Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Archive for the ‘sit tibi terra levis’ Category

Il blu che vedi è mare

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«Scrivo queste righe di getto, sapendo già che non saranno politicamente corrette: sono i miei pensieri su Pierluigi e non un articolo di commemorazione, quelli usciranno su altre riviste e giornali e saranno tutti dovuti e meritati per quello che Pierluigi è stato, ha scritto e ha rappresentato…»

Francesco Tomada, uno dei più valenti redattori di Perìgeion e soprattutto ottimo poeta, ricorda Pierluigi Cappello. (la formattazione di questo articolo, nescio quare, è uscita sgangherata: porta pazienza e clicca qui sotto su “Perìgeion” per accedere all’articolo)

perìgeion




























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Written by Roberto R. Corsi

2 ottobre, 2017 at 22:11

Jim Harrison, cinque poesie

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Cimentandosi in una sommaria analisi del 2016 che ci lascia, mi è facile caratterizzarlo con la falcidie di beniamini della musica dei miei tempi (quindi di una parte di me); anche la poesia (lo ricorda, tra gli altri, Franco Buffoni su fb) ha accusato perdite gravi – Maleti, Zeichen, Insana, Pennati; ma forse l’anno bisesto andrebbe ricordato soprattutto per aver dimostrato come sia possibile attuare uno sterminio o un’escalation autoritaria nell’inerzia (quando non nel disinteresse) della comunità internazionale.
Sul piano personale, il dono peggiore di quest’anno è stato quello di farmi sentire per la prima volta vecchio. Dite: lo eri già. Certo, ma non mi sentivo tale. C’era ancora qualcosa – un luogo, una nuotata autunnale, la prospettiva di una passione, o anche solo di qualcuno che risponda ai tuoi messaggi in codice – che mi proiettava in un teatro fantastico. Non più, almeno per adesso. La prima vittima è la mia poesia, che oscilla tra l’overdose di cinismo e la sparizione. Non è il massimo, speriamo bene.

Intanto mi è stata rivelata la poesia del tardo Jim (James) Harrison, altra vittima del 2016 (26 marzo). Qui in Italia lo conosciamo maggiormente per i fortunati adattamenti cinematografici dei suoi romanzi (Revenge, Vento di passioni, Wolf), ma la sua produzione poetica è stata più copiosa di quella narrativa; in più, lui l’ha sempre considerata «la vera ossatura della mia vita». Una vita non certo priva di traumi (la perdita di un occhio in gioventù, la morte di babbo e sorella in un incidente d’auto). Nella sua raccolta edita appena un mese prima della morte, Dead Man’s Float (Fare il morto a galla), Harrison si è misurato – ecco il nesso – con vecchiaia e coscienza della fine, peraltro sempre con una venatura leggera e onirica. Ho trovato sette poesie su LitHub; le cinque di cui tento la traduzione, quelle che mi paiono più coese, sono quattro di queste, più un’altra tratta dall’anteprima Google del libro.
Le poesie sono in ordine sparso. Nel libro, significativamente, l’ultima che trovate qui – con valore di epitaffio – le precede tutte. Scelgo di mantenerla in fondo alla selezione, come su LitHub.

Buona lettura e buon 2017.

***

A sette anni, nel bosco

Davvero son così vecchio come sono?
Forse no. Il tempo è un mistero
che ci può rivoltare a testa in giù.
Ieri nel bosco avevo sette anni,
una benda a coprirmi l’occhio cieco,
in un letto avvolgibile che mamma ha preparato
perché potessi dormire là fuori, nel bosco,
lontano dalla gente. Un serpente giarrettiera
è passato senza accorgersi di me. Una cincia
si è posata sul dito scoperto del piede:
così lieve da non credere che fosse reale. La notte
è stata lunga e le cime degli alberi
dense di migliaia di miliardi di stelle.
Chi ero – mezzo cieco, sul pavimento del bosco –
chi ero a sette anni? Sessantotto anni dopo
posso ancora abitare quel corpo di ragazzo
senza pensare al tempo che è intercorso.
È il peso della vita: avere molte età
senza potere scorgere la fine del tempo.

