Roberto R. Corsi

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Glossa empatica a Ben Lerner

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nella scorsa entry ci siamo occupati del libro Odiare la poesia da un punto di vista il più possibile oggettivo. Poi sapete bene che nel processo di lettura c’è anche una componente soggettiva, alchemica, a volte di deja vu, o forse alla Valéry (“nulla può essere completamente nuovo né completamente non-nuovo”), che ti avvicina il libro di qualche misura. A p. 82, la penultima del volumetto, leggiamo di una “esperienza poetica” che Lerner sperimentava nel cinema o a teatro (la traduzione è di Martina Testa). Occhio soprattutto alla parte tra parentesi…

Ogni volta che le luci si spegnevano e sullo schermo iniziava il primo trailer, mi sentivo pervadere da una capacità astratta che associo alla Poesia. Non c’entra il film in sé – anche quando è di altissima qualità – ma il piccolo spazio sgombro creato dalla sala buia. (Qualche estate fa ho visto un’opera lirica di incredibile mediocrità in uno splendido teatro all’aperto di Santa Fe, e quando la mia noia era diventata così profonda da trasformarsi in una sorta di trance, mi è capitato di scorgere, dai nostri posti lontanissimi, una lucciola che lampeggiando volava lentamente intorno all’orchestra, poi si spostava sul palco, poi tornava di nuovo verso il proscenio) (…). [Poesia] Da un lato è vivere un’esperienza quotidiana, dall’altro è fare esperienza della struttura che sta dietro il quotidiano, pezzi di tela grezza che si intravedono sotto la realtà.

Questo bel passaggio mi riporta magicamente a sette anni fa e oltre, quando includevo in All’orza (la mia seconda raccolta) questa poesia scritta, come le altre, tra 2005 e 2007:

scherzo op. 39
(Chopin)

Tutti son qui per il talento prodigio, promessa di bellezza
dalle dita di frusta, qualunque cosa suoni
andrà bene. Io osservo una zanzara
rimbalzare ternaria innamorata
sul fianco destro del pianoforte Steinway:
tutto sommato la felicità
è una piccola cosa.

(non essendo Trilussa, non ho soldi
per il cachet di un’ape)

Che dire? Quello che ho scritto in un passaggio della prima cozza: quello che immagini o scrivi verrà riproposto più o meno fedelmente, quasi sempre per caso come adesso, da qualcun altro con più séguito. Non deve essere un cruccio, occorre prepararsi a questo e gustare con lentezza gli intrecci del caso come se fossero una bibita rinfrescante, che con quest’afa non dà certo fastidio…
Avere avuto una percezione praticamente identica (salvo il fatto che l’interpretazione Chopiniana, a differenza dell’opera a Santa Fe, non era affatto male!) mi rende il libro di Lerner più simpatico, anche se continuo a preferire altri titoli dello stesso genere.

Written by Roberto R. Corsi

2 giugno, 2017 at 17:27

Pubblicato su critica, libri, poesia, rimuginazioni

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Ben LERNER, Odiare la poesia

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7486-3Inizierò questa recensione al libro di Lerner, che probabilmente diventerà essa stessa prolissa ed “esecrabile”, con un’analisi del titolo, che non trovo particolarmente adeguato né nel verbo né nell’oggetto.
Nonostante il precedente della sovrimpressione aforistica comparsa in un film recenteTruth is like poetry, and most people f…ing hate poetry – mi sembra più appropriato dire che la poesia ex se, come testo, induce più all’indifferenza che all’odio. A passare oltre. Quindi I hate it, proprio come I love it, andrebbe depurato dall’enfasi americana. Se si desume l’odio verso la poesia dagli scarsi risultati di vendita o interesse, perché nessuno scrive un saggio “Odiare il racconto breve” che soffre la stessa crisi? Non si odia la poesia; semplicemente ci si dà su, magari esternando un qualche tedio di passaggio. E la volta successiva si eviterà accuratamente lo scaffale poesia (manco a farlo apposta, bellamente vaporizzatosi in una mia libreria di riferimento).

Se “odio” c’è, esso riguarda non il testo ma il suo autore, ossia la figura del poeta. Il titolo quindi è da correggere o meglio da intendere come una metonimia. Non a caso il libro di Alessandro Carrera, che cito spesso e che ancora considero il migliore dei demotivational/motivational a tema in cui mi sono imbattuto, ha come titolo “I poeti sono impossibili. Come fare il poeta senza diventare insopportabile”.
In questo senso trovo ancora insuperata, in chiave di esegesi dell’odio, la definizione di Robert Musil nel suo Discorso sulla stupidità del 1937, contenuta proprio in Carrera (con parafrasi di quest’ultimo): il poeta è colui che a nome dell’umanità c’informa che fuori c’è il sole e il pranzo è stato di suo gusto. Di qui l’atteggiamento di reazione.
Nell’ideale cocktail di hatred verso il poeta non andrà poi taciuta la componente “interna”, presenzialista e conventicolare, del costui; né la componente sociologica, erga omnes – questa, devo dire, ben individuata da Lerner lungo il libro. Componente ravvisata già da Platone ne La repubblica, ma anche nelle tesi ottocentesche di Thomas Love Peacock per cui, con l’avanzare della civiltà, la scienza ha superato la poesia, anzi ne ha preso il posto. Componente che fa sì che il comune sentire schiumi contro l’assenza di utilità politico-sociale del poeta; inutilità la cui cartina di tornasole è la mancanza di controprestazione economica. Tutti, di fronte a qualche affermazione poetica, siamo stati invitati almeno una volta a “cercarci un lavoro vero”; tutti ci siamo adattati a fare i poeti part-time, i “ragioniere e poeta” (absit) o qualunque altra mansione e poeta; e ormai – giusta anche un messaggio mediatico emolliente su cui torneremo in futuro – ce ne rallegriamo pure, sulla scorta del cane di Mustafà. Nonostante la nostra acquiescenza, la malevola esortazione a entrare nel ciclo produttivo torna a galla ogni qualvolta si cerchi di sottrarre la poesia a una sua funzione “ricreativa”, di “mera decorazione del tavolo del potere che la tiene in ostaggio” (qui cito Adrienne Rich). Una questione complessa, da rinviare ad altra rimuginazione per non deviare troppo.

