Roberto R. Corsi

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Archive for the ‘traduzioni’ Category

Traduzioni: una poesia di Natalie Diaz

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Natalie Diaz

Photo by Jamestroud (Own work) – CC BY-SA 4.0

Ripesco (e miglioro) il mio timido tentativo invernale di traduzione di una poesia di Natalie Diaz apparsa su Lenny a fine 2016. La poesia si chiama Manhattan Is A Lenape WordQui il testo originale. E qui la mia traduzione.
Tra le voci più apprezzate della poesia americana contemporanea sin dalla raccolta di esordio di un lustro fa (When My Brother Was An Atzec), Diaz è Nativa Mojave, attivista per la valorizzazione della loro cultura e patrimonio linguistico, docente universitaria. È stata anche una campionessa di basket a livello internazionale.
Ciò che più mi colpisce è che scrive con complessità e notevole dimestichezza di movimento tra riferimenti e significati comuni (episodi biblici, aggressività “coloniale”). Alla questione delle proprie radici unisce una grande forza nella rappresentazione del sesso. Come in questo passaggio centrale:

Anche un orologio ha bisogno d’essere caricato.
Come può un secolo finire, o un cuore volgersi ad altro,
se non c’è mai nessuno che domanda: Dove sono andati
tutti i Nativi?
Se tu sei dove sei, dov’è chi non è qui?
Non qui. Ecco perché in questa città
ho molte amanti.
Tutti i miei amori sono di compensazione. (…)

Ancora quell’ampio tono di sirena:
Aiutami. Significa: Ho un dono ed è il mio corpo,
creato per due mani, di dèi e bronzo.

Dice: mi fai sentire
come un fulmine. Dico: mai e poi mai
vorrei farti sentire così bianca.
Troppo tardi – non smetto di guardarle le ossa.
Conto i carpi, i metacarpi
della sua mano mentre lei mi è dentro.
Un osso, il semilunare, deve il nome
al suo profilo crescente – lunatus, luna.
Certe notti lei mi sorge dentro così,
come un tormento – un lento flusso luminoso.

Vi ri-linko la mia traduzione, sottolineando che si trova sul mio nuovo taccuino di “poesia altrui”, Ammirazioni, cui vi invito a iscrivervi… #174 – Natalie DIAZ

Written by Roberto R. Corsi

1 aprile, 2017 at 11:06

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Jim Harrison, cinque poesie

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Cimentandosi in una sommaria analisi del 2016 che ci lascia, mi è facile caratterizzarlo con la falcidie di beniamini della musica dei miei tempi (quindi di una parte di me); anche la poesia (lo ricorda, tra gli altri, Franco Buffoni su fb) ha accusato perdite gravi – Maleti, Zeichen, Insana, Pennati; ma forse l’anno bisesto andrebbe ricordato soprattutto per aver dimostrato come sia possibile attuare uno sterminio o un’escalation autoritaria nell’inerzia (quando non nel disinteresse) della comunità internazionale.
Sul piano personale, il dono peggiore di quest’anno è stato quello di farmi sentire per la prima volta vecchio. Dite: lo eri già. Certo, ma non mi sentivo tale. C’era ancora qualcosa – un luogo, una nuotata autunnale, la prospettiva di una passione, o anche solo di qualcuno che risponda ai tuoi messaggi in codice – che mi proiettava in un teatro fantastico. Non più, almeno per adesso. La prima vittima è la mia poesia, che oscilla tra l’overdose di cinismo e la sparizione. Non è il massimo, speriamo bene.

Intanto mi è stata rivelata la poesia del tardo Jim (James) Harrison, altra vittima del 2016 (26 marzo). Qui in Italia lo conosciamo maggiormente per i fortunati adattamenti cinematografici dei suoi romanzi (Revenge, Vento di passioni, Wolf), ma la sua produzione poetica è stata più copiosa di quella narrativa; in più, lui l’ha sempre considerata «la vera ossatura della mia vita». Una vita non certo priva di traumi (la perdita di un occhio in gioventù, la morte di babbo e sorella in un incidente d’auto). Nella sua raccolta edita appena un mese prima della morte, Dead Man’s Float (Fare il morto a galla), Harrison si è misurato – ecco il nesso – con vecchiaia e coscienza della fine, peraltro sempre con una venatura leggera e onirica. Ho trovato sette poesie su LitHub; le cinque di cui tento la traduzione, quelle che mi paiono più coese, sono quattro di queste, più un’altra tratta dall’anteprima Google del libro.
Le poesie sono in ordine sparso. Nel libro, significativamente, l’ultima che trovate qui – con valore di epitaffio – le precede tutte. Scelgo di mantenerla in fondo alla selezione, come su LitHub.

