continuare, in un ritmo
infinito, come una parola
scoperta da altre parole
deve parlare, bagnarsi in un fiume
che non è suo ma lo tiene in vita, e non ha rive.

E in questa strada di campagna
la ragazza si toglie il golf, abbassa il sedile
e non sa se sono in due, in tre, oppure è sola
ma continua, sente l’umido, muove i muscoli

« restami pure dentro »
« sei sicura? »
« sì, ti voglio dentro, ti voglio bene ».

*
Questo o qualcos’altro (p. 46)

Lei che
odiava i falliti, ma qui non ironizza più
ormai dentro, con il suo uomo
che a casa le salta sopra, o con la vergogna
di prima – spiegava – ballando tra le luci rosse
con la folla
d’avanspettacolo che nel tram, pigiata, preme
ancora quelle cosce (ma quali?)
e qui la facilità l’incredibile
facilità del racconto (le sue, « queste? »)
contro la verità
che ieri
si sarà detta da sola, tra il pettine
e lo specchio …

*
La ragione (p. 48)

La condanna
di tentare lo stesso
per qualcosa, su questo marciapiede, pieno di gente
mentre il dito tocca,
sa che ci sono, e non per un attimo:
finisce
la tragedia comoda di non essere nulla
bisogna continuare
il loro discorso, nelle vetrine, comprare
ciò che espongono: una risposta
una risposta storica
a chi domanda altro e subito
ma per uccidersi consegna la ricetta falsa, aspetta,
scruta
non può
soffrire per quello che vuole.

*
Diventare (p. 64)

Un’altra azione, nella vigna, per cogliere
questo moscato polveroso e dolce
tra le formiche
che percorrono il sudore
della schiena, affrettandosi
in un sole che asciuga tutto
mentre la pianura si allarga, e qualcosa
che era enorme scompare
scivola dal terrore fino al disagio
di diventare indifferente, fino all’ultimo
tremito, nulla.

*
Un perdente (p. 80, la mia preferita)

Fuori c’è la storia,
le classi che lottano.
Cosa fare dunque una volta per tutte
rifiutando il mondo
accettandolo al mattino
(« Era vero, sai, era profondo
il litigio con lei. Ma c’era un solo letto
e prevalsero i corpi »).
C’erano i confini
biologici e le grandi leggi del profitto.
Perciò inventò gli dei e l’interiore.
Alla sera, durante l’erezione
pretese anche un destino
(« dove sei stata
per tutta la mia vita? »).

*
Latitudine (p. 112)

Appena sciolgono
nel bicchiere le pastiglie
gli atleti iniziano la corsa. Ma uno
senza più forze, guardato da tutti
nello stadio, implora di morire
e a quelli che lo doppiano chiede di spiegargli
i mondi e le esclusioni, la leggerezza
che vince, le loro scarpette chiodate
mentre sfuggono vicine
e spiegare la sera, quando si getta tra le zolle
per essere amato, ma una sola volta
perché pesa troppo
il giuramento all’infanzia.
È la penitenza, grande, nei corpi
che la nudità ingrandiva, la ruggine: volevano
solo invecchiare
in un tempo uguale, per guardarsi, nel tremore
che l’erba custodisce:
ma falliranno, e le sue
gambe ferite tornano nel buio. Una sbarra è caduta.
Fa’ che la pioggia …

*
Il sogno delle tinte grigie (p. 123)

Non importava, nelle vie, sapere
cosa c’era dietro le case
e i vecchi dicevano: se usi qualcosa,
se lo usi bene,
puoi anche non capire cos’è.

*
Differire (p. 130, altra mia preferita)

Mentre una carezza si avvicina, leggera,
verso il centro
farla sarebbe già domani

capisco l’attimo prima del giusto
e quello giusto?
troppo tardi

se non toccherò il tuo viso
giustificami
perché dopo ogni gesto
ne faccio uno che lo prepara

No, tu sei misero
tu non entri nelle forze 

*
Né punto né linea (p. 135)

Come la goccia, sulla foglia, dopo il temporale
solo per la seconda volta

non ha mai conosciuto nessuno,
perché voleva essere preciso
fino alla morte

leggero zen, nel campo,
la forza che teneva gli uccelli in volo
(un’interruzione e cadrebbero)
diventa l’inferno di contarli.

