Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Materiale >>> “Me mea paupertas vita traducat inerti”… Introduzione a Clemenza dell’inverno di Cinzia Boccamaiello

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Roberto R. Corsi

copertina«Mi godo questo sole,/ questa nuova mattina;/ galleggio sulla vita/ leggera e abbandonata:/ filo di fumo, bolla di sapone».
Scientemente frugale, la poesia di Cinzia Boccamaiello si accorda intimamente col mondo, ne segue rispettosamente i moti a un tempo ciclici e lineari, l’alternarsi delle stagioni e il procedere dell’età. Sembra – immagine cara all’Autrice e presente in questa silloge – un gatto sul grembo del padrone, che si appaga del tepore del corpo e s’assopisce al ritmo intercostale del respiro.
Poesia che vuol essere elegiaca allo stato puro, ossia senza l’ostinazione metafisica del Rilke “duinese”; senza alcuno slancio morale, virgiliano o men che meno byroniano, che non si risolva in semplice contemplazione, praticata o auspicata: «Una mite stagione ti auguro,/ un tempo di riposo e di clemenza»; né, ancóra, elegiaca in senso strettamente etimologico (dal greco “e e lègein” – “dire ahi ahi”, cioè inscenare lamentazioni): il conto profitti-perdite che la vita riserva ad ognuno di noi rientra nell’ordine universale degli accadimenti, per cui al graduale congedo delle persone care, delle occasioni, delle forze, corrisponde sempre un’aura di stoica e pacata accettazione (o freudiana elaborazione), evitando così che da una malinconia pur diffusa si passi al mielosamente funebre. Direi che uno dei talenti dell’Autrice è proprio il saper padroneggiare il secco crinale tra amarezza e retorica, il sapersi fermare un attimo prima: «Lo lascerò morire, il tuo ricordo,/ con tutta la durezza necessaria;/ mi costerà dolore, stagioni e mille astuzie,/ ma basterà aspettare.// Non sarà una vittoria».
Vi sono poi momenti di consolazione, sovente rinvenuta nelle piccole cose, nel microcosmo animale (ragnetti o – come vedremo – lucciole), in una conversazione amicale, in una parola d’inaspettata empatia: «Senza più pelle, senza più confini,/ carne viva, dolente,/ un giorno ho domandato:/ “Forse è possibile/ vivere per un gatto?”/ “Certo – mi ha confermato – che è possibile/ vivere per un gatto”».
Unica “sovversione cosmologica” che l’Autrice si concede, pur con qualche ripensamento qua e là, è una galante anacoresi che si traduce in apprezzamento per la stagione fredda – ostica, diametrale all’umano consorzio, votata alla meditazione – a scapito della pienezza estiva, che peraltro nelle province di residenza della poetessa è effettivamente sinonimo di carnaio balneare. Proprio la poesia eponima lo testimonia: «Finirà troppo presto/ questo inverno che non vuole cominciare;/ non avremo il tempo di godere/ le sue albe senza rumore,/ i pomeriggi finalmente quieti,/ i giorni in cui è più agevole pensare./ Ci lascerà ad un’estate invadente,/ scalmanata, eccessiva,/ in cui non riusciremo ad avere pace».
Del resto, come emerge nitidamente nella parte finale di questa raccolta, Cinzia non è animale sociale di aristotelica memoria; se lo è stata, non è più questo il tempo illusorio per esserlo; ciò anche se – lo ripeto – ad ogni caduta, all’ubiqua stanchezza, all’univoca ricerca della sola quiete, è alieno qualsiasi rimpianto. Mi vengono in mente alcuni versi di Filippo De Pisis in cui l’artista-poeta, paragonandosi ad «una vecchia bombice stanca» (Più nulla), non sa e non vuole se non «volare senz’ali», con tutta la consapevolezza del paradosso e la costanza del progredire in qualche modo: perché «Sono stanco e stonato/ e il cuor mi fa male/ ma vita non so maledirti;/ non devo» (Scirocco).

Spontaneo, durante la lettura del libro, è nato in me a più riprese il collegamento con l’haiku, genere che molto spesso ai giorni nostri è indebitamente sfruttato come mera forma “5-7-5”, esercizio metrico, scatola vuota in cui riversare un libitum non differenziato; qui invece è bello ritrovare nella sola sostanza almeno uno dei suoi canoni classici, cioè la rigorosa naturalità del contenuto, ivi compreso quello emozionale, sempre pórto, mai inflitto, mai incrostato di pathos fine a se stesso. Una delle prove maggiormente riuscite in questa raccolta è veramente in linea col dire di Bashō e degli altri maestri giapponesi anche per la contrapposizione narrativa tra natura e soggetto scrivente: «Ho pensato che forse/ ero cara agli dei/ la notte che la lucciola volò/ sul davanzale della mia finestra/ e vi rimase a lungo, a consolarmi/ di una malinconia senza motivo».
Richiamo – ribadisco – unicamente sostanziale: dal punto di vista metrico-ritmico, infatti, l’Autrice privilegia nettamente (e possiamo verificarlo nell’ultimo estratto citato) una disposizione “continentale” in settenari o endecasillabi “tonali” (come direbbe Raboni, cioè) cadenzati e musicali, lievi nel fluire. Alla semplicità del sentire e del lessico impiegato corrisponde pertanto una ricercatezza fonetica del verso che preserva dal semplicismo.
Ulteriore caratteristica “ordinante” di buona parte di questa silloge è l’indubbia prevalenza del femminile: la propria terra, depositaria di un vincolo di sangue reso esplicito in dichiarazioni d’amore e squarci a veduta, vincolo simile a quello cantato da Cesare Pavese ma privo di un così forte senso del tragico; parallelamente, l’importante declinazione di una maternità “altra” e multiforme – ora protesa verso i propri compagni di vita animali, ora retrospettiva negli occhi della genitrice, ora tenera con una bambina cara. Anche questo germogliare di sentimenti appaganti che si svolge fuori dal binario della ortodossia procreatrice rappresenta la già sottolineata accettazione della propria condizione e dello scorrere del tutto, senza alcun cedimento a tentazioni vittimistiche.

Etichettando finalmente La clemenza dell’inverno a mo’ di buon vino, l’accosterei senz’altro alla musica di Johannes Brahms, particolarmente ai suoi splendidi trii da camera, gemme autunnali in cui traspare quell’alternarsi cromatico, quel dolceamaro che anche qui si soffonde intorno e pacatamente riempie i sensi.

 

[Cinzia Boccamaiello, Clemenza dell’inverno, Gammarò Editori 2009; brossura, 104 pagg., €12,00]

© 2008 Roberto R. Corsi per Gammarò Editori – Sestri Levante. Riproduzione solo dietro autorizzazione della Casa Editrice

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Written by Roberto R. Corsi

2 marzo, 2009 a 13:50

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