Roberto R. Corsi

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Archive for the ‘recensioni’ Category

Ben LERNER, Odiare la poesia

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7486-3Inizierò questa recensione al libro di Lerner, che probabilmente diventerà essa stessa prolissa ed “esecrabile”, con un’analisi del titolo, che non trovo particolarmente adeguato né nel verbo né nell’oggetto.
Nonostante il precedente della sovrimpressione aforistica comparsa in un film recenteTruth is like poetry, and most people f…ing hate poetry – mi sembra più appropriato dire che la poesia ex se, come testo, induce più all’indifferenza che all’odio. A passare oltre. Quindi I hate it, proprio come I love it, andrebbe depurato dall’enfasi americana. Se si desume l’odio verso la poesia dagli scarsi risultati di vendita o interesse, perché nessuno scrive un saggio “Odiare il racconto breve” che soffre la stessa crisi? Non si odia la poesia; semplicemente ci si dà su, magari esternando un qualche tedio di passaggio. E la volta successiva si eviterà accuratamente lo scaffale poesia (manco a farlo apposta, bellamente vaporizzatosi in una mia libreria di riferimento).

Se “odio” c’è, esso riguarda non il testo ma il suo autore, ossia la figura del poeta. Il titolo quindi è da correggere o meglio da intendere come una metonimia. Non a caso il libro di Alessandro Carrera, che cito spesso e che ancora considero il migliore dei demotivational/motivational a tema in cui mi sono imbattuto, ha come titolo “I poeti sono impossibili. Come fare il poeta senza diventare insopportabile”.
In questo senso trovo ancora insuperata, in chiave di esegesi dell’odio, la definizione di Robert Musil nel suo Discorso sulla stupidità del 1937, contenuta proprio in Carrera (con parafrasi di quest’ultimo): il poeta è colui che a nome dell’umanità c’informa che fuori c’è il sole e il pranzo è stato di suo gusto. Di qui l’atteggiamento di reazione.
Nell’ideale cocktail di hatred verso il poeta non andrà poi taciuta la componente “interna”, presenzialista e conventicolare, del costui; né la componente sociologica, erga omnes – questa, devo dire, ben individuata da Lerner lungo il libro. Componente ravvisata già da Platone ne La repubblica, ma anche nelle tesi ottocentesche di Thomas Love Peacock per cui, con l’avanzare della civiltà, la scienza ha superato la poesia, anzi ne ha preso il posto. Componente che fa sì che il comune sentire schiumi contro l’assenza di utilità politico-sociale del poeta; inutilità la cui cartina di tornasole è la mancanza di controprestazione economica. Tutti, di fronte a qualche affermazione poetica, siamo stati invitati almeno una volta a “cercarci un lavoro vero”; tutti ci siamo adattati a fare i poeti part-time, i “ragioniere e poeta” (absit) o qualunque altra mansione e poeta; e ormai – giusta anche un messaggio mediatico emolliente su cui torneremo in futuro – ce ne rallegriamo pure, sulla scorta del cane di Mustafà. Nonostante la nostra acquiescenza, la malevola esortazione a entrare nel ciclo produttivo torna a galla ogni qualvolta si cerchi di sottrarre la poesia a una sua funzione “ricreativa”, di “mera decorazione del tavolo del potere che la tiene in ostaggio” (qui cito Adrienne Rich). Una questione complessa, da rinviare ad altra rimuginazione per non deviare troppo.