Buona lettura e buon 2017.

***

A sette anni, nel bosco

Davvero son così vecchio come sono?
Forse no. Il tempo è un mistero
che ci può rivoltare a testa in giù.
Ieri nel bosco avevo sette anni,
una benda a coprirmi l’occhio cieco,
in un letto avvolgibile che mamma ha preparato
perché potessi dormire là fuori, nel bosco,
lontano dalla gente. Un serpente giarrettiera
è passato senza accorgersi di me. Una cincia
si è posata sul dito scoperto del piede:
così lieve da non credere che fosse reale. La notte
è stata lunga e le cime degli alberi
dense di migliaia di miliardi di stelle.
Chi ero – mezzo cieco, sul pavimento del bosco –
chi ero a sette anni? Sessantotto anni dopo
posso ancora abitare quel corpo di ragazzo
senza pensare al tempo che è intercorso.
È il peso della vita: avere molte età
senza potere scorgere la fine del tempo.

***

Dolore

Il dolore è al volante,
sterza a sinistra e a destra ormai da un anno.
Costa una fortuna che io non ho
provare a liberarsi del dolore. Magari una ragazza
o della vodka in più potrebbero aiutarmi, ma ne dubito.
O un viaggio ai tropici, dove il dolore se ne andrebbe per ebollizione,
come in quella capanna rovente l’estate scorsa, in cui ti sei svegliato
pensando d’essere manzo essiccato messo a bollire in pentola.
Vorresti darci su, gettare la spugna, però
non puoi, perché sei tutto ciò che hai.
Forse dovrebbero farti fuori come un vecchio cane
come il nostro adorato cocker Mary, che è vicino
alla fine, paralizzato. A differenza di me,
lei è felice per gran parte del tempo. Lungo le passeggiate
lei continua a cadere e io la tiro su ogni volta
per rimetterla in marcia. Sembra che sorrida.
Nessuno di noi due vuole morire
quando c’è ancora del lavoro da fare,
altre creature da cui farci prendere di sorpresa,
del cibo da mangiare, un torrente da guadare –
sebbene io speri, alla fine, di chiedere a Dio
di spiegare per intero il senso di Verdun, dove morirono in trecentomila.

***

Vecchio

Un vecchio è una lunga pila di rottami
così fragile da poter cadere da sola
da cima a fondo.
Non ci vuole uno specchio per vedere gli strati
di detriti – alcuni anni ne sono ostruiti.
Lo strato rosso sangue delle morti per auto
di papà e sorella. Morti ficcate come tronco scortecciato
nel muro della casa, il corpo – novanta chili di terminazioni nervose
devastate dal male. La pila di rottami
non ha simpatia per se stessa. Una vita è una vita,
vissuta tra uccelli foreste e campi.
Ha conosciuto molti cani, un po’ di orsi e lupi.
Alcune donne hanno detto che lo volevano uccidere,
ma cosa c’è lì che valga la pena di uccidere?
Il corpo, naturalmente, il corpo criminale
che ha fatto questo e quello. Qualcuno cercherà
miracolose pepite auree nella pila
e troverà un pezzo di oro degli sciocchi (1) nelle lattine vuote
di Menudo, una zuppa messicana di trippa.

***

Ponte

Il grosso della mia vita l’ho speso
a costruire un ponte sopra il mare
anche se il mare era troppo vasto.
Sono fiero del ponte
sospeso sulla pura aria marina. Machado
è venuto a trovarmi e ci siamo seduti
alla fine del ponte, che è stato una sua idea.
Ora che sono vecchio il lavoro procede a rilento.
Con la morte che è sempre più vicina, mi piace stare qui
in alto sopra il mare, infagottato
per le tempeste artiche del tardo autunno,
il risonante schianto e lamento del mare,
la profondità dei verdi spazi tra un’onda e l’altra.
A volte il mare ruggisce e ulula proprio come
l’animale che è, un vasto e vivo continente.
Che bellezza in tutto ciò, la più oscura delle musiche
sulla quale puoi udire la più chiara, quella dell’agire
umano, la delicata connessione tra uomini e galassie.
Così siedo sul bordo, agitando i piedi sopra
l’abisso. Stanotte la luna mi starà in grembo.
È questo il mio lavoro, studiare l’universo
dal mio ponte. Ho il cielo, il mare, la tenue
striscia verde di foresta canadese sulla riva lontana.