___________
Milo DE ANGELIS, Somiglianze, Milano: Ugo Guanda (I Quaderni della Fenice, 8), Aprile 1976, pp. 150, Lit. 2000. Nuova edizione rivista: 1990.
Alcune biblioteche presso le quali trovare l’originale.

Written by Roberto R. Corsi

12 novembre, 2016 at 19:09

“Remind the remainder”: due raccolte di Pazzi e Orengo

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Uno dei “false friends” angloitaliani più stimolante è quello nel titolo, dove una subdola “a” rischia di confondere ciò che è da ricordare (to remind) con quello che invece è “il resto”, “avanzato” (remainder <- to remain, remaindre). E, specificamente per l’editoria, “la giacenza”, di cui si cerca di liberarsi a prezzo di favore.
Questo piccolo trabocchetto ci fornisce una suggestiva parabola della vita e certo della vita editoriale; specialmente per la poesia, dove ogni volume è effimero e viene dismesso in un batter d’ali, senza memoria alcuna, eccezion fatta per un paio di collane d’elite che hanno mezzi e voglia d’investire nel marketing.
È bello dunque pescare ogni tanto tra le giacenze di poesia che vengono proposte a metà prezzo da librerie e siti (primo tra tutti libraccio.it). La cosa ti produce un certo “effetto Schindler” e relativo senso di appagamento; anch’esso purtroppo transitorio perché ti fa riflettere sulla condizione di precarietà e imminente oblio a cui è sottoposto anche “il libro meraviglioso e irrinunciabile per questa civiltà” che ogni autore, persino lo scrivente, crede di avere partorito.
Vedi la poesia su un nastro che conduce al macero, ne sottrai pochi volumi, inevitabilmente ti domandi se la damnatio memoriae sia o meno “giustificata”. Anche se il participio ti fa orrore: una parte di te vorrebbe che ogni parola scritta fosse salvata, è chiaro.

Recentemente mi sono imbattuto in due volumi di Roberto Pazzi e Nico Orengo. E purtroppo devo dire che almeno in un caso l’oblio è, se non giustificato, comprensibile. Mentre nell’altro qualcosa, non troppo, può essere salvato. Procediamo con ordine.

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Letteratura demotivational per l’estate: “Fama tardiva” di Schnitzler

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famatardivaAnche per mitigare il mio secondo fallimento librario ho letto, naturalmente, Fama tardiva, novella di Arthur Schnitzler scritta tra il 1894 e il 1895, rimasta a lungo nascosta a Cambridge, all’interno del lascito di mano- e dattiloscritti dell’Autore, e tradotta in Italiano solo da pochi mesi, da Alessandra Iadicicco per i tipi di Ugo Guanda.

Non potevo certo resistere all’attrazione data dalla trama: un vecchio e solitario impiegato, autore trent’anni prima di un libro di poesie (“Passeggiate”) anonimo sia nel titolo (cfr. Robert Walser e tutta la cultura della flânerie) che nella sorte (il comune oblio dei libri di poesia e dei loro Autori), dunque un uomo öhne Eigenschaften che quasi subito aveva messo il cuore in pace e le energie in carriera, viene, chissà perché, elevato improvvisamente al rango di Maestro ispiratore di un circolo di sedicenti artisti.
Questa circostanza repentina e inaspettata soffia sulla brace della sua autostima, ma il risultato sarà effimero, gli farà scoprire ipocrisia delle persone, futilità degli sforzi, irreparabilità del tempo perduto; al punto che il rifluire nel canale scolmatore della comunità borghese, insensibile al concetto di poesia “alta” ma benevola verso chi si tiene nell’anonimato (“E tutti lo annoveravano come uno di loro, e nessuno aveva il sospetto di chi egli fosse davvero!”), gli sembrerà quasi piacevole.

