Dàimon, Mida, Dama

[sottotitolo: chi ha rubato la sedicesima palla?]

Tornando serî (o quantomeno brembi): sono onorato della lettura delle mie 56c da parte di Dama Chiara Daino; lettura che dimostra per iscritto come il signor Actarus  non sia il solo a mangiar libri de re poetica e insalate d’arte drammatica (ah, erano cibernetica e matematica? No problem, Chiara de Vega lo vaporizza pure lì). In soldoni, Daino è una pantomate di grana fina e, leggendo il mio testo, lo disseziona con coltello deciso e polso fermo, poi lo reintesse con arte d’aracnide in versione abridged (aspetto la sua leggendaria stesura 56 on 56), arpionandone e tes-auri-zzandone alcuni gangli vitali.

© Chiara Daino. E che le vuoi di’? ❤ 

Leggete il brano di Dama qui, chez son Moulin Rouge. E occhio a uno dei disegni che accompagnano: nelle fondamenta della piramide, come bisogno più che primario, c’è in realtà il wifi, colui che tutto move. E che oggi mi è mancato per otto ore (sembravo Salome: quanti Iokanaan!); di qui il mio ritardo nel ringraziare e omaggiare, ritardo cui ora rimedio per quel che posso.

Quel che davvero più conta: sono felice di avere in qualche maniera contribuito a risvegliare lo Smaug recensorio di Chiara! Sento che le ali sono eutrofiche e il sospirato, folle volo si ripeterà su testi anche migliori del mio.

Ciò letto e detto: posate le cozze (ché son prossime al best before: “non tornino in odio causa imodio”) e abbrancate piuttosto un libro di Chiara. Consiglio Siamo soli (morirò a Parigi) per almeno tre motivi: è il più spedito nel giungere, spedito, dal carrello a casa vostra; la parentesi del titolo (e il testo) cita un gran poeta, Cesar Vallejo; e noi siamo in-con-tro-ver-ti-bil-men-te soli. Lo sillabo perché una mia ex mi ammirava quando lo dicevo, così mi tormento un po’. Le mie cozze sono una pepata solitudine, un falso accrescitivo: il solo che ogni tanto si alza sulle punte e fa il solone. E la Dama declina l’assioma da soma (tanto pesa la solitudine assoluta, già dall’incipit, senza orpelli!) in uno scambio epistolare con quattro glosse ai lati.
L’apostrofo è una distrazione nera tra Vasco e Germont. E la Dama richiede tributo di sinapsi. Ne uscirete stremati e beati: non equivale a ciò che ognor vagheggiate, o eterni longing-to-be-scopàti?

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Castiglione reloaded

Davide Castiglione (foto © inrealtalapoesia.com)

Comunicazione di servizio per i miei seguaci WordPress-only: il critico letterario e poeta Davide Castiglione ha da poco caricato e catalogato sul suo nuovo sito, Critica del testo poetico, la sua analisi della terza delle Cinquantaseicozze; analisi che, come chi è in possesso del volume sa, è stata inserita in coda al libro. La trovate, assieme alla poesia cui si riferisce, a questo link (aggiornate i segnalibri!).

Ringrazio Davide per la reissue e ricordo che, nel frattempo, lo stesso editore Italic ha pubblicato anche una sua raccolta, Non di fortuna. Con cui v’invito a cimentarvi.

Alcune micro-riflessioni già pubblicate stamattina su un mio profilo social:
1) effettivamente, anche grazie a quest’analisi critica, considero la cozza III come la mia poesia più riuscita. Forse l’unica riuscita di tutte le poesie che ho scritto: creare una poesia vicina a dirsi “riuscita” su un centinaio è, credetemi, un risultato ragguardevole (in particolare bisogna cercare, magari mediante il digitale, di ridurre a zero l’impatto cartaceo delle altre 99);
2) nel chiedere a Davide Castiglione di autorizzarmi a includere l’intervento in coda al libro prima di avergli sottoposto le restanti 55 liriche sento di aver commesso, se non una scorrettezza, una forzatura, approfittando un po’ della sua innata gentilezza ed educazione. Il resto del libro, infatti, è una congerie di modalità, in generale con una componente lirica più forte e soprattutto abbastanza aderente a un discorso narrativo/deittico che forse è un po’ fuori dal “canone” lato sensu “militante” che Davide cerca di portare avanti nella sua critica (stricto sensu “militante”).
Anche se il titolo specifica che quello di Davide rimane un contributo critico puntuale e non una postfazione omnibus, avrei dovuto avere più sensibilità e visione preventiva, e – se la mia congettura è giusta – porgo le mie scuse a lui e ai lettori. Come attenuante adduco che l’apparire di lavori così ben realizzati nell’orizzonte visivo di un poeta sostanzialmente ignorato fa l’effetto dell’apparire di una modella di lingerie nella stanza di un ergastolano: marcatamente ostativo a una riflessione sulle circostanze…
3) la protagonista della poesia non ha voluto il libro manco gratis…