Il libro di Ben Lerner, che in realtà è quasi nella sua totalità un’ininterrotta lectio di 80 pagine, adiuvata solo da sottotitoli ai margini laterali (per giunta non sempre posizionati correttamente), non manca di individuare spunti soddisfacenti non solo in tema di vanitas del “poeta pubblicato”, ma soprattutto in tema di relativismo, o quantomeno dinamismo, del “canone” (sostanzialmente inteso).
Nella sua trattazione, Lerner analizza alcuni poeti a lui più o meno congeniali, passando per Walt Whitman, John Keats, Emily Dickinson (la migliore e la più centrata, col suo definire l’arte poetica “to dwell in possibility“), Claudia RankineAmiri Baraka e altri; introducendo perfino – in un passo che era stato anticipato dai lit-blog – la poesia “atroce” di William Topaz McGonagall. L’analisi punta ad affermare che un canone di “poesia Ideale” non esiste, perlomeno in chiave di risultato. Non possiamo spingerci troppo in là nel biasimo del poeta atroce (un punto già toccato anche da Carrera), né nel visibilio per i massimi esiti. Parallelamente, si possono censurare a sazietà gli eccessi dell’io lirico e della poesia contemporanea «per non essere riuscita a realizzare la fantasia dell’universalità», ma allo stesso tempo «i detrattori dovrebbero smettere di far finta che una qualche poesia sia mai riuscita a parlare efficacemente per tutti» (p. 65). Salva forse l’opera di Whitman, peraltro non contemporaneo, il suo tentativo di «abitare tutto» (p. 64).
In queste sue tesi, l’A. mi trova completamente d’accordo.
Da un lato infatti – vedi il mio intervento di giovedì 11 – concepisco l’equilibrio (anche lo squilibrio) tra io lirico e dimensione collettiva dello scrivere come qualcosa di dinamico che ognuno “fermerà” dove crede, come una molletta fissata ad arbitrio in un punto qualsiasi di un filo da bucato.
Dall’altro lato, concordo sul fatto che ciò che ciascuno di noi ricerca o vede nella poesia è troppo variegato per operare una reductio ad unum.
In buona sostanza il succo di questo libello potrebbe essere rappresentato con quanto espresso riassuntivamente a p. 74:

Sotto il termine «poesia» si raccolgono una serie di richieste interconnesse: quella di sconfiggere il tempo, di fermarlo con grazia; di esprimere l’individualità in un modo che possa essere riconosciuto socialmente o, come in Whitman, di raggiungere l’universalità diventando irriducibilmente sociali, non più persone ma tecnologie nazionali; di sconfiggere il linguaggio e la scala di valori della società esistente; di proporre una misura del valore che vada al di là del denaro. Ma una cosa che tutte queste richieste hanno in comune è che non potranno mai essere esaudite dalle poesie materialmente esistenti.

Fin qui il buono del libro.

Durante la lettura, però, ho trovato anche diversi spunti che mi hanno convinto poco, forse perché immersi in un environment poetico, quello americano, molto diverso dal nostro.

Il difetto principale del libro mi sembra quello di confondere l’effetto con la causa. Il fatto che «non esistono poeti [contemporanei, suppongo] che siano famosi per la gente comune» (p. 17), o che «nessuno sa fare il nome di un poeta o citare qualche verso» (p. 23) non è un postulato euclideo da cui dedurre i caratteri della poesia ma – almeno a mio avviso, e almeno in Italia – il risultato di una più o meno consapevole operazione politica culturale e mediatica che ha privato anche le ultime vestigia poetiche da ogni possibilità di engagement (penso alla trasmissione Poeti in gara, che nel 1989 faceva un audience di 500mila spettatori – sì, avete letto bene).
Lo stesso Lerner cita (a p. 41) un saggio del 1825 in cui «il riformatore sociale Olinde Rodrigues sosteneva che gli artisti fungono da avanguardia del popolo perché “il potere delle arti è il modo più immediato e rapido” per ottenere riforme sociopolitiche». L’affermazione può ben dar luogo oggi a scetticismo e perfino a ironia, ma deve essere oggetto, e prima o poi lo sarà, di una riflessione storica e sociologica. Su come siamo arrivati qui in basso, ad imum.

In generale, si respira lungo il libro una certa simpatia per la dimensione lirica e individuale della poesia, all’occorrenza rifugiandosi nell’ortodossia prosodica per bollare come «qualcosa di più simile al giornalismo o all’oratoria» quel verseggiare lunghissimo che, da Leaves Of Grass in avanti, ha attecchito profondamente oltreoceano e che spesso è ancillare alla poesia lato sensu “sociale”.
Una predilezione autoriale è naturale e legittima. Però, per chi sta monitorando il sommovimento fortissimo con cui le arti americane, tra cui la poesia, stanno rispondendo all’ascesa al potere di Donald Trump e alle sue politiche, coinvolgendo a quanto sembra una vasta fetta di pubblico,  il libro  – nel suo scetticismo verso una poesia che possa muovere la cittadinanza indistintamente intesa – apparirà “nato vecchio”, e Lerner un miope osservatore o quantomeno un cattivo profeta, luckily.
Infatti in America, al tempo presente, i poeti si nutrono particolarmente di attualità, e sin da gennaio è in atto una vera e propria fiammata di militanza poetica, intesa in senso forte, con frequentatissime maratone di lettura pubbliche e grossi nomi della poesia americana come loro protagonisti. Maratone su temi sensibili, per esempio in reazione al militarismo del governo, o contro la costruzione di muri ai confini, o contro la dismissione delle priorità ambientali, o contro il paventato taglio alle spese sanitarie e alle risorse per la ricerca scientifica. La kermesse su quest’ultimo tema, The Universe In Verse, con lettura di poesie per la scienza, è avvenuta a Brooklyn il 24 aprile scorso ed è stata un successo trasmesso anche in diretta streaming.
Una poetessa illustre, Jane Hirshfield, ha detto di recente al New York Times: «Poems are visible right now, which is terribly ironic, because you rather wish it weren’t so necessary. When poetry is a backwater it means times are O.K. When times are dire, that’s exactly when poetry is needed». Le fa eco la scrittrice afroamericana Toni Morrison: «This is precisely the time when artists go to work».
Per un approfondimento su engagement e azione, oltre a quanto linkato sopra, cfr. portali come Scoundrel Time (su cui ci eravamo già soffermati in febbraio), ed esplorane poi la sezione dei link.

