Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Materiale >>> Un’ordalia sapienziale. Molesta rilettura de L’inventore del semaforo di Paolo Codazzi

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Roberto R. Corsi

copertinaScrivere oggigiorno del Paolo Codazzi poeta significa urtare benevolmente il sentire di un autore che a partire dal 1985 – anno d’imprimatur della prova di cui ci occuperemo, la terza ed ultima in ordine cronologico – ha adottato in via esclusiva le forme del romanzo e del racconto, evidentemente ritenendole più acconcie al suo dire; da qui la bonaria molestia cui si fa riferimento nel titolo. Nondimeno, sarebbe ingiusto rinunciare ad uno sguardo critico verso un’opera ancora oggi capace d’insinuare questioni dal respiro ampio.

Già al primo approccio, il volumetto pretende estrema attenzione, pungolando il lettore con due scomodità simmetriche (ma di polarità opposta, come vedremo).
Da una parte, infatti, ci troviamo a fare i conti con l’horror vacui, sotto forma di vicenda storica d’impervia cognizione documentale. Ecco la figura di Paul Taine – da non confondersi con l’ottocentesco Hippolyte – che, saldamente all’interno dell’epopea rivoluzionaria francese, insiste sulla necessità di una segnaletica del traffico; di fatto ponendosi così, sia pure solo allo stadio progettuale, come L’inventore del semaforo ben prima di quanto tramanda la geneaologia ufficiale (Londra, 1868).
L’anelito regolatore di Taine sarà trascurato quando non mal visto, e gli costerà – o non gli impedirà – l’ascesa al patibolo nel 1794; solo una expo parigina novecentesca gli restituirà una postuma, impalpabile fama.
Il vuoto delle fonti, provocando in noi una subalternità rispetto al poeta, impone dunque di fidarci ciecamente di lui, proprio come nel medioevo si ricorreva all’ordalia in assenza di elementi probatori.

Dopo un breve interludio ferroviario, Tickets, di analogo tenore storico (e verosimilmente giocato in parallelo con l’espresso 544 della primissima scena), ecco il secondo cimento, i Fotogrammi dal privato: un presente personale criptato in forma di frammenti eraclitei, entro i quali la radiazione dell’enciclopedico si fa dirompente, chiamando il lettore ad una paziente mitridatizzazione.
Queste due sfide ci rendono pienamente edotti sul carattere aspramente cólto – qui il rischio d’impresa – del discorso di Codazzi. Per fortuna – e qui sta l’alchemico valore del verso – l’aurea epistème presta volentieri il fianco all’azione dell’acido esistenziale.
Antefatto e chiusa, nel frattempo, avvolgono il componimento in un cantabile: esile buccia entro cui, lungo un’ordinarietà fatta di minuzie, avviene la vestizione/svestizione dei panni del poeta-aruspice-affabulatore, culminante in uno statement di incomprensione che va piuttosto interpretato come dichiarazione della soggettività di ogni lettura e ricostruzione.

Nel teoretico gioco a incastro tra dato sapienziale e meccanica dell’umano, è evidente l’inversione dei fattori che si può rilevare confrontando il ciclo dedicato all’eroe eponimo col profluvio dei fotogrammi conclusivi.
Nel primo caso, la vicenda di Paul Taine viene scandagliata con fluente acribia, pressando il lettore, che potrà interagire col dato storico e culturale sul piano metaforico-deduttivo della dialettica tra progresso e regolamentazione.
Entro questa (peraltro polivalente) chiave di lettura proposta dal poeta, tralucono tutte le contraddizioni di un pensiero occidentale (non è certo casuale l’accenno d’apertura al “Russell”) che, qualunque sia la sua connotazione, cerca vanamente la quadratura del cerchio tra iconoclastia e fisiologica necessità di pittura. L’impasse è così netta e virulenta da spiegare persino effetti caratteriali, velatamente psicopatologici [pag.16]:

La compagnia di Richardson, Pamela e Clarissa / nei verdi parchi del sobborgo di Hammersmith / hanno reso Paul ebefrenico. Un’antilogia lo ossessiona: / anela l’ordine seppure in rivoluzione (cogita soluzioni / assolute per regolare il MOVIMENTO).

