Roberto R. Corsi

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Archive for the ‘traduzioni’ Category

Hommage à Trieste

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Il prossimo fine settimana a Parigi avrà luogo la terza edizione della Festa del Libro e delle Culture Italiane, ideata dalla libreria fiorentina Leggere per. Chi di voi avrà la fortuna di visitarla potrà assistere ad eventi culturali di gran pregio (in programma, tra l’altro, incontri con Carofiglio, Wu Ming, Celestini) ma potrà/dovrà imbattersi anche in una presenza muraria inquietante: la mia. Subito dopo Natale avevo infatti partecipato con una microrecensione al concorso 1 carattere in 500 caratteri, scegliendo l’amata Trieste (e il libro di Covacich che bene la racconta) come presidio di un’italianità meravigliosa e problematica, passata presente e futura, da scoprire o riscoprire. Risultato inaspettato, la giuria ha voluto attribuirmi addirittura il primo posto!!! Non avendo potuto purtroppo dar seguito alla gentile ospitalità offertami au bord de la Seine da organizzatori e partners (che ringrazio molto per tutto), sarò lì… in effigie e scrittura, assieme ai pannelli delle altre belle recensioni selezionate e proposte in versione bilingue…

A sinistra vedete una miniatura del poster che “abiterò” assieme alla mia traduttrice Anne-Claire De Moro: cliccandoci sopra (o anche qui) avrete accesso al documento pdf a grandezza naturale…
Mi è piaciuto tanto, davvero, pagare questo tributo narrativo alla città che più di tutte mi ha affascinato negli ultimi tempi e metterla in ideale comunicazione nientemeno che con la Ville lumiere! Nella foto sono in Piazza dell’Unità, è l’agosto del 2007 e sono praticamente appena sceso dal treno con relativo sbracamento e visibile stortura vertebrale, ma già innamorato delle Rive al tramonto…

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Written by Roberto R. Corsi

1 febbraio, 2010 at 02:34

separazione con addebito?

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Ho tra le mani un pregevole numero (X/26) della rivista Vernice (edita da Genesi) dal titolo emblematico Tradurre è un po’ tradire. Sono oltre quaranta i traduttori di livello cui vengono sottoposte tre domande:

è vero che il sogno di ogni traduttore è simile a quello di ogni prefatore: superare i meriti e la creatività dell’autore dell’opera di cui ci si sta interessando?
il traduttore è più vicino all’amanuense, che riproduce una scrittura blindata e chiusa, o al profeta, che parla in anticipo e parla davanti al messaggio che trasmette?
il ruolo del traduttore è meglio simboleggiato da un milite ignoto o da un maestro di stile letterario?

Bene, nessuno risponde allo stesso modo degli altri, risolvendosi l’approfondimento in una gamma incredibile di tonalità sullo scavo degli opposti.
Più che dare ragione o torto a qualcuno, m’interessa esprimere la sensazione per cui l’esperienza della traduzione sia una fondamentale cartina di tornasole non soltanto per chi la compie ma anche per chi la apprezza e la giudica. Ha cioè una capacità universale di coinvolgimento delle dramatis personae.
Chi scrive poesia dovrebbe sempre, come esercizio, provare a tradurre, se ha familiarità sufficiente con la lingua. E a sottoporre la traduzione ad amici. Rimarrà sorpreso dalle discordanze, dalle insospettabili schiere di persone ligie all’interpretazione autentica. Ho letto addirittura alcuni guru della rete statuire che la poesia va spiegata.
Dall’altra parte c’è la sensibilità di ciascuno, la carta moschicida della poesia che Maria Grazia Beverini del Santo chiama spesso in causa definendola “narcisismo di lettura”. E la variabile oggettiva del passaggio del tempo, dello iato tra autore e suo traduttore / lettore, tribunali di seconda e di ultima istanza che dovranno autonomamente decidere tra canone storico o evolutivo.
Il grande poeta è anche lui un Mito, un Archetipo. Ci viene posto quasi sempre innanzi senza possibilità d’intervento critico: toh, leggi, e se non lo capisci te lo spiego io.
Ci si muove sempre su un terreno sorvegliatissimo. E i nervi sono tesi. A ben vedere, in ballo c’è la visione antropologica di ognuno.
Tradurre poesia è come chiamare in causa nei propri versi personaggi dell’epos, della musica, della filosofia, della religione. Fino a che punto si può lavorare di creta?

Sono rimasto colpito dalla modernità del sonetto 66 di Shakespeare. Credo che possa parlarci di alcuni mali che sono anche e soprattutto del nostro tempo. Censura, lobbismo, lottizzazione, oscurantismo. Dopo un iniziale, entusiastico impeto lessicalmente irrispettoso, ho limato la mia verve a favore di correttezza e musicalità. Ma non ho rinunciato a sottoporre a elongazione alcuni passaggi.

Il testo originale, la mia traduzione e le mie note a questo link sul mio taccuino. Buona lettura.

Written by Roberto R. Corsi

13 novembre, 2009 at 15:20

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