***

Dolore

Il dolore è al volante,
sterza a sinistra e a destra ormai da un anno.
Costa una fortuna che io non ho
provare a liberarsi del dolore. Magari una ragazza
o della vodka in più potrebbero aiutarmi, ma ne dubito.
O un viaggio ai tropici, dove il dolore se ne andrebbe per ebollizione,
come in quella capanna rovente l’estate scorsa, in cui ti sei svegliato
pensando d’essere manzo essiccato messo a bollire in pentola.
Vorresti darci su, gettare la spugna, però
non puoi, perché sei tutto ciò che hai.
Forse dovrebbero farti fuori come un vecchio cane
come il nostro adorato cocker Mary, che è vicino
alla fine, paralizzato. A differenza di me,
lei è felice per gran parte del tempo. Lungo le passeggiate
lei continua a cadere e io la tiro su ogni volta
per rimetterla in marcia. Sembra che sorrida.
Nessuno di noi due vuole morire
quando c’è ancora del lavoro da fare,
altre creature da cui farci prendere di sorpresa,
del cibo da mangiare, un torrente da guadare –
sebbene io speri, alla fine, di chiedere a Dio
di spiegare per intero il senso di Verdun, dove morirono in trecentomila.

***

Vecchio

Un vecchio è una lunga pila di rottami
così fragile da poter cadere da sola
da cima a fondo.
Non ci vuole uno specchio per vedere gli strati
di detriti – alcuni anni ne sono ostruiti.
Lo strato rosso sangue delle morti per auto
di papà e sorella. Morti ficcate come tronco scortecciato
nel muro della casa, il corpo – novanta chili di terminazioni nervose
devastate dal male. La pila di rottami
non ha simpatia per se stessa. Una vita è una vita,
vissuta tra uccelli foreste e campi.
Ha conosciuto molti cani, un po’ di orsi e lupi.
Alcune donne hanno detto che lo volevano uccidere,
ma cosa c’è lì che valga la pena di uccidere?
Il corpo, naturalmente, il corpo criminale
che ha fatto questo e quello. Qualcuno cercherà
miracolose pepite auree nella pila
e troverà un pezzo di oro degli sciocchi (1) nelle lattine vuote
di Menudo, una zuppa messicana di trippa.

***

Ponte

Il grosso della mia vita l’ho speso
a costruire un ponte sopra il mare
anche se il mare era troppo vasto.
Sono fiero del ponte
sospeso sulla pura aria marina. Machado
è venuto a trovarmi e ci siamo seduti
alla fine del ponte, che è stato una sua idea.
Ora che sono vecchio il lavoro procede a rilento.
Con la morte che è sempre più vicina, mi piace stare qui
in alto sopra il mare, infagottato
per le tempeste artiche del tardo autunno,
il risonante schianto e lamento del mare,
la profondità dei verdi spazi tra un’onda e l’altra.
A volte il mare ruggisce e ulula proprio come
l’animale che è, un vasto e vivo continente.
Che bellezza in tutto ciò, la più oscura delle musiche
sulla quale puoi udire la più chiara, quella dell’agire
umano, la delicata connessione tra uomini e galassie.
Così siedo sul bordo, agitando i piedi sopra
l’abisso. Stanotte la luna mi starà in grembo.
È questo il mio lavoro, studiare l’universo
dal mio ponte. Ho il cielo, il mare, la tenue
striscia verde di foresta canadese sulla riva lontana.

***

Dov’è Jim Harrison?

È caduto dalla scogliera di uno zafu (2) di venti centimetri.
Non è riuscito a rialzarsi per via dell’operazione.
Crede nella Resurrezione, più che altro
perché non gli hanno mai insegnato come non farlo.

***

NOTE:
(1) locuzione che indica la pirite;
(2) cuscinetto rotondo per la meditazione Zen.