Un racconto che si legge in uno-due giorni; avrei voluto che fosse il mio “libro per l’estate” ma ovviamente le dimensioni lo impediscono.
L’impianto e il tono della narrazione forse non sono sempre all’altezza del miglior Schnitzler, ma l’affresco è gustoso e se ne deve desumere una volta di più come il portato psicologico del fallimento letterario desti interesse nei grandi autori.
Buono l’apparato dei due curatori tedeschi Hemecker e Österle.
L’ho letto in fretta, come detto, e lo consiglio nell’edizione Kindle o ePub che è corposamente scontata rispetto al cartaceo (di conseguenza i miei riferimenti non saranno alle pagine ma giocoforza alla percentuale). 

In campo poetico mi viene in mente una splendida prova del compianto Gianfranco Palmery, Dopo la tempesta, prova che ho riportato per intero sul mio tumblelog, e che in pochi versi musicalissimi esprime “shakespearianamente” il processo psicologico della rinuncia al proprio presunto “dono”.
In chiave narrativa il pensiero non può non andare all’altrettanto gustosa novella di Italo Svevo, Una burla riuscita, del 1926; ma gli snodi della vicenda sono diversi, e se quest’ultima si concentra quasi esclusivamente Leggi il seguito di questo post »

Paging (and patching) Sir Blake

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Da tempo uno dei miei post più gettonati (o meno ignorati) è quello che contiene la mia versione di Auguries Of Innocence di William Blake, per il motivo che, come accenno in loco, la traduzione più famosa è da tempo fuori commercio, altre son solo parziali, e così chi cerca trova quasi esclusivamente il mio contributo.
Di questa poesia, che in realtà sembra essere il patchwork di una serie di proverbi o massime sapienziali (un po’ filastrocche popolari, un po’ spunti mistici dello stesso Blake), è nota soprattutto la quartina d’incipit, che del resto si trova in molte pagine in rete. Oltre al some are born…, naturalmente.
Dal canto mio, come ognuno può verificare, ho ritenuto essenziale, proprio per salvaguardare il tono di filastrocca, operare una traduzione in rima (e il più possibile metricamente omogenea), e questo a volte mi ha spinto molto (troppo?) lontano da una versione letterale.

Che novità vi porto? Grazie alla corrispondenza con la traduttrice Daria Cavallini ho avuto la spinta a visitare la Marucelliana (fantastica: ambientazione come al solito sontuosa; in più d’estate ci si sta alla grande e il personale è stato molto paziente con lo scrivente neofita) e a dare così finalmente un’occhiata alla famigerata “Fenice” Guanda dedicata al poeta inglese.

Prima sorpresa: la versione in Italiano degli Auguries, come di tutte le poesie del “Pickering Manuscript”, non è di Roberto Sanesi ma di Dario Villa, poeta e traduttore scomparso prematuramente. Infatti il tomo, curato da Sanesi, annovera tre traduttori (oltre a Sanesi e Villa c’è anche il poeta Giuseppe Conte). Da questa istantanea potete osservare la ripartizione del lavoro all’interno del volume.

traduttori di Blake nella Fenice Guanda (foto mia)

traduttori di Blake nella Fenice Guanda (foto mia)

Seconda sorpresa: oltre a leggère difformità non lessicali (arcaismi, abbreviazioni, elisioni), il mio testo di riferimento mancava di due versi verso la metà della poesia – quelli qui in grassetto – che ora ho interpolato e tradotto! Mi aveva ingannato il fatto che i versi “ai bordi” della lacuna creassero una rima baciata…

The babe is more than swadling bands;
throughout all these human lands
tools were made and born were hands,
every farmer understands.

Particolarmente grato a Daria, dunque, per avermi consentito di scovare la magagna attraverso questa verifica sul filo della pausa estiva.
Per il resto perdonatemi se continua a piacermi di più la mia versione rispetto a quella del compianto Villa. Amor di papà, certamente!
Ciò a partire dalla traduzione del titolo, dove preferisco a “presagi”, che mi sa di processo mentale individuale, “auspici” (non tanto e non solo da augurare bensì da trarre dalla natura), il che conferisce maggiormente un carattere di “valediction” e di lezione morale da Blake al lettore…
Buon divertimento.

