Roberto R. Corsi

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Giorgio Caproni, “Il Terzo libro e altre cose”, nuova edizione.

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la nuova copertina

Intendiamoci: qualunque cosa esca di Giorgio Caproni, qualunque cosa abbia l’effetto di sospingere l’attenzione di pubblico e critica verso questo grandissimo (allo stato della mia conoscenza, come si dovrebbe sempre dire prima di un superlativo, il più grande) del nostro novecento in versi, non può che farci bene.
Però non posso accogliere la recentissima riedizione di questo storico libro della “bianca” Einaudi con entusiasmo, nonostante la fattura delle poesie e di ciò che, dopo quasi mezzo secolo, le accompagna, ossia il saggio in coda di Luigi Surdich e la pregevole cura di Enrico Testa, che stimo e col quale concordo sul giudizio d’ineguagliata grandezza del poeta nel secolo scorso.

L’operazione non vuole, né potrebbe, aggiungere niente di inedito, ma riprodurre “oggettisticamente” – pur con una differente lirica in copertina e con l’aggiunta dell’apparato critico di cui già abbiamo detto – la singolarità di un libro (1968) che da un lato volle sintetizzare l’esperienza in versi fin lì occorsa, dall’altro – anche per il fatto che alcune poesie trasmigreranno ne Il muro della terra (1975) – guardare agli sviluppi dell’espressione caproniana.

I problemi sorgono per chi come me pensa che il tardo Caproni surclassi il precedente. Il tardo Caproni, ossia quello da
Il franco cacciatore, dunque dal 1982, in poi; e qui lasciatemi dire come, in un panorama attuale in cui conta di più se sei ggiòvane della qualità dei versi che scrivi, contemplare un filotto di capolavori scritti dai settant’anni in avanti sia un dato piuttosto consolante!
Questo Caproni surclassa il precedente proprio in quel che annota Testa a proposito del libro di cui stiamo parlando, cioè nel «modo vissuto» di una lingua poetica fatta di continue interrogazioni, esclamazioni, interruzioni e riprese del discorso. Ancillare alla continua, dolorosa e dubbiosa ricerca del Nostro.
Filtrato da queste considerazioni, il libro appare un’uscita debole, perché la componente del Terzo libro direzionata in avanti (cioè verso la compiutezza di questa lingua) è palpabilmente inferiore rispetto a quella retrospettiva.
Anzi: doppiamente debole! in quanto, avventurandoci fuori dall’omnicomprensivo Meridiano con l’intero opus poeticum, non sono state messe in opera – a parte questa – analoghe ristampe di opere caproniane singolarmente prese. Ristampe che per le ultime opere – Il franco cacciatore, Il Conte di Kevenhüller, Res amissa; tutte irreperibili uti singula – non smetto di auspicare. Ma attorno alle quali continuo a respirare un quantomeno vago sentore di embargo, come già scrissi in occasione del centenario. Non essendo in me ancora venuta meno, a distanza di un quadriennio, la mestizia per questo paese suscitata dalle esternazioni del figlio Attilio o dal contestuale articolo de L’Avvenire (ho già detto quel che penso al link qui sopra). O ancora dagli incontri letterari che scaturirono nella mia città in occasione della ricorrenza, tutti “Genova e ammòre” e nessuno orientato sul «lucido e rastremato e geometrizzante poeta del vuoto e del nulla», citando ancora l’ottimo Testa.
Haec tempora, haec Italia. Nondimeno, ammetto che tutto ciò m’indisponga; e ammetto di vedere anche la riesumazione di questo Terzo libro, e non d’altro, in questo cono d’ombra.

Un progetto, in conclusione, che ha sicuramente la sua importanza “archeologica”, che consiglierei allo studioso però non al neofita né, soprattutto, a chi punti al Caproni più potente. Meglio, per costoro, conservare i soldi per acquistare il meridiano. Qualche risparmio aggiuntivo e la vista che si schiuderà sarà immensamente più estesa e ammaliante. 