Il libro di Ben Lerner, che in realtà è quasi nella sua totalità un’ininterrotta lectio di 80 pagine, adiuvata solo da sottotitoli ai margini laterali (per giunta non sempre posizionati correttamente), non manca di individuare spunti soddisfacenti non solo in tema di vanitas del “poeta pubblicato”, ma soprattutto in tema di relativismo, o quantomeno dinamismo, del “canone” (sostanzialmente inteso).
Nella sua trattazione, Lerner analizza alcuni poeti a lui più o meno congeniali, passando per Walt Whitman, John Keats, Emily Dickinson (la migliore e la più centrata, col suo definire l’arte poetica “to dwell in possibility“), Claudia RankineAmiri Baraka e altri; introducendo perfino – in un passo che era stato anticipato dai lit-blog – la poesia “atroce” di William Topaz McGonagall. L’analisi punta ad affermare che un canone di “poesia Ideale” non esiste, perlomeno in chiave di risultato. Non possiamo spingerci troppo in là nel biasimo del poeta atroce (un punto già toccato anche da Carrera), né nel visibilio per i massimi esiti. Parallelamente, si possono censurare a sazietà gli eccessi dell’io lirico e della poesia contemporanea «per non essere riuscita a realizzare la fantasia dell’universalità», ma allo stesso tempo «i detrattori dovrebbero smettere di far finta che una qualche poesia sia mai riuscita a parlare efficacemente per tutti» (p. 65). Salva forse l’opera di Whitman, peraltro non contemporaneo, il suo tentativo di «abitare tutto» (p. 64).
In queste sue tesi, l’A. mi trova completamente d’accordo.
Da un lato infatti – vedi il mio intervento di giovedì 11 – concepisco l’equilibrio (anche lo squilibrio) tra io lirico e dimensione collettiva dello scrivere come qualcosa di dinamico che ognuno “fermerà” dove crede, come una molletta fissata ad arbitrio in un punto qualsiasi di un filo da bucato.
Dall’altro lato, concordo sul fatto che ciò che ciascuno di noi ricerca o vede nella poesia è troppo variegato per operare una reductio ad unum.
In buona sostanza il succo di questo libello potrebbe essere rappresentato con quanto espresso riassuntivamente a p. 74:

Sotto il termine «poesia» si raccolgono una serie di richieste interconnesse: quella di sconfiggere il tempo, di fermarlo con grazia; di esprimere l’individualità in un modo che possa essere riconosciuto socialmente o, come in Whitman, di raggiungere l’universalità diventando irriducibilmente sociali, non più persone ma tecnologie nazionali; di sconfiggere il linguaggio e la scala di valori della società esistente; di proporre una misura del valore che vada al di là del denaro. Ma una cosa che tutte queste richieste hanno in comune è che non potranno mai essere esaudite dalle poesie materialmente esistenti.

Fin qui il buono del libro.

Durante la lettura, però, ho trovato anche diversi spunti che mi hanno convinto poco, forse perché immersi in un environment poetico, quello americano, molto diverso dal nostro.

Il difetto principale del libro mi sembra quello di confondere l’effetto con la causa. Il fatto che «non esistono poeti [contemporanei, suppongo] che siano famosi per la gente comune» (p. 17), o che «nessuno sa fare il nome di un poeta o citare qualche verso» (p. 23) non è un postulato euclideo da cui dedurre i caratteri della poesia ma – almeno a mio avviso, e almeno in Italia – il risultato di una più o meno consapevole operazione politica culturale e mediatica che ha privato anche le ultime vestigia poetiche da ogni possibilità di engagement (penso alla trasmissione Poeti in gara, che nel 1989 faceva un audience di 500mila spettatori – sì, avete letto bene).
Lo stesso Lerner cita (a p. 41) un saggio del 1825 in cui «il riformatore sociale Olinde Rodrigues sosteneva che gli artisti fungono da avanguardia del popolo perché “il potere delle arti è il modo più immediato e rapido” per ottenere riforme sociopolitiche». L’affermazione può ben dar luogo oggi a scetticismo e perfino a ironia, ma deve essere oggetto, e prima o poi lo sarà, di una riflessione storica e sociologica. Su come siamo arrivati qui in basso, ad imum.