Written by Roberto R. Corsi

31 dicembre, 2016 at 12:00

Leonard Cohen (1934-2016) sulla poesia

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Pronuncia le parole con la stessa precisione con cui leggeresti la lista della lavanderia. Una poesia non è che informazione. Se la gonfi e la declami con nobili intenzioni non sei migliore dei politici che disprezzi. Sei solo qualcuno che sventola una bandiera e che fa appello alla specie più bassa di patriottismo delle emozioni. Considera le parole come scienza, non come arte. Sono una relazione. Stai parlando a una riunione del Club degli Esploratori o alla National Geographic Society. Il tuo pubblico conosce tutti i rischi dell’alpinismo. Ti fanno un onore se li danno per scontati. Sbatterglieli in faccia è un insulto alla loro ospitalità. Digli quanto era alta la montagna, che equipaggiamento hai usato, sii preciso sulle dimensioni delle pareti e sul tempo che ti ci è voluto per scalarle. Non cercare di far sospirare il pubblico né di fargli trattenere il fiato. Se il tuo racconto merita sospiri o fiati sospesi, è qualcosa che il pubblico, non tu, dovrà decidere. Sarà nelle statistiche che presenterai loro, non nel tremolio della voce o nell’agitarsi delle braccia. Sarà nei dati e nella tranquilla organizzazione della tua presenza.

(Leonard Cohen, How To Speak Poetry, in Death Of A Lady’s Man, trad. e cit. in Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Roma: Il Filo, 2007(1), pp. 91-92)

Leonard Cohen, 1988 01

Written by Roberto R. Corsi

11 novembre, 2016 at 09:02

#Babuk2017

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stens2007

Il volume in cui è presente il saggio di Gaetano (clicca per scheda e ordini)

Sono molto grato alla Associazione LaRecherche per aver confermato il mio ruolo di giurato della sezione narrativa nella terza edizione del premio/concorso letterario Il giardino di Babuk – Proust en Italie.
Lo scorso inverno i vostri racconti mi hanno tenuto compagnia, in certi casi avvincendomi molto. Quindi sarà un piacere ripetere quest’esperienza di lettura.

La terza edizione è intitolata alla memoria di Gaetano Conti, brillante studente fiorentino appassionato di letteratura italiana e latina (suo un saggio su Seneca pubblicato postumo da Olschki), scomparso dieci anni fa, neanche un mese dopo il suo diciottesimo compleanno.

Ricordo che, come nelle edizioni precedenti, il concorso ha due sezioni (opere di poesia e narrativa che dovranno essere assolutamente inedite, anche su web) ed è doppiamente virtuoso: la partecipazione è completamente gratuita e i premi (destinati al “podio” di ogni sezione) sono cash.
Diversamente dalle edizioni precedenti, l’edizione 2017 ha però una parte “aleatoria”: l’Associazione, come tutti, ha dovuto fronteggiare la congiuntura e in particolare una drastica riduzione delle entrate destinate al montepremi e alle spese organizzative (tra le quali NON rientrano compensi ai giurati: vi leggiamo gratis).
A fronte di questa difficoltà si è lanciata una raccolta fondi che terminerà a fine marzo 2017, il giorno precedente la cerimonia di premiazione.
I premi hanno dunque una parte fissa (200, 100, 50 Euro ai primi tre classificati di ogni sezione) e una parte variabile, legata all’andamento della raccolta; raccolta alla quale preghiamo tutti di partecipare, secondo le proprie possibilità, per garantire uno standard adeguato – e, mediatamente, un futuro – a questo concorso.
Ulteriori forme di sostegno sono allo studio e, se approvate, vi verranno immediatamente comunicate.

Ho scritto tutto. Partendo da questa pagina potrete scaricare il bando (compreso un approfondimento su Gaetano Conti) e visualizzare le modalità della raccolta fondi (compreso il dettaglio delle voci in conto spese).
Prego gli amici che abbiano gli strumenti per farlo di diffondere le informazioni su bando e raccolta (o anche direttamente le risorse linkate qui sopra), in modo da dare massima visibilità alla operazione.