Written by Roberto R. Corsi

23 marzo, 2016 at 19:21

Di che premio sei? Viareggio vs. Camaiore (contiene una proposta)

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francescobelluomini

Francesco Belluomini (foto QN)

Tra il Grand Hotel Principe di Piemonte a Viareggio e l’UNA Hotel Lido di Camaiore ci sono solamente tre chilometri e duecento metri di lungomare; essi però ospitano le serate finali di quelli che probabilmente sono i più importanti premi di poesia in Italia, paese lungo 1291 km e largo 600.

Nonostante questa vicinanza geografica che ricorda un proprium toscano, il campanilismo, i due premi sono diversissimi e scorrerne l’albo d’oro può tradursi in qualche considerazione domenicale.
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“DinoCampana Dispert”: invito alla lettura de “La notte della cometa” di Sebastiano Vassalli

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Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa, dalla sua tenda l’uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall’ombra di Nessun Dio. (da Pampa) 

vassallidedica

un giorno qualche detrattore rispolvererà questa dedica, ma non importa 🙂

Oggi, il venti di Agosto, scoccano i centotrenta anni dalla nascita di Dino Campana. Tra sei giorni sarà passato un mese dalla dipartita di Sebastiano Vassalli.
Come certo saprete, i due sono legati dal romanzo-inchiesta del secondo sul primo, La notte della cometa. Mi è capitato di leggerlo e terminarlo proprio 3 giorni fa, avvicinandomi all’anniversario del tutto casualmente. La lettura era invece premeditata e niente affatto figlia del “turismo letterario post mortem” (che comunque ben venga, essendo sempre meglio dell’oblio): ho regalato un po’ interessatamente il libro a B. per le festività natalizie e ho aspettato che lo terminasse per leggerlo a mia volta.

Voglio parteciparvi, con questo breve post, il senso di autentica riscoperta della scrittura campaniana che ho sperimentato grazie alla lettura di questo libro; il primo che sento come veramente propedeutico nell’avvicinamento a un poeta; quando invece, quasi sempre, caldeggio piuttosto la presa di conoscenza immediata dei versi, senza il filtro di prefazioni introduzioni o apparati.
Oltre all’ottimo stile e alla verve (gustosissime per es. le pagine-resoconto sul passaggio della cometa, alle pp. 133-135), oltre all’ampiezza delle fonti e alle perle di saggezza introspettiva qua e là dispensate, credo che il merito principale di Vassalli sia stato quello di saper proporre al lettore la prosa poetica del Nostro “a piccole dosi” sciolte lungo il testo, in lacerti; scalfendo la consistenza spesso monolitica dei Canti orfici o del restante materiale in favore di squarci di puro nitore. E inserendoli attivamente entro la cornice narrativa: a volte affiancandola fedelmente, altre volte trasponendoli in un contesto diverso ma che l’interprete Vassalli avverte come affine. Come esempio del primo caso, a p. 109, il brano che ho posto in esergo a questo articolo; come esempio invece di trasposizione, il passo in francese del vecchio cavaliere milanese (Stia, 20 settembre), utilizzato a p. 129 per descrivere il progressivo sfociare in indifferenza dell’astio tra Dino e la madre Fanny: Comme deux ennemis rompus/ Que leur haine ne soutient plus/ Et qui laissent tomber leurs armes!
Con questa interpretazione “storico-evolutiva” dei Canti orfici ma anche degli scritti inediti, Campana ritrova freschezza e il romanzo di Vassalli acquista profondità e colore.  Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

20 agosto, 2015 at 08:00

Poesia, marketing e Magritte: l’articolo di Di Stefano et alia

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magritte-argonne

René Magritte, La battaglia delle Argonne, olio su tela, 1956, collezione privata.

Buon Ferragosto a tutti.
Le liste di poeti e le discussioni (cicliche a ogni estate) sullo stato della poesia non mi esaltano più di tanto. Tuttavia non si può ignorare l’ormai strafamosa inchiesta a doppia pagina a firma Paolo Di Stefano su La lettura della scorsa domenica (scaricala dal sito LvF). Tutti ne avete parlato e forse scritto; io mi limito all’essenziale ché tra poco mi portano una vassoiata di fritto e va mangiato caldo, sennò si pianta.  

