Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Materiale >>> Capire, spiegare, scrivere, amare: le equilibrate e fondate ambizioni didattiche di Annalisa Macchia verso la poesia

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Roberto R. Corsi*

copertinaNella poliedrica “galassia Annalisa Macchia” vengono in rilievo talora costellazioni poetiche tout court, per fanciulli (o per il fanciullo in noi) come per adulti (vorrei citare solo le raccolte Mondopiccino, edita da Florence Art, e La luna di Cézanne, edita da Kairòs, come fulgidi esempi da conoscere assolutamente), talora invece i frutti della sapiente e altamente interattiva dedizione di Annalisa all’insegnamento. Proprio lungo quest’ultima direttrice ci muoviamo col libro di oggi, che ha un titolo forte, per alcuni aspetti forse brusco, perché “minaccia” quel gioco di equilibri dinamici che è la poesia, il suo muoversi lungo una corda tesa tra gli opposti, in equilibrio tra zefiri e tempeste. A tal punto che spesso si preferisce intendere la poesia come una realtà indefinibile entro cui è impossibile operare scelte o percorsi (sulla scorta del famoso ammonimento zen per cui nell’istante in cui parli di una cosa, essa ti sfugge).
Vedremo subito che Annalisa se la cava egregiamente. Ma proviamo a sondare quei quattro verbi racchiusi teleologicamente nel sottotitolo (e che ho ripreso nel titolo di questa mia nota) per capire i pericoli della navigazione. Ne prendo volutamente tre lasciando l’ultimo a più tardi.
Quando si è capìta una poesia? quando si riesce a ricostruire perfettamente ciò che l’autore voleva esprimere o quando la ricostruiamo secondo il codice delle nostre corde interiori?? In giuridichese diremmo: quanto ci interessa, come obiettivo, l’interpretazione storica e quanto quella evolutiva? Ecco un primo, considerevole bivio.
In altre parole: ci interessa veramente conoscere, almeno in prima battuta, il dettaglio esistenziale dell’autore o invece la sua poesia ci tocca profondamente se fa scoccare un senso che ritroviamo nella nostra sfera personale?
E infatti: si può andare a scuola per amarla? Pensiamo un attimo agli anni del liceo, che bene o male sono “gli anni della poesia” (non per voi in sala ma) per molta popolazione, cioè per tutti coloro i quali non saranno più toccati dal demone poetico e passeranno la loro vita senza più leggere o leggere poesia; ebbene, questi anni nei quali abbondano antologie che sembrano più preoccupate di farci conoscere il periodo storico, la vita dell’autore, i suoi amori non ricambiati (che in fondo dovremmo ringraziare) invece che metterci a diretto contatto col verso, sembrerebbero provare il contrario. Non a caso i graffitari adolescenti che in primavera-estate mi infestano il giardino davanti casa scrivono sui muri versi di Mika, di Lady Gaga o dei Tokio Hotel, anziché di Leopardi o Foscolo. Diviene allora spontaneo pensare che il meccanismo tradizionale non regga, e sospettare che la freccia di Cupido non stia in una ricostruzione gravosa e corretta al cento per cento, ma proprio quel narcisismo di lettura (termine coniato dall’amica Maria Grazia Beverini del Santo) che sta a indicare la capacità dell’opera di parlarci, omaggiando la nostra segreta individualità e/o la nostra visione del mondo e in definitiva adulandoci anche un poco.
Inaspettatamente ci viene in soccorso Marcel Proust: nella sua Recherche scrive che Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da Il tempo ritrovato)
E allora, e vengo al succo: è giusto spiegarla? dunque inserire una ulteriore testa pensante, oltre all’autore (ammesso che il suo dato ci interessi) e al lettore, nel processo intellettivo e di appropriazione? È giusto tra A-Autore e B-bersaglio inserire ed inserirsi come C-Cicerone, con la propria ancora differente soggettività?
La risposta è complessa e da graduare. A chi interessa la mia opinione dico che è incontestabile che si debba fornire al Bersaglio uno strumento analitico minimale, in particolare per i testi più risalenti (per evitare ad esempio che Per me si va nella città dolente diventi secondo me), come pure le basi “musicali” di lettura, quindi le rispondenze metriche e strofiche, quando ci sono; credo che per il resto si dovrebbe puntare a rendere il più possibile im-mediato il rapporto col testo. Giocare a scomparire, molto più di quanto faccia il professore del liceo o l’annotatore del libro di testo. Deflazionare.
In questo senso tendo ad avvicinare molto la poesia alla musica classica contemporanea, le cui sorti, se considerate congiuntamente, appaiono rovinosamente simili, accomunate a mio giudizio nella cautela d’approccio verso l’ascolto diretto…