“È la voce di Carlo!” (Bordini)

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I costruttori di vulcani, ossia l’opera poetica di CB sino al 2010 (Luca Sossella Editore)

[il 19 aprile scorso uno dei maggiori poeti italiani contemporanei,  Carlo Bordini – alcune poesie del quale trovate facilmente in rete (esempio), mentre io mi sono occupato dell’iperconsigliato, bello e terribile racconto-romanzo Gustavo. Una malattia mentale – mi ha scritto parole davvero motivanti e gratificanti sulle 56c. Che così si avviano più felici alla data di scadenza (13/05/2018, salvo imprevisti).
Avuta la sua autorizzazione a divulgare, e dopo qualche mese passato a girare in senso antiorario attorno al tavolo di cucina per l’emozione, vi propongo il parere dell’altissimo interlocutore. E lo faccio – com’è giusto – senza celare la parte critica, relativa soprattutto al titolo. La riserva di “volgarità” delle cozze rispetto alla presunta nobiltà psico-poetica della raccolta mi era stata rivolta in privato anche da altri poeti (es. Giovanni Peli). Dunque ha qualche fondamento. Convengo che il titolo sia contraddittorio e che probabilmente non sia stato il massimo del book branding. Mi ha pure trasformato, temo, in Rubè u cuzzaru o giù di lì, smile. Ma in fondo la contraddizione, la volgarità inscindibile con la speculazione, e soprattutto la concezione stessa dell’inscindibilità (sempre che si voglia essere sinceri) del legame, unita a una certa insofferenza verso i cliché della poesia attuale… Beh, sono tutte componenti autentiche del mio io.
Grazie di cuore, Carlo; lieto dell’aura di serenità e amore che tangibilmente ti spira intorno da qualche tempo].

Ho finito di leggere il tuo libro e mi è piaciuto molto. Anche se la prima poesia introduce la polemica letteraria con un tono di leggerezza (e fa bene per evitare ogni tentazione di retorica) il libro, questo libro di poesia narrativa e di presa di coscienza contiene appunto uno scavo di coscienza e un contenuto esistenziale molto serio (oltretutto estremamente sincero, il che non è comune). È una sorta di diario e di narrazione e anche se il livello poetico è alto e diverse poesie sono bellissime può anche essere letto come una sorta di romanzo, un romanzo in versi. È un libro estremamente duro, anche se qualche volta ammicca a toni tragicomici, perché mette in rilievo la fragilità, la quotidianità e il fallimento con un grande coraggio e una grande espressività. Il tono basso e quasi casuale aumenta l’espressività. È antiletterario e letterario insieme. Devo dire che a partire dalla poesia XXVIII in poi il livello della poesia raggiunge i toni più alti (senza sottovalutare le precedenti) e diviene anche più drammatico e più essenziale e con alcune poesie di rara intensità. Il libro, quindi, è un crescendo, ed è giusto che sia così. La struttura è perfetta.
Devo dire che l’unica cosa che ha suscitato in me qualche perplessità è il titolo. Troppo scherzoso e anche troppo volutamente plebeo per la serietà di questo libro. Anche perché poi di cozze nella poesia si parla pochissimo. E con un altro titolo non perderebbe niente ma anzi avrebbe secondo me guadagnato un poco. Ma questo è solo un dettaglio. Mi sono riconosciuto molto nella fragilità del personaggio che spira in queste pagine. Carlo Bordini

29 agosto: Et in arcadia ego

IMG_5744Per uno a cui dà fastidio la calca, il 29 agosto dovrebbe essere un giorno di sollievo; invece ha preso una piega terribile, kafkiana, da un lasso di tempo oggi olimpico.
Avevo preparato un post puntiglioso e lagnoso sulla damnatio memoriae, sull’ipocrisia e soprattutto sulla fine della mia poesia, ma sono argomenti “incaprettàti”: rimuginarci sopra non ha senso, non sposta la situazione o l’attenzione di una virgola, può essere smentito dalle circostanze future.
Meglio scherzare un po’ con la (per me letale, in più sensi) seriosità dei poeti in effigie e limitarsi all’essenziale.