In primo luogo l’ennesima lista/ who’s who, che avrà fatto incazzare qualche escluso. Un pugno di “scuderie poetiche” piuttosto prezzemoline è rimasto fuori, una è stata fatta rientrare dalla finestra da un articolo di Alessandro Trocino, che linko in calce. Qualcuno dirà: ‘sticacchi le liste, sono ontologicamente incomplete e discrezionali. Giusto, ma questa non è la lista di Radio Bitonto Libera (cit.), è quella che esce sul maggior quotidiano nazionale, dunque ha il suo bel peso: effetto marketing e qualche beneficio alle vendite son pressoché garantiti. Mi adeguo, telegraficamente e tralasciando l’opera di espunzione di chi non avrei messo in lista: mancano all’appello perlomeno le voci mature di Liliana Ugolini e Viola Amarelli nonché quelle nuove di Stelvio Di Spigno (1975) e Francesco Targhetta (1979). L’esclusione delle due gentildame m’è particolarmente dolorosa, anche se ha l’attenuante della loro scarsa distribuzione, dovuta a motivi diversi. 

Non mi dilungo sulla poesia viva o morta – rectius: sulla sua diffusione. Una risposta esauriente la dà il raffronto tra alcuni passaggi-intervista nell’articolo: da un lato certa poesia vende, dall’altro – bene dice Enrico Testa – “la figura del poeta-intellettuale non gode più di buona fama ed è sempre meno gradita, sia nei giornali che nell’editoria”. Il fenomeno peggiorerà a spirale perché viviamo nell’epoca del “personaggio pubblico, ergo scrittore”, non viceversa, quindi quanto meno sarai famoso tanto meno avrai chance di essere legittimato come scrittore. Ma in generale, mentre la massa può sempre sperare che un narratore scriva come un adolescente di terza media (ne abbiamo fulgidi esempi a chilometro zero), per il poeta – sviluppando quanto dice Testa nel prosieguo – la ricerca sulla parola o sull’architettura del verso attira su sé antipatia, ostracismo e castighi verbali.

Ma quel che più mi preme è evidenziare il passaggio per me più significativo di tutta l’inchiesta; mi sembra infatti che sia stato sottolineato poco o punto:  Leggi il seguito di questo post »

Fiori, muschi e licheni: Fiori del mare di Gianni D’Elia

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Attenzione: contiene volgarità! 
(ma non son mica io: è la realtà!)

Gianni D’Elia (dal sito Einaudi)

Antefatto: il 17 giugno l’attent* twitter manager Einaudi replicava a un mio tweet che accennava al divario tra contenuti della poesia e società, citando rapidissimamente una lirica di Gianni D’Elia, L’onda dei morti, dal suo ultimo libro appena uscito nella “bianca”, Fiori del mare.
Incuriosito, faccio due più due con la circostanza che D’Elia sarebbe stato pochi giorni dopo alla Galleria Immaginaria a presentarlo. Non potendo andare io di persona, mando una giovane apprendista e ottengo comunque una copia con dedica di questo “canzoniere adriatico” d’ideazione, a quanto leggo, pluridecennale. Dopodiché, sotto con la lettura del libro, baudelairiano nel profondo a partire ovviamente dal cambio di consonante del titolo, per proseguire con disposizione in Sale che riecheggiano flebilmente le sezioni di Les fleurs, dedica preliminare e congedo (con “nappo dell’addio”, si direbbe mahlerianamente), e culminare nel ricorso all’endecasillabo nelle quartine, via via più marcatamente in rima alternata o incrociata.

