Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Materiale >>> ekphrasis e diaphrasis: considerazioni illuminazioni e… autodifesa dopo una lettura di Gian Citton

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Roberto R. Corsi

Devozioni musicali per vecchi fanL’incontro coi versi di Gian Citton, poeta feltrino classe 1938, è avvenuto grazie a qualche scorribanda sui blog: in particolare devo ringraziare Gianfranco Fabbri che col suo spazio (http://frucco.splinder.com) me lo ha rivelato mediante un’attenta recensione e scelta di liriche. Riscontrare un’affinità, non tanto stilistica ma soprattutto di visione, è avvenimento importante, ancor più se si naviga in acque pericolose, o meglio inconsuete: lontano dalle rotte sicure che, in poesia, sono rappresentate da alcuni stilemi o argomenti. Non starò a ripercorrerli per non appesantire il discorso; mi basterà rilevare ancora una volta come l’inserire un dato culturale o sapienziale entro un discorso poetico sortisca frequentemente nel lettore, anche qualificato, l’effetto di una secca da evitare. Il punto, a mio avviso, è che non si riesce a vedere o a concedere che la sostanza esistenziale possa essere composta da ciò che uno sa, conosce, padroneggia: sembra un prodotto artefatto, una missione impossibile quale il voler unire liquidi non miscibili, olio e aceto. Ciò è per me testimoniato dalla modalità delle critiche espresse che il mio esordio, L’indegnità a succedere, ha talvolta ricevuto: in quelle note negative spesso compariva comunque l’inciso «ho apprezzato la tua cultura», o formule analoghe a mo’ di attenuante; segno che questa “cultura” era un corpo estraneo, era a priori delegittimata come valore fondante (o catalizzante) l’espressione.
Ecco che allora l’ultima silloge di Citton, Devozioni musicali per vecchi fan (e per tedeschi, come si precisa all’interno), edita da Mobydick nel 2008, ha giocato per me sin dall’inizio un ruolo capitale. Intanto è stato incredibile imbattersi senza preavviso in alcune vicinanze assolute: Brahms anzitutto, fotografato (o parafrasato) da ciascuno di noi in una diversa fase della sua vita; ma anche l’aver entrambi insinuato una figura d’airone (lui con Stravinskij, io con Carlo Maria Giulini). Oltre poi al sommo compiacimento (vorrei dire consolazione) per un Autore raffinato che pone al centro del suo discorso il fatto culturale-musicale (jazz e classico), essa mi ha fatto ripercorrere le mie pagine con occhio attento, sviscerando come il rapporto tra poeta percettore e il suo oggetto di “devozione” prendesse forma. È solo per questo che condirò questa brevissima nota con alcune precisazioni sulla mia opera, odiando farlo sia per modestia che per l’esigenza costante di lasciare il lettore il più possibile libero. Ma l’esca costituita dalla piacevole scoperta di Citton è troppo ghiotta per non abboccare…

Per introdurre le mie considerazioni comparate voglio riferirmi, sperando di esserne all’altezza, al parallelo che il Prof. Alessandro Carrera ha disegnato tra le mie liriche e il genere della ekphrasis. Questo procedimento, che trae i suoi primi esempi nell’antichità classica, consiste nel mettere in relazione la scrittura con una diversa forma d’arte, con la prima che “sviluppa su carta” la seconda secondo una gradazione variabile di fedeltà descrittiva (comunque di sostanza artistica e non meramente tecnica) o di immaginativa. Il termine deriva dal greco ek– (da, fuori) e phrazo (parlo), dunque “narro qualcosa traendone fuori la sostanza” artistica.
Sicuramente questo è il genus di moltissime Devozioni musicali. Citton è ammirevole nello sviscerare, con metafore immagini e persino rivolgendosi direttamente ai suoi “numi”, l’essenza musicale percepita negli ascolti e trasfonderla in un viaggio fantastico. Ecco le sensazioni – in forma di sonetto – che suscita, ad esempio, il primo brano dell’ op. 12 di Robert Schumann (pag. 31):

Mai passeggiata la più lunga e lenta / né più infinita melodia errabonda / tutta notturna come i tuoi autori, / perseverante come “il grande amore”. // Der Davidsbündler le trionfanti marce / e i folli slanci sprazzi che punteggiano / la notte in squarci ascese di girandole, / tutto si quieta in questo solitario // grigio dolente andare lungo l’argine / del Reno che insensibile digrada / cercando Florestano Florestano // perlungo il flusso della tarda piena / perlungo il flusso della lenta pena / perduto il verso, il senso della strada.

