Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Materiale >>> “Blut und Zeit” ne La calligrafia del tempo di Marco Giampieri

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Roberto R. Corsi

Quando ho avuto il primo contatto telefonico con Marco Giampieri, una delle sue priorità comunicative nei miei confronti è stata quella di puntualizzare, certamente non con alterigia ma con sensibilità e modestia, la sua “non provenienza da un ambiente poetico”. Dimenticando quanto sottolinea il finissimo Alessandro Carrera in un suo saggio (I poeti sono impossibili, sempre per il Filo), cioè che quella del poeta è una delle pochissime “professioni” a cui si accede per autoinvestitura.
Non voglio certo trasformare questa nota in una dissertazione su ciò che è poesia e ciò che non lo è, intendo solo confortarlo, dal mio punto di vista, sulla sua avvenuta affiliazione. Il perentorio incipit della sua silloge, infatti, è già sintomatico di una padronanza dell’espressione e della sua trasposizione in sinestesia. Anche se in questo caso si ha un participio in luogo di un sostantivo, la fisionomia del secondo verso (pag. 13: «transennato di stupore») ricorda molto la celebre ungarettiana balaustrata di brezza. Altre volte, qua e là nel testo, si hanno connotazioni formali significative, come il musicale, dolceamaro endecasillabo che apre la poesia dedicata alla Valdorcia (pag. 41): «D’anime e d’ombra è spessa questa nebbia».
Esiste dunque nel DNA di scrittore di Marco una sicura, consapevole o inconsapevole (in tal caso ancor più meritoria) disposizione poetica. Ma sarebbe artficioso e sterile esercizio critico ricondurre a disciplina formale una silloge che, sin dalla prima lettura, si contraddistingue per la tangibile urgenza di piegare – senza svilirla – la forma al contenuto; urgenza che, come vedremo, possiede un suo incedere logico profondo ed uniformemente trasposto nei versi. Di fronte a questa necessità il tono prevalente è narrativo, anche se carico di forte tensione lirica, ed il linguaggio predilige una colorata immediatezza rispetto alla ricercatezza lessicale.
Stabilito questo rapporto ancillare, spenderò poche parole in un tentativo di ricostruzione tematica, processo che del resto sono convinto debba essere – massimamente per quanto riguarda la polpa della poesia, depurata dalla scorza formale – del tutto personale, cioè patrimonio di ogni lettore, interprete sovrano.

Si può partire dalla prefazione della giovane poetessa e critica Flavia Weisghizzi, e dal riferimento a Martin Heidegger che torna opportuno e calzante. Come in Essere e tempo, anche qui il sein (essere) è sempre da-sein (essere qui, esser-ci): l’essere, mai ipostatizzato, mai marmoreo, è sempre localizzato, filtrato, se volete sporcato attraverso le lenti dello spazio e del tempo.
Proprio il tempo costituisce uno degli elementi portanti della poesia del Nostro, che nei suoi confronti presenta (absit patologia verbis!!) una sorta di ossessione. Anche un semplice dato statistico ci conforta in questo: la parola “tempo” è presente ben 45 volte nella raccolta, se ho contato bene.
Cos’è il tempo per Giampieri? Ho usato la parola ossessione perché, a mio giudizio, il tempo è esasperato nella sua connotazione psicologica. Solo con riferimento alla sua percezione il tempo, infatti, si può frammentare in una vorticosa pluralità. Leggiamo a pag. 15: «tempo ammazzato/ da altro tempo/ e il nome cullato/ da un Dio nel tempo che fu».
“Più” tempi, dunque, seppure spesso conglomerati tra loro in pochi versi; capovolgendo il mito di Crono (era lui a divorare i suoi figli, mentre qui il presente uccide il passato), ma mantenendone l’elemento sanguinolento. Elemento che si sviluppa in giudizio di frustrazione, uniformemente diffuso nell’opera attraverso la relazionalità del tempo presente con gli altri tempi, in un continuo viaggio andata/ritorno tra aspettative giovanili ed amari consuntivi della maturità. Questo ben avvertibile Trionfo del tempo e del disinganno, per citare il titolo di un’opera händeliana, incarna, a mio avviso, il riferimento della poesia che dà il titolo alla raccolta ad una “calligrafia”, come progressivo disvelamento del “carattere”, che finisce – incarnandosi nel tempo così come noi lo percepiamo – col riassumere il senso concreto del nostro stare sulla terra. Non so se l’Autore, nell’enucleare l’immagine, abbia avuto presente il film di Peter Greenaway I racconti del cuscino, in cui l’arte calligrafica cinese veniva esercitata dipingendo con maestria gli ideogrammi su corpi nudi, ma l’immagine che ne traggo è proprio questa: un progressivo precisarsi e verificarsi del tempo sulla carne.
Parlare di “calligrafia”, cioè, implicitamente, di “bello” (kalós), fa trasparire anche una punta d’ironia al cospetto di una silloge dal gusto autunnale, crepuscolare, conferitole dal fatto che solo il tempo presente – per Marco Giampieri, classe 1952, tempo di una blixeniana maturità, perdita della giovinezza allorché “inizia a balenarci la possibilità di subire una sorte comune agli altri” – ci appartiene, mentre la fuga nel passato è pura ipocrisia (pag. 24): «Spezzare il volo sottile di Lesbia/ è stato un crimine atroce,/ ma niente è più insopportabile/ del suo immortale non essere,/ perduta com’è nell’ipocrisia della storia». Anche questo elemento è importante, e determina il giudizio di valore alla base della citata ossessione: il tempo ci divora perché ci spinge nella storia (o nel mito, che come la storia è da noi immodificabile), sterile nel suo troppo ostentato fulgore.