[“La poesia scorre in sottofondo quando va tutto bene…”
Usando questo termometro, evidentemente in Italia, in politica e società, va tutto bene, è tutto meraviglioso! Perché i poeti sono quasi tutti tranquilli nell’ovatta della loro sfera lirica individuale. Ma questa è un’altra storia.]

6/10
Ben LERNER, Odiare la poesia, traduzione dall’inglese di Martina Testa, Palermo: Sellerio, 2017, pp. 83

“Se ‘l Corsi s’assottiglia non è più lui”: secondo dei #Corsileaks e #Cartevive

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Post cumulativo causa navigazione intermittente.

Ieri mattina Giulio Maffii ha operato su Carteggi letterari la sua selezione di poesie da Grafite bianca, dando così corso al secondo dei #Corsileaks (il primo qui). Grazie per le lusinghiere parole, Giulio: anche se non sum dignus, fanno bene. A parziale risposta, non so che destino avrà questa raccolta che considero ancora aperta ancorché “stabile” (con tutta la valenza ossimora della sua provenienza da scrittore instabile). Al quarto leak la metto tutta online e fàmo prima.


Alle diciassette, invece, il pomeriggio di Carte Vive, un’occasione per discutere in modo spontaneo di critica, di come si portano avanti le proprie idee letterarie, il “canone” etc. Qui in foto vedete la formazione, primo da sinistra il Falstaff de noantri (da cui la citazione nel titolo), a seguire M.V. Sanfilippo, M. Brancale, P. Lucarini, E. Gurrieri. Ottimi, inter alia, i lavori su Sandro Penna e Luigi Capuana da parte delle correlatrici Elena e Maria Valeria, e vi consiglio con enfasi i loro volumi linkati appena ora; oltre a quello “eponimo” della giornata. Da parte mia, nonostante la mia formazione recensoria che considero tuttora in fieri, spero di aver dato qualche spunto orientativo, svariando tra citazioni, nomi, perfino musica classica (ah, la ferocia critica!) e qualche indicazione online che è sempre difficile proporre “dal vivo” senza link in sovrimpressione.
Avevo preparato una traccia robusta, per lo più ridondante. Salverei il mio richiamo verso la città nemica a “ca…lcolare” un po’ di più Fortini (manca poco al dieci settembre del centenario), e la frase che maggiormente si avvicina per me a un canone condiviso e “dinamico”. La trovate a pagina 92 della bella raccolta di saggi critici di Massimo RaffaeliL’amore primordiale, edita da Gaffi (qui copioncollo dai miei appunti e vi saluto):

«convinzione che la poesia, oltre il codice lirico dei sentimenti, disponga di un ornato più fermo e solenne, atto a esprimere il ragionamento sui fatti presenti e la meditazione filosofico-politica. Laddove, cioè, un “io” possa sempre implicare un “noi” senza rinunciare a essere “io”, e viceversa».
Questo “canone” io lo penso come qualcosa di dinamico, una corda tesa tra sentimento lirico e osservazione esterna, lungo la quale ciascun poeta appenderà la molletta del suo dire alla distanza desiderata tra i due poli. Nessuno dei due poli però può scomparire del tutto, e anche in un capolavoro poetico di Fortini, la poesia La città nemica, l’ultimo verso vede l’Autore liricamente camminare “con un pugnale nel cuore” spalancando l’animo alla speculazione del lettore.
(Nota: forse mi è riuscito di raggiungere l’optimum una sola volta su ben 3-4 raccolte! è dura)

Ten Years Gone

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Consentitemi la romanticheria.
Oggi, martedì 28 febbraio 2017, scoccano i dieci anni dall’uscita in stampa della mia prima raccolta di poesie,
L’indegnità a succedere.
È da tempo nelle intenzioni, ma la data non è ancora stata fissata, un incontro in occasione del quale parlerò di quel libro e quell’esperienza insieme all’editore Paolo Codazzi, in un pomeriggio dedicato alle edizioni Esuvia, “scuderia” della quale la raccolta ha fatto parte. Uso il passato prossimo perché l’attività di Esuvia è sospesa, ed è un peccato; hai visto mai che questo incontro, nell’ambito di un ciclo per il trentennale della rivista-madre Stazione di posta, possa ringalluzzirla?
Vi comunicherò i dettagli dell’evento appena ne avrò conferma.

Senza girarci troppo intorno.
Per me questo volgere del decennio perfeziona un giudizio prevalentemente negativo sulla qualità della mia poesia, sulla sua recezione, nonché sull’avvedutezza di alcune mie scelte.

 

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recezione critica/1

niccolo-cozze

recezione critica/2 (Bologna)

È dunque necessario un punto. O piuttosto servono tre puntini di sospensione.
Ho “chiuso” e dato la forma definitiva a due raccolte che mi stanno a cuore, scritte dal 2015 in poi.
In attesa di (molto eventuali) prese d’attenzione qualificate e serie verso la mia poesia, cercherò di privilegiare la riflessione e lo studio alla pubblicazione impulsiva delle mie poesie più recenti.
Manterrò invece vigile la mia attenzione, qui come su Perìgeion, su quanto scrivete voi.

