Roberto R. Corsi

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Posts Tagged ‘Franco Fortini

“Se ‘l Corsi s’assottiglia non è più lui”: secondo dei #Corsileaks e #Cartevive

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Ieri mattina Giulio Maffii ha operato su Carteggi letterari la sua selezione di poesie da Grafite bianca, dando così corso al secondo dei #Corsileaks (il primo qui). Grazie per le lusinghiere parole, Giulio: anche se non sum dignus, fanno bene. A parziale risposta, non so che destino avrà questa raccolta che considero ancora aperta ancorché “stabile” (con tutta la valenza ossimora della sua provenienza da scrittore instabile). Al quarto leak la metto tutta online e fàmo prima.


Alle diciassette, invece, il pomeriggio di Carte Vive, un’occasione per discutere in modo spontaneo di critica, di come si portano avanti le proprie idee letterarie, il “canone” etc. Qui in foto vedete la formazione, primo da sinistra il Falstaff de noantri (da cui la citazione nel titolo), a seguire M.V. Sanfilippo, M. Brancale, P. Lucarini, E. Gurrieri. Ottimi, inter alia, i lavori su Sandro Penna e Luigi Capuana da parte delle correlatrici Elena e Maria Valeria, e vi consiglio con enfasi i loro volumi linkati appena ora; oltre a quello “eponimo” della giornata. Da parte mia, nonostante la mia formazione recensoria che considero tuttora in fieri, spero di aver dato qualche spunto orientativo, svariando tra citazioni, nomi, perfino musica classica (ah, la ferocia critica!) e qualche indicazione online che è sempre difficile proporre “dal vivo” senza link in sovrimpressione.
Avevo preparato una traccia robusta, per lo più ridondante. Salverei il mio richiamo verso la città nemica a “ca…lcolare” un po’ di più Fortini (manca poco al dieci settembre del centenario), e la frase che maggiormente si avvicina per me a un canone condiviso e “dinamico”. La trovate a pagina 92 della bella raccolta di saggi critici di Massimo RaffaeliL’amore primordiale, edita da Gaffi (qui copioncollo dai miei appunti e vi saluto):

«convinzione che la poesia, oltre il codice lirico dei sentimenti, disponga di un ornato più fermo e solenne, atto a esprimere il ragionamento sui fatti presenti e la meditazione filosofico-politica. Laddove, cioè, un “io” possa sempre implicare un “noi” senza rinunciare a essere “io”, e viceversa».
Questo “canone” io lo penso come qualcosa di dinamico, una corda tesa tra sentimento lirico e osservazione esterna, lungo la quale ciascun poeta appenderà la molletta del suo dire alla distanza desiderata tra i due poli. Nessuno dei due poli però può scomparire del tutto, e anche in un capolavoro poetico di Fortini, la poesia La città nemica, l’ultimo verso vede l’Autore liricamente camminare “con un pugnale nel cuore” spalancando l’animo alla speculazione del lettore.
(Nota: forse mi è riuscito di raggiungere l’optimum una sola volta su ben 3-4 raccolte! è dura)

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Sulle tracce delle pozzanghere: “La Pòlis che non c’è” di Ennio Abate

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Ennio Abate (img © Poliscritture)

Calo l’asso in prima mano: l’opera Premio Franco Fortini 2012 per la poesia politica e civile è con ogni probabilità un libro necessario, come tutti quelli che riescono, oltretutto con notevole varietà di registro, a delineare un processo storico e persino a prevederne gli anni immediatamente successivi (2013-oggi), che del resto non stanno registrando altro che un’accelerazione delle tendenze.

