Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 13 anni

Archive for the ‘rimuginazioni’ Category

Perìgeion: riassunto delle puntate precedenti… e successive. Compreso lieto evento. Appendice: tutorial sui concorsi.

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Mi sono accorto che in questo 2018 non ho qui accompagnato con la solita “spalla” le uscite, a cadenza più o meno mensile, delle mie note di lettura sul portale di poesia che a voi dovrebbe essere ormai familiare. Rimedio asciuttamente: a gennaio mi sono occupato di Paolo POLVANI,  a febbraio di Marco CIPOLLINI; a marzo ho con piacere dato spazio a Francesco TONTOLI, ad aprile ho proposto due poesie di Annamaria FERRAMOSCA e, proprio oggi, una raccolta suggestiva di Giancarlo BARONI. Già che ci siamo: è già pronta, per il 10 maggio salvi imprevisti, una scelta di poesie dall’ultimo libro di Fabrizio CAVALLARO. Altre poete e poeti ci faranno compagnia da qui alle vacanze.
Come leggerli? Potete in ogni momento controllare i miei contributi tramite questo link (sta anche nella colonna di destra del presente blog).
E, mi raccomando, non tralasciate di soffermarvi sugli articoli dei miei conredattori che in una buona percentuale, direi nel 109% dei casi, sono assai migliori dei miei.

Ma la notiziona è di ieri e la apprendo tramite l’Editore Fabrizio Bianchi (dot.com press): Edifici pericolanti, la raccolta di Massimiliano DAMAGGIO, è stata segnalata d’impulso di un membro Giuria del “Pagliarani” ed è in corsa dunque per il prestigioso premio!
Un meritato riconoscimento per un poeta di coraggio e talento (cofondatore di Perìgeion e ora suo “nume tutelare intermittente”); evento doppiamente piacevole in quanto il soggetto è alquanto appartato e incostante, kome noi fècchi poeti ti una fòlta! smile! Brava la giuria a scovarlo. Molti altri, oltre me, fanno apertamente il tifo per lui. Il volume, consigliatissimo, è ordinabile contattando l’editore a questi recapiti. Per assaggi, ottima la recensione e la scelta di poesie a cura di Antonio Devicienti su Carteggi Letterari.
Dàje Max!

Di straforo: anche io in questi giorni mi sono occupato di premi (rectius: concorsi). Qualche riflessione in forma di guida. Niente che i miei aficionados non sappiano già, però – “forte” dei miei ondeggiamenti ed errori – ho buttato giù il mio tutorial in materia, che in effetti ha molto di demotivazionale. L’ho parcheggiato anche stavolta su Medium, acquario bizzarro e poco compatibile con le poetiche cose, però dotato di alcune funzionalità che possono tornarmi utili… Lo stile “ammaregàno” è condizionato dal predetto acquario.
Leggi qui: Tutorial – Concorsi di poesia.

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#instanughe

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Tanto per non farci mancare nulla.
Un po’ per celia, un po’ per non morire (?) poeticamente.
Giusto per stare al passo coi tempi (in differita).
Ho lanciato un nuovo instagram hashtag, #instanughe, improntato alla nuga cioè alla bazzecola, alla chiacchiera, alla baia.  Siate benvenuti se vorrete proporne di vostre (io ne inserirò a intervalli irregolari).
Però restate scherzosi e leggeri (non senza ironia o sarcasmo).

#instanughe (dal latino nuga nugae). Lancio questo hashtag come esperimento di #instapoetry, tanto per stare sulle tendenze e anche perché la mia #poesia un se la fila più nimo da verun lato (licenza versiliese). Se volete mettervi in scia, benvenuti: la nuga è una baia e un divertimento, mi raccomando: richiede levità e scherzo anche se può nascondere sagacia e, meglio ancora, ironia. Anche per stemperare le ubique #emozione #bellezza (e relativa #orchite) in rete. PS è una storia (quasi) vera! #instapoesia #instaRRC

Written by Roberto R. Corsi

31 gennaio, 2018 at 14:32

Cinque risposte per L’Area di Broca

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Il prossimo numero de L’Area di Broca, prestigioso Semestrale di letteratura e conoscenza diretto da Mariella Bettarini, di cui vedete a lato l’ultima copertina, si sta delineando come questionario sulla / termometro della poesia, su cosa resti della sua funzione, su dove stia andando.
Ho dato di getto il mio personale contributo, spero sensato; lo potete leggere a questo link. Ringrazio di cuore la redazione tutta.