Written by Roberto R. Corsi

1 agosto, 2013 at 08:52

I pontieri di Nimrod: Laura Branchini

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Questo blog si è montato la testa: dopo aver conosciuto lungo le autostrade informatiche un’eccellente traduttrice, Laura Branchini, ne ha approfittato per porle qualche domanda generica cui lei, gentilissima, ha subito risposto. La ringrazio davvero tanto.
Laura è la traduttrice di riferimento per la lingua italiana dell’opera di Juan Gelman, poeta di cui ci siamo occupati or non è guari. Queste le sillogi pubblicate con la sua traduzione: Lettera a mia madre (Guanda), Nel rovescio del mondo (Interlinea), Doveri dell’esilio (Interlinea), Valer la pena (Guanda) e il recentissimo Com/posizioni (Rayuela). La qualità del lavoro di Laura, a mio avviso, è testimoniata anche dai premi con cui il nostro paese ha insignito lo scrittore di Buenos Aires, da ultimo il premio Lerici Pea 2003 e il premio Poesia Civile Città di Vercelli 2006. Segno che la cifra gelmaniana è pervenuta integra e fresca fino a noi!

La tua sfera artistico-culturale abbraccia teatro, insegnamento, traduzione… Siccome rischierei di omettere o non dare il giusto peso a qualcosa, posso chiederti di autopresentarti sinteticamente ai miei venticinque lettori, con particolare riferimento alla tua attività di traduttrice?

La copertina di Com/posizioni (2011). Per info e ordini: rayuelaedizioni@yahoo.it

Da sempre la parola è il mio gesto espressivo e conoscitivo principale. Muovere, attraversare le parole, trasportarle mi corrisponde più di altro. Già negli studi classici (lettere orientali antiche) e poi nelle esperienze con il teatro di ricerca – che sono stati i miei primi amori – il mio interesse girava comunque attorno all’apparizione della parola, al poterla pronunciare e ripetere, trasferire nei segni e nei gesti, con un costante senso di meraviglia, un piacere essenziale e contemplativo verso di essa. Tradurre è sempre stato il mio gesto più intimo, il mio contatto più meditativo e insieme passionale con la parola. Per queste ragioni, credo, prediligo la poesia.
Ai tempi del liceo passavo pomeriggi interi a tradurre i lirici greci, con esiti di cui vado ancora fiera. Mi sono poi dedicata ai poeti romantici inglesi, a Sylvia Plath, a Rilke, alle lettere di Madame de Sevignè, e moltissimo agli spagnoli e latinoamericani (fra tutti, R. Dalton, A. Storni, L. M. Panero, C. Rodriguez, J. Cortazar). Ho sempre avuto presente e osservato con un senso di complicità l’attività di traduzione di molti poeti che ammiro, una fra tutte quella di Sergio Solmi, che nel suo Quaderno di traduzioni (II, Einaudi, 1977) spiega molto meglio di me il suo modo di intendere la passione e la pratica della traduzione (che condivido).
Certo, anche nell’insegnamento – la mia attività quotidiana – esercito una pratica di conoscenza e trasmissione da e verso il linguaggio. E in quel poco di recitazione che ancora mi trovo a praticare, prediligo sempre e comunque la presenza della parola, la sua epifania nuda e indifesa.

In un messaggio mi hai ringraziato per avere inserito in una mia nota di lettura il (doveroso) riferimento a te in quanto traduttrice del libro, e come tale – ti cito testualmente – appartenente a una “categoria fantasma della letteratura”. Ti riferivi solo alla scarsa considerazione del traduttore in chiave critica o c’è di più? Quali sono secondo te le manifestazioni più scabrose di questo “stato ectoplasmico”?

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et Robertus (Annibal) Caro factus est.

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William Blake

an innocent victim, accordingly

Intanto devo ringraziare l’amica Marina Allegro che, chiedendomi se avessi sottomano una traduzione autorevole di Auguries Of Innocence di William Blake (l’unica è quella di Roberto Sanesi Dario Villa nella ormai esaurita “Fenice” Guanda), mi ha insinuato il desiderio di provare a tradurla.
Sottovaluto sempre il potere di accrescere la musicalità e la fantasia che sta nella pratica della traduzione. Mi ero cimentato già una volta e ora ci riprovo, o voi infelici.