***

Dov’è Jim Harrison?

È caduto dalla scogliera di uno zafu (2) di venti centimetri.
Non è riuscito a rialzarsi per via dell’operazione.
Crede nella Resurrezione, più che altro
perché non gli hanno mai insegnato come non farlo.

***

NOTE:
(1) locuzione che indica la pirite;
(2) cuscinetto rotondo per la meditazione Zen.

Written by Roberto R. Corsi

31 dicembre, 2016 at 12:00

Ferlinghetti e la denuncia dell’infelicità

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FerlinghettiIeri, sfuggendo alla liturgia serale dei telegiornali, mi sono imbattuto in una puntata di America tra le righe, serie di documentari “on the road” a cura di François Busnel trasmessi da Rai5. Seguivo distrattamente le escursioni a Vegas, nella Death Valley, a Yosemite, fino a Frisco.

Improvvisamente, un’intervista a Lawrence Ferlinghetti. La mia attenzione è calamitata dal grande vecchio di City Lights, classe 1919 e ne porta almeno venti di meno. A un certo punto Busnel gli chiede quale sia la sua idea di poeta; lui prende in mano il suo ultimo libro, Poetry As Insurgent Art, del 2007, e inizia a leggere. L’estratto in lingua originale lo trovate qui alle pagg. 64 e 65, che miracolosamente costituiscono l’anteprima del libro.

Ecco invece la sbobinatura del doppiaggio:

ci sono tre tipi di poesia. La poesia sdraiata accetta lo status quo. La poesia seduta è scritta dall’establishment seduto: si lascia dettare le sue conclusioni a proprio vantaggio. La poesia in piedi è poesia d’impegno, a volte grandioso a volte immane.
L’idea che la poesia sia un’arma nelle mani della lotta di classe turba il sonno di coloro che non vogliono che si ostacoli la loro ricerca della felicità.
Il poeta per definizione è colui che detiene eros, amore e libertà; pertanto è il nemico naturale e non violento dello stato di polizia. È la resistenza ultima. È il barbaro sovversivo alle porte della città che attacca pacificamente il tossico status quo.

(da notare che almeno la tripartizione emerge da un decennio di articoli e lecture precedenti, come questa. Un’altra la troveremo più sotto)

Mi sento vicino a questa definizione.
Certe volte ho parlato di poesia consolatoria o di poesia come “bidet” per le coscienze. Leggi il seguito di questo post »

Due poesie tradotte da Marion Lignana Rosenberg

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Ieri, come ricordo qui, è mancata un’amica, una dolce persona, una donna radiosa e coltissima.
Tempo fa, all’uscita de L’indegnità, mi dedicò spontaneamente (come millemila altre volte) il suo tempo e i suoi talenti di traduttrice, donandomi una sua versione di due mie poesie. Che ora, “smiling as she recalls the open sea”, sono anche e ancora più sue. Quindi, partecipandovele, le lascio senza farle precedere dagli originali che eventualmente potete leggere in questo ebook antologico. Siete vivamente pregati di rispettare il copyright e i credits della traduzione.
____________________________

COMFORT

Places in the sky where your
name is but yellow
grindings, the resin
of an alabaster sunset.

Seagulls
in theories of return. Squared sails
give metrics to the sea.

______________________________

JEUX DE VAGUES

A wave should die in its rush –
take on form, sense; and slowly, slowly,
smiling as it recalls the open sea, vanish
into the unconscious of the sand, towards dreamt-of
subterranean layers in the underworld.

It happens, though, that the most imperious currents
cause some waves to move in reverse, until they clash
with soft white violence against the flow.