Chi vi parla ritiene che l’allontanamento totale del pubblico dalla musica colta contemporanea sia una delle ferite sanguinanti della nostra epoca. Infatti, come si legge nella scritta luminosa che da poco è stata collocata nella facciata degli Uffizi prospicente l’Arno, Every art has been contemporary. L’arte contemporanea è il prodotto più autentico di un’epoca, ciò che ci testimonia e che resterà di noi: perché questo scellerato oblio? Alla radice di tutto ciò, per la musica, c’è stato probabilmente – più che il più complesso linguaggio – il rovesciarsi dei rapporti di forza tra procedimento e risultato compositivo, che ha ingenerato il fatto che ci si sia preoccupati di costruire soprattutto qualcosa di funzionale a una regola (dalla dodecafonia alla famosa “superformula” di Stockhausen, alla ripetizione dei minimalisti, alla musica aleatoria) e spesso, da entrambi i lati, di “spiegare” e “comprendere” questa regola prima e più di eseguire o lasciarsi andare. Eppure vi garantisco che questa musica può ammaliare come il più tonale dei temi, ho condotto ad esempio l’esperimento di fare assistere a una persona cara ignara di musicologia la Lulu di Berg, senza premetterle alcuna spiegazione, e l’ha trovata entusiasmante. Come credo si possano trovare facilmente entusiasmanti, col diretto ascolto e senza alcuna mediazione, figli illustri del novecento post-tonale come il concerto per pianforte di Schoenberg, le sinfonie di Penderecki, concerti per violino di Bartók o di Rorem o dello stesso Berg… occorrerebbe un maggiore abbandono (alla musica, non delle poltrone del teatro)! Forse, per poesia e musica, siamo dinanzi a un eccesso di cautela.

Mi accorgo che ho esposto troppo a lungo alcune considerazioni del tutto personali, e tengo presente che per ognuno di voi probabilmente l’equilibrio tra le istanze opposte troverà un punto diverso. È plausibile che la concezione della poesia abbia qualche punto in comune con la famosa arancia sul tavolo di Ortega y Gasset: nessuno può vederla interamente ed essa è data dalla somma delle nostre differenti rappresentazioni. Ciò non toglie che Annalisa abbia scelto di muoversi in un terreno difficile, per non dire minato.
Ma con successo.
Basta addentrarsi nelle primissime pagine del libro per accorgerci di quanto elevate siano in Annalisa la consapevolezza dei problemi, la conoscenza della materia, e conseguentemente la delicatezza del suo incedere. Già dalla poesia scelta per l’apertura, splendida, di Raymond Queneau, ove si parla di una salsa enigmatica che a mio avviso è proprio l’essenza e la cifra della poesia, e sulla quale si dovrebbe dibattere a lungo, considerando come i ristoranti di oggi (autori, riviste e rubriche di poesia) servano piatti piuttosto asciutti, di facile digestione ma anche precotti, alquanto monocordi.
Restiamo poi incantati quando facciamo ingresso nel libro vero e proprio, in quello che è il diario di un bellissimo laboratorio scolastico svolto con le creature più poetiche sulla terra, i bambini diversamente abili.
Perché “creature poetiche”? Perché essendo e restando privi della fuliggine diplomatica e compromissoria che si incrosta col tempo e con le magnifiche sorti e progressive della società, avviene che il mondo resti adeso alla loro pelle. Lo assorbono e lo riscrivono tutto, senza filtri. Essi non hanno bisogno di dire con Alberto Caeiro (eteronimo di Pessoa), al momento di percepire l’essenza delle cose: Cerco di spogliarmi di ciò che ho appreso. Cerco di dimenticare il modo di ricordare che mi hanno insegnato e di grattar via la tinta con cui hanno dipinto i miei sensi
Tanto è vero che la motrice di questa prima parte è evidente: a far procedere il corso non è tanto il maestro quanto i ragazzi. Annalisa è una bravissima maieuta, perché col solo aiuto di qualche esempio e una domanda breve e semplice riesce a “scatenare” tutta la sensibilità della classe e a lasciare il campo massimamente libero alla loro espressione, senza contrappuntare se non lo stretto necessario per permettere nuove ondate di creatività. Molti dei dodici incontri-lezioni in cui è stato diviso il laboratorio si aprono con la lettura di una poesia (neppure sempre per ragazzi) e subito i ragazzi vengono stimolati a sciogliere la briglia, senza paura, nei pensieri in libertà e nel procedimento creativo o imitativo. (Memorabile il «perché aver paura? io non ho paura» del piccolo Fabrizio di fronte nientemeno che agli affanni d’amore di Giovanni Raboni). In questo modo si può compiere un tragitto assai significativo che prende le mosse addirittura dalla impegnativa “antropologia poetica”, come potremmo definirla, ossia l’insieme delle grandi domande (chi è il poeta, cosa è la poesia), con risposte semplici semplici ma a volte rivelatrici… ancora Fabrizio stupisce nella prima lezione calando a bruciapelo un carico da undici quando risponde, con un aforisma che avrebbe fatto molto felice Verlaine, che la poesia è leggere cantando.
La targa sulla porta di questo laboratorio, cioè il titolo del programma, è confortante ed emblematica: La poesia non am-mette limiti. E questo vale massimamente per questi ragazzi, visto che l’arcipelago poetico li esime da ciò che debbono sobbarcarsi funzionalmente alla vita reale, cioè – come scrive Annalisa in premessa – adattarsi a regole che non sono loro congeniali, che non gli appartengono per arrivare all’universo più ampiamente condiviso; ma anche per noi, perché dal caleidoscopio delle loro individualità essi sono in grado di scoprire testualmente che la stessa poesia può far venire in mente cose e colori diversi. Questa polivalenza è, secondo me, la salsa enigmatica di Queneau, cioè l’essenza della poesia, e lascio a voi il giudizio su quanto essa cozzi o meno contro le bolle pontificie della poesia da spiegare, da ricostruire, da oggettivare, e dai menu à la carte nei quali ci viene proposto un verso sempre più pianeggiante e univoco!
Dunque questo technicolor, questa eterogeneità del sentire, è già di per sé un risultato eclatante, in una direttrice di sicura attenzione per le corde del lettore. Gli scogli cui accennavo in apertura sono abilmente superati e la rotta è giusta!
Gli incontri proseguono poi in una passeggiata, ben condotta da Annalisa, attraverso alcune grandezze fondamentali quali la rima, l’assonanza e la consonanza, i giochi di parole… tutto all’insegna di uno spirito lieto e ludico. Già, perché il portatissimo Fabrizio chiosa, ormai si può dire da par suo, l’impervia domanda sul perché si scrive poesia con un perentorio perché è divertente. E qui è soprattutto Palazzeschi, il poeta del lasciatemi divertire! gettato in faccia alla critica incalzante e alla poesia militante, a tirare un bel sospiro di sollievo e a fargli una carezza da lassù. Altro grande risultato: un’intera dimensione, quella del divertimento, si riscopre e rispolvera, mentre invece la quasi assiomatica rispondenza tra poesia (lato produzione come fruizione) e tristezza o serietà mostra una volta tanto la corda.