Il personaggio di Lesbia, l’amata di Catullo (lirico a cui sento vicinissimo lo spirito ed il messaggio di Giampieri), oltraggiata dallo svanire dell’amore ma ancor più dal suo relegamento nel tempo della storia, ci raccorda col secondo elemento portante di questa silloge: l’amore.
Attenzione però: almeno ad avviso di chi scrive, l’amore secondo Marco è spesso sinonimo di abbandono ai sensi, in una ritrovata e santificata dichiarazione di equivalenza – o addirittura supremazia – del sangue sull’idea platonica; è rifugio, è «consolazione della carne», forse autentica conoscenza («l’estetica del sesso», si scrive a pag. 47, a chiusura della più programmatica delle poesie amorose, La voglia, suggerendo così interpretazioni filosofiche). Non esiste in Giampieri, in altri termini, la netta contrapposizione rilkiana che apre la Terza elegia duinese tra “cantare l’amata” e cantare “l’oscuro Dio-flutto del sangue”.
È proprio nell’incontro amoroso, che riassume in sé dimensione ideale e dimensione carnale, che il poeta avverte una compiutezza: se è vero che, come nota l’Autrice della prefazione, la dimensione umana sta per Heidegger proprio nella in-completezza, il poeta avverte come, pur all’interno di questo invalicabile recinto del tempo, le cose possano mutare. Così è nella bella lirica di pag. 18, dedicata alle fontane di Roma. Qui, anche solo di riflesso, nel ricordo dei «giorni dell’amore ribelle», assistiamo a «notti e tempo che ti guardano da lontano/ per rispetto del fiato ancora caldo/ (…) Il presente diventa allora il nostro abisso/ e viviamo consumando/ ad una ad una/ tutte le fughe possibili».
Notando una prima volta come in Giampieri la scelta verbale sia di particolare effetto, osserviamo che consumare vuol dire, etimologicamente, anche compiere, compiersi: Cristo morente dice consummatum est, tutto è compiuto.
Compiendo-si e compiendo-ci l’amore innesca, significativamente, una sospensione del tempo, una contrapposizione col tempo, che ci guarda rispettoso, senza infierire infliggendoci se stesso. Questo sembra essere l’unico rimedio alla nostra inesorabile caduta, per citare Emil Cioran: in realtà è possibile scorgervi anche un’operazione di bonifica, poiché mi sembra di cogliere – qui, invece, in disaccordo con Cioran – che l’uomo non sia del tutto incolpevole rispetto alla sua rovina. Leggiamo infatti a pag. 20: «Disseminando di gesti il nostro tempo/ abbiamo confuso la vita con le azioni».
Esiste quindi una componente critica verso i correnti valori che l’uomo assume, e che portano al grigio che sperimentiamo. La ricetta la conosciamo già: tornando a Catullo, Vivamus, mea Lesbia, atque amemus! La vita stessa ci chiede di spezzare l’identità vita-azione, di riparare all’alien-azione data dall’esasperata socialità e perfino intellettualità.
Mi piacciono in particolare questi versi di pagina 33: «com’è ridicolo e penoso/ un uomo abbandonato ai suoi pensieri,/ meglio sarebbe porgere le mani/ meglio vagire per un corpo di donna». Versi da cui traspare bisogno di vita semplice, istintivo “v-agire” (quasi con “v privativa”) per il corpo di una donna (altra scelta verbale indovinata, che accomuna nel genus dell’anelito differenti manifestazioni della infanzia e maturità); vagire corporeo, manifestazione della res extensa, ma visto in sé come tanto superiore all’immagine di un uomo solo, seppure pensante, res cogitans.
Del resto l’esergo di Luciano Ligabue che apre la raccolta può condurci a considerare un passo da un’altra canzone, L’amore conta: conosci un altro modo per fregar la morte? Così anche nel nostro Autore: la morte, massima espressione dello scorrere del tempo, purtroppo non “si frega” compiutamente, ma si può obliare per un tempo indefinito.

Vorrei chiudere evidenziando come la poesia di Giampieri contenga ulteriori elementi di interesse. Come musicomane classico, ad esempio, ho ricevuto importanti suggestioni, e non solo dalla citata lirica Le fontane di Roma (il poema sinfonico di Respighi ha per giunta un particolare legame con la città di Firenze e l’orchestra del Maggio).
Un altro percorso possibile è quello geografico: dalla natia Ancona (dedicataria di una poesia dolce e struggente, quella di pagina 42 in cui il senso di ineluttabilità che pervade la raccolta si concede un momento di pausa), ai passi dedicati a Roma, tappa di lungo soggiorno, fino all’attuale residenza senese, toccata come abbiamo già accennato nella Valdorcia. Molto bella e caratterizzata da un particolare equilibrio è la poesia di pagina 66 dedicata al Molo Audace di Trieste, vero e proprio luogo dell’anima, soprattutto al tramonto, che ‘ntender no lo può chi no lo prova!
Credo quindi che questa raccolta porti alla nostra attenzione un Autore esordiente ma già significativo sia per la chiarezza e la coerenza della sua testimonianza, sia per la molteplicità delle vie interpretative che sa porgerci.□

 

[Marco GIAMPIERI, La calligrafia del tempo, Il Filo, 2007, pagg. 79, €12,00]

© Roberto R. Corsi 2008. È autorizzata la riproduzione totale o parziale a fini non commerciali, a condizione di non alterarne il testo, nonché di citarne espressamente l’autore ed il sito https://robertocorsi.wordpress.com

 

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Written by Roberto R. Corsi

22 settembre, 2008 a 11:32

Una Risposta

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  1. E’ una bellissima recensione, complimenti!
    A. Verna

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    antonio verna

    26 settembre, 2008 at 15:42


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