 

Written by Roberto R. Corsi

28 febbraio, 2017 at 08:20

“Mise en Atelier”: l’online della poesia

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[pubblico qui la traccia, arricchita con link ipertestuali, del mio intervento per il convegno Atelier di ieri. Che, direi, è andato bene, con molti spunti e un Corsi insolitamente nei tempi… Da notare che ieri, nelle stesse ore in cui io parlavo cercando di ridimensionare le frustate verso internet, usciva un articolo di Gilda Policastro la quale, da par suo, fustigava i fustigatori e ribadiva il vitalismo della rete come unica fonte di rinnovamento; è un utile supplemento agli spunti di riflessione.
Attendendo che esca qualche foto sui social, inserisco quella della Madonna con bambino di Filippo Lippi, che sta nella sala attigua a quella degli specchi, in cui si è tenuto il convegno, e che ogni volta che si presentava la necessità di sgranchirsi un po’ le gambe era bello contemplare…]

AGGIORNAMENTO: l’intervento, riveduto e migliorato, è pubblicato sul numero 85 della rivista Atelier, in uscita a fine aprile. A questo link l’indice e la possibilità di acquisto online.

***

Grazie agli organizzatori per l’invito. Un grazie particolare a Michele Brancale. La traccia affidatami riguarda “L’online della poesia” (mescolando produzione poetica e recezione critica, come sentirete). L’argomento è sterminato e ampiamente attenzionato, in ultimo anche dalla stampa; i miei sono solo pochi e forse arcinoti punti di vista, limitati alla poesia tradizionale, lineare, non interattiva o ipertestuale; quest’ultima meriterebbe senz’altro un approfondimento ma un po’ off topic rispetto alla giornata di oggi.

Una famosa poesia di Valerio Magrelli avanza sarcasticamente l’ipotesi che l’unica vera coscienza che abbiamo dello Stato sia quella meteorologica. Di certo un relatore, quando può, deve essere un buon meteorologo. Captare che aria tira.
In questo caso ho la fortuna di parlarvi a ridosso di un paio di mesi in cui la stampa si è occupata molto, direttamente o di riflesso, della poesia online. Su La Lettura del 18/12 Francesco Permunian, per esempio, parla di età della “vanità mediatica” e di “affollata solitudine del blog”[1].
Pubblicare “in rete” le proprie poesie sarebbe un esercizio deteriore di vanità (anche se bisogna stare attenti con la parola “vanità”: sapete che l’editoria a pagamento in inglese viene chiamata Vanity press, dunque direi che il vizio compete altrettanto, se non di più, a una buona parte del cartaceo rispetto all’online). E soprattutto pubblicare in rete condannerebbe il singolo poeta alla solitudine e all’irrilevanza, come se fosse una particella di sodio in acqua Lete (Lete che non a caso è il fiume dell’oblio, quindi tutto sembrerebbe tornare).
Se poi lo sventurato poeta in fieri si esprime sui social network (da Facebook fino a Wattpad) anziché sul suo solitario blog, si passa dalla solitudine allo stigma: Aldo Nove, sul L’espresso di questo 29 gennaio, si esprime così: “La poesia, nei social, ci sta come i cavoli a merenda” o “antipoesie scritte da inconsapevoli antipoeti che poi, nei thread dei commenti, sono sommersi da complimenti di altri antipoeti in una valanga autoreferenziale di consensi imbarazzanti quanto le “poesie” stesse”[2].  Quindi alla “non poesia” in rete si dà pure una carica antitetica, virale, “dannosa” per la buona poesia.

Eccovi dunque il meteo de
L’online della poesia: tempo inclemente, gravido di nere nubi di nostalgia. Nessuna solidarietà tra “utenti del corrimano” in stile Szymborska: sei solo con te stesso oppure dileggiato.
Oltretutto, a livello storico e di grande stampa, mi preme constatare che leggere questi articoli oggi fa pensare che dieci anni siano passati invano: sull’apertura che Nanni Balestrini fece alla poesia online già in una famosa intervista del 3 agosto 2006 resa a Florinda Fusco sul quotidiano Liberazione (money quote: «Per fortuna c’è internet, che permette di far circolare ovunque, rapidamente ed economicamente, le poesie di tutti»), prevalgono ancora, si direbbe, le reazioni piccate di Giuseppe Conte sul Corsera (la poesia in rete come “materiale inerte”, “esternazioni emozionali” create da “esibizionisti” o “scemi del villaggio”).
Dunque, se mi consentite il calembour: Nihil novi, Nove.

Come mettere ordine? La parola-chiave per catalogare l’online della poesia, come spesso quando viene in ballo la rete, è disintermediazione. “Googlando”: “Riduzione del ricorso a intermediari nella compravendita [sive: fruizione] di beni e servizi in seguito alla diffusione di Internet, che facilita il contatto diretto tra utenti e produttori”.
In breve: la possibilità di poesia in rete ha permesso a chiunque di saltare a piè pari il responso e il lavoro editoriale o critico. All’immediatezza del tasto “pubblica” sul proprio blog, affiancherei, come esempio di disintermediazione poetica, anche una piattaforma online come KDP, Kindle Direct Publishing, che consente all’autore di diventare addirittura editore di se stesso, realizzare e vendere ebook in rete sul circuito Amazon, senza spese e con una royalty che può arrivare al 70%.

Detto questo, le affermazioni di Permunian e Nove non sono del tutto campate in aria. Alcuni corollari negativi di questa disintermediazione poetica sono evidenti anche a una breve “passeggiata” internautica: intanto la lancinante assenza di un filtro editoriale e di una seria attività di editing (questa però in netto calo anche nel cartaceo, dove sempre più libri che leggo sono chiaramente “manoscritti stampati” e non “editi”). Questa assenza può fare venire meno la qualità, senza peraltro che questo giustifichi una delegittimazione di massa: ci sono poeti eccellenti e consacrati che affidano inediti a facebook con cadenza regolare: Giacomo Trinci, Marina Pizzi, Carlo Molinaro, Enrico De Lea per citarne solo quattro.
Dall’altro lato (qui Permunian ha ragione) la sostanziale solitudine di chi scrive sul proprio spazio personale, dovuta però non tanto alla scarsa qualità quanto al debordare dell’offerta di poesia rispetto alla domanda, come pure all’assenza di una seria promozione; solitudine invero “affollata” solo di plausi acritici – per lo più da parte di conoscenti (“amici e sottoposti gerarchici”, come amo dire).
Poco o nullo, in sintesi, il “contatto diretto”, il dialogo tra poeta e lettore autentico, per tornare alla nozione di disintermediazione.

