Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Materiale >>> “Cosmologie salmastre” ne La luna di Cézanne di Annalisa Macchia

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Roberto R. Corsi

copertinaSe avessi a disposizione solo le poche righe di un corsivo me la caverei dicendo che la lettura della nuova silloge di Annalisa Macchia, La luna di Cézanne, non può non esercitare fascino in un talassomane balneopatico come per avventura il sottoscritto si trova cronicamente ad essere. Rischierei così però di svilire coi miei accidenti una raccolta profonda e poliedrica, anche se amo ripetere che è il lettore (io, in questo caso) a dare l’impronta ermeneutica definitiva ad ogni poiésis.

Certamente l’immediato riscontro emozionale che ho provato, e credo molti proveranno a confronto con queste pagine, è un risultato assai lusinghiero per i poeti che, al pari di Annalisa, intendono la loro arte come una pellicola sovraimpressionabile, per nulla preclusa a suggestioni e lavorazioni, o meglio – “giuridicamente” – specificazioni di un materiale già esistente. Puntualmente il prefatore Plinio Perilli rimarca che il grande pittore provenzale non ha mai dipinto paesaggi lunari: già dal titolo scelto (che è anche della sezione di chiusura e di una sua lirica) possiamo dunque comprendere come arte e cultura possano essere viste come materiale vivente, da respirare, “trattare”, contaminare senza veti o marmorei giudizi di non pertinenza rispetto all’espressione poetica.

Entro questa provvida assenza di limiti, più che altro programmatica in una silloge in cui l’Autrice si espone in modo alquanto diretto, Macchia si muove con costante sicurezza che le deriva da un esperto, già noto ai suoi lettori, senso della musicalità nella scelta metrica e lemmatica.

La struttura dell’opera è tripartita e scalena: la sezione iniziale, Sulle forme del mare, predomina quantitativamente tanto sulla doppia dozzina di haiku di Giorno e notte quanto sulla chiusa, eponima, che contiene otto poesie più eterogenee.

L’intero volume, del resto, gravita attorno alla prima parte non solo per la sua accennata preponderanza né per il pur importante carattere poematico, ma per l’obiettiva felicità di esiti. “Sulle forme del mare” – mirabile, proteiforme caleidoscopio (titolo lievemente ossimorico, quindi) – si gioca una dialettica di stasi e moto: accanto alle figurazioni iconiche di crostacei o meduse, alle contemplazioni e declinazioni della massa acquosa, mi ha colpito una concezione del mare come luogo della sublimazione. Di fronte alla distesa marina, l’io si frammenta ed infuoca in mille dimensioni individuali: si è nel luogo dei ricordi d’infanzia e della palpitante adolescenza, ma soprattutto nel teatro di un movimento di repulsione e successiva compenetrazione. Colgo questa cadenza, binaria come un respiro o un’onda, già nella precisa antinomia verbale della seconda lirica, pervasa dal riso di una bimba:

…Nel goffo sgambettare/ s’impiglia la risata,/ in iridati spruzzi/ si dissolve./ In lampo/ in déjà-vu/ si ricompone.

Antinomia che si amplifica e si risolve in prima persona anche in un nascondersi al mondo e (segreto) disvelarsi al mare, come nel dittico tra la quarta e la sesta lirica, che riporto entrambe per intero:

Sgonnellavano al vento gli ombrelloni/ in lunghe file blu./ Lì sotto ero protetta./ Nulla poteva/ il brontolio del mare.// Lustre conchiglie rotte/ – i miei ricordi –/ si aggregavano in forma di castelli./ Sabbia, frammenti, delicati smerli/ custodivano/ intatta/ voce remota.

Si fan d’acqua le gambe/ trasparenti le braccia./ Gocce/ mani volto capelli./ Draghi marini/ mi sfioreranno/ ed io gorgoglierò risate/ dietro il tremulo scudo/ che a tutti/ a tutto mi nasconde.

Questo “celarsi scoperto” (prima al mare e poi al lettore) rende chiaro come in effetti domini tutto il ciclo una componente individuale cosmologica e misterica-ieratica, dalla quale non si lascia fuori nulla di fisico, ma ove allo stesso tempo non si ammettono alla ritualità segreta soggetti pensanti che non partecipino ad una totale comunione con l’intimità narrante: suggestiva in questo senso è l’intervallata presenza degli elementi del “contatto” o dell’ “abbraccio”, delle “braccia spalancate” o finanche del reciproco “sbranarsi”, in un crescendo eucaristico che non a caso culmina con la percezione del divino nella ventitreesima lirica.

Straordinario davvero che una poetica così densa, “panica”, quasi dannunziana, si trasmetta – ben poco dannunzianamente – senza mai smarrire freschezza e concisione!

Avventurandoci nella seconda sezione, in cui la metrica 5-7-5 degli haiku si concede sparute licenze verso il tronco e lo sdrucciolo, potremmo forse inferire il passaggio graduale “dal giorno alla notte” nel volgersi finalmente del poeta verso un certo altro da sé: per esempio il civico ed al sociale (soprattutto nelle ultime sei miniature), oppure il linguistico/enigmistico/dialettale, codici assai familiari a Macchia, che subentrano lentamente ad un iniziale, ortodosso, più rigido approccio naturalistico.

Come in un intermezzo operistico, ora placidamente sinfonico ora moderno e danzante, la tensione si è dunque stemperata in vista dell’ultimo breve quadro – La luna di Cézanne, appunto – nel quale lo sguardo verso sé e gli altri si propone in autonomia e – azzarderei “cittadina” e “onirica” – lontananza dai lidi, senza smentire quell’elemento primario che tanto a lungo ci ha accompagnato: l’«Acqua / nel cavo della mano» che la poetessa ci descrive a pagina 60 sarà la stessa, salsa, «goccia trasparente» che «scivola leggera» sul palmo a pagina 38? Tutto mi dice di sì. E familiare, in conclusione, suona quell’anti-heiddegeriano “nicht da-sein” che nell’incipit di Non io come pure ne finale di Chi c’è dentro di me appare come un “nascondersi definitivo”, ennesimo stacco dal mondo abitato, alla ricerca – credo – di un mare acquoso o metafisico. Saprà di noi il cosmico spazio in cui ci dissolviamo? chioserebbe Rilke: forse sì – verrebbe da rispondergli –, proporzionalmente alla sua consistenza salmastra…

[Annalisa Macchia, La luna di Cézanne, Kairós Edizioni 2008; brossura, 69 pagg., €10,00]

© Roberto R. Corsi 2008. È autorizzata la riproduzione totale o parziale a fini non commerciali, a condizione di non alterarne il testo, nonché di citarne espressamente l’autore ed il sito https://robertocorsi.wordpress.com

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Written by Roberto R. Corsi

5 novembre, 2008 a 12:42

Una Risposta

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  1. […] leggerne un’ottima recensione qui, e un’altra […]

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