Quasi basterebbe a dirlo tale tutta la pagina 13, con cui si conclude la “poesia lunga della crisi lunghissima”, breviario di durata ultragenerazionale (1978-2012: 34 anni!) della sconfitta e, “resistance is futile”, della ormai necessaria o meglio ineludibile consapevolezza di un confinamento in “zona grigia”.
Per questo confinamento spesso Abate conferisce ai suoi versi l’appellativo di “poesia esodante”: a mio avviso più nel puro senso etimologico di “uscita” dalla scena che nei suoi portati politico-giuridici previdenziali di trista attualità (vedi sotto). Lo stesso titolo della raccolta, come spiegato nella nota conclusiva, fa riferimento «alla perdita della speranza per ogni possibile noi politico» intravisto nell’accecante bagliore sessantottino.
Non si pensi però, nonostante la caduta della spes e qualche frammento lungo il libro, a una poesia arrendevole. L’esodo da ogni progettualità non è, come per le pensioni, transattivo: non vuole e non deve significare un ammorbidimento della coscienza scrivente. Oltretutto si tratta, a mio avviso e contra autorem, di poesia politica, proprio per il suo cantare l’assenza della politica come progetto collettivo. Dunque di “autopsia della politica”, di fenomenologia negativa della stessa.
Esplicito poi il risentimento – sempre nella nota finale – contro coloro i quali hanno imposto «l’inchino ai dominatori»; non enumerati ma ben individuabili durante la lettura. Il che, unitamente a quanto si legge su Poeti Intellettuali e Lettori, dà ben poco – vivaddio! – il senso di “scendere a reciproche concessioni”, di acquiescenza, e restituisce piuttosto un sentore di satira schietta, vigile, feroce e amara. Sentore acuito dalle frequenti tirate ad personam, per intellettuali e riviste di sinistra («Il Manifesto europeizzato», oppure L’Unità del 2011, «organo plaudente del PD»; che scriverebbe Abate oggi?) – troppe per essere riportate per intero.
In sintesi, lo spirito del libro mi sembra quello espresso dal punto 1 del manifesto della rivista/sito di cui Abate è redattore, Poliscritture: pur memore della sconfitta delle esperienze di emancipazione o rivoluzione del Novecento e del fallimento delle dissidenze nei paesi del fu «socialismo reale», non rinuncia a costruire samizdat di critica elementare contro le menzogne dei potenti, anche quelle travestite da «senso comune».

In questo spirito, comunque la si voglia definire, la poesia di Abate, oscillando tra registri rasoterra e molto alti, è potente e precisa nel cogliere alcune declinazioni dei nostri tempi. Sin dalle reazioni al rapimento di Moro, 17 Marzo 1978 (p. 19): Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

9 ottobre, 2015 at 11:00

#Fortini98

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Lettera22
Celebro il novantottesimo compleanno di questo gigante poetico con le meningi ancora fumanti per essermi sobbarcato l’intero “Oscarone” Mondadori con
Tutte le poesie, pubblicato con la cura di Luca Lenzini. Scelgo un approccio leggero, per spunti e toni eterogenei.

1) Mi sarebbe piaciuto conoscere questo intellettuale, tre anni più giovane di mia nonna (avrei fatto, crudelmente, uno swap? Sì). Magari tra Ameglia, Bavognano e Montemarcello, microterritorio/ “città amica” dove soggiornava e ora riposa. Di lui si narra spesso il carattere spigoloso e polemico. Se mi fossi azzardato a parlargli della mia poesia, immagino che mi avrebbe trattato con sufficienza o sprezzo; io avrei evitato ritorsioni, come spesso mi avviene, essendo timido. Se però mi avesse preso nei miei cinque minuti d’ira repressa, tipo quando i vicini lasciano spalancato il cancello condominiale, gli avrei ribadito con inelegante calembour che ha fatto bene a scegliere il cognome materno anziché il patronimico Franco Lattes. Esempi di possibili titoli avvelenati: “Lattes ai cogl…” per dire, a seconda dei casi, che il personaggio è sfiancante o che la sua poetica è per sprovveduti; “Lattes e i suoi derivati” per definirne gli epigoni pedissequi e sciocchi.

2) A F. si associa immediatamente un’idea di disintermediazione (tanto per stare su un termine di moda; o di poesia Senza mediazione, prendendo il titolo che chiude I destini generali; ancora, si parla di “istanza straniante” o, con P.V. Mengaldo, di “funzione Fortini”): l’affrancamento della poesia dall’io poetante. Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

10 settembre, 2015 at 08:08

Vati-cinio

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«Vedi Salvini che invecchia coi muratori»
(F. Fortini, A Cesano Maderno, da Una volta per sempre (1960-62), v. 24)

Anni di comunismo
E una bella poesia
Fottuti dalla fottuta omonimia!

(Pure, ci si potrebbe vedere
Un profetico invito
A piantarla, e le “ruspe”, finalmente,
Manovrarle in cantiere)

[inedito, 4.9.15]

ffortini

Written by Roberto R. Corsi

5 settembre, 2015 at 07:48

Pubblicato su inediti, poesia

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