Il 3 agosto scorso ho terminato “Grafite bianca” (o come potrà chiamarsi) con la sua terza sezione.
Ora farò decantare il tutto. Non ho fretta.
Devo riflettere bene, una volta tanto, sul se e sul come rimettermi in gioco.
Nonché sul “r/d-ispetto dei Santi”, per così dire. Perché in poesia vale oltremodo l’aforisma di Balzac per cui “ci sono più santi che nicchie”.
Le Cinquantaseicozze, del resto, erano già pensate come commiato, poi è arrivata questa nuova raccolta che ritengo più equilibrata.
A proposito, se ve li foste persi, mesi fa sono usciti due “spifferi” dalle prime due sezioni di Gb, per opera di Giacomo Cerrai e Giulio Maffii (su Carteggi)… Li ringrazio, ora come sempre.
E vado in spiaggia.
Se un editore NO-EAP volesse visionare in anteprima l’opera compiuta, mi scriva in privato e usi la parola d’ordine SARASTRO.

Ferragosto: una recensione in versi “Sveviana” da DDP

Il mio “Ferragosto e dintorni” non si preannuncia dei migliori per il più classico effetto sardina (elevata densità/mq, in casa come fuori – e tutti alquanto agitati!). Per fortuna l’altro ieri ho ricevuto un prezioso dono epistolare: Daria De Pellegrini si è sobbarcata la lettura estiva delle 56c (in alcuni paesi ciò è precauzionalmente vietato dai regolamenti) e ne ha tratto alcune considerazioni in versi.
Questa sua pratica, che una sola volta ho usato anche io, mi ha divertito e perfino incuriosito per lo iato tra predilezione formale (tempo fa Daria era sul punto perfino di rivolgermi un sonetto) e la libertà metrica della sua bella raccolta, pubblicata di recente. Incasso devotamente questo cadeau che oltretutto coglie nel segno: anche per me Svevo è un faro, e gli ostinati frequentatori dello scrivente ricorderanno che una poesia di Sinfonia n. 42Lo schiaffo, è espressamente modellata sull’uscita di scena del padre di Zeno Cosini.
E buona giornata a tutt*.
(I corsivi sono passaggi contenuti nelle Cinquantaseicozze).

È parodia la cozza della verghiana ostrica?
Quel suo aprirsi al supplizio della padella
fa della cucina luogo di martirio, e “supplizio”
è parola che torna in altre cozze ancora…
ma non voglio trattare di lessico e metafore
bensì di personaggi, di un io che gioca
a fare insieme il Brentani Emilio e lo Svevo
che lo smaschera. Varcata la soglia infida
dei quaranta, capita, ai maschi soprattutto,
di fare per un po’ “Senilità”. Pare (la mia
vita non vita) avvitamento in caduta,
di goduria quel tanto che rimane è agio
della deriva, pascersi per scivolamento,
sempre sotto l’occhio giudicante di quello
che infine sbotta odio la persistenza
del perdente. E perché non si decanti il tutto
in reminiscenze montaliane, conclude
perentorio Mi odio. Ma a noi ci pare
di antivedere Zeno che, sorniona maschera
di inetto, conta i proventi della sua “Grafite
bianca” smerciata in chiesa per incenso.

#CorsiLeaks – inediti su Imperfetta Ellisse

coverpsst… psst… sono filtrati titoli della prossima raccolta (quello della seconda sezione dovrebbe muovere a “risatazza immonda” (cit.) chi conosce le vicissitudini di questo blog) e un pugno di liriche.
Ringrazio ovviamente Giacomo Cerrai e mi arricchisco, come sempre, tramite il suo contributo critico.
Tutto leggibile a partire da questo link, direttamente su Imperfetta Ellisse. O anche cliccando sulla copertina qui a lato.
Giacomo ha scelto alcune poesie nettamente colorate di disincanto, rassegnazione etc. Con questa raccolta penso di avere dato spazio in modo paritario a grottesco e “tragico”, come nella nota rappresentazione della doppia maschera teatrale. Dovrebbe essere un dato di conforto, perché ognuno ci vedrà le sfumature che preferisce.
Usciranno in stampa queste poesie? Boh. Hanno girato un po’ e per ora suscitato reazioni miste, dal “non sono più tuo amico” a ragguardevoli proposte editoriali (non perfezionate per una certa mia inclinazione alla torre d’avorio).
Il resto lo vedremo.