Mi “automonetizzo” (money quote), cioè pubblico un estratto:

l’esordiente si forma in primis come lettore, o almeno si spera, e qui vengono le dolenti note: presso il lettore sembra aver fortuna solo una poesia “vivente” anche talentuosa, ma sempre di impianto molto consolatorio; basata su un ubiquo e anestetizzato richiamo alla “Bellezza” e su una spiritualità quasi new age o religiosità spicciola; poesia spesso aforistica, salottiera, precettistica, a volte cabarettistica ma senza il tragico di fondo. Amo dire provocatoriamente che l’idea diffusa di “poesia” va a sovrapporsi pericolosamente con quella di “biscotto della fortuna”. Gli editori, anziché rieducare alla messa in discussione delle certezze individuali che ogni buon libro dovrebbe favorire (cfr. Kafka, Cioran), santificano la finta innocenza del lettore-consumatore in nome delle aspettative di ricavo, in definitiva ammannendo al lettore solo ciò che vuole sentirsi dire. Parallelamente, c’è il sospetto che molte scelte editoriali siano ormai operate sul numero di contatti e like che il poeta ha sui social, più che sulla qualità della proposta. In pratica, su quanto il poeta può vendere. È il mercato, baby: via con altri biscotti della fortuna! Non succede solo in Italia ma anche oltreoceano.

Il dibattito è aperto (Acciai Baggiani, Pettinari… anche i vostri contributi verranno letti e magari ospitati, su carta o in rete).

Written by Roberto R. Corsi

15 gennaio, 2018 at 23:06

#Poesia30 – qualche statistica

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Già lo sapete: questo mese compie 30 anni la rivista Poesia di Crocetti. Mutuando dal gergo farmaceutico, un vero presidio medico per appassionati e addetti ai lavori che ogni mese, per undici uscite l’anno, possono confrontarsi con voci importantissime della poesia di ogni tempo e col lavoro di traduttori, recensori, critici.
Neppure io ho mancato l’appuntamento, come già per il numero celebrativo del ventennale, e ho acquistato proprio ieri l’azzurro numero 333, che offre un’ampia scelta di poesie dei poeti da copertina (con qualche variazione), cioè dei protagonisti dal 1988 a oggi.

Si è evidenziato da più parti il fatto che la rivista sia difficile da reperire, e confermo. A Firenze ho trovato una sola edicola in centro storico che la tiene, e proprio per questo non divulgo la sua location. Le altre che ho interpellato hanno desistito, data la richiesta zero; una edicolante, tempo fa, mi ha detto che avrebbe parlato col distributore perché le fornisse una copia in più per me, in quanto l’unica copia che le arriva l’ha prenotata un professore anziano. Questo lo scenario del mio quartiere, che può essere emblematico o meno, fate voi. Va anche aggiunto che questi problemi di reperibilità potevano essere in parte sorpassati mediante la app, che dovrebbe permettere di acquistare e leggere le uscite comodamente su iPad; ma l’applicazione sembra ferma alla v. 1.1. del 2011 e, almeno sul mio tablet, non ci sono più numeri acquistabili dopo il 300 (gennaio 2015)…

Ciò confermato, oggi mi preme di più soffermarmi con voi su qualche dato statistico.
L’uscita 333 dedica 206 pagine ad altrettanti numeri scelti. Per ciascun numero viene proposta una selezione di poesia dell’Autore del mese (normalmente quello in copertina), da solo o accompagnato da altri poeti presenti nel numero. Se non ho contato male, si raccolgono così 254 Autori, che quindi formano una più che rappresentativa idea della “linea” redazionale del mensile di poesia “più letto in Europa” (come precisa l’introduzione a questo numero; chissà che risultati ulteriormente eclatanti se fosse più reperibile).
In breve: la compilazione testimonia una linea redazionale autorevole, che si può condividere o meno, ma con cui si deve necessariamente fare i conti e che può dare la sponda a qualche riflessione.
Così questa domenica ho provato a redigere una statistica di quanti poeti defunti e quanti viventi si trovassero antologizzati nel numero del trentennale, e l’età di questi ultimi (arrotondata al millesimo). Con l’importante avvertenza che per ogni poeta ho calcolato non la data odierna, ma quella del primo fascicolo in cui compare. Per fare un esempio: il compianto Pierluigi Cappello va collocato tra i viventi perché è comparso su un numero del 2006, e per lo stesso motivo, ai fini delle mie statistiche, ha 39 anni (1967 >>> 2006).
Ecco i risultati che per far prima “catturo” dal foglio LibreOffice.