Ma la rete non è solo negatività.
Per esempio, un grande e dirompente effetto positivo che la rete può dispiegare sulla poesia, e che non viene quasi mai calcolato a dovere, è nella sua capacità di ridurre fino tendenzialmente ad azzerare lo scarto cronologico tra composizione della poesia e sua pubblicazione. In una parola, di mantenere la poesia fresca e attuale. Azzeramento cronologico massimamente utile se la creatività dell’autore s’incardina sullo sfondo di eventi recenti della storia e della società. E azzeramento cronologico che invece è inficiato dai tempi mediamente semestrali di risposta editoriale cartacea, a loro volta raddoppiati dall’iter di pubblicazione (sarà anche per questo, mi chiedo, che la poesia contemporanea tende, con mirabili eccezioni, a essere sempre più esistenzialista, ripiegata nell’io lirico e sganciata dai tempi che viviamo?).
Un rapido riscontro oltreoceanico: un portale internet come lithub.com sta pubblicando già dai primi giorni di gennaio 2017, quindi da prima dell’insediamento, poesie e prose brevi di vari autori contro Trump, quelli del movimento Writers Resist che comprende poeti laureati come Robert Pinsky e Rita Dove. Stesso lavoro di aggregazione (poetica ma non solo) sta facendo da pochi giorni un nuovo portale dal nome scoundreltime.com. Dal canto suo Nicolas Kristof opinionista del NY Times online aveva lanciato nello spazio commenti del suo blog dei contest di poesia in rete sulla guerra in Iraq o sul razzismo; il 23 gennaio ne ha aperto uno anche su Trump, con indole bipartisan (“esprimete le vostre paure e le speranze”, esorta Kristof); nella massa di componimenti spiccano già alcune gemme freschissime.
Tutti esempi di poesie del disappunto, della paura e della resistenza che, se anziché in rete fossero state pubblicate coi tempi editoriali di un volume cartaceo, avrebbero perso almeno la metà del loro mordente e del loro senso di viva angoscia.

Ritengo la capacità attualizzante della rete un’arma irrinunciabile per la poesia. Per questo, e per altri aspetti che non tocco per brevità, la disintermediazione portata dalla rete non va stigmatizzata troppo, come abbiamo visto fare, o peggio dismessa, ma secondo me ben temperata facendola rifluire in una reintermediazione operata dalla rete stessa, cioè in una riaffermata centralità e responsabilizzazione del grande ruolo critico ed editoriale che la rete stessa può e deve continuare a esercitare.
Mi spiego. Occorre dare sempre maggiore importanza all’esperienza di selezione e pubblicazione che i portali collettivi di poesia esercitano con autorevolezza. Tra questi sicuramente Atelier poesia e altri portali (una mia hit list personale e non esaustiva: Poetarum Silva, Carteggi LetterariNazione Indiana e per ultimo quello che mi vede come redattore, Perìgeion); tutti siti web che presentano il vantaggio di offrire congiuntamente selezioni di testi poetici da una parte e apparati critici dall’altra.

L’auspicio, che faccio anche a me stesso in quanto redattore, e da cui dipende l’uscita da questa querelle sulla poesia online, è che questo mix sia al più presto rimodulato con un sempre maggior bilanciamento tra proposizione del testo dell’Autore inedito e riproposizione dell’Autore già “conclamato”, già edito in cartaceo; la quale ultima, a quanto vedo, per ora prevale.
In una parola, sogno portali di poesia in perfetto equilibrio tra il ruolo di “cacciatori di teste” e quello di incensatori di talenti già affermati. Aumentando la prima componente.
Del resto già il Balestrini della citata intervista del 2006 sottolineava come, dopo un’iniziale difficoltà di orientamento per l’abbondanza di materiale, ben presto ci si orienti speditamente e si riesca da soli a capire dove cercare le cose migliori: «È un ottimo strumento, il solo inconveniente è che si fa un po’ fatica a orientarsi in mezzo a tutta questa abbondanza. Ma con un po’ di pazienza si arriva a individuare dove si trovano le cose che interessano e in più si possono avere rapporti diretti con gli autori».
Questo sistema misto, a pieno regime, avrebbe le potenzialità di essere contemporaneamente vetrina per gli esordienti e strumentario ermeneutico attraverso l’analisi dei conclamati; dando così legittimazione a chi è stato per la prima volta illuminato dalle luci della ribalta strappandolo all’isolamento; e diventando il portale un riferimento  per chi si addentra nella selva della poesia in rete da mero “consumatore”.

L’aspetto virtuoso di filtro sulla poesia emergente è poi coronato – e chiudo – da alcuni casi di ottima editoria sbocciata dal web.
Citerei a questo proposito almeno l’esempio di larecherche.it che da anni ormai presenta, a lato della sua attività istituzionale di portale di poesia, una collana di “ebook liberi” e gratuiti. La collana mette assieme esordienti assoluti e voci autorevolissime come quelle di Mariella Bettarini e Franco Buffoni.
Anche Carteggi Letterari ha tratto beneficio dalla sua esperienza come portale di poesia per proporsi anche come Editore tradizionale caratterizzato da un’estrema cura del prodotto cartaceo.

Ma, per finire, merita una considerazione particolare e autonoma il “salto di specie” operato pochi mesi fa da internopoesia.com che ha aggiunto alla sua attività di portale quella di editore cartaceo (Interno Libri) particolarmente attento alle opere prime.
Ora, grazie a un articolo di Fabio Chiusi, sono saliti alla ribalta de L’Espresso, ma io li seguo e sostengo dal 27 settembre 2016, lancio del primo progetto. Dalle prime 4 uscite sembrano dare ai debuttanti il 50% dello spazio, realizzando il perfetto equilibrio di cui parlavo prima.
È un’editoria brillantemente basata su procedure virtuose come il metodo del crowdfunding (microfinanziamento) per ogni volume della collana, e la massima trasparenza su spese e diritti d’autore.
Ecco, a chiusura del cerchio, che un’esperienza in rete spiega addirittura degli effetti benefici “a ritroso” sull’editoria tradizionale cartacea, rinforzando un’intuizione – quella di superare col crowdfunding il famigerato contributo all’editore – che era stata al settembre ‘16, a quanto mi consta, messa in opera da un solo editore cartaceo già esistente, cioè Samuele Editore (il cui primo crowdfunding poetico, per Il colore dell’acqua di Alessandro Canzian, è stato lanciato addirittura il 4 novembre del 2015 e chiuso il 12 dicembre dello stesso anno).
Altri Editori stanno adottando lo stesso meccanismo, per es. l’Ass. Mille Gru che ha potuto così finanziare il progetto Controlli di Rosaria Lo Russo e Daniele Vergni. La previsione e auspicio è che molti altri seguano.