Thus am I – all things offend me
in my non-being. Like a glistening expanse
this earthy Poet lets pour through his hands
into verse the reliquary of his loves.
And every little sea – every tear of mine
faces the world shorn
of any meaning at all.

translation © Marion Lignana Rosenberg

Written by Roberto R. Corsi

30 novembre, 2013 at 00:55

Paging (and patching) Sir Blake

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Da tempo uno dei miei post più gettonati (o meno ignorati) è quello che contiene la mia versione di Auguries Of Innocence di William Blake, per il motivo che, come accenno in loco, la traduzione più famosa è da tempo fuori commercio, altre son solo parziali, e così chi cerca trova quasi esclusivamente il mio contributo.
Di questa poesia, che in realtà sembra essere il patchwork di una serie di proverbi o massime sapienziali (un po’ filastrocche popolari, un po’ spunti mistici dello stesso Blake), è nota soprattutto la quartina d’incipit, che del resto si trova in molte pagine in rete. Oltre al some are born…, naturalmente.
Dal canto mio, come ognuno può verificare, ho ritenuto essenziale, proprio per salvaguardare il tono di filastrocca, operare una traduzione in rima (e il più possibile metricamente omogenea), e questo a volte mi ha spinto molto (troppo?) lontano da una versione letterale.

Che novità vi porto? Grazie alla corrispondenza con la traduttrice Daria Cavallini ho avuto la spinta a visitare la Marucelliana (fantastica: ambientazione come al solito sontuosa; in più d’estate ci si sta alla grande e il personale è stato molto paziente con lo scrivente neofita) e a dare così finalmente un’occhiata alla famigerata “Fenice” Guanda dedicata al poeta inglese.

Prima sorpresa: la versione in Italiano degli Auguries, come di tutte le poesie del “Pickering Manuscript”, non è di Roberto Sanesi ma di Dario Villa, poeta e traduttore scomparso prematuramente. Infatti il tomo, curato da Sanesi, annovera tre traduttori (oltre a Sanesi e Villa c’è anche il poeta Giuseppe Conte). Da questa istantanea potete osservare la ripartizione del lavoro all’interno del volume.

traduttori di Blake nella Fenice Guanda (foto mia)

traduttori di Blake nella Fenice Guanda (foto mia)

Seconda sorpresa: oltre a leggère difformità non lessicali (arcaismi, abbreviazioni, elisioni), il mio testo di riferimento mancava di due versi verso la metà della poesia – quelli qui in grassetto – che ora ho interpolato e tradotto! Mi aveva ingannato il fatto che i versi “ai bordi” della lacuna creassero una rima baciata…

The babe is more than swadling bands;
throughout all these human lands
tools were made and born were hands,
every farmer understands.

Particolarmente grato a Daria, dunque, per avermi consentito di scovare la magagna attraverso questa verifica sul filo della pausa estiva.
Per il resto perdonatemi se continua a piacermi di più la mia versione rispetto a quella del compianto Villa. Amor di papà, certamente!
Ciò a partire dalla traduzione del titolo, dove preferisco a “presagi”, che mi sa di processo mentale individuale, “auspici” (non tanto e non solo da augurare bensì da trarre dalla natura), il che conferisce maggiormente un carattere di “valediction” e di lezione morale da Blake al lettore…
Buon divertimento.

Written by Roberto R. Corsi

1 agosto, 2013 at 08:52

paradisi artificiali, purgatorî pei giornali

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domenica scorsa sfogliando il Corriere ho fatto conoscenza a pagina 55 con un aspetto meno noto della vita di Sir Humphry Davy: la sua esperienza di poeta – compositore di oltre un centinaio di liriche ma soprattutto sperimentatore su di sé del gas esilarante (protossido di azoto), riguardo ai cui effetti scrive addirittura un’ottava alternata…

On breathing the Nitrous Oxide

Not in the ideal dreams of wild desire
Have I beheld a rapture wakening form
My bosom burns with no unhallowed fire
Yet is my cheek with rosy blushes warm
Yet are my eyes with sparkling lustre filled
Yet is my mouth implete with murmuring sound
Yet are my limbs with inward transports thrill’d
And clad with new born mightiness round.

Davy

Sir Humphry Davy

Non che il tema della creatività connessa alle sostanze psicotrope sia nuovo, né che la stanza citata qui sopra sia qualitativamente rilevante; però la breve lettura, attraente fin dal titolo per l’ironia cui esso presta il fianco (“volete diventare poeti? lasciate perdere gli editori a pagamento e investite in gas esilarante!!!”) mi ha divertito, oltre a ricordarmi alcuni aspetti dell’adolescenza (intendevo pure io operare un piccolo esperimento, e avevo preso la cosa piuttosto scientificamente, ma mi sono fermato in limine) e come sempre a farmi rimpiangere tempi andati in cui la dicotomia scienza-letteratura era sentita come contrapposizione non impermeabile tra due forze paritarie.