Detto questo, ricorderete che ho lasciato fuori un verbo del sottotitolo. Mi appariva infatti pertinente alla seconda parte del libro che invece ha un andamento diverso, più formale. Essa si sostanzia infatti in un prontuario/glossario di poesia distinto in metrica e classificazione figurale. Qui intendo sottolineare come questa parte possa essere necessaria o utile soprattutto per scriverla, la poesia. Espresse tutte le gradazioni di tinta sulla necessità didattica dal lato del percettore, si richiede agli scrittori di conoscere molto meglio l’abbiccì: si richiederebbe ai nani di conoscere meglio l’anatomia dei giganti che li sostengono, senza per forza ricalcarne le (mastodontiche) orme.
Mi sento di condividere quest’esigenza di preparazione nel poeta e dirla niente affatto scontata, infatti vedo per molti di noi che pretendono di scrivere (io per primo) la necessità di stare molto attenti al pericolo di essere una monade, al diffuso cliché del non leggo per non farmi influenzare e alla facile scusa della dissoluzione della forma come libertà espressiva. In particolare il trend poetico di progressivo affrancamento da logiche di pre-conoscenza verso una libertà ipo o ipertrofica. Legittima: ma a condizione che sia una scelta consapevole dei modelli alternativi.
Oltretutto non sono pochi a sentire l’esigenza di confronto con questi modelli della tradizione; vorrei citare in proposito Michele Brancale, ottimo poeta fiorentino che in molti conoscete, e che ha realizzato un’opera importante col suo esordio La fontana d’acciaio, in cui ha trattato tematiche assolutamente attuali, di oggi – vitale è in Brancale la tematica del recupero della relazionalità e della solidarietà tra gli uomini – in forme quali l’ottava toscana e la terzina incatenata. Quando stavo per presentare questo libro ci eravamo appena conosciuti e mi diceva di aver passato tanto tempo su “l’Elwert” (per chi non lo conoscesse si tratta del manuale La versificazione italiana dalle origini ai giorni nostri di Th. Elwert, edito dalla compianta Le Monnier nel 1973 e oggi di rara reperibilità). Il percorso di Michele secondo me dimostra che anche oggi la preparazione non necessariamente asfissia ispirazione o attualità del dire.