Mi sento molto Annibal Caro – o Gesualdo Bufalino con Les fleurs – ma, secondo me, trattandosi di versi che ricalcano stilemi precisi (filastrocca, proverbio), la rima è praticamente obbligatoria, dunque ci vuole una libertà anche consistente.
Poiché pare che i versi della lirica sian stati spesse volte presentati anche in ordine differente, mi sono sentito libero di spostare le interruzioni sulla base del senso che ho voluto inferirne.
Di seguito il testo. Buona lettura.

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Written by Roberto R. Corsi

7 aprile, 2011 at 15:33

“Nel mio cuore troppo d’assoluto”: invito alla lettura di Gelman

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Vorrei iniziare questo nuovo anno incoraggiandovi a una lettura per me molto preziosa, avvenuta nelle ultime settimane del 2010 complice una giornata di studi cui non ho potuto partecipare ma che mi ha molto incuriosito nei suoi contenuti. Era dedicata giustappunto al grande poeta argentino Juan Gelman, e ho sopperito alla mia latitanza acquistando e divorandomi una copia del suo recente Valer la pena, edito da Guanda nel 2007 con la traduzione di Laura Branchini.
Consigliare la lettura di un poeta laureato [insignito non del Nobel come avevo inizialmente scritto – valga come augurio – ma del Cervantes] può sembrare un’ovvietà (anche se, vista la considerazione della poesia oggigiorno, niente è scontato). Mi è però rimasto, nella forte sensazione della lettura di testi e autorevoli note a commento, un gusto del criticamente inesplorato, a motivo del pesante fardello esistenziale (dunque, necessariamente artistico) che il poeta si porta dietro: la persecuzione, personale e familiare, ad opera del regime (di Guido e poi di Videla). Un fardello che certamente, nell’estremo dolore, è fonte di ispirazione e scaturigine di esiti talora altissimi, ma che in sede critica viene spesso recepito come egemone, come cartina di tornasole da applicare a ogni parola del Nostro. Col rischio di sottacere la vitalità di una poesia che come un delta esplode in mille rivoli, e che già a monte, quasi sorgiva amazzonica, origina da più istanze non riducibili, prime tra tutte le riflessioni sulla condizione umana, assoluta e riflessa nella ricerca di una parola scritta.
Attenzione dunque a non fare di Gelman un “poeta dell’esilio” tout court: occorre saperne respirare ogni sfumatura. E non è cosa difficile, data la sua spontanea alluvionalità tematica, lessicale, culturale, cromatica. Un dire secondo me esorbitante, ed ho usato come titolo una citazione di Arturo Toscanini per significarvelo. Infatti Gelman riversa sul lettore una massa imponente di colori, metafore, ispirazioni – talora sommergendolo in rapide ondate, lasciandogli a malapena il tempo di prendere fiato: e questo, in alcune poesie che appaiono troppo cariche, saltando da un assoluto all’altro, può essere un limite. Altre invece, in cui le densità appaiono poco più controllate, rasentano la perfezione, ricordandomi a tratti il miglior Lorca.
Il mio incontro cartaceo con questo poeta, d’altro canto, è stato non solo positivo ma anche salvifico: rintanato come ultimamente ero in una sclerotica idea della poesia come narrazione, la voce di Gelman mi ha portato a tornare sui miei passi e a provare (spero) il gusto di osare di più (un po’ come negli amati/odiati, ma certamente freschi, inizi). Senza neppure il timore di attingere nel proprio bagaglio di letture, come spesso mi è stato rimproverato: è un sollievo leggere come Gelman nomini Rilke, Celan ed altri mostri sacri trattandoli delicatamente come amici, commensali, voci presenti.
Ho annotato qui sul mio taccuino personale le poesie di Valer la pena che mi hanno convinto del tutto, e sono dieci, ben più di quante me ne fossi segnate con qualunque altro libro; se avessi voluto anche trascrivere gli estratti, le scintille, le metafore, i fulminei accostamenti che mi hanno avvinto isolatamente nel contesto di altre poesie, penso che il mio taccuino sarebbe divenuto un Gelman fansite. Auguro a voi tutti di trovare in questa lettura la mia stessa soddisfazione, e auguro a me stesso che le mie belle intenzioni si traducano in un dire più scintillante.

Written by Roberto R. Corsi

2 gennaio, 2011 at 19:12

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