Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Archive for the ‘recensioni’ Category

La dolcissima gloria, la dolcezza gloriosa: Visioni dell’aldilà prima di Dante

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Vale la pena di segnalarvi questo volume fresco di uscita per Lo specchio Mondadori: si dà spazio a quattro poeti duecenteschi lombardo-veneti in lingua volgare, i cui poemi “pastorali” (in senso ecclesiastico-teleologico: volti cioè al fine della salvezza delle anime) tratteggiano qua e là un oltretomba strutturato in città divine e infernali, paradisi e inferni, proprio come avverrà per la Comedìa dantesca.
L’operazione ha più di un pregio, iniziando dall’equilibrio critico che le conferisce la prefazione del prof. Marco Santagata: lo spirito della riproposizione non è affatto quello competitivo che sottintenda il “c’ero arrivato prima io”. Anche se non è affatto improbabile che Dante abbia avuto esperienza di alcuni testi qui raccolti (soprattutto di Bonvesin e Giacomino, in cui già si assapora il gusto di certe punizioni o zuffe demoniache della prima cantica), la commedia dantesca è, e resta, tanto di più – per stile, per esiti poetici, ma anche per sostanza filosofica, politica, religiosa; e il contributo dell’Autore di Come donna innamorata non manca di segnalarlo già in limine.
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Michele Ortore, Buonanotte occhi di Elsa (su Perìgeion)

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La mia recensione di novembre per il portale Perìgeion si concentra sull’esordio, datato 2014, di un valido poeta marchigiano, attivo in molti ambiti di ricerca e cultura, Michele Ortore. Nel suo scrivere coesistono molti registri e modalità e questo me lo rende piacevole alla lettura e in qualche modo familiare, riportandomi, si parva licet, a un decennio fa e a quella volontà di rappresentazione totalizzante che è propria della giovinezza (nel mio caso di allora, già non anagrafica ma “Blixeniana”).
Si tratta di una raccolta caleidoscopica e ben confezionata da un editore di pregio, Vydia, attivo in poesia non solo nella valorizzazione delle voci italiane – marchigiane (oltre a Ortore, De Pasquale) e non solo (Matteoni, De Lea…) – ma anche nella traduzione e diffusione di poeti stranieri del calibro di Rachel Blau Du Plessis, John Taggart e, novità assoluta di pochi giorni fa, del poeta argentino Alejandro Pidello alla sua prima traduzione italiana per opera di Francesco Accattoli.

Ho divagato, come mio solito; ri-focalizziamoci sulla raccolta di Ortore.
Il link è qui a lato: buona lettura. Michele Ortore, Buonanotte occhi di Elsa

Written by Roberto R. Corsi

15 novembre, 2017 at 11:26

Mario Campanino, L’angelo morto (su Perìgeion)

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Mario Campanino in pausa (aperitivo e) autografi, foto mia.

Riprendono i miei contributi per Perìgeion giusto in coda a questa calda “ottobrata”, dunque con un po’ di ritardo rispetto alla ripartenza settembrina… Partenza differita ma entusiasmo immutato. Mi occupo della riedizione chez L’Arcolaio di un’opera lieve ma ambiziosa, già apprezzata in passato dalla critica per la sapienza con cui si gioca tra diversi piani d’interpretazione… L’Autore, musicologo e scrittore, è un vero umanista nel senso terenziano del termine. Compresa la mondanità: qui lo vedete in gran spolvero mentre scende dall’iperuranio delle cogitazioni e autografa qualche copia del libro! Smile.