C’è da aggiungere che, come il prof. Massimo Seriacopi ha provvidamente sottolineato nel suo intervento a presentazione del libro, gli esempi strofici di questa parte si incarnano in componimenti che sono totalmente ad opera dell’Autrice. Una circostanza che, oltre a farci apprezzare pienamente l’abilità di Annalisa Macchia nel ri-mettersi creativamente in gioco e affrontare austeri stilemi senza perdere un’oncia della sua giocosa e arguta profondità (Seriacopi ha letto la bellissima poesia La vita di Dante dall’A alla Z che si trova a pagina 55), mi appare comprovare la valenza di queste pagine soprattutto come prontuario per lo scrivente.

Dunque si può concludendo dire che il libro è riuscito e consigliabile perché rispetta il carattere estremamente composito e in bilico tra metodo oggettivo e soggettivo di approccio al pianeta poesia (per citare anche la realtà fiorentina a cui spesso Annalisa afferisce e continuativamente contribuisce), costituendo inoltre una piacevole rara e importante sottolineatura dell’opportunità di coinvolgere più direttamente, di incoronare direi, il soggetto percettore.
In questo senso Annalisa sembra indicarci che è possibile (ri)pensare ad una scuola di poesia che senza rinunciare alla propria funzione-strumentario agisca al contempo puntando di più sul soggetto, senza soverchiarlo con tonnellate di cornici.
Questa risultante delle due parti è forse il vero valore aggiunto e il messaggio del libro.
Sicuramente ci troviamo, lungo il libro, in una dimensione ideale in cui colori espressioni e letizia d’animo fuoriescono copiosamente, senza che le piccole difficoltà di comunicazione e di progressiva stimolazione degli alunni lo impediscano mai. Questo è dovuto senz’altro all’apporto di Annalisa, principalmente al saper sempre dosare la sua presenza. Ho il sospetto che c’entri molto anche la fanciullezza dei suoi interlocutori, il fatto che possano mordere quella grazia che per noi adulti è un miltoniano paradiso perduto. Ma almeno come lettori, tenendo presenti le stelle fisse metodologiche che emergono scorrendo queste pagine, possiamo sempre allenarci e adoperarci verso un’esperienza poetica che sia uno scampolo di paradiso riconquistato.

[Annalisa Macchia, A scuola di poesia. Per capirla, per spiegarla, per scriverla, per amarla, Firenze: Florence Art Edizioni, 2009, pp. 77, ISBN 9788895631257]

© Roberto R. Corsi 2010. È autorizzata la riproduzione totale o parziale a fini non commerciali, a condizione di non alterarne il testo, nonché di citarne espressamente l’autore ed il sito https://robertocorsi.wordpress.com

* questa nota è una versione riveduta del mio intervento tenuto il giorno 9 Marzo 2010 presso la sala conferenze dell’Archivio di Stato di Firenze, in occasione della presentazione del libro. Oltre al sottoscritto erano presenti, in ordine di intervento, la Direttrice editoriale Silvia Tozzi, il prof. Massimo Seriacopi, il poeta Renzo Gherardini e l’Autrice. Le parti in corpo più piccolo sono state omesse dall’esposizione orale per ragioni di tempo oppure sono state aggiunte dopo l’intervento degli altri relatori (in specie Massimo Seriacopi) per dare più completezza al quadro critico dell’opera.

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Written by Roberto R. Corsi

10 marzo, 2010 a 19:43

3 Risposte

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  1. Bel libro e bell’intervento! Grazie Annalisa e Roberto. Volevo anche comunicare alla profe che ho pensato di utilizzare le sue deliziose pagine “autoreferenziali” su sonetto, sonettessa, canzone, stornello ecc. per i miei Laboratori di poesia del livello principianti, naturalmente citando la fonte. Posso?
    Ciao. Anna L.B.

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    lambertibocconi

    29 giugno, 2010 at 13:00

    • grazie Anna, la tua attenzione mi fa enorme piacere, in questo caso non son che l’affabulatore pubblico attorno a un libro ben scritto e strutturato.
      Inoltro la tua notizia alla “profe” che credo sarà ben felice dell’utilizzo.
      Buona giornata, R

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      Roberto R. Corsi

      29 giugno, 2010 at 15:04

  2. Non ben felice, ma felicissima. Questo era l’ambito scopo della pubblicazione.Ringrazio davvero Anna Lamberti Bocconi per la sua attenzione che mi onora e per aver deciso di utilizzare parte del mio lavoro per i suoi Laboratori di poesia. In bocca al lupo a tutti, ma soprattutto ai principianti.
    Se vorrete in seguito farmi arrivare qualche ululato sul lavoro svolto ne sarò ben lieta.
    A Roberto, ormai sull’onda del successo (all’orza naturalmente) ancora un grandissimo grazie.
    Annalisa M.

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    Annalisa Macchia

    1 luglio, 2010 at 19:11


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