In generale, si respira lungo il libro una certa simpatia per la dimensione lirica e individuale della poesia, all’occorrenza rifugiandosi nell’ortodossia prosodica per bollare come «qualcosa di più simile al giornalismo o all’oratoria» quel verseggiare lunghissimo che, da Leaves Of Grass in avanti, ha attecchito profondamente oltreoceano e che spesso è ancillare alla poesia lato sensu “sociale”.
Una predilezione autoriale è naturale e legittima. Però, per chi sta monitorando il sommovimento fortissimo con cui le arti americane, tra cui la poesia, stanno rispondendo all’ascesa al potere di Donald Trump e alle sue politiche, coinvolgendo a quanto sembra una vasta fetta di pubblico,  il libro  – nel suo scetticismo verso una poesia che possa muovere la cittadinanza indistintamente intesa – apparirà “nato vecchio”, e Lerner un miope osservatore o quantomeno un cattivo profeta, luckily.
Infatti in America, al tempo presente, i poeti si nutrono particolarmente di attualità, e sin da gennaio è in atto una vera e propria fiammata di militanza poetica, intesa in senso forte, con frequentatissime maratone di lettura pubbliche e grossi nomi della poesia americana come loro protagonisti. Maratone su temi sensibili, per esempio in reazione al militarismo del governo, o contro la costruzione di muri ai confini, o contro la dismissione delle priorità ambientali, o contro il paventato taglio alle spese sanitarie e alle risorse per la ricerca scientifica. La kermesse su quest’ultimo tema, The Universe In Verse, con lettura di poesie per la scienza, è avvenuta a Brooklyn il 24 aprile scorso ed è stata un successo trasmesso anche in diretta streaming.
Una poetessa illustre, Jane Hirshfield, ha detto di recente al New York Times: «Poems are visible right now, which is terribly ironic, because you rather wish it weren’t so necessary. When poetry is a backwater it means times are O.K. When times are dire, that’s exactly when poetry is needed». Le fa eco la scrittrice afroamericana Toni Morrison: «This is precisely the time when artists go to work».
Per un approfondimento su engagement e azione, oltre a quanto linkato sopra, cfr. portali come Scoundrel Time (su cui ci eravamo già soffermati in febbraio), ed esplorane poi la sezione dei link.

[“La poesia scorre in sottofondo quando va tutto bene…”
Usando questo termometro, evidentemente in Italia, in politica e società, va tutto bene, è tutto meraviglioso! Perché i poeti sono quasi tutti tranquilli nell’ovatta della loro sfera lirica individuale. Ma questa è un’altra storia.]

6/10
Ben LERNER, Odiare la poesia, traduzione dall’inglese di Martina Testa, Palermo: Sellerio, 2017, pp. 83

Emanuela Ceddia, “Essere transitivo” (su Perìgeion)

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L’incontro con la poesia di Emanuela Ceddia, della cui raccolta oggi propongo su Perìgeion un piccolissimo assaggio, ha rappresentato per me un molteplice conforto. Alterata al punto di apprezzare il mio intervento pubblico del 6 febbraio (primo conforto: il riconoscimento), Emanuela ha pensato di sottopormi in gran segreto le sue liriche inedite. Le ho apprezzate al punto di ritenerle superiori al mio standard (secondo conforto: il mantenimento della facoltà di giudizio) e preparare l’articoletto che leggete oggi. Esortandola a farle girare. Terzo conforto: ci ho visto giusto. Infatti la raccolta uscirà spero a breve, e l’editore ha chiesto di ridurre l’anteprima a quattro poesie. Le dodici che avevo scelto costituivano un micro-sistema più compiuto e andavano a esemplificare meglio le caratteristiche stilistiche e gli apparentamenti in nota, ma meglio così: vi verrà voglia, mi auguro, di acquistare il volumetto a tempo debito. Tenete traccia di nome cognome e titolo.

Leggete, come sempre, tutto direttamente su Perìgeion: Emanuela Ceddia, quattro poesie da “Essere transitivo”

Written by Roberto R. Corsi

20 maggio, 2017 at 08:13

Pubblicato su autori, civetta, Perigeion, poesia, recensioni

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Carlo Tosetti, Wunderkammer

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È brutto iniziare una recensione in maniera autoreferenziale, ma per parlare di Wunderkammer di Carlo Tosetti (Pietre Vive, 2016) non mi viene migliore esordio di quanto volle autorevolmente dire del mio debutto Gian Ruggero Manzoni: scrisse di “sapienzialità”, e di “insieme illuminista… o, meglio, una sorta di summa sei-settecentesca in cui tutto confluisce”. Nel caso di Carlo la suggestione storica è retro-fissata “istituzionalmente” da richiamo alle camere della meraviglia che (ci informa Antonio Lillo nella introduzione) risalgono già al XV secolo; ma l’aggettivo “sapienziale” (che amo usare spesso) e la confluenza fluviale dello scibile immaginate da Manzoni si adattano perfettamente – ancor più che alla mia raccolta di dieci anni fa – allo spirito di questo libro di poesie, pervaso dal demone della catalogazione.
Attraverso poche “stanze” (in più sensi) si punta a rappresentare il tutto; e non solo cose stravaganti, incontrate o acquisite qua e là, all’uso dei nobili germanici, ma un intero universo personale. Come esemplificato perentoriamente nella prosa breve che precede la prima poesia, l’ansia della Wunderkammer di replicare la vastità e l’originalità del creato si replica e amplifica nell’ansia del poeta-collezionista, messo di fronte da un lato al dubbio che quanto vissuto quotidianamente non sia reale, dall’altro alla certezza che la memoria storica e fiabesca degli oggetti si perda (nel soggetto individuale e collettivo) riducendosi al quotidiano, che del resto è già ex se perdita del passato prima di divenire a sua volta passato.
Originale, annoto al volo, come i cubi (verdi) fluttuanti e fluorescenti in cui le memorie del protagonista vengono immagazzinate richiamino quasi alla lettera quelli (bianchi e neri) su cui si basa la splendida serie di videogames Cube Escape; qui uno dei protagonisti, Dale Vandermeer, in un episodio dice: “I feel different, I can’t feel my body anymore, I see my memory captured into little cubes”!