Con altrettanta certezza ciò si può dire di alcune mie liriche, e non a caso l’attenzione di Carrera si è in via esemplificativa soffermata sulla mia lirica dedicata a La Sonata per pianoforte di Alban Berg, per la quale l’avvicinamento alla ekphrasis è assolutamente calzante (pag. 18 de L’indegnità):

opera prima, compito a casa da portare in fretta / al maestro Arnold Schönberg, lungo un mattino d’ansia / gli angoli della bocca ancora imburrati / e addosso la puntura d’ore rubate al sonno. // Si avvolge attorno come una spirale / di fumo, jazz da orario di chiusura – / malto, luci a mezz’asta // donna che impercettibile decide / di amare partendo dagli occhi, / da un’idea di purezza / bugiarda, lunga un giorno // o urlo calcolato, magari cardiopatico / (i graffi sottopelle del cd) // implora non andare.

Lo è anche – con maggiore cautela mercé il concorso di altre incrostazioni culturali, segnatamente cinematografiche – la poesia che si sviluppa dall’ultimo movimento del Concerto BWV 1041 di J.S. Bach (a pag. 23 del mio libro).
Vorrei però introdurre un elemento ulteriore: la figura vivente dell’osservante, il suo corso esistenziale. Credo che, quando l’affabulazione dell’ekphrasis esce dal confine, pur latissimo e visionario, dell’opera e si spinge sino ad inglobare il vissuto di chi sta davanti all’opera e ne scrive, ci troviamo dinanzi ad un concetto più elaborato. Scusandomi ove il termine venisse già utilizzato per altre valenze, io chiamo questa emergenza diaphrasis: la, sia pur raffinata, trasposizione (ek-) diventa processo di lavorazione; il dato artistico e culturale diviene un medium attraverso (dia-) il quale esporre, più o meno cripticamente, la propria sensibilità.
Nell’ultimo Citton tutto questo non è presente se non in embrione, in qualche lirica ove l’ascolto e la sua declinazione cartacea fanno scaturire la sfera soggettiva e dei propri affetti, ma sempre in maniera da poter nitidamente distinguere gli àmbiti e non sovrapporli. Potremmo, al più, parlare di una diaphràsis a compartimenti stagni, rimanendo però in massima parte legati ad una ekphrasis rigorosa per quasi tutta la raccolta.
Paradigmatiche in questo senso mi appaiono le tre strofe della notevole lirica dedicata a Schubert, a pagina 23. Nella prima abbiamo un culmine immaginifico di ekphrasis giocato tra il pianoforte e la sensualità della musica e della circostanza:

Poiché mi dicono che non aveva / un pianoforte suo, adesso so perché / – da a-capo a a-capo – estenuata fosse / l’ampiezza di quei chiari “andanti” / in qualche stanza amica prolungando / il caldo della schiena o im Warteraum / nel cerchio invito delle cosce oscene.

Nella seconda e terza strofa la musica diviene il tramite abbacinante con cui a un tempo percorrere i propri ricordi adolescenziali e immaginare l’eremitaggio schubertiano nelle note, anche in quelle di Beethoven:

Così se mai mi perdo nella trama / del suo peregrinare al pianoforte / mi resta del groviglio ancora un filo / che tiene il capo nell’adolescenza / dove affiorano sogni come i suoi / fragili Lieder, quando la vita ti corteggia / e una voce di note s’inghirlanda. // E posso indovinarle quelle stanze / che sostavano il gelo delle reni / che fiorivano gigli dagli inverni; / e fra pergole d’uva anch’io, un altrove, / stemperare in “adagi” il suo Beethoven.