Salta subito all’occhio che il rapporto tra Poeti viventi e Poeti defunti (preferisco parlare di “Numi tutelari” sulla scia dell’aria di Spontini) è quasi paritario: 44% a 56%. Comunque, molto più bilanciato di quanto uno possa pensare, per esempio, improvvisando un sondaggio o scorrendo un hashtag in cui gli utenti social citino un nome o un verso che venga loro in mente. In questi casi, i Numi tutelari spadroneggiano ai danni dei vivi. Questa sostanziale parità quindi conforta, ma ingenera anche un sospetto di esoterismo e l’urgenza di comunicare anche al pubblico diffuso che la poesia è ben viva. Evidentemente una rivista non è sufficiente, lo sforzo andrebbe compiuto da tutti i media, come ripeto spesso.

Interessante soffermarsi anche sulle fasce di età dei consacrati da vivi.
Come le ho ottenute? Semplicemente facendo la media di età di ogni sottoinsieme. La media di età di tutti i viventi è di 68 anni e mezzo; tolti gli autori da 69 in su, restano 50 “under 69” la cui età media è poco più di 56 anni; tolti anche gli “over 57” rimangono 20 “under 57” di quasi quarantott’anni di media. Si ricavano così 4 fasce: over 68, poi due fasce tra 48 e 68 forse accorpabili, infine un drappello, “i magnifici sette”, attenzionato dalla rivista prima della loro quarantottesima primavera.

Viene da rispolverare la famosa tripartizione longanesiana, epurandola della ingiuriosa qualifica di mezzo (e in generale denaturandola del suo intento satirico).
Se dai 68 anni in su si è a pieno titolo Venerati Maestri, all’opposto verrebbe da concludere che, prima dei 48 anni, solo in 7 casi su 112 si è qualcosa di più di Giovani Promesse, vale a dire ipotesi di poeti. 
Questo getta qualche ombra sulla conclamata e pandemica tendenza del pianeta poesia a portare avanti la cd. poesia giovane: concorsi, collane, quaderni, atlanti e mappature “under 30/35/40” vanno bene ma non benissimo. Datemi pure della volpe che non è giunta all’uva, però io le ho sempre capite poco. Esse da un lato rischiano di ostracizzare autori validi solo per la “colpa” di costoro di giungere alla propria pienezza espressiva in un momento posteriore, e alla lunga di demotivarli; dall’altro lato sono in molti casi una fotografia statica di una poesia che necessita ancora di self-assessment e evoluzione: un parto prematuro, come la piattezza dell’offerta in serie sembra troppe volte dimostrare. Lucifero per non aspettar lume, cadde acerbo (Par. XIX): ho perso il conto di quanti giovani “segnatevi questo nome” sono spariti solo tre anni dopo.
La linea redazionale di Poesia sembra darmi ragione, esortando implicitamente tutte le parti in causa del sistema a un tempo medio-lungo di valutazione e maturazione.

Naturalmente quanto sopra è una mia esegesi opinabile. Genius is wisdom and youth, e anche la poesia altrui, come la mia, va in “pausa ormonale” (ne riparleremo). Però, ripeto, è difficile non tenerne conto, vista l’autorità della fonte; alle congratulazioni per i 30 anni della quale mi accodo, invitando a leggere il mensile e a regalarlo.