Alcune liriche, che riproduco in calce, esemplificano le “direttrici ansiogene” del libro di cui sopra: Ricordare, Oggetti, Trote immortali, Espada. In esse anche l’andamento narrativo – con una scelta lemmatica cólta e arcaizzante in un contesto poetico “iper-testuale” e quindi anti-performativo – sembra perdere la sua flemma enciclopedica e disporsi a una maggiore emozione. La memoria è una maledizione da preservare, e il decadimento dei fasti delle sedie d’autore, delle antiche città, o del pesce spada (contrapposto alla sublimazione futurista della trota) ricorda un po’ il viaggio disincantato di Zeichen tra le rovine romane in Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio.
In questa cornice sfila la parata, suddivisa in Artificialia (stati emozionali, declinazioni del Mito) e Naturalia in esemplari animali e umani. Molti sono i richiami e molti mi colpiscono anche secondo il meccanismo della “affinità casuale” (P. Galloni). La figura di Tiresia, qui declinata in analogia con Elvira di Fassbinder, è il mezzo per chiarire come il mito sia “olio essenziale dell’uomo” e “via breve” per “attingere al deposito della sintesi e del senso «palpitante» di ogni evento e fenomeno”. Tematica a me molto cara nella prima produzione e studio (per il tramite di Leucò pavesiana e di Ugolini Liliana, e altre voci ancora, arrivando fino alla storpiatura della narrazione del mito per includervi la propria esperienza personale). Altri appigli mi danno le tre poesie sui passeri, chissà quanto apparentate autoironicamente col Samigli sveviano, che dei passeri faceva il suo oggetto narrativo esclusivo (e, pure qui, trovo una corrispondenza personale).

Chiude il corteo l’originale resa storica de Il lettore, rappresentando come tale non l’accezione comune “al proprio utile”, bensì chi leggeva Dumas ai sigarai cubani durante la lavorazione; figura professionale di narratore poi negletta e riconvertita in operaio con l’avvento della radio.
L’immagine ha, credo, una valenza metaforica di quello che dovrebbe essere “poesia” secondo Tosetti; sicuramente rappresenta ciò che questa raccolta incarna, e il suo pericolo del rivelarsi “coraggiosamente inattuali” (anche questo fu detto del mio esordio, però in introduzione), come un libro letto fisicamente a voce a un’altra persona nell’epoca degli ebook o degli audiolibri.
Questo volume si presenta al lettore come una sfida: iper-testuale, aggettivo che ho usato in precedenza, va inteso nell’accezione atecnica di obbligare verosimilmente anche il lettore con più conoscenze a lasciare il testo e approfondire i termini e i riferimenti impiegati dal poeta. Tuttavia, accettando la tenzone ed entrandone nel profondo, si svelano anche tratti pianeggianti e suggestioni fin sulla soglia della meditazione esistenziale.
Pregevoli le illustrazioni di Ale+Ale.

***

RICORDARE

Rammento soltanto
quadri mutati.
La statale quando
fu senza rotatorie,
il mare ombroso
mentre lo fendevi,
la mia casa
con recondite croste
di fiori d’acacia
nelle grondaie.
Nemmeno un ricordo
avulso ci è dato d’avere.

*

OGGETTI

Gli ammennicoli caduchi
costruiti dall’uomo,
anche la sedia Brno
e la maestosa Bagan,
se abbandonati s’acquattano,
invincibili e cheti
come i giochi di latta,
desistono plastici
da ogni intenzione,
per divenire vestigi.

