Michel HOUELLEBECQ, Configurazioni dell’ultima riva

By Fronteiras do Pensamento [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)%5D, via Wikimedia Commons

Il Philip Larkin di Sia questo il verso ma anche del fulminante incipit di Finestre alte; alcune poesie giovanili di Giorgio Manganelli; certamente I fiori del male di Charles Baudelaire. Questi i nomi e i numi che, per motivi diversi, mi sono venuti in mente leggendo la raccolta di poesie (e qualche prosa) dell’acclamato Michel Houellebecq, tradotta per Bompiani da Alba Donati Fausta Garavini.
Accompagnato, al tempo dell’uscita (fine 2015), da copiose interviste (una, molto bella e a cura di Stefano Montefiori, anche su La lettura), il volume porta il crisma o più probabilmente lo stigma del suo creatore: romanziere di successo, foriero di posizioni talora scomode, personaggio pubblico per il quale vige il più classico o si ama o si odia. Molti lo odiano, però, tra provocazioni, dice o constata cose talora esatte. Come, nella citata intervista, che la poesia non perdona l’ironia (glossa: almeno di qua dall’oceano).

Coerentemente con le dichiarazioni programmatiche, Houellebecq verseggia una condizione umana solitaria e disperata, una felicità estremamente ardua se non impossibile, una morte già presente e da pronunciare senza tabù, un senso della vita “ammesso e non concesso” che si identifica spesso con nient’altro che con animalità e istinto sessuale, con la negazione di ogni supporto psicologico, con la negazione di qualunque solidarietà umana o cavalleria, fino all’accensione Mimnermiana della catastrofe dell’impotenza che diventa glaciazione esistenziale in un mondo che sembra gettare la maschera.
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Due parole su Houellebecq

img The Guardian

Esce giovedì per Bompiani Configurazioni dell’ultima riva, il libro con le poesie di Michel Houellebecq, con la traduzione di Fausta Garavini e Alba Donati (debutto ufficiale come traduttrice della poetessa fiorentina: complimenti).
Su La lettura di questa settimana viene dato amplissimo spazio, ben tre pagine, a un’intervista all’Autore a cura di Stefano Montefiori, ove peraltro si spazia dal libro di poesie alla narrativa, alla vita personale, alla visione politica di Houellebecq, cui non difettano certo personalità e vis argomentativa.
Aspettando l’uscita del libro per un giudizio completo, mi soffermo su due aspetti. [perdonatemi se di qui in avanti indico Houellebecq con l’iniziale, per comodità]

Le parole di H. sulla poesia, nell’intervista, si confrontano nella mia testa con quelle di alcuni autori affrontati recentissimamente, in primis il poeta Billy Collins (introduzione a Balistica) e il filosofo Joan Fuster (Dizionario per oziosi, 1964; citato anche in Pg Bellocchio). Col primo, H. è in accordo a metà: da un lato troviamo in entrambi l’idea del maggior piacere a scrivere poesia piuttosto che in prosa; mentre invece è totalmente smentita l’opportunità, cara a Collins, di conciliare humour (di livello; ironico e autoironico) e poesia; anzi «La poesia non sopporta l’ironia e neanche lo humour». Coerente invece con Fuster, che alla voce Scetticismo (visto benevolmente come «unico correttivo possibile del fanatismo e della stupidaggine… incline a praticare il sarcasmo… forma igienica ed efficiente di carità») statuisce che lo scetticismo (dunque il sarcasmo) «è incompatibile con la poesia lirica», risolvendosi i suoi tentativi in versi pedanti.
Io mi ritengo una persona scettica e sarcastica che prova a trasfondere ciò in poesia; però mi rendo pienamente conto di questa barriera ideologica che probabilmente è ostativa al mio riconoscimento come poeta (ha quasi vinto). Ben più gravemente, constato come un vero grandissimo poeta ironico e sarcastico come Vito Riviello sia caduto nel dimenticatoio (certamente per l’editoria maggiore; credo anche in molte coscienze).
In parole povere: penso che H. abbia ragione, forse non nella sostanza, ma di sicuro nella disposizione degli armenti e dei custodi della poesia; per salire nel club Arcadia bisogna essere serissimi e fideistici. Possibilmente innocui.

Per fortuna H., pur rinunciando al sarcasmo, è tutto meno che innocuo. E qui veniamo al secondo aspetto: le due poesie anticipate sul settimanale. Una in particolare, dedicata a una diciassettenne che lavora in aeroporto, mi lascia speranzoso. Potete leggerla sul mio taccuino e per pura, felice coincidenza, viene a essere l’esatto opposto della famosa poesia “tanto ammòre” sulla cassiera del supermercato che ho preso a paradigma tempo fa e mi ha fruttato un invito al lavoro gastronomico e qualche ribattuta mediatica in più. In entrambe ci si rivolge a un ceto più basso (qui abbiamo anche il lavoro minorile), ma in H. ogni empatia di maniera è rimossa, il carattere darwinista del sistema non è occultato, fino alla rappresentazione della bruttezza/abbrutimento. Trattata là diplomaticamente come fonte di un non meglio specificato ammaestramento; qui invece, freddamente, nella sua irredimibile tristezza. «L’amore non è che per i belli, non c’è speranza per una “povera ragazza” poco attraente»; l’intervistatore lo coglie e H. lo conferma come «evidenza».

Mi aspetto dunque qualcosa da questo libro in uscita. Che sarà forse una meteora (di sicuro H. resterà e combatterà piuttosto sul fronte narrativo), ma almeno per un po’ potrebbe rappresentare una puntura urticante per un corpo poetico, lirico o di ricerca quanto volete, ma immancabilmente così politicamente corretto

Postilla: Simone Di Biasio mi ricorda, e lo ringrazio, un punto dell’intervista in cui, alla domanda “perché pubblicare poesie”, H. risponde «forse perché sono celebre?…». Dietro il motto di spirito si nasconde, quando non una critica, la constatazione del meccanismo editoriale. È un punto doloroso che lascio alla vostra riflessione. Il grado zero, vale a dire il fenomeno per cui è più semplice diventare poeta essendo già personaggio pubblico che fare il tragitto opposto (come sarebbe naturale), lo avevo affrontato qui. Come attenuante va considerato che H. è divenuto celebre in quanto scrittore anziché soubrette o calciatore…