Episodio immaginifico e giudizio: Un mese dopo, giovedì scorso alle sette e mezza di sera, stavo leggendo sul mare, con una certa insofferenza, un passaggio particolarmente stucchevole, mariniano – Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

20 luglio, 2015 at 10:41

Sangue amaro, vena aperta

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magrellisulla spinta dell’incontro con Valerio Magrelli alle Oblate (io son quello alto con barba e capelli in disordine e che, nella fila per conoscere l’Autore, ha un’espressione “porto la morte sulle spalle”), incontro che mi ha svelato in lui una persona per nulla boriosa e assai affabile, credo di essermi accaparrato, il martedì successivo in libreria, la prima copia fiorentina del suo Il sangue amaro – talmente fresca di stampa che l’inchiostro di copertina cola via al contatto colle dita.
Magrelli giunge a questa raccolta otto anni dopo la precedente, anche se molte poesie sono state anticipate su quotidiani riviste o addirittura mise en scene. In quarta di copertina si parla di raccolta “omogenea” – difficilmente posso essere d’accordo vista la portata (110 poesie) e il time span, se si eccettua il dato formale, che coinvolge il numero 12 non solo nel numero di sezioni, ma anche in alcune delle stesse (giocoforza nel calendario Annopenanno ma pure ne La lezione del fiume composta di rondinets irregolari, cioè – interpreto – stanze di dodici versi senza vincoli di rima né “clausole” né allitterazioni o procedimenti di variazione quali invece ritroviamo in altre poesie: cfr. Welcome a p. 20 e Nei bagni pubblici a p. 26).
Vero è che a mio giudizio il libro si compone di passi patinati ma anche di accenti fortissimi.
Non amo per esempio né la poesia in copertina (che invece è un rondinet regolare almeno nei couplets rimati in testa e coda) né la prima sezione, Coppie di nomi propri, in cui il poeta spende un cospicuo carico di dediche e dove però leggiamo due versi, riferiti a Sanguineti, che mi paiono adattarsi molto anche alla poetica ricercata da Magrelli: “Innesto dello Studio sull’amata Poesia/ Ossia: metà cultura, metà idiosincrasia”. Stella (bi)polare assai condivisibile ma che già dalla sezione successiva Otto volte Natale (cui peraltro appartiene la poesia di copertina) si arricchisce di un ulteriore pulsare, che è quello di una spiccata, violenta e irresistibile confessionalità. La troveremo soprattutto nelle sezioni Timore e tremore e in quella di coda, che dà il titolo alla raccolta.
Chi conosce la mia poesia più recente sa quanto io apprezzi questo esporsi che riguarda nel caso di Magrelli la paura del futuro, la propria ansia, perfino la sua terapia, e l’inversione “sileniana” di nascita e morte che si traduce in un cupio dissolvi peraltro, visto che una poesia è imbevuta di Bach, “ben temperato” (beato lui!) dagli affetti (p. 81). Certo, questi squarci di lama sono circondati, forse subissati dalle altre due componenti, cioè Cultura – come estrema ricercatezza nella versificazione, nel procedimento e nelle citazioni palesi (Kierkegaard) o più nascoste (Hobbes: la bellezza come promessa di felicità; anche tutta la sezione La lezione del fiume non può non essere un richiamo-tributo a Ungaretti Luzi e altri) – e Idiosincrasia, cioè invettiva che non può non sorgere in un attento osservatore dello sfacelo della politica e della morale quotidiana, anche a livello di poetica di massa (irresistibile l’haiku-anti-haiku di p. 54; anche se si potrebbe rilevare che il mese di Aprile a p. 63 ha molto dell’haiku, non tanto nella metrica 3/8/5 ma nella sostanza naturalistica).
Ma sono squarci potenti, e credo centrali nell’opera perché si possono osservare certi rimandi e dualismi. L’inversione nascita-morte (esergo di Chateaubriand: “Mia madre m’inflisse la vita”) è al centro di un parallelismo fedele in due coppie di poesie tra le più belle della raccolta (pp.16-17, pp. 32-33) ma anche di un richiamo nel mese di Gennaio a p. 60 (“il genetliaco,/ il giorno dove muore/ la propria età”).
Questa è la vena aperta che rende il volume vivo, vivente, meritevole. Per il resto vale quanto scritto a inizio 2013 per 15 poesie credo trasfuse in toto qui. Ne aggiungo (o ribadisco, non sto a ricontrollare) due, un rondinet e una stanza in ottonari, confessionali e apprezzate Proustianamente, cioè sotto l’aspetto che ogni lettore, quando legge, legge se stesso.

Written by Roberto R. Corsi

17 febbraio, 2014 at 14:13

I pontieri di Nimrod: Laura Branchini

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Questo blog si è montato la testa: dopo aver conosciuto lungo le autostrade informatiche un’eccellente traduttrice, Laura Branchini, ne ha approfittato per porle qualche domanda generica cui lei, gentilissima, ha subito risposto. La ringrazio davvero tanto.
Laura è la traduttrice di riferimento per la lingua italiana dell’opera di Juan Gelman, poeta di cui ci siamo occupati or non è guari. Queste le sillogi pubblicate con la sua traduzione: Lettera a mia madre (Guanda), Nel rovescio del mondo (Interlinea), Doveri dell’esilio (Interlinea), Valer la pena (Guanda) e il recentissimo Com/posizioni (Rayuela). La qualità del lavoro di Laura, a mio avviso, è testimoniata anche dai premi con cui il nostro paese ha insignito lo scrittore di Buenos Aires, da ultimo il premio Lerici Pea 2003 e il premio Poesia Civile Città di Vercelli 2006. Segno che la cifra gelmaniana è pervenuta integra e fresca fino a noi!

La tua sfera artistico-culturale abbraccia teatro, insegnamento, traduzione… Siccome rischierei di omettere o non dare il giusto peso a qualcosa, posso chiederti di autopresentarti sinteticamente ai miei venticinque lettori, con particolare riferimento alla tua attività di traduttrice?

La copertina di Com/posizioni (2011). Per info e ordini: rayuelaedizioni@yahoo.it

Da sempre la parola è il mio gesto espressivo e conoscitivo principale. Muovere, attraversare le parole, trasportarle mi corrisponde più di altro. Già negli studi classici (lettere orientali antiche) e poi nelle esperienze con il teatro di ricerca – che sono stati i miei primi amori – il mio interesse girava comunque attorno all’apparizione della parola, al poterla pronunciare e ripetere, trasferire nei segni e nei gesti, con un costante senso di meraviglia, un piacere essenziale e contemplativo verso di essa. Tradurre è sempre stato il mio gesto più intimo, il mio contatto più meditativo e insieme passionale con la parola. Per queste ragioni, credo, prediligo la poesia.
Ai tempi del liceo passavo pomeriggi interi a tradurre i lirici greci, con esiti di cui vado ancora fiera. Mi sono poi dedicata ai poeti romantici inglesi, a Sylvia Plath, a Rilke, alle lettere di Madame de Sevignè, e moltissimo agli spagnoli e latinoamericani (fra tutti, R. Dalton, A. Storni, L. M. Panero, C. Rodriguez, J. Cortazar). Ho sempre avuto presente e osservato con un senso di complicità l’attività di traduzione di molti poeti che ammiro, una fra tutte quella di Sergio Solmi, che nel suo Quaderno di traduzioni (II, Einaudi, 1977) spiega molto meglio di me il suo modo di intendere la passione e la pratica della traduzione (che condivido).
Certo, anche nell’insegnamento – la mia attività quotidiana – esercito una pratica di conoscenza e trasmissione da e verso il linguaggio. E in quel poco di recitazione che ancora mi trovo a praticare, prediligo sempre e comunque la presenza della parola, la sua epifania nuda e indifesa.

In un messaggio mi hai ringraziato per avere inserito in una mia nota di lettura il (doveroso) riferimento a te in quanto traduttrice del libro, e come tale – ti cito testualmente – appartenente a una “categoria fantasma della letteratura”. Ti riferivi solo alla scarsa considerazione del traduttore in chiave critica o c’è di più? Quali sono secondo te le manifestazioni più scabrose di questo “stato ectoplasmico”?

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