Su Versante ripido! a cura di Carla Villagrossi

Con il numero di settembre di Versante ripido, rivista online da lungo tempo votata all’indagine sulla poesia di qualità e alla sua diffusione, esce una recensione alle Cinquantaseicozze a firma di Carla Villagrossi, per giunta impreziosita dall’Artista Martina Dalla Stella. Le ringrazio entrambe, unitamente a Claudia Zironi e all’intera redazione VR.
Questo il link

Uno dei passaggi che ho gradito maggiormente è:

Roberto R. Corsi potrebbe essere, ricordando Pessoa, un poeta superiore che dice ciò che effettivamente sente, un poeta medio che ci propone quello che decide di cogliere, oppure potrebbe rappresentare il poeta inferiore che racconta ciò che ritiene suo dovere verificare. Sa attraversare i corrispondenti livelli del Super-Io, dell’Io, dell’Es e sconfina da una zona all’altra, tenendosi ancorato al mare splendente della Versilia.

Proprio nell’opportunità di giocare su più piani – non solo della psiche, ma di tutto il registro sinestesico ed espressivo – sta una coordinata del lavoro che intendo fare, o che vorrei mi riuscisse. Una pluralità tendente all’infinito di “tavoli di lavoro” che mi porta a non rispondere ai quesiti posti al poeta all’interno della recensione… proprio per salvaguardare il dato fondante delle molteplici interpretazioni possibili.
Buona lettura

Mitilofili di rango: Alaimo e Campanino

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Alaimo & Campanino s.r.l.

È un periodo di altrimenti poco usitata reattività critica alle 56c.
Oggi vi segnalo, in ordine di cavalleria, altri due contributi eccellenti (chi mi segue sui social ne avrà già avuta contezza):

la “recensione del venerdì” del 22 u.s. su LaRecherche, a cura di Franca Alaimo. Franca, attiva su più fronti letterarî sin dal 1989, concede al mio libro un’attenzione generosissima, cogliendone in pieno molte sfumature e prestandogli le sue personalissime lenti focali. Se mi perdonate il paragone – altamente blasfemo ma, giuro, non egotico -, Franca si pone davanti al mio libro come un direttore di fronte a certe pagine di Mozart (il Kyrie eleison/Quia pius es del Requiem o l’incipit della Sinfonia n. 29) in cui c’è da scegliere tra colore chiaro o scuro; e opta prevalentemente per il secondo, ne vede l’aura e la ri-dipinge con la sua analisi. La quale è confortante, direi, dopo una prémiere vague critica in cui si enfatizzava, talora fino al pollice verso, la componente comica del testo (peraltro indubbiamente presente). Insomma, nella nota doppia icona teatrale che ben si addice alle 56c, si dà dignità e contorno anche alla maschera triste, oltre a quella sorridente.
Top quoteI fallimenti privati nella sfera erotica, raccontati dall’autore con varianti e notazioni acutissime, sono metafore di un venire meno dell’adesione allo slancio vitalistico, di uno slittamento progressivo verso l’assurdità esistenziale della vita, che non può essere risolta se non con l’annientamento.
Leggi tutta la recensione sul portale LaRecherche

Quasi due settimane or sono, poi, è apparsa una nota alluvionale sul profilo Facebook di Mario Campanino. La sua tessitura è giocata sul modello stream of consciousness (I’d rather say unconsciousness, visto che a Mario il libro garba) e, con un simpatico ma solido zigzagare, non scevro di punte acuminate verso qualche feticcio d’oggidì, dà conto di un’immediata adesione ai miei versi; adesione anticipata con grande spontaneità, che mi onora, da una raffica di whatsapp entusiasti che mi hanno raggiunto in viaggio sulla “bretella” Lucca-Viareggio; al punto che, fossi stato io al posto di guida, ora vi scriverei dal N.E. oppure con qualche arto spezzato, cercando aiuto in qualche dirupo del bozzanese.
Attenzione però a non buttare tutto in folclore, ingannàti dall’andamento libero e colloquiale! Mario Campanino è poeta, direttore di coro ed eminente musicologo: ha scritto un saggio sul Pierre Boulez compositore e una raccolta, Vendesi uomo, ha ricevuto riscontri al “Lorenzo Montano”. Sul suo blog trovate tutto
Top quote: rrcorsi mi ha fatto ricordare di avere ancora in casa parole scritte da un rimbaud rilke leopardi campana chissà perché e così mi colpisce il pensiero ah quella era la poesia prima dei social, forse anche dopo allora la speranza, e mentre leggo le 56cozze quei ricordi mi rimbombano in mente come le parole d’amore di una sposa rinnegata ogni volta che ho fatto ctrl-alt-canc.
Leggi tutta la nota su Facebook (richiede il login)

Grazie a chi così amorevolmente ha speso il suo tempo per me, buona lettura a tutti.