Trovate, al solito, tutto su Perìgeion, partendo da qui: Mario Campanino, L’angelo morto

Written by Roberto R. Corsi

30 ottobre, 2017 at 11:19

Teresa Ciabatti – La più amata

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«Chi poi mi torturava è fuggito nella grande amnistia della vecchiaia»
(Cinquantaseicozze, I)

 

Devo dedicare qualche riga a un libro “personalizzato” che mi è incredibilmente vicino ma che – a differenza per es. di Haiducii – non posso certo giudicare un capolavoro. Si tratta del runner-up allo Strega 2017: un libro, La più amata di Teresa Ciabatti, che già dalla sua uscita sembrava tra i candidati autorevoli alla vittoria, per alcuni addirittura un predestinato. Si è tirato in ballo perfino Proust, si è parlato di “romanzo della borghesia”.
Cosa ha decretato il riscontro di popolarità e quasi premiale del romanzo e della sua scrittrice, peraltro già nota per prove precedenti e articoli sul giornale? Il fascino discreto della confessionalità, se mi si concede il remix di Buñuel (remix egualmente surrealista: magari la poesia confessionale sortisse lo stesso fascino della narrativa confessionale! Ma anche qui è possibile concludere che, in fatto di libri, il quomodo, cioè il genere, vince sul quid del contenuto).
In pratica, sin dai teaser precedenti l’uscita e sin dalle prime pagine si è promesso di rivelare i segreti di un padre miliardario realmente esistito, potente e intrallazzato – considerato un santo, un genius loci del grossetano e non solo – attraverso l’indagine di una figlia autodefinentesi con forza disadattata.
Tradotto dal punto di vista psicologico del lettore: ecco un thriller e contemporaneamente una storia con fortissimi elementi di verità; ecco, per giunta e prima ancora, una scrittrice coraggiosa che scende dall’Empireo, esce dal Club del verbo rivelato a cui molti suoi colleghi afferiscono, e rivela il suo disadattamento profondo alla vita a causa di quanto sorbito in gioventù e in ambito familiare.

Irresistibile, no?
Così il vostro affezionato si è messo in coda al prestito digitale, attendendo pazientemente il suo turno e nel frattempo scrutando, come corollario del successo di vendite, la trincea “manichea” che il libro creava tra “Ciabatters” e detrattori. Trincea resa tangibile in occasione di una nota di Gilda Policastro, scrittrice e studiosa l’acutezza del cui sguardo è difficilmente contestabile. A séguito delle parole tranchant dell’Autrice degli Esercizi di vita pratica “fioccavano come nespole” (cit.), nei commenti, pochi apprezzamenti e piuttosto tante accuse di rosicamento, illazioni di rifiuti editoriali (subito smentiti alla fonte), sospetti di chiome vicendevolmente strattonate tra scrittrici.
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Written by Roberto R. Corsi

3 ottobre, 2017 at 15:04

Di liquidi certamente miscibili: “Calcio e letteratura in Italia (1892-2015)” di Sergio Giuntini

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[Pasolini] pensava che il «capocannoniere di un campionato» fosse «sempre il miglior poeta dell’anno» (p. 168).

IMG_5782La mia vita è sempre stata, ed è, attraversata dal calcio, che – taglio corto per non rendere questa recensione un’autobiografia – è stato volta per volta rimpianto, passione, simulazione, materia di studio, materia di lavoro. Senza il football la mia autostima forse sarebbe migliore, però la passione, una volta scoppiata, è indelebile. Spesso e volentieri leggo opere sul calcio, possibilmente a un livello superiore a quello dell’autobiografia. In questo caso il libro del professor Sergio Giuntini, edito da Biblion, mi ha incuriosito sin dal titolo, che lo qualificava di primo acchito come iperlibro, vale a dire come risorsa a partire dalla quale, proprio come un ipertesto, accedere a pregevoli opere letterarie imperniate sul calcio.
La lettura ha confermato questo facile pronostico, ma lo ha arricchito di molte altre connotazioni positive. Prime tra tutte la capacità e la forza responsabile di esprimere giudizi qualitativi e storici, venendo a costituire così una vera opera critica oltre che manualistica.