Dunque, per scomodare i piani altissimi: mé phobeìsthe, non c’è da avere paura, men che meno sprezzo, dell’online in poesia. Occorre piuttosto dar fiducia a quel grande “TomTom poetico” che sono Atelier online e gli altri siti specializzati.
Ai critici online rinnovo invece l’invito ad aprirsi maggiormente al loro ruolo di talent scout.

[1] Francesco PERMUNIAN, Giudici e Zanzotto, ultimi maestri capaci di minimizzare se stessi, in “La lettura”, supplemento al Corriere della sera del 18 dicembre 2016, p. 14.

[2] Aldo NOVE, Ma scrivere versi non fa rima con facebook, in “L’Espresso” del 29 gennaio 2017, p. 84.

 

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ecco una foto del mio intervento (© gonews.it/Area Met FI). Alla mia sinistra il Consigliere metropolitano alla cultura Emiliano Fossi, a destra il prof. Marco Beck

 

editori di poesia su “La lettura”: uno screening

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Da tempo sono un affezionato lettore de La lettura, ossia del supplemento culturale domenicale del Corriere. Tra i vari argomenti interessanti, la poesia gode quasi tutte le settimane di una pagina dedicata. La popolano recensioni lunghe, a volte addirittura con una valutazione a punti  – (da 1 a 5) per stile/ispirazione/copertina – e note brevi in dieci righe, principalmente nella rubrica “Soglie” a firma Franco Manzoni.
Per una sessantina di uscite, quindi per più di un anno, ho annotato domenica dopo domenica gli editori dei volumi presi in considerazione, segnando un punto per le recensioni piene, mezzo punto per le dieci righe.
Ne è uscita una classifica di cui vi sottopongo le prime posizioni e che è foriera di considerazioni interessanti.
Per prima cosa: perché mi sono mosso a quest’osservazione? Principalmente perché, se non sbaglio, il supplemento (o il sito) non indica canali (email etc.) di invio diretto dai lettori (/poeti/poetastri) alla redazione. Confesso che avrei inviato volentieri in redazione le mie cozze: sarò bollito ma non ho trovato un canale di comunicazione, a differenza di altri supplementi e riviste mensili che hanno i loro indirizzi ben in vista e quindi sono “infiltrabili” da singoli autori che vogliano tentare la sorte.
Da questo ho dedotto (in via ipotetica e approssimativa, ripeto) che le opere in valutazione non vengano inviate dal singolo autore bensì dagli editori, attraverso canali istituzionali, per così dire.
Quindi la classifica assume ai miei occhi un indice (ripeto non assoluto) di motilità editorialedi propensione dell’editore alla promozione del proprio prodotto. A darsi da fare e a non considerare il suo compito chiuso con la pubblicazione (come troppi).

Importante precisare che questo fattore è disaggregato rispetto ad altri elementi di valutazione, per esempio la gratuità: se per esempio Lietocolle e Marco Saya sono editori che (siano laudati!) non chiedono nessuna forma di contributo all’autore, mi risulta che non si possa dire lo stesso di altri nomi in classifica. Da notare il caso di LVF che chiede espressamente un contributo bookware in fase valutativa (più in là non so).
Quindi questa motilità (ormai la abbiamo chiamata così) non va valutata da sola ma in combinato con altri elementi: la gratuità, i canali della distribuzione etc.

Detto ciò, a voi le prime posizioni.

lalettura
Interessante vedere come, nella top 12 qui sopra, un editore medio come Interlinea sia presente come e più di due big come Einaudi e Mondadori. Ottimi risultati anche per Aragno, Effigie, e Pequod (che in tutti e tre i casi è comparsa con marchio Pequod e mai della consorella Italic, quella dei miei mitili).

Continuerò a stilare i punteggi anche per il 2017 in un foglio Gdrive; chi volesse monitorarlo in lettura mi faccia sapere e lo aggiungo in condivisione.

[PS: il passo successivo verso la Buddhità è comprendere come tutto questo sbattimento per una recensione con un’emivita di qualche ora o giorno sia māyā]

Written by Roberto R. Corsi

7 gennaio, 2017 at 18:25

Su Versante ripido! a cura di Carla Villagrossi

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Con il numero di settembre di Versante ripido, rivista online da lungo tempo votata all’indagine sulla poesia di qualità e alla sua diffusione, esce una recensione alle Cinquantaseicozze a firma di Carla Villagrossi, per giunta impreziosita dall’Artista Martina Dalla Stella. Le ringrazio entrambe, unitamente a Claudia Zironi e all’intera redazione VR.
Questo il link

Uno dei passaggi che ho gradito maggiormente è:

Roberto R. Corsi potrebbe essere, ricordando Pessoa, un poeta superiore che dice ciò che effettivamente sente, un poeta medio che ci propone quello che decide di cogliere, oppure potrebbe rappresentare il poeta inferiore che racconta ciò che ritiene suo dovere verificare. Sa attraversare i corrispondenti livelli del Super-Io, dell’Io, dell’Es e sconfina da una zona all’altra, tenendosi ancorato al mare splendente della Versilia.

