Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 13 anni

Giorgio Galli, Le morti felici

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«Io più non chiedo | io son felice | content* il rogo | ascenderò» cantano, nel concertato finale, Norma e Pollione. Ma è davvero possibile, fuori dalla esasperazione lirica, una “morte felice”?
Dovrebbe essere merce non rara, mercé i tanti insegnamenti religiosi o filosofici che dipingono la vita come un passaggio verso altro, oppure come qualcosa che deve essere vissuto solo quando dotato di un minimum standard di dignità. Peraltro, come mi faceva notare anni fa Fela B. (mamma di un’amica): «quelli che più credono in una vita ultraterrena son sempre i più spaventati dall’idea di lasciare questa». Semplicemente, dice bene Jim Harrison in una tarda poesia: a volte «Vorresti darci su, gettare la spugna, però non puoi, perché sei tutto ciò che hai».
L’istinto di conservazione prevale su qualunque medievalismo.

Eppure, epiteti di serenità e felicità ricorrono a più riprese nella carrellata dello scrittore Giorgio Galli, che in questo piccolo catalogo, ottimamente prefato da Marco Ercolani, intesse ventotto finzioni (dal frammento al racconto breve) riferite all’esito di personaggi illustri. Storie a volte narrate in terza persona, a volte in prima, a volte per il tramite di un personaggio legato al morente (classicamente, Max Brod per narrare Kafka, o il grande pianista Rudolf Firkušný per il suo Maestro, Janáček).

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Lorenzo Bastida, I quaderni del vino

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«Semplicemente dei versi, ossessivi e mi auguro inattuali, sulla malattia e la morte di una madre».

Lorenzo Bastida (img source: Youtube still)

Nella recente presentazione fiorentina ho sentito di non aver reso un gran servizio alla raccolta. Che invece nei giorni di gennaio e febbraio mi è venuta incontro, quasi addosso. Attraverso I quaderni del vino sono maturato io, col mio strumentario, che forse a dicembre era più grezzo o diversamente sintonizzato.
Non spaventatevi con la mia vicenda personale: la straordinarietà delle poesie può essere colta subito. Per esempio, nell’evidenza del dolore e nella forza degli affetti. Ma certamente, come scrive Lorenzo nella premessa, si tratta di versi «inattuali»; un vino corposo, rispetto al “lambrusco salamino” della leggerezza emozionale e del minimalismo lessicale, oggi quasi di rigore, soprattutto quando assistiamo a un esordio.
Qui abbiamo una raccolta felicemente pensata, non semplice. Il «semplicemente» che apre la premessa alla raccolta, e che dunque è la prima parola del libro, è in buona fede ma fuorviante. Del resto, che ci sia stato lavoro pluriennale è evidente dalla circostanza che i testi siano iniziati a fluire già nell’immediatezza della perdita, e ne sia poi stata fatta una cernita, una espunzione (è stata omessa la sezione dell’impegno civile, che – si spera – andrà a formare un altro libro); addirittura, con le stesse parole di Lorenzo, una «censura» nella quarta sezione della silloge.
Pensata, però, non vuol dire “costruita”, inautentica. Vuol dire matura in termini di coerenza sistematica, di metrica e musicalità, di scelte lessicali e perfino “architettoniche”, cioè attente ai rimandi interni e con qualche riferimento esterno.
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Written by Roberto R. Corsi

24 febbraio, 2018 at 08:30

roots: venerdì a Ferrara per “I quaderni del vino”

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una rara escursione extramuraria: venerdì p.v., dalle 17, presso La Feltrinelli della “mia” Ferrara, parlerò con altri illustri ospiti de I quaderni del vino di Lorenzo Bastida. L’intervento diventerà, spero, una recensione scritta alla bellissima raccolta su cui mi ero già soffermato (a mio avviso senza averci capito troppo) lo scorso 14 dicembre.
EDIT (20 feb): una febbre improvvisa mi costringe a dare forfait, ospiterò a breve qui sul blog l’intervento che avevo preparato. E che forse verrà proposto in tutto o in parte da Danilo Mandolini, direttore editoriale di Arcipelago Itaca, che mi sostituirà per la parte “critica” della presentazione. Desolato, Ferrara. Alla prossima
locandinaFE

Written by Roberto R. Corsi

19 febbraio, 2018 at 10:40

#instanughe

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Tanto per non farci mancare nulla.
Un po’ per celia, un po’ per non morire (?) poeticamente.
Giusto per stare al passo coi tempi (in differita).
Ho lanciato un nuovo instagram hashtag, #instanughe, improntato alla nuga cioè alla bazzecola, alla chiacchiera, alla baia.  Siate benvenuti se vorrete proporne di vostre (io ne inserirò a intervalli irregolari).
Però restate scherzosi e leggeri (non senza ironia o sarcasmo).

#instanughe (dal latino nuga nugae). Lancio questo hashtag come esperimento di #instapoetry, tanto per stare sulle tendenze e anche perché la mia #poesia un se la fila più nimo da verun lato (licenza versiliese). Se volete mettervi in scia, benvenuti: la nuga è una baia e un divertimento, mi raccomando: richiede levità e scherzo anche se può nascondere sagacia e, meglio ancora, ironia. Anche per stemperare le ubique #emozione #bellezza (e relativa #orchite) in rete. PS è una storia (quasi) vera! #instapoesia #instaRRC

Written by Roberto R. Corsi

31 gennaio, 2018 at 14:32

Cinque risposte per L’Area di Broca

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Il prossimo numero de L’Area di Broca, prestigioso Semestrale di letteratura e conoscenza diretto da Mariella Bettarini, di cui vedete a lato l’ultima copertina, si sta delineando come questionario sulla / termometro della poesia, su cosa resti della sua funzione, su dove stia andando.
Ho dato di getto il mio personale contributo, spero sensato; lo potete leggere a questo link. Ringrazio di cuore la redazione tutta.

Mi “automonetizzo” (money quote), cioè pubblico un estratto:

l’esordiente si forma in primis come lettore, o almeno si spera, e qui vengono le dolenti note: presso il lettore sembra aver fortuna solo una poesia “vivente” anche talentuosa, ma sempre di impianto molto consolatorio; basata su un ubiquo e anestetizzato richiamo alla “Bellezza” e su una spiritualità quasi new age o religiosità spicciola; poesia spesso aforistica, salottiera, precettistica, a volte cabarettistica ma senza il tragico di fondo. Amo dire provocatoriamente che l’idea diffusa di “poesia” va a sovrapporsi pericolosamente con quella di “biscotto della fortuna”. Gli editori, anziché rieducare alla messa in discussione delle certezze individuali che ogni buon libro dovrebbe favorire (cfr. Kafka, Cioran), santificano la finta innocenza del lettore-consumatore in nome delle aspettative di ricavo, in definitiva ammannendo al lettore solo ciò che vuole sentirsi dire. Parallelamente, c’è il sospetto che molte scelte editoriali siano ormai operate sul numero di contatti e like che il poeta ha sui social, più che sulla qualità della proposta. In pratica, su quanto il poeta può vendere. È il mercato, baby: via con altri biscotti della fortuna! Non succede solo in Italia ma anche oltreoceano.

Il dibattito è aperto (Acciai Baggiani, Pettinari… anche i vostri contributi verranno letti e magari ospitati, su carta o in rete).

Written by Roberto R. Corsi

15 gennaio, 2018 at 23:06

#Poesia30 – qualche statistica

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Già lo sapete: questo mese compie 30 anni la rivista Poesia di Crocetti. Mutuando dal gergo farmaceutico, un vero presidio medico per appassionati e addetti ai lavori che ogni mese, per undici uscite l’anno, possono confrontarsi con voci importantissime della poesia di ogni tempo e col lavoro di traduttori, recensori, critici.
Neppure io ho mancato l’appuntamento, come già per il numero celebrativo del ventennale, e ho acquistato proprio ieri l’azzurro numero 333, che offre un’ampia scelta di poesie dei poeti da copertina (con qualche variazione), cioè dei protagonisti dal 1988 a oggi.

Si è evidenziato da più parti il fatto che la rivista sia difficile da reperire, e confermo. A Firenze ho trovato una sola edicola in centro storico che la tiene, e proprio per questo non divulgo la sua location. Le altre che ho interpellato hanno desistito, data la richiesta zero; una edicolante, tempo fa, mi ha detto che avrebbe parlato col distributore perché le fornisse una copia in più per me, in quanto l’unica copia che le arriva l’ha prenotata un professore anziano. Questo lo scenario del mio quartiere, che può essere emblematico o meno, fate voi. Va anche aggiunto che questi problemi di reperibilità potevano essere in parte sorpassati mediante la app, che dovrebbe permettere di acquistare e leggere le uscite comodamente su iPad; ma l’applicazione sembra ferma alla v. 1.1. del 2011 e, almeno sul mio tablet, non ci sono più numeri acquistabili dopo il 300 (gennaio 2015)…

Ciò confermato, oggi mi preme di più soffermarmi con voi su qualche dato statistico.
L’uscita 333 dedica 206 pagine ad altrettanti numeri scelti. Per ciascun numero viene proposta una selezione di poesia dell’Autore del mese (normalmente quello in copertina), da solo o accompagnato da altri poeti presenti nel numero. Se non ho contato male, si raccolgono così 254 Autori, che quindi formano una più che rappresentativa idea della “linea” redazionale del mensile di poesia “più letto in Europa” (come precisa l’introduzione a questo numero; chissà che risultati ulteriormente eclatanti se fosse più reperibile).
In breve: la compilazione testimonia una linea redazionale autorevole, che si può condividere o meno, ma con cui si deve necessariamente fare i conti e che può dare la sponda a qualche riflessione.
Così questa domenica ho provato a redigere una statistica di quanti poeti defunti e quanti viventi si trovassero antologizzati nel numero del trentennale, e l’età di questi ultimi (arrotondata al millesimo). Con l’importante avvertenza che per ogni poeta ho calcolato non la data odierna, ma quella del primo fascicolo in cui compare. Per fare un esempio: il compianto Pierluigi Cappello va collocato tra i viventi perché è comparso su un numero del 2006, e per lo stesso motivo, ai fini delle mie statistiche, ha 39 anni (1967 >>> 2006).
Ecco i risultati che per far prima “catturo” dal foglio LibreOffice.

Salta subito all’occhio che il rapporto tra Poeti viventi e Poeti defunti (preferisco parlare di “Numi tutelari” sulla scia dell’aria di Spontini) è quasi paritario: 44% a 56%. Comunque, molto più bilanciato di quanto uno possa pensare, per esempio, improvvisando un sondaggio o scorrendo un hashtag in cui gli utenti social citino un nome o un verso che venga loro in mente. In questi casi, i Numi tutelari spadroneggiano ai danni dei vivi. Questa sostanziale parità quindi conforta, ma ingenera anche un sospetto di esoterismo e l’urgenza di comunicare anche al pubblico diffuso che la poesia è ben viva. Evidentemente una rivista non è sufficiente, lo sforzo andrebbe compiuto da tutti i media, come ripeto spesso.

Interessante soffermarsi anche sulle fasce di età dei consacrati da vivi.
Come le ho ottenute? Semplicemente facendo la media di età di ogni sottoinsieme. La media di età di tutti i viventi è di 68 anni e mezzo; tolti gli autori da 69 in su, restano 50 “under 69” la cui età media è poco più di 56 anni; tolti anche gli “over 57” rimangono 20 “under 57” di quasi quarantott’anni di media. Si ricavano così 4 fasce: over 68, poi due fasce tra 48 e 68 forse accorpabili, infine un drappello, “i magnifici sette”, attenzionato dalla rivista prima della loro quarantottesima primavera.

Viene da rispolverare la famosa tripartizione longanesiana, epurandola della ingiuriosa qualifica di mezzo (e in generale denaturandola del suo intento satirico).
Se dai 68 anni in su si è a pieno titolo Venerati Maestri, all’opposto verrebbe da concludere che, prima dei 48 anni, solo in 7 casi su 112 si è qualcosa di più di Giovani Promesse, vale a dire ipotesi di poeti. 
Questo getta qualche ombra sulla conclamata e pandemica tendenza del pianeta poesia a portare avanti la cd. poesia giovane: concorsi, collane, quaderni, atlanti e mappature “under 30/35/40” vanno bene ma non benissimo. Datemi pure della volpe che non è giunta all’uva, però io le ho sempre capite poco. Esse da un lato rischiano di ostracizzare autori validi solo per la “colpa” di costoro di giungere alla propria pienezza espressiva in un momento posteriore, e alla lunga di demotivarli; dall’altro lato sono in molti casi una fotografia statica di una poesia che necessita ancora di self-assessment e evoluzione: un parto prematuro, come la piattezza dell’offerta in serie sembra troppe volte dimostrare. Lucifero per non aspettar lume, cadde acerbo (Par. XIX): ho perso il conto di quanti giovani “segnatevi questo nome” sono spariti solo tre anni dopo.
La linea redazionale di Poesia sembra darmi ragione, esortando implicitamente tutte le parti in causa del sistema a un tempo medio-lungo di valutazione e maturazione.

Naturalmente quanto sopra è una mia esegesi opinabile. Genius is wisdom and youth, e anche la poesia altrui, come la mia, va in “pausa ormonale” (ne riparleremo). Però, ripeto, è difficile non tenerne conto, vista l’autorità della fonte; alle congratulazioni per i 30 anni della quale mi accodo, invitando a leggere il mensile e a regalarlo.

 

Written by Roberto R. Corsi

15 gennaio, 2018 at 08:00

Dàimon, Mida, Dama

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[sottotitolo: chi ha rubato la sedicesima palla?]

Tornando serî (o quantomeno brembi): sono onorato della lettura delle mie 56c da parte di Dama Chiara Daino; lettura che dimostra per iscritto come il signor Actarus  non sia il solo a mangiar libri de re poetica e insalate d’arte drammatica (ah, erano cibernetica e matematica? No problem, Chiara de Vega lo vaporizza pure lì). In soldoni, Daino è una pantomate di grana fina e, leggendo il mio testo, lo disseziona con coltello deciso e polso fermo, poi lo reintesse con arte d’aracnide in versione abridged (aspetto la sua leggendaria stesura 56 on 56), arpionandone e tes-auri-zzandone alcuni gangli vitali.

© Chiara Daino. E che le vuoi di’? ❤ 

Leggete il brano di Dama qui, chez son Moulin Rouge. E occhio a uno dei disegni che accompagnano: nelle fondamenta della piramide, come bisogno più che primario, c’è in realtà il wifi, colui che tutto move. E che oggi mi è mancato per otto ore (sembravo Salome: quanti Iokanaan!); di qui il mio ritardo nel ringraziare e omaggiare, ritardo cui ora rimedio per quel che posso.

Quel che davvero più conta: sono felice di avere in qualche maniera contribuito a risvegliare lo Smaug recensorio di Chiara! Sento che le ali sono eutrofiche e il sospirato, folle volo si ripeterà su testi anche migliori del mio.

Ciò letto e detto: posate le cozze (ché son prossime al best before: “non tornino in odio causa imodio”) e abbrancate piuttosto un libro di Chiara. Consiglio Siamo soli (morirò a Parigi) per almeno tre motivi: è il più spedito nel giungere, spedito, dal carrello a casa vostra; la parentesi del titolo (e il testo) cita un gran poeta, Cesar Vallejo; e noi siamo in-con-tro-ver-ti-bil-men-te soli. Lo sillabo perché una mia ex mi ammirava quando lo dicevo, così mi tormento un po’. Le mie cozze sono una pepata solitudine, un falso accrescitivo: il solo che ogni tanto si alza sulle punte e fa il solone. E la Dama declina l’assioma da soma (tanto pesa la solitudine assoluta, già dall’incipit, senza orpelli!) in uno scambio epistolare con quattro glosse ai lati.
L’apostrofo è una distrazione nera tra Vasco e Germont. E la Dama richiede tributo di sinapsi. Ne uscirete stremati e beati: non equivale a ciò che ognor vagheggiate, o eterni longing-to-be-scopàti?