Quando la cozza è in vacanza: da Vincenzo Lauria

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source: my Pinterest – copyright Vincenzo Lauria

Alcuni temerari si portano le Cinquantaseicozze in giro per le vacanze e talvolta ne scrivono. Io raccomando sempre loro di scattare una foto col libro nel luogo ove si trovano, le raccolgo tutte in un album Pinterest. Nessuno ha mai mandato foto del libro in discarica quindi per ora non ci lamentiamo.
Oggi siamo bellamente “in visita ai parenti” al mercato del pesce di Catania (‘a piscaria), grazie a Vincenzo Lauria, poeta e propulsore – con Liliana e Giovanna Ugolini – del progetto multimediale Oltre Infinito. Lo ringrazio e faccio ufficialmente il tifo per il suo
 Teatr/azioni per la finale inediti del Pagliarani.
Ieri invece Vin era in spiaggia e mi ha scritto questo:

Ti scrivo dalla costa meridionale sicula di questa o/Scilla/(a)zione, resa eterna, tra Firenze e la Versilia. Fin qui ho portato le 56 cozze per goderne i versi: onde lunghe in una pro/poesia calibrata,  imbarcazione che, proprio per non aver scelto quale sia la poppa e quale la prua, mai saggia la deriva.
La dolente indolenza si fa consapevole crogiolo ma le valve si schiudono per un farsi parte, poesia, per poi guardarsi intorno.
È in questo necessario, intimo,  “scozzare”, “scozzarsi”, che si rimescolano le carte, a giocare/giocarti sarai con il TUO vento, che in rosa sceglierai.
Tra questi estremi si gioca, poetica, la prossima partita:

da XXVIII
Avevo nove anni e per un po’ / scioccamente credetti di essere davvero così bravo. Ma non provai / mai a giocare in una squadretta, già avvinto dalla paura. Eppure fu l’unico / istante nella vita in cui ebbi l’appagante credenza, che riempiva / il cuore di freschezza e pungeva i polmoni come fumo al mentolo,  / di saper far qualcosa sul serio. Si chiama autostima,  ha il colore del muschio.

e da XXIX
Il piacere della compagnia, del buon vino, del pesce, l’avvenenza delle astanti – / ma torme di migranti ci attorniano con le loro emergenze / in forma di borse o direttamente d’elemosine,  a dirci la cruenta irrealtà / del nostro privilegio.

C’è poesia
nell’appar/tenersi
nell’appartenenza.

“QUI L’A PRIORI NON CI PUÒ FAR MALE”: la poesia delle Cinquantaseicozze di Roberto R. Corsi

Sia chiaro: amo ogni singola parola, positiva o critica, spesa nei confronti del mio libro da chi già mi era amico o interlocutore. Ma vuoi mettere la soddisfazione di ricevere i complimenti e una nota di lettura sincera da parte di chi non conoscevi fino a due minuti fa? Meglio ancora: vuoi mettere la soddisfazione di aver fatto passare a qualcuno che non conoscevi etc. etc. qualche ora di piacere di lettura? Son cose che mi capitano ogni 34 ottembre, quindi perdonate il tripudio. Un grazie a PeotOne (al secolo Lorenzo) che assieme a PeoTwo (Andrea) cura da pochissimo uno spazio letterario, il Pasgravio, cui auguro ogni fecondità e che invito a seguire. Anche io, sicuramente, Peota, nel senso più autoironico del termine: “similia similibus”, o “da Montelupo si vede Capraia”, dite come volete, ma le affinità casuali (cit. Paolo Galloni) contano eccome; dunque prosit!

I peoti del pasgravio

Non sempre l’elemento autobiografico racchiude il fare poesia nel ristretto e rarefatto microcosmo dei propri affetti e delle proprie intimità per non dire del proprio piagnisteo esistenziale. Certa poesia al contrario riesce a farne un interessante punto di partenza per una riflessione più ampia, incanalando il discorso poetico in un continuo alternarsi di dettagli e silenzi, piccole lampade che si accendono a intermittenza rivelando scorci repentini di mondo per brevissimi e fugaci istanti. È il caso delle poesie di Cinquantaseicozze, raccolta poetica di Roberto R. Corsi data alle stampe nel 2015 per Pequod. Una silloge incredibilmente viva e pulsante, un occhio limpido aperto sul presente con l’eleganza e la pazienza di chi sa starsene a guardare (“Il mare di fine settembre, gioiosamente desolato se si eccettua / una fiorescenza di logali ghe barlano gon l’aggèndo fordemarmino, m’offre a scialo un cristallino spettacolo d’amante conquistato, aperto” ), ma solo fino…

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