Aspetto i vostri manoscritti, che come al solito mi saranno sottoposti in forma completamente anonima.
[Anche quest’anno rinnovo l’invito, forse inutile visto che lo scorso anno non c’è stato alcun problema, a “giocare pulito” e non chiedermi informazioni confidenziali né malleverie in ordine al concorso; comportamenti che verranno riferiti immediatamente al Presidente della giuria].

Written by Roberto R. Corsi

15 settembre, 2016 at 10:09

Gabriella Maleti (1942-2016)

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coverIeri, a distanza di una settimana dalla sua scomparsa, ho potuto pubblicare su Perìgeion una scelta di poesie di Gabriella Maleti.
Il link all’articolo lo trovate in calce a queste poche mie righe.
Sempre in calce trovate i collegamenti per scaricarlo in formato ebook (qui a lato ne vedete la copertina).
Si tratta di ben 28 29 poesie [grazie a Marco Simonelli per avermi suggerito di includere anche la prima poesia dedicata a “La donna nana”]; la difficoltà della scelta è già indicativa della buona fattura.
Un cospicuo florilegium, non semplice da seguire dallo schermo del pc; perciò ho fatto in modo che chi è dotato di un ebook reader (o un tablet, uno smartphone etc.) possa scaricarsele e portarsele in giro, magari all’aria aperta.

Gabriella era un’amica da circa dieci anni, e, stante la mia poca socialità che si è riflettuta nella rarefazione delle occasioni per vederci, credo che non sapesse che ho molto apprezzato le critiche che a suo tempo operò al mio libro di esordio.
Essenzialmente mi eccepiva il carattere asistematico della raccolta.
Emiliana d’origine, dunque schietta di natura, diceva – con affetto – pane al pane.
Non credo di avere del tutto recepito il suo consiglio, principalmente per motivi temperamentali, ma ci ho molto riflettuto.
In questi giorni ho ripercorso voracemente la gran parte della sua opera poetica, e mi è risultato evidente cosa intendesse. Anche nelle sue opere più speculative, in cui lo slancio lirico svaria e si avvolge quasi a spirale, resta sempre presente una domanda di fondo. Antropologica, per lo più, e duale: parola e silenzio; ricordo familiare e tempo presente; sonno e morte (ipnos e thanatos, d’accordo, ma soprattutto d’après Pessoa); “prima” (modenese, milanese) e “poi” fiorentino; tramonto della vita e smania di vita (nell’ultimo, notevole, Vecchi corpi, uscito digitalmente per LaRecherche solo tre mesi fa).
Ripercorrere in pochi giorni un poetry span di 33 anni (ho preso in esame le poesie dal 1981 al 2014) mi ha fatto toccare con mano il formarsi di uno stile sempre più definito, in cui il nocciolo di cui sopra si è progressivamente cementato entro una crescente consapevolezza musicale e ampiezza lessicale.
Ciao Gabriella, non ti dimenticherò.

Detto questo, ecco i link alla mia scelta di poesie:
Leggi l’antologia sul sito di Perìgeion: Gabriella Maleti (1942-2016). Una scelta di poesie
Scaricala in formato ebook: ePub oppure Kindle (mobipocket).

Altre risorse per chi volesse ampliare il discorso:
il sito personale (dove si trovano altre poesie, anche ante 1981);
i siti delle Edizioni Gazebo e de L’Area di Broca, realtà editoriali per molti anni condotte assieme a Mariella Bettarini.

Molti libri di Gabriella (cinque sui sette presi in considerazione, più uno di fotografie) sono liberamente scaricabili online per intero, presso l’archivio Gazebo o come ebook LaRecherche. I restanti titoli sono acquistabili c/o Gazebo.

