Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Posts Tagged ‘Edoardo Sanguineti

Giovanni Bellini, Quattro allegorie (inediti)

leave a comment »

Le concatenazioni casuali a carattere culturale sono sempre felici. Forse questo slancio improvviso verso una modalità che credevo definitivamente in me sopita si deve alla lettura delle poesie di Eleonora Pinzuti (in uscita imminente, spero di occuparmene presto), in cui il dato archetipico viene costantemente e provvidamente vivificato…
Poche ore più tardi leggevo invece di una mostra su Aldo Manuzio alle veneziane Gallerie dell’Accademia e mi sono soffermato sul dettaglio delle superbe ed enigmatiche allegorie di Bellini (sono databili attorno al 1490, e sono conservate in Galleria in pianta stabile).
In passato mi sono arrabattato, non so quanto chiaramente, su ekphrasis e, mio azzardo linguistico, diaphrasis; intendevo che l’obiettivo fosse quello di non fermarsi alla descrizione di un’opera (o, estendendo per analogia, di un dato culturale preesistente) estratta (ek-) fedelmente, bensì di veicolare attraverso (dia-) essa il proprio vissuto.  
Oggetto di alcune prove precedenti, per fermarsi solo al pittorico, Incredulità di San Tommaso, L’alzaia di Signorini, la Venere di Urbino, la Foce del Cinquale di Carlo Carrà. Le poesie che hanno tratto spunto da queste opere hanno circa un decennio e potete leggerle nel mio free ebook antologico.
Stamane invece la scrittura si è biforcata: l’ekphrasis vera e propria è allineata al centro, la trasfigurazione nel personale invece è allineata a sinistra.
Buona lettura.

A few credits: ornato come maschio… è un verso di Franco Buffoni (da Quaranta a quindici, Crocetti, 1987); il chiaramente successivo è un tormentone ormai liturgico nel panorama della manovalanza culturale. Come statua di Giove è un inciso che uso spesso e vien detto in italiano – pensate – nel Rosenkavalier di R.Strauss. Ci sono poi, come sempre, microriferimenti che lascio a voi.
Lo spirito di questo ripescaggio stilistico è devoto e dedicato al Mauritshuis di Sanguineti (1986, qui su NI), pur essendone differente per tecnica ed esiti.


___________________________________________

QUATTRO ALLEGORIE DI GIOVANNI BELLINI


Perseveranza, forse Lussuria

rischiarare la frutta
pórta dal carro

vai alla vittoria milite
costante nella forza
lucido nell’azione
lindo nell’inconoscere,
ornato come maschio nella carne della moglie

nostro picciol trainare
Bacco non ricompensa

chiaramente ovviamente non possiamo pagarti
mentre il dominus già abbraccia, avambraccia per intero
antiorario il tappeto
verde del pube, lo 
saprà onorare

lo sfondo del fairway è un freddo inverno 

chissà, licenziato il corteo,
spigolar rastrellare raspollare,
poi mescere
assieme a qualche chimica e catodica

 

Fortuna o Incostanza

ecce imperatrix mundi remigando senza remi attorno ai bastioni

se solo la spina bifida degli eventi – quel giorno si pianse tutti – presaga una bestemmia lungo la via di casa – poi fu vox populi da negare a oltranza – se solo uno due anni in più

adest fortuna (cum) sphaera caelest(~)

se solo la mano più audace – scollinare il palmo – toccare la paura poi scendere – se solo, come tutti, decenni – declivi di strade ombrose – sicumera al manubrio – respiro estate

poggia su instabile punta rotulea

sostieni e fai male – se solo mi avessi gemmato dal tuo ego – se solo un irripetibile scettro – monito di comando – catena, non sciacquone 

guai se rompete le righe putti puttani dentro lo scafo

se solo il filo perlaceo del non detto – per una volta una – bagatellare – a protrarre quell’agosto acrobatico – dentro il nervo dell’euforia

felicità del tuffo, aggrapparsi, felicità del dorso, domani di deriva

se solo avessero piastrelle questi quarantaquattro cantoni – se solo armonia comme il faut tra i gatti matti – se solo fosse lungi questa sarabanda d’odalische padrone – ma ora le onde le onde il freddo benefico il sale nei pori dimenticare

 

Prudenza, o più probabilmente Vanità 

superba, dai fianchi collinari, ella mostra tua imago


sono io per davvero o è il mio film?
scritto in fregio di pregio,
è quello che mi spingo
ad apparire prima di puzzare,
la piuma di parata del pavone?

o forse, spingendo più lo sguardo
in quel volto verdastro
(nobiliare? biliare!)
accostato alle disiate chiome
è epifania del non dover tentare?

trombano i putti (diresti tu con spirito)
sul piedestallo attorno al piedestallo
si alza e torna fioco lo strumento, secondo stanchità vanità
è mesto il tamburino, angusta la finestra 

vale forse rimuovere gli sguardi
e le parole – dare spazio, di là, a vedute
e canti di risacca, oppure qui, al conforto
claustrofobico, rifugiarsi in prudenza

che non sia etimologica sapienza…

 