Proprio nell’opportunità di giocare su più piani – non solo della psiche, ma di tutto il registro sinestesico ed espressivo – sta una coordinata del lavoro che intendo fare, o che vorrei mi riuscisse. Una pluralità tendente all’infinito di “tavoli di lavoro” che mi porta a non rispondere ai quesiti posti al poeta all’interno della recensione… proprio per salvaguardare il dato fondante delle molteplici interpretazioni possibili.
Buona lettura

Written by Roberto R. Corsi

1 settembre, 2016 at 11:57

Milo De Angelis: incontri, agguati, Crotone e una cartina di tornasole

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Due lunedì fa ho assistito, con altri amici scrittori, alla presentazione fiorentina dell’ultima raccolta di Milo De Angelis, Incontri e agguati.
Era la prima volta che lo ascoltavo leggere e le impressioni che ne ho avuto sono state nettamente positive – come per tutti, credo, perché ha letto per venti minuti buoni e non ho riscontrato cadute di attenzione tra il pubblico.
Dalla mia postazione abbastanza favorevole ho ripreso e messo su YT tre poesie dalla seconda sezione (quella eponima) del libro.

Caso ha voluto che io fossi completamente afono per la più classica delle infreddature primaverili; quel che non ho potuto testimoniare dal vivo all’Autore, con quel timbro vocale da borghigiano ultracentenario che mi ritrovavo, l’ho scritto più tardi via email. Trascrivo la parte della lettera che ha una blanda attitudine “recensoria”:

Le ho accennato alla mia intenzione di volermi occupare congiuntamente di questo suo ultimo e di Tema dell’addio. Ma allo stesso tempo sono dubbioso, credo nella chiarezza endogena della sua poesia. Gli stessi suoi studiosi, pur valentissimi, sono a volte in difficoltà nell’enucleare tematiche peculiari del suo dire. Temi come quello della morte e dell’addio sono connaturati a qualunque scrittura, e Seneca e Blanchot c’insegnano che vivere è ex se morire e prendere congedo.
In soldoni, mi sembra che la sua forza non sia tanto tematica ma soprattutto di vertice espressivo. Volendo svilire (?) al calcio (perdoni, provengo da una famiglia ipercalciofila): i fuoriclasse fanno quello che fanno gli altri, semplicemente lo fanno meglio. Con quel “giocare di prima” che nel suo caso è rappresentato dal non eccedere nel sé e disporsi volentieri all’ascolto e al canto dell’altro. Come pure – rarissima avis – dal non aver paura di colpire duro, in tempi in cui non ci si stacca da un certo carattere consolatorio della poesia.
Fa bene, per concludere, ad “argomentare” solo mediante la sua nuda poesia, che non ha troppo bisogno d’inquadramenti o apparati.

Dopo che ho inviato la mail, ricambiata con grande cortesia, mi sono ovviamente accorto di avere omesso qualche elemento in più. Insomma di averla buttata sul semplice.
Senz’altro degno di approfondimento, lungo tutto il libro, è il tema – accennato, durante la presentazione, dal prof. Luigi Tassoni – del nulla e della sua presenza, della sua consistenza fisica. Una delle chiuse più potenti è quella di pagina 33, “e il nulla iniziò a prendere forma”, e sembra il capovolgimento dell’enunciato presocratico ουδέν εξ ουδενός (ex nihilo nihil fit).

Ma vorrei soffermarmi su quella che considero una cartina di tornasole dal lato consumatore, quella poetico-referenziale: De Angelis riesce a inserire nei suoi versi la parola “poesia” senza stuccare o restituire un senso di maniera!
Lo fa – bene, eteroreferenziando e con un “ostinato giambico”: poesia poesia poesia – nella prima delle liriche da me videoriprese (pagina 43).
Lo fa ancora meglio negli ultimi versi della bellissima poesia di pagina 51, cantando la vita di un’amica “come una poesia/ che rinasce precipitando nel suo bianco”; con vincolo metaforico e tante suggestioni dal mitologico al cromatico.
E lo fa meno bene, ma più significativamente per noi, chiudendo la prima sezione della raccolta, a pagina 27:

Sono in un segreto frastuono
sono in questo cortile d’aria
e ogni parola di lei violaciocca
mi fa pensare a ciò che sono
un povero fiore di fiume
che si è aggrappato alla poesia.

Infatti, anche se la poesia non è delle più memorabili nella raccolta, ci sono due fattori di rischio: il riferimento autobiografico e il fatto che il termine “poesia” stia in coda. Ma anche qui De Angelis elude le secche: l’affresco, secondo di un dittico, assorbe il rischio di compiacimento mediante una severa confessionalità che, mista al registro tenue, porta la mente quasi ai crepuscolari.

Badate: sembra una cosa trascurabile, ma ci vuole talento perché una poesia che termini con “poesia” possa suscitare gradimento e non gonfiore (di stomaco o peggio).
Nell’estate 2001 passai per lavoro due giorni a Crotone. Al ritorno postai sul newsgroup it.arti.poesia – allora popolato da nomi autorevoli come Venerandi, Ranieri e alcuni formidabili sotto pseudonimo ahimè mai svelato – una lirica – credo l’unica che a oggi io abbia mai dedicato alle città visitate – che terminava appunto con “poesia”. La ripropongo come tributo ai rossoblù, che da ieri sera festeggiano il traguardo storico della Serie A! Evviva! Quanto allo stile abbiate pietà, ero agli inizi.

sfrecciando verso il basso
dei suoi monumentali
eccidi non finiti di cemento.
Aspre colline i fianchi

benevole
alle menti straniere
marchiate di lavoro –
lingue pronte al commento. Annichilite
dall’alba d’un solstizio.

Crotone è un angelo che cade
e risorge dal mare.
Il disco rosso come un quindicenne
arrogante impacciato
deflora l’orizzonte. Ed è poesia.