…tutto qui? un momento Corsi, ma da dove hai preso la poesia, visto che nell’articolo a firma Adriana Bazzi è citata solo indirettamente?
Ebbene, l’ho presa da questo post uscito già a metà febbraio sul blog Popinga (di Marco Fulvio Barozzi), post che tra l’altro cita e linka correttamente la fonte originaria, vale a dire un saggio di Sharon Ruston, professoressa di Letteratura e cultura dell’Ottocento all’Università di Salford, Manchester.
È stato per me abbastanza avvilente constatare come persino il più importante giornale italiano talvolta “si dimentichi” di menzionare le fonti (quantomeno Ruston)… E il pensiero di questo scivolamento della deontologia anche ai più alti livelli, nonché di quanti episodi di questo tipo si registrano e registreranno quotidianamente, mi si para davanti come un potente incentivo a darci su con la creatività e passare senza indugio al consumo smodato di [~].

silenzio si traduce

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Camillo Pennati (foto dal sito anteremedizioni.it)

Questo mio (terzo) esercizio di traduzione è particolarmente rischioso in quanto promana da un poeta… italiano: si tratta di Camillo Pennati (Milano, 1931), che, per la sua assidua frequentazione della cultura e della poesia inglese, utilizza talora questa lingua come modalità espressiva primaria. È il caso del presente inedito del gennaio scorso il cui autografo si trova a p. 34 dell’ultimo numero della rivista Gradiva, preceduto da una nota di Antonello Borra (che ringrazio unitamente a Luigi Fontanella per alcune informazioni sull’Autore).
Nella lettura dell’originale, che ho trascritto d’impeto anche qui sul mio taccuino, mi ha profondamente colpito il flusso sonoro (non a caso si chiude evocando uno streaming sound) privo di punteggiatura, incurante anzi accelerato dalle ridondanze e ripetizioni, affabulatore nel formare un’onda che, muovendo dall’indagine sulla natura “anemofila” del silenzio, monta toccando nella corsa entità atmosferiche poi siderali fino a predire, oltre allo scempio del pianeta, un collasso dell’universo inscritto in un silenzio questa volta “sovrumano”.
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Written by Roberto R. Corsi

11 ottobre, 2011 at 10:13

I pontieri di Nimrod: Laura Branchini

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Questo blog si è montato la testa: dopo aver conosciuto lungo le autostrade informatiche un’eccellente traduttrice, Laura Branchini, ne ha approfittato per porle qualche domanda generica cui lei, gentilissima, ha subito risposto. La ringrazio davvero tanto.
Laura è la traduttrice di riferimento per la lingua italiana dell’opera di Juan Gelman, poeta di cui ci siamo occupati or non è guari. Queste le sillogi pubblicate con la sua traduzione: Lettera a mia madre (Guanda), Nel rovescio del mondo (Interlinea), Doveri dell’esilio (Interlinea), Valer la pena (Guanda) e il recentissimo Com/posizioni (Rayuela). La qualità del lavoro di Laura, a mio avviso, è testimoniata anche dai premi con cui il nostro paese ha insignito lo scrittore di Buenos Aires, da ultimo il premio Lerici Pea 2003 e il premio Poesia Civile Città di Vercelli 2006. Segno che la cifra gelmaniana è pervenuta integra e fresca fino a noi!

La tua sfera artistico-culturale abbraccia teatro, insegnamento, traduzione… Siccome rischierei di omettere o non dare il giusto peso a qualcosa, posso chiederti di autopresentarti sinteticamente ai miei venticinque lettori, con particolare riferimento alla tua attività di traduttrice?