Written by Roberto R. Corsi

4 aprile, 2016 at 08:52

Due poesie tradotte da Marion Lignana Rosenberg

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Ieri, come ricordo qui, è mancata un’amica, una dolce persona, una donna radiosa e coltissima.
Tempo fa, all’uscita de L’indegnità, mi dedicò spontaneamente (come millemila altre volte) il suo tempo e i suoi talenti di traduttrice, donandomi una sua versione di due mie poesie. Che ora, “smiling as she recalls the open sea”, sono anche e ancora più sue. Quindi, partecipandovele, le lascio senza farle precedere dagli originali che eventualmente potete leggere in questo ebook antologico. Siete vivamente pregati di rispettare il copyright e i credits della traduzione.
____________________________

COMFORT

Places in the sky where your
name is but yellow
grindings, the resin
of an alabaster sunset.

Seagulls
in theories of return. Squared sails
give metrics to the sea.

______________________________

JEUX DE VAGUES

A wave should die in its rush –
take on form, sense; and slowly, slowly,
smiling as it recalls the open sea, vanish
into the unconscious of the sand, towards dreamt-of
subterranean layers in the underworld.

It happens, though, that the most imperious currents
cause some waves to move in reverse, until they clash
with soft white violence against the flow.

Thus am I – all things offend me
in my non-being. Like a glistening expanse
this earthy Poet lets pour through his hands
into verse the reliquary of his loves.
And every little sea – every tear of mine
faces the world shorn
of any meaning at all.

translation © Marion Lignana Rosenberg

Written by Roberto R. Corsi

30 novembre, 2013 at 00:55

Gianfranco Palmery (1940-2013)

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Palmery

Gianfranco Palmery & gatto (img © Il Labirinto)

Pochi giorni fa, il ventotto luglio, è venuto a mancare Gianfranco Palmery.
Entrai in contatto con la sua poesia attraverso il volume Garden Of Delights, una scelta di poesie tradotte per i tipi di Gradiva da Barbara Carle. Scrissi una nota e, non ricordo se su mio o suo impulso, instaurammo un rapporto epistolare. Dopodiché Gianfranco mi donò una copia di Compassioni della mente, che considero uno dei migliori libri di poesia da me letti negli ultimi anni, tanto che l’ho regalato alla persona a me più cara in uno dei nostri primi incontri. E mi ha pure portato fortuna.
Il rapporto epistolare e critico è stato bidirezionale: Gianfranco ha speso belle parole sul mio libro cartaceo accostandolo (immeritatamente) a nomi altisonanti. Tra questi, Berryman e Ashbery; ciò mi ha spinto a conoscerli più da vicino, il primo nella traduzione e nella cura che lui stesso aveva operato per la casa editrice Il labirinto. Ovviamente la loro poesia surclassa la mia, ma le endorfine, per l’accostamento, sono aumentate e ho ricevuto un grande beneficio all’autostima e alla voglia di scrivere.
Ogni tanto accennava alla sua malattia ma per rispetto della privacy non ho mai voluto saperne di più. Tempo fa mi chiese di parlare di Compassioni per un incontro fiorentino, assieme a Sauro Albisani. Io declinai per impegni concomitanti e gli domandai se, qualora io avessi trovato uno spazio per liberarmi, fosse possibile incontrarlo per un breve saluto di persona. Mi rispose che avevo frainteso e che lui stava tanto male da non potersi muovere da casa sua a Roma; la presentazione in riva d’Arno si sarebbe svolta per così dire in contumacia.
Ero abbonato al suo blog “Diario postumo” che ora reca un’istantanea (piuttosto forte, vi avviso) delle mani giunte nel feretro – mani poco più che ossute, rivelano la sua profonda sofferenza degli ultimi tempi.  Qui il link al blog. Preferisco ricordarlo qui in alto con la foto presente sul sito de Il labirinto, dove lo si vede assieme a una sua grande passione, il gatto, e abbastanza in forma (i suoi tratti mi han sempre ricordato Frank Zappa).
Era un grande poeta e un ottimo traduttore, dal quale ho imparato tanto.

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