Roberto R. Corsi

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Posts Tagged ‘Dante Alighieri

La dolcissima gloria, la dolcezza gloriosa: Visioni dell’aldilà prima di Dante

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Vale la pena di segnalarvi questo volume fresco di uscita per Lo specchio Mondadori: si dà spazio a quattro poeti duecenteschi lombardo-veneti in lingua volgare, i cui poemi “pastorali” (in senso ecclesiastico-teleologico: volti cioè al fine della salvezza delle anime) tratteggiano qua e là un oltretomba strutturato in città divine e infernali, paradisi e inferni, proprio come avverrà per la Comedìa dantesca.
L’operazione ha più di un pregio, iniziando dall’equilibrio critico che le conferisce la prefazione del prof. Marco Santagata: lo spirito della riproposizione non è affatto quello competitivo che sottintenda il “c’ero arrivato prima io”. Anche se non è affatto improbabile che Dante abbia avuto esperienza di alcuni testi qui raccolti (soprattutto di Bonvesin e Giacomino, in cui già si assapora il gusto di certe punizioni o zuffe demoniache della prima cantica), la commedia dantesca è, e resta, tanto di più – per stile, per esiti poetici, ma anche per sostanza filosofica, politica, religiosa; e il contributo dell’Autore di Come donna innamorata non manca di segnalarlo già in limine.
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Capaneo s’impaurisce (esercizio)

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Tanti sbandierano di amare Gesù soltanto per tenersi buono Dio
(un parroco, aprile 2013)

Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo;

(Par., XIX, 106-108)

È sempre più stucchevole: in passato
tirava dieci moccoli al minuto,
chiedeva scusa al padre spirituale
che glissava quanno ce vo’ ce vo’;

Adesso a ogni funzione ti si squaglia
sull’inginocchiatoio e platealmente
si segna avanti a chiese, cimiteri,
persino quando passa l’ambulanza.

Non che questo lo porti a pensar bene
di donne, gay, extracomunitari,
magistrati, impiegati e sinistrorsi;
ma non stiamo a far troppe sottigliezze.

Marta dice: è paura della morte;
o forse è un modo per tener vicina
l’ombra di mamma sua tanto beghina.

Quando il prete è passato a benedire
la casa a Pasqua, io mi son nascosto
nel vano doccia, da buon “comunista”;

loro due pronti lì; quattro secondi
dopo che il sor prevosto ha detto ciao
lei presto a dar di straccio per gli schizzi

dell’aspersorio sul parquet sui muri
a encausto; lui al solito sbottava
contro di lei e… (l’ho sentito io):

…è acqua benedetta!! porco ***!

Capaneo

Arturo Ferraroni, Capaneo, bronzo (presentato nel 1905 alla Biennale di Venezia), Cremona, Museo Civico. Foto by Sailko su wikipedia.

 

Written by Roberto R. Corsi

26 aprile, 2013 at 19:01

Danzando con un ragno trasparente

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Seriacopi

Massimo Seriacopi durante un incontro (l’immagine l’ho trovata su 123people ma non so da che sito sia stata catturata).

Ho ricevuto da Massimo Seriacopi – amico e valentissimo saggista-vivificatore dantesco (lo potete ascoltare facilmente durante l’anno nelle sue «chiacchierate» alla Libreria Chiari, o alla Libreria dei Servi o aliunde), nonché relatore assieme al sottoscritto durante una presentazione di qualche anno fa – il volumetto delle sue Piccole danze.
In queste poesie pazientemente distillate lungo lo scorrere di più decenni si avverte chiaramente la sapienza architettonica che è frutto dello studio (prevalenti gli endecasillabi; molte le simmetrie testuali entro e oltre il singolo componimento) e la predilezione per un lirismo di matrice classica; forse addirittura kavafiana nelle prove più riuscite – ad esempio a p. 43, ove lampi di sensualità baluginano nella cornice di un moderato dato dalla rigida struttura (notare le ripetizioni quasi a mo’ di contrafforti) e, tematicamente, dagli slanci dolceamari, proponimenti accennati nell’estate di San Martino dell’età:

Sarò giovane ancora, e ancora e ancora;
la luce stamattina lascia spazio
con il silenzio all’immaginazione.

E correrò per strade di cristallo,
fragile fragile tempo trascorso;
m’infilerò le mani in tasca – guardo
l’asfalto liscio e la tiepida polvere,
l’erba ceduta a passi di ragazzi
appena appena usciti, nudi al margine.

E invidierò la tua camicia aperta,
a te che giovane sei per davvero,
e t’abbottoni, rivesti il tuo pube
dopo l’amore esposto appena appena.

Sarà per questa luce vespertina:
ha sapore di terra il tuo corpo, ora,
e diventa a me bagnato sigillo
questo risucchio delle labbra tue.

Notevole poi è la “poesia eresia” di p. 31, dove nel primo distico il velo del ritenuto si squarcia con un’immagine forte Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

22 aprile, 2012 at 10:03

…di tre colori e d’una contenenza

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© hollywoodnews.com

In The tree of life di Terrence Malick il principio da cui tutto si sviluppa e in cui tutto ha termine mi ha fatto pensare, circolarità a parte, alla visione dantesca di Dio: emerge come uno squarcio gassoso in cui sono rappresentati l’azzurro-cyan e un rimbalzare tra rosso e giallo (dunque attraverso l’arancio)
Non sono però troppo d’accordo con la maggioranza dei critici nel vederlo come un atto di fede o addirittura come una preghiera: mi sembra un film che può essere letto sia in chiave religiosa che in chiave naturale – non a caso la voce fuori campo della protagonista sentenzia che ci sono due vie per affrontare la vita: la via della natura e quella della grazia. Proprio la dualità sembra un leitmotiv del film: si parla spesso anche di uomo e donna (diresti di yin e yang) come di mondi in conflitto – e il piccolo Jack recepisce in pieno su di sé queste tensioni.
Quello che è certo è il profondo umanesimo di Malick: ogni singola morte umana, prima nel dolore-interrogazione poi nell’accettazione, chiama necessariamente in causa l’intera cosmogonia. Alla coscienza, violenta od ovattata, della perdita definitiva corrispondono le due parti “spaziali” del film (forse un po’ documentaristica la prima, con recupero di materiali girati anche per altri scopi), cioè la creazione dell’universo e il compimento del ciclo solare, con risvolti simili al finale del leopardiano Cantico del gallo silvestre.
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