*

TROTE IMMORTALI

Marinetti al mito
l’occhio strizzò
infarcendo le trote di noci
e passandole al fuoco,
le parò appresso con vesti
intrecciate di rabbia e valore,
le rese immortali,
ne fece guizzanti titani.

*

ESPADA

Il nero pesce
spada di Madeira,
sulle lugubri cataste
deposto al Lavradores,
strappato all’abisso
delle vallate oscure
atlantiche s’immola,
da un talento blasfemo
cotto alla banana;
il Demiurgo che fuse
e separò con acribia
gli enti li dispose
agli estremi d’un monte.

*

I CONDANNATI

Porto il nome di chi
sfondò a Nikolaevka,
e ignoro qual fosse
la taccia sua, forse
nel gelo guadagnata.
Lo dicevano prima
ghignando il calabrese,
per via di suo padre
che tuttavia non lo fu,
e m’è giunto l’epiteto
ma il senso è perduto.
Porto i geni
dei capelli ramati
e gli odori dell’isba:
le resine bruciate,
le povere zuppe,
il puzzo di storia
dei condannati.

*

PIOPPI

Nei giorni del Leone
(della fame d’aria)
si boccheggia e si placa
il tramenare nel lago
e pure tutt’intorno.
Nell’ore roventi del riposo
promana la cava fiochi boati,
scrosci remoti di pietra,
poi langue il granito
e l’acqua ha un traballìo.
Dello strazio del pioppo
nessuno mai si cura,
trèmulo fino in bonaccia,
ci allerta di tragedie minori.

*

IL SORCIO

Il sorcio mi scruta,
egli vede con perle corvine
dai frementi nistagmi
ed intanto, elettrico
e sordido, rode industrioso
ma puro, ch’egli mai
conobbe morale,
per dirmi che d’altri
la peste sprizzò:
colpa dei sifonatteri
e d’uomini sporchi
e che i rosicanti
s’adattano a poco;
nell’immondezza
vanno in gran pompa
e le zampe sovente
ammollano nella Nigredo.

*

IL LETTORE

Nell’intima loro
saga i torcedores,
d’anime inclini
a carezzar la capa,
imbevette il lettore
delle saghe di Dumas
e della grande narrativa;
edòtti pur nella tragedia,
gli scelsero la radio
e tornò nella Galera,
ad involtar la pupa.

__
[Carlo TOSETTI, Wunderkammer, Locorotondo (BA): Pietre Vive Editore, 2016, pp. 67]

#CorsiLeaks – inediti su Imperfetta Ellisse

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coverpsst… psst… sono filtrati titoli della prossima raccolta (quello della seconda sezione dovrebbe muovere a “risatazza immonda” (cit.) chi conosce le vicissitudini di questo blog) e un pugno di liriche.
Ringrazio ovviamente Giacomo Cerrai e mi arricchisco, come sempre, tramite il suo contributo critico.
Tutto leggibile a partire da questo link, direttamente su Imperfetta Ellisse. O anche cliccando sulla copertina qui a lato.
Giacomo ha scelto alcune poesie nettamente colorate di disincanto, rassegnazione etc. Con questa raccolta penso di avere dato spazio in modo paritario a grottesco e “tragico”, come nella nota rappresentazione della doppia maschera teatrale. Dovrebbe essere un dato di conforto, perché ognuno ci vedrà le sfumature che preferisce.
Usciranno in stampa queste poesie? Boh. Hanno girato un po’ e per ora suscitato reazioni miste, dal “non sono più tuo amico” a ragguardevoli proposte editoriali (non perfezionate per una certa mia inclinazione alla torre d’avorio).
Il resto lo vedremo.