A quel punto un’altra voce validissima, l’amico Costantino Belmonte aka Mantis (visto che giustamente si fa tanto amarcord per #InternetDay, mi fa piacere che il suo sito a cavallo del millennio sia ancora up), facendomi dei rilievi in amistade, scrisse che la chiusa era (testuale ed endecasillabico) “un calcio al ventre di una donna incinta”. Forse aveva ragione lui, ma nel dibattito che ne è seguito ho cercato di eccepire come ragioni metriche e polisemantiche (“ed è poesia” non solo e non tanto come “ed è subito sera”, ma riferibile anche al disco solare, potentissimo già dall’alba).
A fortiori data l’età incipiente, non sono di quelli che ricordano perfettamente tutto quanto hanno scritto o scribacchiato. Altre volte la poesia è comparsa in prima persona nelle mie liriche. Una delle ultime è la cozza XXXI, che leggerò anche in pubblico a metà maggio (news a seguire). La sua chiusa (“e la stessa tremante distrazione che non eleva queste cozze a poesia”) esprime un giudizio negativo che, lungi da voler essere un cleuasmo, è più vicino all’intuizione zen che ho trovato rileggendo un libro indispensabile (oggi fuori commercio ma presente in molte biblioteche, per fortuna), ossia I poeti sono impossibili di Alessandro Carrera (p. 84):

Immaginiamo la scena come se fosse un koan. I discepoli si sono riuniti per celebrare l’arrivo di un nuovo maestro. Il maestro compare e per prima cosa dice «Non sono un maestro». I discepoli, risentiti, ribattono: «E allora noi che ci stiamo a fare qui?». Al che il non-maestro risponde: «Se cercate un maestro, la risposta è: niente. Ma se non cercate un maestro, quello che potete fare non ha limiti».

Troppo ho detto di me. A conclusione del post: bene De Angelis. In più: come se la cava il poeta quando introduce il termine “poesia” nelle sue liriche?; aggiungete pure questa cartina di tornasole nel vostro strumentario.

Written by Roberto R. Corsi

30 aprile, 2016 at 18:11

Offret (A. A. Tarkovskij, 1986)

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Giusto una riflessione domenicale.

Ieri finalmente ho visto il poco reperibile Sacrificio, canto del cigno del grande regista russo vissuto per qualche tempo anche a Firenze (precisamente in via San Niccolò). Di tutte le frasi del film, altamente speculativo ma anche altamente religioso in più sensi, ho annotato sul mio taccuino questa, pronunciata fuori campo dalla voce di Viktor verso la metà della pellicola:

embedEcco, mi sembra che questa riflessione coinvolga profondamente la figura del poeta contemporaneo, sempre più bisognoso, per le logiche di diffusione del prodotto, di accompagnare i suoi libri di poesia con una massiccia dose di “messe in azione”: reading, performance, dj set, tournée.

L’idea del capolavoro lontano dal proprio creatore sembra essere – ahimè, per quel che mi riguarda – in pieno Sunset Blvd.
Il creatore dunque, secondo il cineasta (notoriamente “figlio d’arte” poetica), è sempre più attore e sempre meno poeta. In un cocktail apparentemente composto di contrarî, ma evidentemente, a oggi, miscibile.
Corollario: meglio a questo punto recensire i libri (le partiture) o l’autore stesso (la loro esecuzione, l’autore nel tempo come voce poetica ed enciclopedica, progressivamente arrichita delle sue opere performate)?
Naturalmente continueremo a occuparci dei primi, ma le recensioni stricto sensu saranno spesso monche della valutazione della dimensione performativa, quindi – paradossalmente – di quello che ormai legittima, per opposita secondo T., il poeta (non a caso ci siamo imbattuti di recente in un’artista che con intelligenza si definisce “poetrice”).

Di solito non mi sento molto affine al cinema di T., o meglio ne riconosco il magistero tecnico ma mi ritrovo poco nella sua religiosità (eccezion fatta, in parte, per la tematica della perdita dell’innocenza dell’uomo in rapporto al deus sive natura). Dopo la visione di questo film – senz’altro meritevole – lo ringrazio per il riciclo della mia sensibilità a-performativa (ammesso e per nulla concesso che io sia un poeta o che prima o poi lo diventi).

un fotogramma del film

un fotogramma del film

Written by Roberto R. Corsi

10 aprile, 2016 at 08:49

cozze de lo Bisagno, cozze de li Castelli et accorati appelli

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due belle nuove.

1) Lo scorso sabato a Genova si è tenuta una presentazione di Perigeion nell’ambito del ciclo d’incontri Qui E Ora, a cura di Marco Ercolani e Rossella Maiore Tamponi (link all’evento fb). Era presente una rappresentanza illustre di redattori, il più avventato dei quali, Christian Tito, ha letto la mia Cozza XXIV. Lo ringrazio, l’ha fatta sembrare pure meno bimbesca di quella che è!
Potrete ascoltare e forse visualizzare l’intero incontro o buona parte di esso prossimamente su Perigeion. Vi esorto nuovamente, in qualità di co-redattore junior (lol), a inviare a perigeion.rivista@gmail.com le vostre poesie in valutazione. In particolare se avete inediti. Su, vi aspettiamo con fiducia.

 

 

2) per il mio ultimo libro non ho implementato nessun esperimento di distribuzione bibliotecaria, ho lasciato fare al caso e alla buona volontà degli uomini (risate). Vi segnalo però che una copia delle Cinquantaseicozze è magicamente spuntata presso la Biblioteca di Frascati (BASC), ed è dunque disponibile per la consultazione e il prestito (anche interbibliotecario).
Rifletto sull’acquisizione. Delle due l’una: o la biblioteca si è procurata la copia per proprio conto (massima stima), o più probabilmente trattasi di un critico coscienzioso che, ricevuta una copia del libro, anziché destinarla alla viciniore raccolta carta, l’ha conferita (ri-massima stima). Mi è successa una cosa simile anni fa con la Biblioteca Comunale di Lucca e il mio libro d’esordio, che infatti nel suo record porta in nota “dono di” un’illustre studiosa. La quale, se non si è sentita di riscontrarmi le sue sensazioni di lettura, mi ha perlomeno donato una piccola eternità (senza Yoko Ono), una molecola di non omnis moriar.
Per converso, per uno o due critici che conferiscono, venticinque silenziosamente smaltiscono. Al netto della mia possibile imperizia di scrittura e dunque di chi ritiene che l’inerzia sia un giusto adoperarsi per la damnatio memoriae, auspico che questo atteggiamento di “rimessa in circolo” bibliotecaria delle copie mandate alla riffa dei critici sia sempre più diffuso. Nell’attesa j’arisponnémo ‘n coroè mejo er vino etc.

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