 

Written by Roberto R. Corsi

15 gennaio, 2018 at 08:00

Pistolotto dello zio Bob (auguri 2018)

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img2018

Giovani e meno giovani,
Non lavorate gratis,
… … …
… … …
… … …
Un codice autore ISBN costa euro 80 più IVA.
… … …
Leggete più ebook, esercitatevi tanto con l’epub: … … …
Critici, dagli autori fatevi dare la bozza digitale e non la copia gratis,
… … …
… … …
Portate sempre con voi un taccuino: ruit hora, memoria fugit.
Ritrovate il gusto di scrivere a penna: la tastiera rende disgrafici.
Ritrovate il gusto di dirmi che il mio libro non vi piace, però con garbo e argomentazione.
Fidatevi di me: non prendetevi troppo sul serio,
anche se vi sembra che fare gli imbronciati ripaghi.
In generale svegliatevi presto, ascoltate sinfonie e risacca,
coltivate il silenzio, fate più bagni in mare, fate più spesso l’amore.
E che il 2018 porti a tutti serenità, operosità, solidarietà e ispirazione.

l’ispirazione per il titolo mi è venuta da un commento fb a opera di N. M. Albertini su altrui bacheca.
gli omissis sono un regalo della famiglia Corsi, soprannominata “ti querelano!”.

Written by Roberto R. Corsi

31 dicembre, 2017 at 13:10

Quadrofenìa dello scrittore: L’era dell’autopromozione permanente secondo Andrea Inglese.

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Rembrandt, Boas und Ruth, 1637-40. Berlin, Kupferstichkabinett der Staatlichen Museen (wikimedia, pubblico dominio)

Raramente, di fronte a un approfondimento che mi piace, scelgo queste pagine come mezzo d’inoltro: forse anche per pigrizia, lo ribatto semplicemente sui social più sensibili alla materia (es. per la poesia, fb e g+; meno tw e in) e attendo eventuali vostri commenti. Oggi invece coinvolgo persino questo libro giornale di fronte a un’analisi, quella di Andrea Inglese, di rara completezza ed efficacia. Il pezzo è uscito ieri su Nazione Indiana e fa parte di un dossier a più mani presente sul numero 68 di Nuova prosa.
Inglese, poeta saggista e traduttore, mi trova spesso d’accordo sulle sue prospettazioni (per esempio qui, per un certo periodo; poi, alas, la mia svolta cozzara).
Non tutte le tematiche sono ovviamente nuove, ma quello che mi colpisce è come l’Autore abbia saputo condensare in pochi periodi tutta la felice insensatezza del lavoro (spesso non retribuito) di scrittore e, naturalmente e con insensatezza ancora maggiore, del poeta. Con risvolti psicologici e verosimilmente psichiatrici dati dal diffuso senso di colpa e dalla “tripolarità” per cui la scrittura e la ricerca sono compresse anzitutto dal “lavoro vero” (ossia quello qui dat panem) e poi dall’autopromozionalità 24/7, sorta di bufera infernal che mai non resta e che – attraverso il coinvolgimento attivo e passivo – fornisce quell’endorfina, quell’illusione di who’s who con l’effetto psicotropo di alterare la percezione corretta delle grandezze in gioco e renderci perseveranti (oltre che di farci sentire vivi in un’epoca di grande incomunicabilità ed emarginazione, ciò che forse è il carburante più puro della gran ruota).

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Written by Roberto R. Corsi

5 dicembre, 2017 at 18:57

Amici!! Sarahrahrah

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Si fa un gran parlare di Sarahah, un “social” d’invenzione araba (il nome vuol dire “verità”) che di fatto funziona come la buca delle lettere, consentendo a chiunque di postare commenti assolutamente anonimi nelle bacheche dei suoi utenti. Io ne sono venuto a conoscenza tramite alcune amiche che, aperto il loro account, hanno ricevuto apprezzamenti piuttosto pesanti e inviti che ‘l tacere è bello. Per fortuna sono donne di spirito e riescono a elaborare il tutto in modo perfettamente razionale: purtroppo tra i giovani la situazione è molto diversa, gli insulti anonimi fioccano e fanno danni in un’età cruciale per la costruzione del sé.

Mi è venuta un’idea provocatoria: ho aperto un account non personale, ma riferito direttamente al mio ultimo libro: Cinquantaseicozze.sarahah.com.
Ho rimuginato su come il quieto vivere imperi tra i poeti o comunque gli addetti ai lavori, e la stroncatura, tutto considerato, sia quasi estinta.
Mediamente, avrò inviato il libro (in cartaceo o in pdf) a un centinaio di persone. Mi hanno dato un riscontro in dieci, o giù di lì. Alcuni anche negativo, peraltro (e li ringrazio per la franchezza costruttiva). Per il resto, silenzio.
Supponendo che due terzi del silenzio siano pura indifferenza, ho pensato che una buca anonima possa servire a quel terzo (pur sempre almeno un 30% del totale!) che vorrebbe dire al Corsi di darsi all’equitazione in stile fosbury (cit. Gnocchi) anziché irritare le Muse, ma ha paura di ritorsioni (impensabili) da parte mia. Peraltro qualcuno ci ha provato anche qui, esortandomi al lavoro, ma solo spot.

Non so se l’esperimento funzionerà, né quanto durerà, visto che in effetti il giudizio complessivo sulla app (o meglio su come viene utilizzata dai più) resta fortemente negativo, e non sono incline a incentivarne la diffusione. Quindi agite in fretta e se volete criticare, approfittate!
Dice “ma io il tuo libro non lo conosco”. Allora, quale occasione migliore del miraggio di insultarlo per acquistarlo? smile. E comunque potete usare la bacheca per riempire di improperi anche la mia produzione precedente (inediti sul sito, antologia etc.)
Ah, non inviate proposte sessuali: il libro ringrazia e ci penserebbe su, ma non è stato dotato di apparati se non di quello critico.

Written by Roberto R. Corsi

13 agosto, 2017 at 08:53

Glossa empatica a Ben Lerner

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nella scorsa entry ci siamo occupati del libro Odiare la poesia da un punto di vista il più possibile oggettivo. Poi sapete bene che nel processo di lettura c’è anche una componente soggettiva, alchemica, a volte di deja vu, o forse alla Valéry (“nulla può essere completamente nuovo né completamente non-nuovo”), che ti avvicina il libro di qualche misura. A p. 82, la penultima del volumetto, leggiamo di una “esperienza poetica” che Lerner sperimentava nel cinema o a teatro (la traduzione è di Martina Testa). Occhio soprattutto alla parte tra parentesi…

Ogni volta che le luci si spegnevano e sullo schermo iniziava il primo trailer, mi sentivo pervadere da una capacità astratta che associo alla Poesia. Non c’entra il film in sé – anche quando è di altissima qualità – ma il piccolo spazio sgombro creato dalla sala buia. (Qualche estate fa ho visto un’opera lirica di incredibile mediocrità in uno splendido teatro all’aperto di Santa Fe, e quando la mia noia era diventata così profonda da trasformarsi in una sorta di trance, mi è capitato di scorgere, dai nostri posti lontanissimi, una lucciola che lampeggiando volava lentamente intorno all’orchestra, poi si spostava sul palco, poi tornava di nuovo verso il proscenio) (…). [Poesia] Da un lato è vivere un’esperienza quotidiana, dall’altro è fare esperienza della struttura che sta dietro il quotidiano, pezzi di tela grezza che si intravedono sotto la realtà.

Questo bel passaggio mi riporta magicamente a sette anni fa e oltre, quando includevo in All’orza (la mia seconda raccolta) questa poesia scritta, come le altre, tra 2005 e 2007:

scherzo op. 39
(Chopin)

Tutti son qui per il talento prodigio, promessa di bellezza
dalle dita di frusta, qualunque cosa suoni
andrà bene. Io osservo una zanzara
rimbalzare ternaria innamorata
sul fianco destro del pianoforte Steinway:
tutto sommato la felicità
è una piccola cosa.

(non essendo Trilussa, non ho soldi
per il cachet di un’ape)

Che dire? Quello che ho scritto in un passaggio della prima cozza: quello che immagini o scrivi verrà riproposto più o meno fedelmente, quasi sempre per caso come adesso, da qualcun altro con più séguito. Non deve essere un cruccio, occorre prepararsi a questo e gustare con lentezza gli intrecci del caso come se fossero una bibita rinfrescante, che con quest’afa non dà certo fastidio…
Avere avuto una percezione praticamente identica (salvo il fatto che l’interpretazione Chopiniana, a differenza dell’opera a Santa Fe, non era affatto male!) mi rende il libro di Lerner più simpatico, anche se continuo a preferire altri titoli dello stesso genere.

Written by Roberto R. Corsi

2 giugno, 2017 at 17:27

Pubblicato su critica, libri, poesia, rimuginazioni

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Ben LERNER, Odiare la poesia

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7486-3Inizierò questa recensione al libro di Lerner, che probabilmente diventerà essa stessa prolissa ed “esecrabile”, con un’analisi del titolo, che non trovo particolarmente adeguato né nel verbo né nell’oggetto.
Nonostante il precedente della sovrimpressione aforistica comparsa in un film recenteTruth is like poetry, and most people f…ing hate poetry – mi sembra più appropriato dire che la poesia ex se, come testo, induce più all’indifferenza che all’odio. A passare oltre. Quindi I hate it, proprio come I love it, andrebbe depurato dall’enfasi americana. Se si desume l’odio verso la poesia dagli scarsi risultati di vendita o interesse, perché nessuno scrive un saggio “Odiare il racconto breve” che soffre la stessa crisi? Non si odia la poesia; semplicemente ci si dà su, magari esternando un qualche tedio di passaggio. E la volta successiva si eviterà accuratamente lo scaffale poesia (manco a farlo apposta, bellamente vaporizzatosi in una mia libreria di riferimento).

Se “odio” c’è, esso riguarda non il testo ma il suo autore, ossia la figura del poeta. Il titolo quindi è da correggere o meglio da intendere come una metonimia. Non a caso il libro di Alessandro Carrera, che cito spesso e che ancora considero il migliore dei demotivational/motivational a tema in cui mi sono imbattuto, ha come titolo “I poeti sono impossibili. Come fare il poeta senza diventare insopportabile”.
In questo senso trovo ancora insuperata, in chiave di esegesi dell’odio, la definizione di Robert Musil nel suo Discorso sulla stupidità del 1937, contenuta proprio in Carrera (con parafrasi di quest’ultimo): il poeta è colui che a nome dell’umanità c’informa che fuori c’è il sole e il pranzo è stato di suo gusto. Di qui l’atteggiamento di reazione.
Nell’ideale cocktail di hatred verso il poeta non andrà poi taciuta la componente “interna”, presenzialista e conventicolare, del costui; né la componente sociologica, erga omnes – questa, devo dire, ben individuata da Lerner lungo il libro. Componente ravvisata già da Platone ne La repubblica, ma anche nelle tesi ottocentesche di Thomas Love Peacock per cui, con l’avanzare della civiltà, la scienza ha superato la poesia, anzi ne ha preso il posto. Componente che fa sì che il comune sentire schiumi contro l’assenza di utilità politico-sociale del poeta; inutilità la cui cartina di tornasole è la mancanza di controprestazione economica. Tutti, di fronte a qualche affermazione poetica, siamo stati invitati almeno una volta a “cercarci un lavoro vero”; tutti ci siamo adattati a fare i poeti part-time, i “ragioniere e poeta” (absit) o qualunque altra mansione e poeta; e ormai – giusta anche un messaggio mediatico emolliente su cui torneremo in futuro – ce ne rallegriamo pure, sulla scorta del cane di Mustafà. Nonostante la nostra acquiescenza, la malevola esortazione a entrare nel ciclo produttivo torna a galla ogni qualvolta si cerchi di sottrarre la poesia a una sua funzione “ricreativa”, di “mera decorazione del tavolo del potere che la tiene in ostaggio” (qui cito Adrienne Rich). Una questione complessa, da rinviare ad altra rimuginazione per non deviare troppo.

Il libro di Ben Lerner, che in realtà è quasi nella sua totalità un’ininterrotta lectio di 80 pagine, adiuvata solo da sottotitoli ai margini laterali (per giunta non sempre posizionati correttamente), non manca di individuare spunti soddisfacenti non solo in tema di vanitas del “poeta pubblicato”, ma soprattutto in tema di relativismo, o quantomeno dinamismo, del “canone” (sostanzialmente inteso).
Nella sua trattazione, Lerner analizza alcuni poeti a lui più o meno congeniali, passando per Walt Whitman, John Keats, Emily Dickinson (la migliore e la più centrata, col suo definire l’arte poetica “to dwell in possibility“), Claudia RankineAmiri Baraka e altri; introducendo perfino – in un passo che era stato anticipato dai lit-blog – la poesia “atroce” di William Topaz McGonagall. L’analisi punta ad affermare che un canone di “poesia Ideale” non esiste, perlomeno in chiave di risultato. Non possiamo spingerci troppo in là nel biasimo del poeta atroce (un punto già toccato anche da Carrera), né nel visibilio per i massimi esiti. Parallelamente, si possono censurare a sazietà gli eccessi dell’io lirico e della poesia contemporanea «per non essere riuscita a realizzare la fantasia dell’universalità», ma allo stesso tempo «i detrattori dovrebbero smettere di far finta che una qualche poesia sia mai riuscita a parlare efficacemente per tutti» (p. 65). Salva forse l’opera di Whitman, peraltro non contemporaneo, il suo tentativo di «abitare tutto» (p. 64).
In queste sue tesi, l’A. mi trova completamente d’accordo.
Da un lato infatti – vedi il mio intervento di giovedì 11 – concepisco l’equilibrio (anche lo squilibrio) tra io lirico e dimensione collettiva dello scrivere come qualcosa di dinamico che ognuno “fermerà” dove crede, come una molletta fissata ad arbitrio in un punto qualsiasi di un filo da bucato.
Dall’altro lato, concordo sul fatto che ciò che ciascuno di noi ricerca o vede nella poesia è troppo variegato per operare una reductio ad unum.
In buona sostanza il succo di questo libello potrebbe essere rappresentato con quanto espresso riassuntivamente a p. 74:

Sotto il termine «poesia» si raccolgono una serie di richieste interconnesse: quella di sconfiggere il tempo, di fermarlo con grazia; di esprimere l’individualità in un modo che possa essere riconosciuto socialmente o, come in Whitman, di raggiungere l’universalità diventando irriducibilmente sociali, non più persone ma tecnologie nazionali; di sconfiggere il linguaggio e la scala di valori della società esistente; di proporre una misura del valore che vada al di là del denaro. Ma una cosa che tutte queste richieste hanno in comune è che non potranno mai essere esaudite dalle poesie materialmente esistenti.

Fin qui il buono del libro.

Durante la lettura, però, ho trovato anche diversi spunti che mi hanno convinto poco, forse perché immersi in un environment poetico, quello americano, molto diverso dal nostro.

Il difetto principale del libro mi sembra quello di confondere l’effetto con la causa. Il fatto che «non esistono poeti [contemporanei, suppongo] che siano famosi per la gente comune» (p. 17), o che «nessuno sa fare il nome di un poeta o citare qualche verso» (p. 23) non è un postulato euclideo da cui dedurre i caratteri della poesia ma – almeno a mio avviso, e almeno in Italia – il risultato di una più o meno consapevole operazione politica culturale e mediatica che ha privato anche le ultime vestigia poetiche da ogni possibilità di engagement (penso alla trasmissione Poeti in gara, che nel 1989 faceva un audience di 500mila spettatori – sì, avete letto bene).
Lo stesso Lerner cita (a p. 41) un saggio del 1825 in cui «il riformatore sociale Olinde Rodrigues sosteneva che gli artisti fungono da avanguardia del popolo perché “il potere delle arti è il modo più immediato e rapido” per ottenere riforme sociopolitiche». L’affermazione può ben dar luogo oggi a scetticismo e perfino a ironia, ma deve essere oggetto, e prima o poi lo sarà, di una riflessione storica e sociologica. Su come siamo arrivati qui in basso, ad imum.

In generale, si respira lungo il libro una certa simpatia per la dimensione lirica e individuale della poesia, all’occorrenza rifugiandosi nell’ortodossia prosodica per bollare come «qualcosa di più simile al giornalismo o all’oratoria» quel verseggiare lunghissimo che, da Leaves Of Grass in avanti, ha attecchito profondamente oltreoceano e che spesso è ancillare alla poesia lato sensu “sociale”.
Una predilezione autoriale è naturale e legittima. Però, per chi sta monitorando il sommovimento fortissimo con cui le arti americane, tra cui la poesia, stanno rispondendo all’ascesa al potere di Donald Trump e alle sue politiche, coinvolgendo a quanto sembra una vasta fetta di pubblico,  il libro  – nel suo scetticismo verso una poesia che possa muovere la cittadinanza indistintamente intesa – apparirà “nato vecchio”, e Lerner un miope osservatore o quantomeno un cattivo profeta, luckily.
Infatti in America, al tempo presente, i poeti si nutrono particolarmente di attualità, e sin da gennaio è in atto una vera e propria fiammata di militanza poetica, intesa in senso forte, con frequentatissime maratone di lettura pubbliche e grossi nomi della poesia americana come loro protagonisti. Maratone su temi sensibili, per esempio in reazione al militarismo del governo, o contro la costruzione di muri ai confini, o contro la dismissione delle priorità ambientali, o contro il paventato taglio alle spese sanitarie e alle risorse per la ricerca scientifica. La kermesse su quest’ultimo tema, The Universe In Verse, con lettura di poesie per la scienza, è avvenuta a Brooklyn il 24 aprile scorso ed è stata un successo trasmesso anche in diretta streaming.
Una poetessa illustre, Jane Hirshfield, ha detto di recente al New York Times: «Poems are visible right now, which is terribly ironic, because you rather wish it weren’t so necessary. When poetry is a backwater it means times are O.K. When times are dire, that’s exactly when poetry is needed». Le fa eco la scrittrice afroamericana Toni Morrison: «This is precisely the time when artists go to work».
Per un approfondimento su engagement e azione, oltre a quanto linkato sopra, cfr. portali come Scoundrel Time (su cui ci eravamo già soffermati in febbraio), ed esplorane poi la sezione dei link.

