riempi quel foglio, Peppe! (nuga longa)

Se
troppi
nostri
versi
sono
monoverbali
temo
dovremo
inventare
un
formato
cartaceo
4
per
50.
Altrimenti
i
pioppi
ci
giudicheranno
e
diavoli
ambientalisti
ci
tortureranno
(non
appena
avranno
terminato
con
Ungaretti).

ridi ridi (img wikmedia commons, pubblico dominio)

(17 aprile, “ispirato” da alcune poesie su Medium)

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Sangue amaro, vena aperta

magrellisulla spinta dell’incontro con Valerio Magrelli alle Oblate (io son quello alto con barba e capelli in disordine e che, nella fila per conoscere l’Autore, ha un’espressione “porto la morte sulle spalle”), incontro che mi ha svelato in lui una persona per nulla boriosa e assai affabile, credo di essermi accaparrato, il martedì successivo in libreria, la prima copia fiorentina del suo Il sangue amaro – talmente fresca di stampa che l’inchiostro di copertina cola via al contatto colle dita.
Magrelli giunge a questa raccolta otto anni dopo la precedente, anche se molte poesie sono state anticipate su quotidiani riviste o addirittura mise en scene. In quarta di copertina si parla di raccolta “omogenea” – difficilmente posso essere d’accordo vista la portata (110 poesie) e il time span, se si eccettua il dato formale, che coinvolge il numero 12 non solo nel numero di sezioni, ma anche in alcune delle stesse (giocoforza nel calendario Annopenanno ma pure ne La lezione del fiume composta di rondinets irregolari, cioè – interpreto – stanze di dodici versi senza vincoli di rima né “clausole” né allitterazioni o procedimenti di variazione quali invece ritroviamo in altre poesie: cfr. Welcome a p. 20 e Nei bagni pubblici a p. 26).
Vero è che a mio giudizio il libro si compone di passi patinati ma anche di accenti fortissimi.
Non amo per esempio né la poesia in copertina (che invece è un rondinet regolare almeno nei couplets rimati in testa e coda) né la prima sezione, Coppie di nomi propri, in cui il poeta spende un cospicuo carico di dediche e dove però leggiamo due versi, riferiti a Sanguineti, che mi paiono adattarsi molto anche alla poetica ricercata da Magrelli: “Innesto dello Studio sull’amata Poesia/ Ossia: metà cultura, metà idiosincrasia”. Stella (bi)polare assai condivisibile ma che già dalla sezione successiva Otto volte Natale (cui peraltro appartiene la poesia di copertina) si arricchisce di un ulteriore pulsare, che è quello di una spiccata, violenta e irresistibile confessionalità. La troveremo soprattutto nelle sezioni Timore e tremore e in quella di coda, che dà il titolo alla raccolta.
Chi conosce la mia poesia più recente sa quanto io apprezzi questo esporsi che riguarda nel caso di Magrelli la paura del futuro, la propria ansia, perfino la sua terapia, e l’inversione “sileniana” di nascita e morte che si traduce in un cupio dissolvi peraltro, visto che una poesia è imbevuta di Bach, “ben temperato” (beato lui!) dagli affetti (p. 81). Certo, questi squarci di lama sono circondati, forse subissati dalle altre due componenti, cioè Cultura – come estrema ricercatezza nella versificazione, nel procedimento e nelle citazioni palesi (Kierkegaard) o più nascoste (Hobbes: la bellezza come promessa di felicità; anche tutta la sezione La lezione del fiume non può non essere un richiamo-tributo a Ungaretti Luzi e altri) – e Idiosincrasia, cioè invettiva che non può non sorgere in un attento osservatore dello sfacelo della politica e della morale quotidiana, anche a livello di poetica di massa (irresistibile l’haiku-anti-haiku di p. 54; anche se si potrebbe rilevare che il mese di Aprile a p. 63 ha molto dell’haiku, non tanto nella metrica 3/8/5 ma nella sostanza naturalistica).
Ma sono squarci potenti, e credo centrali nell’opera perché si possono osservare certi rimandi e dualismi. L’inversione nascita-morte (esergo di Chateaubriand: “Mia madre m’inflisse la vita”) è al centro di un parallelismo fedele in due coppie di poesie tra le più belle della raccolta (pp.16-17, pp. 32-33) ma anche di un richiamo nel mese di Gennaio a p. 60 (“il genetliaco,/ il giorno dove muore/ la propria età”).
Questa è la vena aperta che rende il volume vivo, vivente, meritevole. Per il resto vale quanto scritto a inizio 2013 per 15 poesie credo trasfuse in toto qui. Ne aggiungo (o ribadisco, non sto a ricontrollare) due, un rondinet e una stanza in ottonari, confessionali e apprezzate Proustianamente, cioè sotto l’aspetto che ogni lettore, quando legge, legge se stesso.