Mi pare di poter dire che, nel vortice delle esistenze, la chiusa giochi un ruolo perentorio, ostativo alla ricombinazione: i versi finali, come colonne d’Ercole, suggeriscono il reciproco altrove delle esistenze, dei luoghi indovinati con un senso di ricostruzione archeologica, persino delle passioni musicali quando il Beethoven rimane suo, proprietà intellettuale reinterpretabile ma solo “estirpandolo”, sostituendo la propria visione a quella di Schubert.
Dal canto mio, ho scelto invece d’instillare direttamente il mio vissuto nel nucleo dei personaggi, musicali o comunque “mitologici”, o ancora nelle raffigurazioni pittoriche, in modo da poter confondere i due piani del percepito e del percettore, e quindi condurre il senso lungo una molteplicità di livelli interpretativi. La poesia Davanti a “L’alzaia” di Telemaco Signorini (pag. 65 de L’indegnità), ad esempio, è scopertamente un’ibridazione tra i motivi della tela e gli affetti dell’osservante, il quale per esprimersi adotta le proporzioni ed i soggetti (presenti o latenti) del quadro:

T’ho abbandonata al sùbito svelarsi / della parete – al soffio di cobalto / del cielo, allo sforzo marmoreo / dei barcaioli. // Sei uno scafo sospeso, ligneo, in estasi / sulla pelle del fiume – sospettoso / dell’uomo, che dilania impolverato / la corrente del tempo. Poco a destra / di questo nostro istante.

Ancora più marcatamente, grazie a questa diaphrasis tout court o contaminazione che dir si voglia, saranno le poesie ispirate a personaggi (Barabba, Ulisse, Zenone di Elea, …) a muovere da un fondamento culturale oggettivo ma molto spesso, a causa delle iniezioni del dna di chi scrive, ad approdare a esiti differenti e polisemantici, talora (Protagora) anche contraddittori con quanto le monografie tramandano. Ciò in ultima analisi per riproporre quella coesione, nell’uomo/poeta, tra dato sapienziale e dato esistenziale che sembra tanto difficile assimilare ma che mi pare elemento irrinunciabile…

Nelle diversità compositive, il rendez-vous con Gian Citton ha costituito una tappa significativa della mia crescita, consentendomi a un tempo di asseverare con una voce autorevole la praticabilità di un percorso e di saggiare meglio il terreno, le acquisizioni, i possibili ed eterogenei sviluppi che come è evidente risentono delle individualità.
Nel caldeggiare a tutti la conoscenza diretta di queste affascinanti Devozioni musicali occorre però precisare come il cosmo di Citton non sia circoscritto a questa sua recente fatica. Mi sento di consigliare anche la lettura di una sua raccolta più risalente, Indovinare il mare (Book Editore, 2004), in cui il Poeta rivela una cifra stilistica molto matura e consapevole attraverso poesie ardue, intessute di vocaboli ricercati, con esiti talora fulminanti: è il caso, tra le altre, di Voce sola II (dedicata al padre), di Ovverosia (illuminazione ad alto voltaggio sull’ars poetica) e soprattutto di Accensioni, lirica veneziana i cui primi ed ultimi versi realizzano forse un esempio di diaphrasis “stagna”, come la abbiamo definita, nel tragitto cromatico dalle opere d’arte (Bellini, Tiziano et alia) all’emozione della condivisione e dell’incontro con l’amata. Ne riporto le estremità a chiusura del cerchio:

Poi del tornito vólto di Madonna con Bimbo / e Santi del Bellini, vampa di rosso il manto / de l’Assunta ai Frari, e altrove un giallo abbaglio / trasfigura il Cristo volante agli accecati / librato sull’altare. / Ma il tuo brivido / a chi dirlo? a chi dire quel rosso e il ritaglio / fiammingo, o l’aurato trionfo ascensionale? (…) // Ed io che ti figuro in quella laica ormai / svanita adorazione, anch’io un po’ d’oro / sbiadito, un po’ di giallo che dilaga porto / in reliquia qua dove buio e solo / millenaria stillata ascesa luce / di luna per me tarda il suo vapore: / miracolo perduto se al mio sguardo / almeno un guizzo, per rifratto raggio, / del suo sguardo lontano non s’accorda.

© Roberto R. Corsi 2009. È autorizzata la riproduzione totale o parziale a fini non commerciali, a condizione di non alterarne il testo, nonché di citarne espressamente l’autore ed il sito https://robertocorsi.wordpress.com

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Written by Roberto R. Corsi

24 settembre, 2009 a 01:32

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