Menzogna, per alcuni Sapienza

sbuca da conca di paguro, celando l’evenienza delle gambe

mendace
lo stesso mare
di molluschi gentili, s’attosca per le rocce
sedimento del tempo

ti fa viandante

lo serpente è una treccia di menzogne –
ben tre, azzimanti, sulle prime indistinte;
ancìdi con la spada
ma le spire hanno ami:
sarebbe stato saggio
perpetuare l’abbraccio?

esci lato sinistro, o forse resti, come statua di Giove ormai cifotica

in ogni modo via dalla città, via da Ilio,
via dalle belle mura ritmate di piscio,
da Elene e bambini, dal nulla verso il nulla –
una firma per favore sul secondo gradino:
prego si accomodi, non cala mai la tela.

________________________
[1 Giugno 2016]
[Le immagini sono di pubblico dominio e tratte da Wikimedia Commons, partendo dalla voce wiki]

Written by Roberto R. Corsi

1 giugno, 2016 at 15:59

Edoardo Sanguineti – Ideologia e linguaggio

leave a comment »

L’ambizione del discorso critico è di giustificare il commentatore, difendere cioè, non la scelta citazionale che è stata compiuta e che si deve difendere da sola, ovviamente, nella sua oggettività, ma la scelta soggettiva, l’atto citazionale. Il discorso critico, infine, non verte propriamente sul testo, sulle citazioni, ma è un discorso riflessivo, ripiegato sopra se stesso. Il commentatore parla di sé: non spiega il classico, ma si spiega.

Edoardo Sanguineti – Ideologia e linguaggio – su Fragm.

Written by Roberto R. Corsi

8 luglio, 2015 at 13:13

Pubblicato su autori, critica, materiale

Tagged with

Sangue amaro, vena aperta

with 2 comments

magrellisulla spinta dell’incontro con Valerio Magrelli alle Oblate (io son quello alto con barba e capelli in disordine e che, nella fila per conoscere l’Autore, ha un’espressione “porto la morte sulle spalle”), incontro che mi ha svelato in lui una persona per nulla boriosa e assai affabile, credo di essermi accaparrato, il martedì successivo in libreria, la prima copia fiorentina del suo Il sangue amaro – talmente fresca di stampa che l’inchiostro di copertina cola via al contatto colle dita.
Magrelli giunge a questa raccolta otto anni dopo la precedente, anche se molte poesie sono state anticipate su quotidiani riviste o addirittura mise en scene. In quarta di copertina si parla di raccolta “omogenea” – difficilmente posso essere d’accordo vista la portata (110 poesie) e il time span, se si eccettua il dato formale, che coinvolge il numero 12 non solo nel numero di sezioni, ma anche in alcune delle stesse (giocoforza nel calendario Annopenanno ma pure ne La lezione del fiume composta di rondinets irregolari, cioè – interpreto – stanze di dodici versi senza vincoli di rima né “clausole” né allitterazioni o procedimenti di variazione quali invece ritroviamo in altre poesie: cfr. Welcome a p. 20 e Nei bagni pubblici a p. 26).
Vero è che a mio giudizio il libro si compone di passi patinati ma anche di accenti fortissimi.
Non amo per esempio né la poesia in copertina (che invece è un rondinet regolare almeno nei couplets rimati in testa e coda) né la prima sezione, Coppie di nomi propri, in cui il poeta spende un cospicuo carico di dediche e dove però leggiamo due versi, riferiti a Sanguineti, che mi paiono adattarsi molto anche alla poetica ricercata da Magrelli: “Innesto dello Studio sull’amata Poesia/ Ossia: metà cultura, metà idiosincrasia”. Stella (bi)polare assai condivisibile ma che già dalla sezione successiva Otto volte Natale (cui peraltro appartiene la poesia di copertina) si arricchisce di un ulteriore pulsare, che è quello di una spiccata, violenta e irresistibile confessionalità. La troveremo soprattutto nelle sezioni Timore e tremore e in quella di coda, che dà il titolo alla raccolta.
Chi conosce la mia poesia più recente sa quanto io apprezzi questo esporsi che riguarda nel caso di Magrelli la paura del futuro, la propria ansia, perfino la sua terapia, e l’inversione “sileniana” di nascita e morte che si traduce in un cupio dissolvi peraltro, visto che una poesia è imbevuta di Bach, “ben temperato” (beato lui!) dagli affetti (p. 81). Certo, questi squarci di lama sono circondati, forse subissati dalle altre due componenti, cioè Cultura – come estrema ricercatezza nella versificazione, nel procedimento e nelle citazioni palesi (Kierkegaard) o più nascoste (Hobbes: la bellezza come promessa di felicità; anche tutta la sezione La lezione del fiume non può non essere un richiamo-tributo a Ungaretti Luzi e altri) – e Idiosincrasia, cioè invettiva che non può non sorgere in un attento osservatore dello sfacelo della politica e della morale quotidiana, anche a livello di poetica di massa (irresistibile l’haiku-anti-haiku di p. 54; anche se si potrebbe rilevare che il mese di Aprile a p. 63 ha molto dell’haiku, non tanto nella metrica 3/8/5 ma nella sostanza naturalistica).
Ma sono squarci potenti, e credo centrali nell’opera perché si possono osservare certi rimandi e dualismi. L’inversione nascita-morte (esergo di Chateaubriand: “Mia madre m’inflisse la vita”) è al centro di un parallelismo fedele in due coppie di poesie tra le più belle della raccolta (pp.16-17, pp. 32-33) ma anche di un richiamo nel mese di Gennaio a p. 60 (“il genetliaco,/ il giorno dove muore/ la propria età”).
Questa è la vena aperta che rende il volume vivo, vivente, meritevole. Per il resto vale quanto scritto a inizio 2013 per 15 poesie credo trasfuse in toto qui. Ne aggiungo (o ribadisco, non sto a ricontrollare) due, un rondinet e una stanza in ottonari, confessionali e apprezzate Proustianamente, cioè sotto l’aspetto che ogni lettore, quando legge, legge se stesso.