un dragaggio opportuno: Il ponte di Heidelberg di Sergio D’Amaro

D'Amaro
Sergio D'Amaro, Il ponte di Heidelberg, LaRecherche 2011². Clicca per accedere alla pagina di download.

Non passa giorno in cui non mi convinca un po’ di più che internet sia una risorsa irrinunciabile per il produttore e il consumatore di poesia: accanto al potenziale correttivo delle storture editoriali (su cui vi ho fatto ormai ‘na capa tanta) non va mai dimenticata la capacità di recuperare prove meritevoli impigliate nei fondali del tempo e della scarsa diffusione.
Così è, da stamattina, per Il ponte di Heidelberg, silloge uscita in cartaceo 21 anni or sono e ora riproposta in ebook grazie a LaRecherche.
Queste quarantanove liriche dal piglio epistolare, scritte da Sergio D’Amaro tra il 1984 e il 1989, formano un vero libro d’acqua (prendo a prestito il titolo di una raccolta di Massimo Scrignòli). Nihil novi, direte voi pensando a Ungaretti, a Luzi etc. Ma mi sembra di avvertire in questi versi una dominanza idrica se possibile ancora più completa rispetto alla poesia fluviale dei citati dioscuri. Qui l’acqua esonda, signoreggia il tutto, persino il tempo (gli orologi della quarta lirica sono liquidi), permea il vocabolario di luoghi oggetti e azioni (fluttuazioni, annegamenti…) e in ultima analisi permette una sorta di annullamento come nella chiusa della lirica XXVII: «Ogni desiderio, ogni passione era calma./ E me ne andavo tra i bambini/ con la più totale immersione nelle loro corse/ senza avvedermi del tempo./ E poi giacevo nel lago della stanchezza».

L’immagine del ponte sul fiume Neckar mi appare rappresentare la condizione umana, sospesa sul flusso “escatologico” che la precede e la segue. Essa costituisce un leitmotiv di questa raccolta, avvolta in un sereno scetticismo ahimé raro in questi tempi di – uso volutamente un termine forte – reductio ad deum della poesia. Sereno, dicevo, perché il cupo e perentorio affresco delle liriche XLI e XXXI (cui vi rimando possibilmente in quest’ordine) si stempera, negli ultimi tre versi della raccolta, in distesa agnostica accettazione: «Forse mi basta sapere/ che vengo dall’acqua/ e all’acqua ritornerò».
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che MEN mi graverà com’più m’attempo: La realtà sofferta del comico di Leopoldo Attolico

Leopoldo Attolico, La realtà sofferta del comico, 2010, Aìsara
Dovessi rappresentare la scrittura di Leopoldo Attolico sceglierei la ricetta di un cocktail: due parti di Vito Riviello, maestro della poesia comica; una parte dell’ultimo Saramago, quello che sul divano della Dandini ci ha fatto pensare che più si diventa vecchi (absit aetas Attolico) più si diventa liberi, e più si diventa liberi più si diventa radicali. Ecco allora che la lettura della sua ultima raccolta, La realtà sofferta del comico, edita da Aìsara, diventa una metalettura perché al di là del suo contenuto costringe il presunto recensore a confrontarsi, emozionalmente direi, coi singoli ingredienti, andandoli a cercare nella cambusa sociale e personale. Ove vengono tenuti ben nascosti, questo è il punto.
Comico non è solo non prendere e/o prendersi sul serio. Ma è prendere per i capelli il serio mostrandone la ridicolaggine. Di più, il comico è attiguo alla realtà perché quant’altri mai sa svelarne l’imperfezione. E proprio l’imperfezione, nell’apertura di p. 9, è il fulcro della poesia stessa:

Bella pretesa una poesia senza errori/ una poesia perfetta/ Non è così che si fa/ – quando è proprio la lieve imperfezione/ che cresce su se stessa/ a fare dell’ape e delle sue cellette/ l’unica chance d’amore sufficiente/ il redde rationem che ti salva dalla tangente (…)

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