Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

tre inediti (“Trittico Maceratese”) – autunno 2014

with one comment

«L’ignoranza è misericordiosa»

grazie a lei puoi uccidere un crepuscolo in fiamme rintanandoti nel tuo sordido bar,
godere nell’alzarti presto e lasciar la campagna per metterti in coda,
piantar lì un mezzo sorriso alle spire metalliche delle auto disperanza,
esaurire l’eterno femminino nei prosciuttacci all’aria delle colleghe,
incarnare l’epos omerico nel soffiare un cliente ai concorrenti comunisti,
poi farti un kebab, un felafel, una pizza, una pappardella sul cinghiale,
sfondarti di sangiovese in purezza disinnescato da omeprazolo in pillole,
concederti qualche minuto di odio orwelliano per i magistrati,
un paio di battute su negri e froci (anche in combo) e per oggi sei a posto,
sali le scale scoreggi beato sul divano guardando la Champions: questo parlerà di te,
i canapi della storia che t’hanno fiondato dentro un utero,
dentro l’unica esistenza che abbiamo, quella della materia,
si sciolgono giorno per giorno come scifozoo sulla battigia o bava di vecchio al passare
di una minigonna. Ma la pesantezza degli occhi è dolce glassa, viatico,
non hai più l’acetilcolina del sapere, sei morto cum mortuis in Italia mortua.

La prossima volta che ascolti Ivanovici

Tra tante belle foto di cagnolini e gattini con cui ingravidate la rete,
animali in spiaggia/in ufficio/ al ristorante/domani speriamo pure in chiesa,
e poi, senza intervallo, fucilate in verbi contro i Rom,
grandi evviva ai barconi che affondano ai migranti che muoiono, «800 son pochi»,
vi sto sfiduciando tutti, non ne posso davvero più di voi,
me ne dimoro al chiuso, tra libri frutta secca e rughe, che è meglio.
Ma oggi tocca affacciarsi al bar ed ecco, da Santa Lucia prorompe
la banda di rumeni armata di fisarmonica; possente e lucido
incede addirittura un basso tuba: si avvicina al tavolino di noi amici,
tutti fantastici frutti del millennio; da bravo imprenditore di se stesso,
il mio interlocutore interloquisce di intermediazioni
tra intermediari e altri intermediari, e questi rumenacci,
attaccando una famosa melodia ternaria, bruna, dolceamara,
blasone di popolo fiero, attoriale, che non sai quanta rabbia cova sotto quel mezzo sorriso,
gli van sotto, furbi e ossequiosi. Lui non fa una piega poi dice sostenuto, rivolto al gestore,
di tirar loro una bomba. Così, con simpatia tutta italiana.

Non sa che quel pezzo si chiama Le onde del Danubio:
è un valzer passato per tante bacchette altolocate, per esempio quella di Ormandy,
persino nella voce della bella conterranea Angela Gheorghiu
(sulla gnocca, tra l’altro, le bombe non le invocano mai).
Se invece che tre poveretti glielo avesse proposto Mehta in frac, il mio sublime sodale
democratico duepuntozero avrebbe applaudito misurato dalla platea, con la sorchetta
di turno accanto, magari dell’est pure lei,
proprio come si applaude “il cugino a posto”, il bel Danubio blu di Johann Strauss,
immissario di ‘sto Danubio zozzo in cui anche la musica è lotta tra poveri.

Die letzte Umarmung

Appare clinicamente evidente come nessuno m’abbracci più sul serio
da quel dicembre duemilanove in cui mi destai di scatto in Landgrafenstraße, per un attacco d’ansia;
tu, che già ti sorbivi russate/ruttate e flatulenze, ti anacondasti a me
con l’esile indomita forza di qualche quarantina di chili, senza remora alcuna.
Morfeo ci riprese così, la notte strisciò via irreale, nel silenzio di neve,

la notte berlinese che ora dorme nel passato, nella sua eccezione climatica,
mentre le donne sono incrostate dei loro amori usufruttuari, i finti
carcerieri, come se il seme festivo che assumono avesse sostanza calcarea
o di mastice. Certamente assuefà: non ne verranno via. Ero io la tua colla,
ci ho messo tutta la fallacia e l’ultima cartuccia organica di cui ero capace

e adesso m’abbraccio da solo, sul monitor le tue parole eucalipto di otto anni fa,
nell’aria una cavatina tra romantico e ineluttabile, tema di un film che marca male;
di lacrime però non ce ne sono, neanche a guardar bene in archivio
sebbene questa ferita dopo due autunni proprio non si rimargini. Come taglio
allo zigomo; e la vita è un Meraviglioso Marvin Hagler,

esperto mediomassimo che picchia lì, sempre.

 

_______________________________
[inediti presentati per la finale della XVII edizione (2014) del concorso Poesie di strada, a cura dell’Associazione Culturale Licenze Poetiche Macerata. Tutti i diritti riservati. Maggiori dettagli sulla giornata qui]

grazie a Natsume Soseki, Charles Bukowski e Modest Mussorgskij per gli spunti

 

Written by Roberto R. Corsi

16 dicembre, 2014 a 16:08

Una Risposta

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  1. Una poesia lucida e desolata che esprime una visione amaramente nitida e consapevole di una realtà che R.R.Corsi non può e non vuole leggere attraverso le lenti rassicuranti di una mediocrità che non sa andare oltre una banale e anestetizzante superficialità. Come al solito, le poesie di R.R.Corsi vanno “al di là”, ci mostrano il lato più scomodo e meno immediatamente attingibile dell’essere e dell’accadere, pervenendo ad una dolente e nitida Weltanschauung

    Mi piace

    Cinzia Boccamaiello

    18 dicembre, 2014 at 15:32


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