Written by Roberto R. Corsi

17 febbraio, 2014 at 14:13

“oltrepassare la cortina di fumo rancido delle parole-paravento”: Anna Maria Curci

with one comment

AMCurci

un bel ritratto di Anna Maria Curci (immagine © del sito poetarumsilva.wordpress.com di cui è co-redattrice – clicca sulla foto per visitarlo).

Stando alla sua twit-descrizione Anna Maria Curci impara, insegna, legge, scrive, traduce. E, con la stessa entrée in punta di piedi con cui antepone il discere al docere, etichetta le proprie Nuove nomenclature – inedite, collazionate per intero da Fernanda Ferraresso su Cartesensibili – anzitutto come “filologia” nella breve (e perentoria) nota introduttiva su La dimora marottiana, nota da cui ho tratto qui la frase saliente facendone titolo.
Che la poetessa si veda, o voglia in certo qual modo dipingersi, alla finestra, rispetto all’azione e rispetto alla poesia? quasi come se la situazione ci lasciasse altro da fare: potrà questa bruttura che è il mondo rovesciare se stesso? (Dostoevskij, techno[cracy] remix) e quasi non fosse sotto gli occhi di tutti che purtroppo la poesia à la page di oggi è all’85% proprio quel “fumo rancido”, sofisma da fine pasto, bartezzaghismo fuori contesto, intimismo spicciolo, autocelebrazione, “occasione” (caduta etimologica)?
Non so. Filologica o poetica che dir si voglia, certamente l’intuizione di Anna Maria Curci crea poesia. E di finissima fattura.
Chi scrive ha attraversato, nella sua trascurabile produzione, una fase mitologica-archetipica, rivolta soprattutto a cercare la parola o l’immagine bi- o pluridirezionale. Forse un gioco a nascondersi, come con sagacia sospettava la dedicataria d’un lunario. Attualmente invece privilegia il sociale (o il confessionale, che in regime di conformismo cronico è quanto mai insurrección solitaria), ma non riesce più a scuotere quanto vorrebbe il caleidoscopio linguistico.
Nelle neonomenclature curciane, fondendo e sintetizzando dato culturale e realtà, l’espressione approda a un livello qualitativo superiore.

Clandestino

Sta dalla parte dei respinti
e non l’ha scelto. Il tedesco
lo chiama nero, se lavora,
a bordo passeggero cieco.
Il francese lo bolla senza
carte, per l’inglese è immigrante
illegale. Soliti ignari,
qui, rispolverano il latino.
Eppure, “di nascosto” era “clam”:
cosa c’è di segreto in chi,
nell’angolo, prega che lingua
non taccia o copra il suo destino?

Siamo agli antipodi del Moses schoenberghiano (“O Wort, du Wort, das mir fehlt!”), verso quello che sembra un moto di espirazione rispetto alla inspirazione-contrazione polisemantica: la parola esiste, è testimonianza corposa, ed è svenata con mano delicata ed esperta; Leggi il seguito di questo post »

E quella a me: Nessun maggior dolore

with 2 comments

Lascio a voi stabilire cosa possa essere avvenuto in poco più d’un ventennio (qualche idea ti viene), ma rivedere certe immagini ti fa l’effetto di un viaggio di secoli.
Tramite una segnalazione facebook di Anna Costalonga giungo sul sito di Giorgio Weiss, scrittore e ideatore – tra l’altro – del format Poeti in gara tenutosi sulle reti televisive pubbliche tra il 1989 e il 1990. In particolare nell’89 sedici poeti tra i più celebri del panorama italiano si sfidavano a eliminazione diretta come in un torneo di tennis.
Una pagina del sito di Weiss riporta, dopo una spiegazione, i video di tutte le puntate.
Leggi il seguito di questo post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: