Roberto R. Corsi

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Fabrizio Dall’Aglio, Le allegre carte

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(pubblico qui l’intervento del 18 dicembre alla Sala Fallaci del Palazzo Medici Riccardi, Firenze, in compagnia dell’Autore e di M. Brancale, P. Lucarini, P. Maccari e un pubblico partecipe)

Fabrizio Dall’Aglio ha ricevuto, come poeta, attenzione critica e premiale a livelli altissimi: basti pensare che il suo primo libro di poesie per Passigli, Hic et nunc. Poesie 1985-1998, si fregia, nel risvolto di seconda, di una nota di Mario Luzi, mentre una sua raccolta più recente, Colori e altri colori, è risultata vincitrice del Camaiore 2015, concorso tra i più importanti che abbiamo in Italia (e aggiungo tra i più virtuosi e completi nel giudizio, basandosi su una giuria popolare accanto a quella tecnica).
Cosa dire, dunque, di nuovo o almeno di non trito? I miei rilievi partiranno, come garanzia di originalità, da spunti personali. A cominciare dalle origini reggiane che condivido con lui per metà, cioè per parte di madre: mio padre giocò per sei campionati come mediano della Reggiana e conobbe mia madre, nata nella centralissima via Guidelli e figlia di un negoziante “sotto Broletto”. Quando poi leggo che alcuni scritti di Le allegre carte rivedono la luce dopo essere stati in origine pubblicati da Prandi, l’amarcord è ancora più intenso dato che per anni, fino a quando nel 1982 mi sono spostato qui a Firenze, abitavo a cento metri dalla Libreria Antiquaria Prandi, sullo stesso viale Timavo, al primo piano di un palazzo dalla facciata kitsch: rosa con rade graniglie amaranto e soprattutto con improbabili – ma non sgradevoli – pitture policrome di antichi egizi accovacciati o a coppie nei tasselli sotto i davanzali; “egiziani” oggi rimossi (anche la tinta è cambiata) ma al tempo eponimi dell’edificio.
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Cinquantaseicozze/XL

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XL.
(Silent Sorrow In Empty Boats)

Se avessi saltato anche un solo aperitivo à la page non avresti
bisogno di girare il mondo per stupirti dinanzi a un crepuscolo: l’interludio
di mezz’ora dopo il tramonto, poi anche stasera il cielo s’infiamma, contagia lo specchio
placido dell’acqua. Il silenzio apre una crepa nel giorno; sbucando dietro le montagne
la luna tende un agguato di raggi al minuscolo battere dell’onda. Ma tutti
compiuto il mactatus del sole han già vòlto le spalle verso case infossate
nel viale interno, intrise di tenebra e muschio. Qui ora solo io, e forse la scena conosce
i miei giorni infeltriti e spinosi, avvitàti tra il bisogno
di trattenere gli attimi e l’astio di chi mi vuole lontano, decomposto
in metropolitane parvenze. Conosce, consola coll’inudibile respiro, un pianissimo
di barche da seppia che nell’ultime schegge d’arancio e di viola
arano la bonaccia arpeggiando tristezze in gialloverdi luci di via.

 

 

[Cinquantaseicozze – raccolta inedita a puntate]
[opera protetta da plagio mediante marcatura temporale legale – redistribuibile con Licenza CC]

Cozza prec. | Inizio | Cozza succ. (dal 9/9/13 h. 9:00)

Written by Roberto R. Corsi

2 settembre, 2013 at 08:00

Pubblicato su a puntate, materiale, poesia

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