Dal punto di vista dell’analisi letteraria la quantità di testi citati è impressionante, alluvionale, soprattutto nel terzultimo capitolo del libro; una completezza che sembra a volte fatalmente tradursi in “lista”, invece testimoniando l’escalation della letteratura di genere nei tempi a noi più vicini. Leggi il seguito di questo post »

Ferragosto: una recensione in versi “Sveviana” da DDP

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Il mio “Ferragosto e dintorni” non si preannuncia dei migliori per il più classico effetto sardina (elevata densità/mq, in casa come fuori – e tutti alquanto agitati!). Per fortuna l’altro ieri ho ricevuto un prezioso dono epistolare: Daria De Pellegrini si è sobbarcata la lettura estiva delle 56c (in alcuni paesi ciò è precauzionalmente vietato dai regolamenti) e ne ha tratto alcune considerazioni in versi.
Questa sua pratica, che una sola volta ho usato anche io, mi ha divertito e perfino incuriosito per lo iato tra predilezione formale (tempo fa Daria era sul punto perfino di rivolgermi un sonetto) e la libertà metrica della sua bella raccolta, pubblicata di recente. Incasso devotamente questo cadeau che oltretutto coglie nel segno: anche per me Svevo è un faro, e gli ostinati frequentatori dello scrivente ricorderanno che una poesia di Sinfonia n. 42Lo schiaffo, è espressamente modellata sull’uscita di scena del padre di Zeno Cosini.
E buona giornata a tutt*.
(I corsivi sono passaggi contenuti nelle Cinquantaseicozze).

È parodia la cozza della verghiana ostrica?
Quel suo aprirsi al supplizio della padella
fa della cucina luogo di martirio, e “supplizio”
è parola che torna in altre cozze ancora…
ma non voglio trattare di lessico e metafore
bensì di personaggi, di un io che gioca
a fare insieme il Brentani Emilio e lo Svevo
che lo smaschera. Varcata la soglia infida
dei quaranta, capita, ai maschi soprattutto,
di fare per un po’ “Senilità”. Pare (la mia
vita non vita) avvitamento in caduta,
di goduria quel tanto che rimane è agio
della deriva, pascersi per scivolamento,
sempre sotto l’occhio giudicante di quello
che infine sbotta odio la persistenza
del perdente. E perché non si decanti il tutto
in reminiscenze montaliane, conclude
perentorio Mi odio. Ma a noi ci pare
di antivedere Zeno che, sorniona maschera
di inetto, conta i proventi della sua “Grafite
bianca” smerciata in chiesa per incenso.

Written by Roberto R. Corsi

15 agosto, 2017 at 10:12

Ben LERNER, Odiare la poesia

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7486-3Inizierò questa recensione al libro di Lerner, che probabilmente diventerà essa stessa prolissa ed “esecrabile”, con un’analisi del titolo, che non trovo particolarmente adeguato né nel verbo né nell’oggetto.
Nonostante il precedente della sovrimpressione aforistica comparsa in un film recenteTruth is like poetry, and most people f…ing hate poetry – mi sembra più appropriato dire che la poesia ex se, come testo, induce più all’indifferenza che all’odio. A passare oltre. Quindi I hate it, proprio come I love it, andrebbe depurato dall’enfasi americana. Se si desume l’odio verso la poesia dagli scarsi risultati di vendita o interesse, perché nessuno scrive un saggio “Odiare il racconto breve” che soffre la stessa crisi? Non si odia la poesia; semplicemente ci si dà su, magari esternando un qualche tedio di passaggio. E la volta successiva si eviterà accuratamente lo scaffale poesia (manco a farlo apposta, bellamente vaporizzatosi in una mia libreria di riferimento).

Se “odio” c’è, esso riguarda non il testo ma il suo autore, ossia la figura del poeta. Il titolo quindi è da correggere o meglio da intendere come una metonimia. Non a caso il libro di Alessandro Carrera, che cito spesso e che ancora considero il migliore dei demotivational/motivational a tema in cui mi sono imbattuto, ha come titolo “I poeti sono impossibili. Come fare il poeta senza diventare insopportabile”.
In questo senso trovo ancora insuperata, in chiave di esegesi dell’odio, la definizione di Robert Musil nel suo Discorso sulla stupidità del 1937, contenuta proprio in Carrera (con parafrasi di quest’ultimo): il poeta è colui che a nome dell’umanità c’informa che fuori c’è il sole e il pranzo è stato di suo gusto. Di qui l’atteggiamento di reazione.
Nell’ideale cocktail di hatred verso il poeta non andrà poi taciuta la componente “interna”, presenzialista e conventicolare, del costui; né la componente sociologica, erga omnes – questa, devo dire, ben individuata da Lerner lungo il libro. Componente ravvisata già da Platone ne La repubblica, ma anche nelle tesi ottocentesche di Thomas Love Peacock per cui, con l’avanzare della civiltà, la scienza ha superato la poesia, anzi ne ha preso il posto. Componente che fa sì che il comune sentire schiumi contro l’assenza di utilità politico-sociale del poeta; inutilità la cui cartina di tornasole è la mancanza di controprestazione economica. Tutti, di fronte a qualche affermazione poetica, siamo stati invitati almeno una volta a “cercarci un lavoro vero”; tutti ci siamo adattati a fare i poeti part-time, i “ragioniere e poeta” (absit) o qualunque altra mansione e poeta; e ormai – giusta anche un messaggio mediatico emolliente su cui torneremo in futuro – ce ne rallegriamo pure, sulla scorta del cane di Mustafà. Nonostante la nostra acquiescenza, la malevola esortazione a entrare nel ciclo produttivo torna a galla ogni qualvolta si cerchi di sottrarre la poesia a una sua funzione “ricreativa”, di “mera decorazione del tavolo del potere che la tiene in ostaggio” (qui cito Adrienne Rich). Una questione complessa, da rinviare ad altra rimuginazione per non deviare troppo.

Il libro di Ben Lerner, che in realtà è quasi nella sua totalità un’ininterrotta lectio di 80 pagine, adiuvata solo da sottotitoli ai margini laterali (per giunta non sempre posizionati correttamente), non manca di individuare spunti soddisfacenti non solo in tema di vanitas del “poeta pubblicato”, ma soprattutto in tema di relativismo, o quantomeno dinamismo, del “canone” (sostanzialmente inteso).
Nella sua trattazione, Lerner analizza alcuni poeti a lui più o meno congeniali, passando per Walt Whitman, John Keats, Emily Dickinson (la migliore e la più centrata, col suo definire l’arte poetica “to dwell in possibility“), Claudia RankineAmiri Baraka e altri; introducendo perfino – in un passo che era stato anticipato dai lit-blog – la poesia “atroce” di William Topaz McGonagall. L’analisi punta ad affermare che un canone di “poesia Ideale” non esiste, perlomeno in chiave di risultato. Non possiamo spingerci troppo in là nel biasimo del poeta atroce (un punto già toccato anche da Carrera), né nel visibilio per i massimi esiti. Parallelamente, si possono censurare a sazietà gli eccessi dell’io lirico e della poesia contemporanea «per non essere riuscita a realizzare la fantasia dell’universalità», ma allo stesso tempo «i detrattori dovrebbero smettere di far finta che una qualche poesia sia mai riuscita a parlare efficacemente per tutti» (p. 65). Salva forse l’opera di Whitman, peraltro non contemporaneo, il suo tentativo di «abitare tutto» (p. 64).
In queste sue tesi, l’A. mi trova completamente d’accordo.
Da un lato infatti – vedi il mio intervento di giovedì 11 – concepisco l’equilibrio (anche lo squilibrio) tra io lirico e dimensione collettiva dello scrivere come qualcosa di dinamico che ognuno “fermerà” dove crede, come una molletta fissata ad arbitrio in un punto qualsiasi di un filo da bucato.
Dall’altro lato, concordo sul fatto che ciò che ciascuno di noi ricerca o vede nella poesia è troppo variegato per operare una reductio ad unum.
In buona sostanza il succo di questo libello potrebbe essere rappresentato con quanto espresso riassuntivamente a p. 74:

Sotto il termine «poesia» si raccolgono una serie di richieste interconnesse: quella di sconfiggere il tempo, di fermarlo con grazia; di esprimere l’individualità in un modo che possa essere riconosciuto socialmente o, come in Whitman, di raggiungere l’universalità diventando irriducibilmente sociali, non più persone ma tecnologie nazionali; di sconfiggere il linguaggio e la scala di valori della società esistente; di proporre una misura del valore che vada al di là del denaro. Ma una cosa che tutte queste richieste hanno in comune è che non potranno mai essere esaudite dalle poesie materialmente esistenti.

Fin qui il buono del libro.

Durante la lettura, però, ho trovato anche diversi spunti che mi hanno convinto poco, forse perché immersi in un environment poetico, quello americano, molto diverso dal nostro.

Il difetto principale del libro mi sembra quello di confondere l’effetto con la causa. Il fatto che «non esistono poeti [contemporanei, suppongo] che siano famosi per la gente comune» (p. 17), o che «nessuno sa fare il nome di un poeta o citare qualche verso» (p. 23) non è un postulato euclideo da cui dedurre i caratteri della poesia ma – almeno a mio avviso, e almeno in Italia – il risultato di una più o meno consapevole operazione politica culturale e mediatica che ha privato anche le ultime vestigia poetiche da ogni possibilità di engagement (penso alla trasmissione Poeti in gara, che nel 1989 faceva un audience di 500mila spettatori – sì, avete letto bene).
Lo stesso Lerner cita (a p. 41) un saggio del 1825 in cui «il riformatore sociale Olinde Rodrigues sosteneva che gli artisti fungono da avanguardia del popolo perché “il potere delle arti è il modo più immediato e rapido” per ottenere riforme sociopolitiche». L’affermazione può ben dar luogo oggi a scetticismo e perfino a ironia, ma deve essere oggetto, e prima o poi lo sarà, di una riflessione storica e sociologica. Su come siamo arrivati qui in basso, ad imum.

In generale, si respira lungo il libro una certa simpatia per la dimensione lirica e individuale della poesia, all’occorrenza rifugiandosi nell’ortodossia prosodica per bollare come «qualcosa di più simile al giornalismo o all’oratoria» quel verseggiare lunghissimo che, da Leaves Of Grass in avanti, ha attecchito profondamente oltreoceano e che spesso è ancillare alla poesia lato sensu “sociale”.
Una predilezione autoriale è naturale e legittima. Però, per chi sta monitorando il sommovimento fortissimo con cui le arti americane, tra cui la poesia, stanno rispondendo all’ascesa al potere di Donald Trump e alle sue politiche, coinvolgendo a quanto sembra una vasta fetta di pubblico,  il libro  – nel suo scetticismo verso una poesia che possa muovere la cittadinanza indistintamente intesa – apparirà “nato vecchio”, e Lerner un miope osservatore o quantomeno un cattivo profeta, luckily.
Infatti in America, al tempo presente, i poeti si nutrono particolarmente di attualità, e sin da gennaio è in atto una vera e propria fiammata di militanza poetica, intesa in senso forte, con frequentatissime maratone di lettura pubbliche e grossi nomi della poesia americana come loro protagonisti. Maratone su temi sensibili, per esempio in reazione al militarismo del governo, o contro la costruzione di muri ai confini, o contro la dismissione delle priorità ambientali, o contro il paventato taglio alle spese sanitarie e alle risorse per la ricerca scientifica. La kermesse su quest’ultimo tema, The Universe In Verse, con lettura di poesie per la scienza, è avvenuta a Brooklyn il 24 aprile scorso ed è stata un successo trasmesso anche in diretta streaming.
Una poetessa illustre, Jane Hirshfield, ha detto di recente al New York Times: «Poems are visible right now, which is terribly ironic, because you rather wish it weren’t so necessary. When poetry is a backwater it means times are O.K. When times are dire, that’s exactly when poetry is needed». Le fa eco la scrittrice afroamericana Toni Morrison: «This is precisely the time when artists go to work».
Per un approfondimento su engagement e azione, oltre a quanto linkato sopra, cfr. portali come Scoundrel Time (su cui ci eravamo già soffermati in febbraio), ed esplorane poi la sezione dei link.

[“La poesia scorre in sottofondo quando va tutto bene…”
Usando questo termometro, evidentemente in Italia, in politica e società, va tutto bene, è tutto meraviglioso! Perché i poeti sono quasi tutti tranquilli nell’ovatta della loro sfera lirica individuale. Ma questa è un’altra storia.]

6/10
Ben LERNER, Odiare la poesia, traduzione dall’inglese di Martina Testa, Palermo: Sellerio, 2017, pp. 83

Emanuela Ceddia, “Essere transitivo” (su Perìgeion)

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L’incontro con la poesia di Emanuela Ceddia, della cui raccolta oggi propongo su Perìgeion un piccolissimo assaggio, ha rappresentato per me un molteplice conforto. Alterata al punto di apprezzare il mio intervento pubblico del 6 febbraio (primo conforto: il riconoscimento), Emanuela ha pensato di sottopormi in gran segreto le sue liriche inedite. Le ho apprezzate al punto di ritenerle superiori al mio standard (secondo conforto: il mantenimento della facoltà di giudizio) e preparare l’articoletto che leggete oggi. Esortandola a farle girare. Terzo conforto: ci ho visto giusto. Infatti la raccolta uscirà spero a breve, e l’editore ha chiesto di ridurre l’anteprima a quattro poesie. Le dodici che avevo scelto costituivano un micro-sistema più compiuto e andavano a esemplificare meglio le caratteristiche stilistiche e gli apparentamenti in nota, ma meglio così: vi verrà voglia, mi auguro, di acquistare il volumetto a tempo debito. Tenete traccia di nome cognome e titolo.

Leggete, come sempre, tutto direttamente su Perìgeion: Emanuela Ceddia, quattro poesie da “Essere transitivo”

Written by Roberto R. Corsi

20 maggio, 2017 at 08:13

Pubblicato su autori, civetta, Perigeion, poesia, recensioni

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Carlo Tosetti, Wunderkammer

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È brutto iniziare una recensione in maniera autoreferenziale, ma per parlare di Wunderkammer di Carlo Tosetti (Pietre Vive, 2016) non mi viene migliore esordio di quanto volle autorevolmente dire del mio debutto Gian Ruggero Manzoni: scrisse di “sapienzialità”, e di “insieme illuminista… o, meglio, una sorta di summa sei-settecentesca in cui tutto confluisce”. Nel caso di Carlo la suggestione storica è retro-fissata “istituzionalmente” da richiamo alle camere della meraviglia che (ci informa Antonio Lillo nella introduzione) risalgono già al XV secolo; ma l’aggettivo “sapienziale” (che amo usare spesso) e la confluenza fluviale dello scibile immaginate da Manzoni si adattano perfettamente – ancor più che alla mia raccolta di dieci anni fa – allo spirito di questo libro di poesie, pervaso dal demone della catalogazione.
Attraverso poche “stanze” (in più sensi) si punta a rappresentare il tutto; e non solo cose stravaganti, incontrate o acquisite qua e là, all’uso dei nobili germanici, ma un intero universo personale. Come esemplificato perentoriamente nella prosa breve che precede la prima poesia, l’ansia della Wunderkammer di replicare la vastità e l’originalità del creato si replica e amplifica nell’ansia del poeta-collezionista, messo di fronte da un lato al dubbio che quanto vissuto quotidianamente non sia reale, dall’altro alla certezza che la memoria storica e fiabesca degli oggetti si perda (nel soggetto individuale e collettivo) riducendosi al quotidiano, che del resto è già ex se perdita del passato prima di divenire a sua volta passato.
Originale, annoto al volo, come i cubi (verdi) fluttuanti e fluorescenti in cui le memorie del protagonista vengono immagazzinate richiamino quasi alla lettera quelli (bianchi e neri) su cui si basa la splendida serie di videogames Cube Escape; qui uno dei protagonisti, Dale Vandermeer, in un episodio dice: “I feel different, I can’t feel my body anymore, I see my memory captured into little cubes”!

Alcune liriche, che riproduco in calce, esemplificano le “direttrici ansiogene” del libro di cui sopra: Ricordare, Oggetti, Trote immortali, Espada. In esse anche l’andamento narrativo – con una scelta lemmatica cólta e arcaizzante in un contesto poetico “iper-testuale” e quindi anti-performativo – sembra perdere la sua flemma enciclopedica e disporsi a una maggiore emozione. La memoria è una maledizione da preservare, e il decadimento dei fasti delle sedie d’autore, delle antiche città, o del pesce spada (contrapposto alla sublimazione futurista della trota) ricorda un po’ il viaggio disincantato di Zeichen tra le rovine romane in Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio.
In questa cornice sfila la parata, suddivisa in Artificialia (stati emozionali, declinazioni del Mito) e Naturalia in esemplari animali e umani. Molti sono i richiami e molti mi colpiscono anche secondo il meccanismo della “affinità casuale” (P. Galloni). La figura di Tiresia, qui declinata in analogia con Elvira di Fassbinder, è il mezzo per chiarire come il mito sia “olio essenziale dell’uomo” e “via breve” per “attingere al deposito della sintesi e del senso «palpitante» di ogni evento e fenomeno”. Tematica a me molto cara nella prima produzione e studio (per il tramite di Leucò pavesiana e di Ugolini Liliana, e altre voci ancora, arrivando fino alla storpiatura della narrazione del mito per includervi la propria esperienza personale). Altri appigli mi danno le tre poesie sui passeri, chissà quanto apparentate autoironicamente col Samigli sveviano, che dei passeri faceva il suo oggetto narrativo esclusivo (e, pure qui, trovo una corrispondenza personale).

Chiude il corteo l’originale resa storica de Il lettore, rappresentando come tale non l’accezione comune “al proprio utile”, bensì chi leggeva Dumas ai sigarai cubani durante la lavorazione; figura professionale di narratore poi negletta e riconvertita in operaio con l’avvento della radio.
L’immagine ha, credo, una valenza metaforica di quello che dovrebbe essere “poesia” secondo Tosetti; sicuramente rappresenta ciò che questa raccolta incarna, e il suo pericolo del rivelarsi “coraggiosamente inattuali” (anche questo fu detto del mio esordio, però in introduzione), come un libro letto fisicamente a voce a un’altra persona nell’epoca degli ebook o degli audiolibri.
Questo volume si presenta al lettore come una sfida: iper-testuale, aggettivo che ho usato in precedenza, va inteso nell’accezione atecnica di obbligare verosimilmente anche il lettore con più conoscenze a lasciare il testo e approfondire i termini e i riferimenti impiegati dal poeta. Tuttavia, accettando la tenzone ed entrandone nel profondo, si svelano anche tratti pianeggianti e suggestioni fin sulla soglia della meditazione esistenziale.
Pregevoli le illustrazioni di Ale+Ale.

***

RICORDARE

Rammento soltanto
quadri mutati.
La statale quando
fu senza rotatorie,
il mare ombroso
mentre lo fendevi,
la mia casa
con recondite croste
di fiori d’acacia
nelle grondaie.
Nemmeno un ricordo
avulso ci è dato d’avere.

*

OGGETTI

Gli ammennicoli caduchi
costruiti dall’uomo,
anche la sedia Brno
e la maestosa Bagan,
se abbandonati s’acquattano,
invincibili e cheti
come i giochi di latta,
desistono plastici
da ogni intenzione,
per divenire vestigi.

*

TROTE IMMORTALI

Marinetti al mito
l’occhio strizzò
infarcendo le trote di noci
e passandole al fuoco,
le parò appresso con vesti
intrecciate di rabbia e valore,
le rese immortali,
ne fece guizzanti titani.

*

ESPADA

Il nero pesce
spada di Madeira,
sulle lugubri cataste
deposto al Lavradores,
strappato all’abisso
delle vallate oscure
atlantiche s’immola,
da un talento blasfemo
cotto alla banana;
il Demiurgo che fuse
e separò con acribia
gli enti li dispose
agli estremi d’un monte.

*

I CONDANNATI

Porto il nome di chi
sfondò a Nikolaevka,
e ignoro qual fosse
la taccia sua, forse
nel gelo guadagnata.
Lo dicevano prima
ghignando il calabrese,
per via di suo padre
che tuttavia non lo fu,
e m’è giunto l’epiteto
ma il senso è perduto.
Porto i geni
dei capelli ramati
e gli odori dell’isba:
le resine bruciate,
le povere zuppe,
il puzzo di storia
dei condannati.

*

PIOPPI

Nei giorni del Leone
(della fame d’aria)
si boccheggia e si placa
il tramenare nel lago
e pure tutt’intorno.
Nell’ore roventi del riposo
promana la cava fiochi boati,
scrosci remoti di pietra,
poi langue il granito
e l’acqua ha un traballìo.
Dello strazio del pioppo
nessuno mai si cura,
trèmulo fino in bonaccia,
ci allerta di tragedie minori.

*

IL SORCIO

Il sorcio mi scruta,
egli vede con perle corvine
dai frementi nistagmi
ed intanto, elettrico
e sordido, rode industrioso
ma puro, ch’egli mai
conobbe morale,
per dirmi che d’altri
la peste sprizzò:
colpa dei sifonatteri
e d’uomini sporchi
e che i rosicanti
s’adattano a poco;
nell’immondezza
vanno in gran pompa
e le zampe sovente
ammollano nella Nigredo.

*

IL LETTORE

Nell’intima loro
saga i torcedores,
d’anime inclini
a carezzar la capa,
imbevette il lettore
delle saghe di Dumas
e della grande narrativa;
edòtti pur nella tragedia,
gli scelsero la radio
e tornò nella Galera,
ad involtar la pupa.

__
[Carlo TOSETTI, Wunderkammer, Locorotondo (BA): Pietre Vive Editore, 2016, pp. 67]

#CorsiLeaks – inediti su Imperfetta Ellisse

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coverpsst… psst… sono filtrati titoli della prossima raccolta (quello della seconda sezione dovrebbe muovere a “risatazza immonda” (cit.) chi conosce le vicissitudini di questo blog) e un pugno di liriche.
Ringrazio ovviamente Giacomo Cerrai e mi arricchisco, come sempre, tramite il suo contributo critico.
Tutto leggibile a partire da questo link, direttamente su Imperfetta Ellisse. O anche cliccando sulla copertina qui a lato.
Giacomo ha scelto alcune poesie nettamente colorate di disincanto, rassegnazione etc. Con questa raccolta penso di avere dato spazio in modo paritario a grottesco e “tragico”, come nella nota rappresentazione della doppia maschera teatrale. Dovrebbe essere un dato di conforto, perché ognuno ci vedrà le sfumature che preferisce.
Usciranno in stampa queste poesie? Boh. Hanno girato un po’ e per ora suscitato reazioni miste, dal “non sono più tuo amico” a ragguardevoli proposte editoriali (non perfezionate per una certa mia inclinazione alla torre d’avorio).
Il resto lo vedremo.

Written by Roberto R. Corsi

27 aprile, 2017 at 09:23

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