Secondo lo stesso schema, la volontà normante di Taine sarà divorata dalla rivoluzione che, a sua volta, verrà fagocitata dalla stasi e dal cromosomico istinto di conservazione del potere.
Il centro gravitazionale di questa sezione è dunque l’annalistico, suscettibile di infiltrarsi nel quotidiano attraverso la creazione dalla storia di un precetto analogico ad ampio raggio, visibile ad esempio nei pensieri del fisiocratico Mellon [pag.17]:

… La rivoluzione, il progresso, si alimentano / come equazione dei simboli precedenti: pretendere / di arginare eventi che sfuggono alla norma è velleitario. / Se l’uomo accettasse con diligenza regole / negherebbe la loro ragione. Niente è immutabile / a dominare tempo e spazio; tutto cange, les instruments / devono adeguarsi o rischiare l’evento contrario: il caos. / Non c’è figlio di Cronos con scettro e leggi tutelari.

Opposto è invece il peso specifico della conoscenza nella sezione finale: essa si fa categoria rispetto alla preponderante realtà. Volta per volta, viene accostata al dato esperienziale di partenza, assurgendo a sofisticato ma affascinante algoritmo classificatorio [pag. 38]

Non è che si possa sedere allo stesso tavolo / e scrivere poesie: tu con logica intolleranza, / direi Savonarola, io con l’illuminato romanticismo e l’ipocrisia / di un Rousseau qualunque…

o critico [pag. 34]

E tu disegni sistemi perfetti di relazioni, frequentazioni. / Non sai che a Uruk si mieteva tre volte l’anno.

di eventi sempre interpersonali, immediati.
Le due valenze, ordinante e giudicante, talora si combinano tra loro, con punte di eccellenza descrittiva e ragion pratica, come in questa indagine sul nóstos [pag. 42]:

Nel girovagare tra le isole dei miti / ora c’è il phono che avvicina a Itaca. / La sfortuna di Calipso si consolida ignara / che l’avventura è il ritorno / per genti di viaggi.

In tempi di perdurante superficialità poetica, emozionale o “sperimentale” (ma non si può passare la vita sperimentando!!) che essa sia, quella di Codazzi è una identità semantica e culturale scomoda, onerosa, ma consapevole ed importante.
Sul piano stilistico, essa si trasfonde in una affatto coerente, se non necessaria, dilatazione rapsodica del verso; pur nella profonda diversità tematica e lessicale, si è vicini alla musicalità di Cesare Pavese e soprattutto all’Edoardo Albinati di Elegie o Cinismo e poesia. Per quanto poi concerne gli echi di altre autorevoli voci contemporanee (Majorino, Pagliarani, Sanguineti), avvertibili non solo in epigrafe ma anche in certi procedimenti interruttivi del discorso, valga senza riserve quanto osservato nella Introduzione da Franco Manescalchi, secondo il quale «il riferimento all’avanguardia… pare più un rimando alla propria crescita di poeta e non una modellazione al presente»; un congedo appena più che liminale.

Conscio della urgenza di rispettare i fragili e soggettivi equilibri che governano le scelte artistiche, chi scrive non vuole in alcun modo suggestionare l’autore di Segreteria del caos ad imbracciare – citando Giuseppe Panella – «l’arma propria» della poesia. Non si può però sottacere né sottopesare la rigorosa validità di un modello, quello presentato in questa silloge, capace di controdedurre con efficacia al troppo tagliente rasoio di Occam dei canoni poetici odierni. Riabilitando la bistrattata cultura come veicolo qualificato per la comprensione della realtà. La cultura come forma, occhiale di reminiscenza kantiana: però non aprioristico, anzi affidato alla patria potestà ed alla cura di ognuno.

 

[Paolo Codazzi, L’inventore del semaforo, Esuvia; brossura, 46 pagg., €10,00]

© Roberto R. Corsi 2007. È autorizzata la riproduzione totale o parziale a fini non commerciali, a condizione di non alterarne il testo, nonché di citarne espressamente l’autore ed il sito https://robertocorsi.wordpress.com

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Written by Roberto R. Corsi

23 novembre, 2007 a 01:52

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