La copertina di Com/posizioni (2011). Per info e ordini: rayuelaedizioni@yahoo.it

Da sempre la parola è il mio gesto espressivo e conoscitivo principale. Muovere, attraversare le parole, trasportarle mi corrisponde più di altro. Già negli studi classici (lettere orientali antiche) e poi nelle esperienze con il teatro di ricerca – che sono stati i miei primi amori – il mio interesse girava comunque attorno all’apparizione della parola, al poterla pronunciare e ripetere, trasferire nei segni e nei gesti, con un costante senso di meraviglia, un piacere essenziale e contemplativo verso di essa. Tradurre è sempre stato il mio gesto più intimo, il mio contatto più meditativo e insieme passionale con la parola. Per queste ragioni, credo, prediligo la poesia.
Ai tempi del liceo passavo pomeriggi interi a tradurre i lirici greci, con esiti di cui vado ancora fiera. Mi sono poi dedicata ai poeti romantici inglesi, a Sylvia Plath, a Rilke, alle lettere di Madame de Sevignè, e moltissimo agli spagnoli e latinoamericani (fra tutti, R. Dalton, A. Storni, L. M. Panero, C. Rodriguez, J. Cortazar). Ho sempre avuto presente e osservato con un senso di complicità l’attività di traduzione di molti poeti che ammiro, una fra tutte quella di Sergio Solmi, che nel suo Quaderno di traduzioni (II, Einaudi, 1977) spiega molto meglio di me il suo modo di intendere la passione e la pratica della traduzione (che condivido).
Certo, anche nell’insegnamento – la mia attività quotidiana – esercito una pratica di conoscenza e trasmissione da e verso il linguaggio. E in quel poco di recitazione che ancora mi trovo a praticare, prediligo sempre e comunque la presenza della parola, la sua epifania nuda e indifesa.

In un messaggio mi hai ringraziato per avere inserito in una mia nota di lettura il (doveroso) riferimento a te in quanto traduttrice del libro, e come tale – ti cito testualmente – appartenente a una “categoria fantasma della letteratura”. Ti riferivi solo alla scarsa considerazione del traduttore in chiave critica o c’è di più? Quali sono secondo te le manifestazioni più scabrose di questo “stato ectoplasmico”?

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et Robertus (Annibal) Caro factus est.

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William Blake

an innocent victim, accordingly

Intanto devo ringraziare l’amica Marina Allegro che, chiedendomi se avessi sottomano una traduzione autorevole di Auguries Of Innocence di William Blake (l’unica è quella di Roberto Sanesi Dario Villa nella ormai esaurita “Fenice” Guanda), mi ha insinuato il desiderio di provare a tradurla.
Sottovaluto sempre il potere di accrescere la musicalità e la fantasia che sta nella pratica della traduzione. Mi ero cimentato già una volta e ora ci riprovo, o voi infelici.

Mi sento molto Annibal Caro – o Gesualdo Bufalino con Les fleurs – ma, secondo me, trattandosi di versi che ricalcano stilemi precisi (filastrocca, proverbio), la rima è praticamente obbligatoria, dunque ci vuole una libertà anche consistente.
Poiché pare che i versi della lirica sian stati spesse volte presentati anche in ordine differente, mi sono sentito libero di spostare le interruzioni sulla base del senso che ho voluto inferirne.
Di seguito il testo. Buona lettura.

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Written by Roberto R. Corsi

7 aprile, 2011 at 15:33

NEVREDNICIA DE A REUŞI

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Mihaela Colin Cernitu, scrittrice rumena di stanza qui a Firenze, mi fa un dono graditissimo: la versione nella sua lingua madre di tre poesie da L’indegnità a succedere. Cara Mihaela ti sono infinitamente riconoscente.

CONFORT

Locuri din cer unde al tău
nume nu e decât galbena
şagrinata, răşina
amurgului de alabastru.

Pescăruşi
în teoria întoarcerii. Vele pătrate
dau măsura mării.

ALLEGRO ASSAI (BWV 1041)

Cardiograma ternară,
o urmăresc cu unghiile pe ecran.

Ca în acel film, la fel ca Veronica
mă salvez.

Este bătrânul Bach.
Se topeşte, dansează.
Bătrân, dar fără bale.
Dansează, dar fără trup.

E proaspătă scoarţa- îşi răspândeşte plăcerea
în ritmuri de fluture.

LOHENGRIN, REGIA DE WERNER HERZOG

Suntem acea mişcare orizontală
Elsa şi Ortruda
contra libretul
contra oricărei logici, departe
de orice lucru ceresc.

Mâinile, distanţa lor
moderată, ambiguă, fizică
înăuntru căderea bruscă a muzicii
ce-şi măsoară eroii.

Câştigi. Trăieşti.
Dăruieşte-mi compasiunea lăcustei.

[Traducere de Mihaela Colin Cernitu]

Written by Roberto R. Corsi

21 maggio, 2010 at 10:55

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