[“La poesia scorre in sottofondo quando va tutto bene…”
Usando questo termometro, evidentemente in Italia, in politica e società, va tutto bene, è tutto meraviglioso! Perché i poeti sono quasi tutti tranquilli nell’ovatta della loro sfera lirica individuale. Ma questa è un’altra storia.]

6/10
Ben LERNER, Odiare la poesia, traduzione dall’inglese di Martina Testa, Palermo: Sellerio, 2017, pp. 83

“Se ‘l Corsi s’assottiglia non è più lui”: secondo dei #Corsileaks e #Cartevive

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Ieri mattina Giulio Maffii ha operato su Carteggi letterari la sua selezione di poesie da Grafite bianca, dando così corso al secondo dei #Corsileaks (il primo qui). Grazie per le lusinghiere parole, Giulio: anche se non sum dignus, fanno bene. A parziale risposta, non so che destino avrà questa raccolta che considero ancora aperta ancorché “stabile” (con tutta la valenza ossimora della sua provenienza da scrittore instabile). Al quarto leak la metto tutta online e fàmo prima.


Alle diciassette, invece, il pomeriggio di Carte Vive, un’occasione per discutere in modo spontaneo di critica, di come si portano avanti le proprie idee letterarie, il “canone” etc. Qui in foto vedete la formazione, primo da sinistra il Falstaff de noantri (da cui la citazione nel titolo), a seguire M.V. Sanfilippo, M. Brancale, P. Lucarini, E. Gurrieri. Ottimi, inter alia, i lavori su Sandro Penna e Luigi Capuana da parte delle correlatrici Elena e Maria Valeria, e vi consiglio con enfasi i loro volumi linkati appena ora; oltre a quello “eponimo” della giornata. Da parte mia, nonostante la mia formazione recensoria che considero tuttora in fieri, spero di aver dato qualche spunto orientativo, svariando tra citazioni, nomi, perfino musica classica (ah, la ferocia critica!) e qualche indicazione online che è sempre difficile proporre “dal vivo” senza link in sovrimpressione.
Avevo preparato una traccia robusta, per lo più ridondante. Salverei il mio richiamo verso la città nemica a “ca…lcolare” un po’ di più Fortini (manca poco al dieci settembre del centenario), e la frase che maggiormente si avvicina per me a un canone condiviso e “dinamico”. La trovate a pagina 92 della bella raccolta di saggi critici di Massimo RaffaeliL’amore primordiale, edita da Gaffi (qui copioncollo dai miei appunti e vi saluto):

«convinzione che la poesia, oltre il codice lirico dei sentimenti, disponga di un ornato più fermo e solenne, atto a esprimere il ragionamento sui fatti presenti e la meditazione filosofico-politica. Laddove, cioè, un “io” possa sempre implicare un “noi” senza rinunciare a essere “io”, e viceversa».
Questo “canone” io lo penso come qualcosa di dinamico, una corda tesa tra sentimento lirico e osservazione esterna, lungo la quale ciascun poeta appenderà la molletta del suo dire alla distanza desiderata tra i due poli. Nessuno dei due poli però può scomparire del tutto, e anche in un capolavoro poetico di Fortini, la poesia La città nemica, l’ultimo verso vede l’Autore liricamente camminare “con un pugnale nel cuore” spalancando l’animo alla speculazione del lettore.
(Nota: forse mi è riuscito di raggiungere l’optimum una sola volta su ben 3-4 raccolte! è dura)

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