Written by Roberto R. Corsi

12 gennaio, 2018 at 22:26

Pubblicato su autori, scrivono di me

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Un dilettante (caproniana)

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Concedetemi, almeno, l’onore
Di ritenermi persona educata:
Vi rendo la Poesia
Esattamente come,
Anni fa, l’ho trovata.

(9 gennaio 2018)

Soldati della Sierra Leone al ritorno a casa da una missione UN in Somalia, 2015 (foto AMISOM / Barut Mohamed – PD CC0 via Wikimedia Commons)

Written by Roberto R. Corsi

9 gennaio, 2018 at 22:45

Pubblicato su inediti, poesia

Pistolotto dello zio Bob (auguri 2018)

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img2018

Giovani e meno giovani,
Non lavorate gratis,
… … …
… … …
… … …
Un codice autore ISBN costa euro 80 più IVA.
… … …
Leggete più ebook, esercitatevi tanto con l’epub: … … …
Critici, dagli autori fatevi dare la bozza digitale e non la copia gratis,
… … …
… … …
Portate sempre con voi un taccuino: ruit hora, memoria fugit.
Ritrovate il gusto di scrivere a penna: la tastiera rende disgrafici.
Ritrovate il gusto di dirmi che il mio libro non vi piace, però con garbo e argomentazione.
Fidatevi di me: non prendetevi troppo sul serio,
anche se vi sembra che fare gli imbronciati ripaghi.
In generale svegliatevi presto, ascoltate sinfonie e risacca,
coltivate il silenzio, fate più bagni in mare, fate più spesso l’amore.
E che il 2018 porti a tutti serenità, operosità, solidarietà e ispirazione.

l’ispirazione per il titolo mi è venuta da un commento fb a opera di N. M. Albertini su altrui bacheca.
gli omissis sono un regalo della famiglia Corsi, soprannominata “ti querelano!”.

Written by Roberto R. Corsi

31 dicembre, 2017 at 13:10

Fabrizio Dall’Aglio, Le allegre carte

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(pubblico qui l’intervento del 18 dicembre alla Sala Fallaci del Palazzo Medici Riccardi, Firenze, in compagnia dell’Autore e di M. Brancale, P. Lucarini, P. Maccari e un pubblico partecipe)

Fabrizio Dall’Aglio ha ricevuto, come poeta, attenzione critica e premiale a livelli altissimi: basti pensare che il suo primo libro di poesie per Passigli, Hic et nunc. Poesie 1985-1998, si fregia, nel risvolto di seconda, di una nota di Mario Luzi, mentre una sua raccolta più recente, Colori e altri colori, è risultata vincitrice del Camaiore 2015, concorso tra i più importanti che abbiamo in Italia (e aggiungo tra i più virtuosi e completi nel giudizio, basandosi su una giuria popolare accanto a quella tecnica).
Cosa dire, dunque, di nuovo o almeno di non trito? I miei rilievi partiranno, come garanzia di originalità, da spunti personali. A cominciare dalle origini reggiane che condivido con lui per metà, cioè per parte di madre: mio padre giocò per sei campionati come mediano della Reggiana e conobbe mia madre, nata nella centralissima via Guidelli e figlia di un negoziante “sotto Broletto”. Quando poi leggo che alcuni scritti di Le allegre carte rivedono la luce dopo essere stati in origine pubblicati da Prandi, l’amarcord è ancora più intenso dato che per anni, fino a quando nel 1982 mi sono spostato qui a Firenze, abitavo a cento metri dalla Libreria Antiquaria Prandi, sullo stesso viale Timavo, al primo piano di un palazzo dalla facciata kitsch: rosa con rade graniglie amaranto e soprattutto con improbabili – ma non sgradevoli – pitture policrome di antichi egizi accovacciati o a coppie nei tasselli sotto i davanzali; “egiziani” oggi rimossi (anche la tinta è cambiata) ma al tempo eponimi dell’edificio.
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