Written by Roberto R. Corsi

27 aprile, 2017 at 09:23

“Mise en Atelier”: l’online della poesia

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[pubblico qui la traccia, arricchita con link ipertestuali, del mio intervento per il convegno Atelier di ieri. Che, direi, è andato bene, con molti spunti e un Corsi insolitamente nei tempi… Da notare che ieri, nelle stesse ore in cui io parlavo cercando di ridimensionare le frustate verso internet, usciva un articolo di Gilda Policastro la quale, da par suo, fustigava i fustigatori e ribadiva il vitalismo della rete come unica fonte di rinnovamento; è un utile supplemento agli spunti di riflessione.
Attendendo che esca qualche foto sui social, inserisco quella della Madonna con bambino di Filippo Lippi, che sta nella sala attigua a quella degli specchi, in cui si è tenuto il convegno, e che ogni volta che si presentava la necessità di sgranchirsi un po’ le gambe era bello contemplare…]

AGGIORNAMENTO: l’intervento, riveduto e migliorato, è pubblicato sul numero 85 della rivista Atelier, in uscita a fine aprile. A questo link l’indice e la possibilità di acquisto online.

***

Grazie agli organizzatori per l’invito. Un grazie particolare a Michele Brancale. La traccia affidatami riguarda “L’online della poesia” (mescolando produzione poetica e recezione critica, come sentirete). L’argomento è sterminato e ampiamente attenzionato, in ultimo anche dalla stampa; i miei sono solo pochi e forse arcinoti punti di vista, limitati alla poesia tradizionale, lineare, non interattiva o ipertestuale; quest’ultima meriterebbe senz’altro un approfondimento ma un po’ off topic rispetto alla giornata di oggi.

Una famosa poesia di Valerio Magrelli avanza sarcasticamente l’ipotesi che l’unica vera coscienza che abbiamo dello Stato sia quella meteorologica. Di certo un relatore, quando può, deve essere un buon meteorologo. Captare che aria tira.
In questo caso ho la fortuna di parlarvi a ridosso di un paio di mesi in cui la stampa si è occupata molto, direttamente o di riflesso, della poesia online. Su La Lettura del 18/12 Francesco Permunian, per esempio, parla di età della “vanità mediatica” e di “affollata solitudine del blog”[1].
Pubblicare “in rete” le proprie poesie sarebbe un esercizio deteriore di vanità (anche se bisogna stare attenti con la parola “vanità”: sapete che l’editoria a pagamento in inglese viene chiamata Vanity press, dunque direi che il vizio compete altrettanto, se non di più, a una buona parte del cartaceo rispetto all’online). E soprattutto pubblicare in rete condannerebbe il singolo poeta alla solitudine e all’irrilevanza, come se fosse una particella di sodio in acqua Lete (Lete che non a caso è il fiume dell’oblio, quindi tutto sembrerebbe tornare).
Se poi lo sventurato poeta in fieri si esprime sui social network (da Facebook fino a Wattpad) anziché sul suo solitario blog, si passa dalla solitudine allo stigma: Aldo Nove, sul L’espresso di questo 29 gennaio, si esprime così: “La poesia, nei social, ci sta come i cavoli a merenda” o “antipoesie scritte da inconsapevoli antipoeti che poi, nei thread dei commenti, sono sommersi da complimenti di altri antipoeti in una valanga autoreferenziale di consensi imbarazzanti quanto le “poesie” stesse”[2].  Quindi alla “non poesia” in rete si dà pure una carica antitetica, virale, “dannosa” per la buona poesia.

Eccovi dunque il meteo de
L’online della poesia: tempo inclemente, gravido di nere nubi di nostalgia. Nessuna solidarietà tra “utenti del corrimano” in stile Szymborska: sei solo con te stesso oppure dileggiato.
Oltretutto, a livello storico e di grande stampa, mi preme constatare che leggere questi articoli oggi fa pensare che dieci anni siano passati invano: sull’apertura che Nanni Balestrini fece alla poesia online già in una famosa intervista del 3 agosto 2006 resa a Florinda Fusco sul quotidiano Liberazione (money quote: «Per fortuna c’è internet, che permette di far circolare ovunque, rapidamente ed economicamente, le poesie di tutti»), prevalgono ancora, si direbbe, le reazioni piccate di Giuseppe Conte sul Corsera (la poesia in rete come “materiale inerte”, “esternazioni emozionali” create da “esibizionisti” o “scemi del villaggio”).
Dunque, se mi consentite il calembour: Nihil novi, Nove.

Come mettere ordine? La parola-chiave per catalogare l’online della poesia, come spesso quando viene in ballo la rete, è disintermediazione. “Googlando”: “Riduzione del ricorso a intermediari nella compravendita [sive: fruizione] di beni e servizi in seguito alla diffusione di Internet, che facilita il contatto diretto tra utenti e produttori”.
In breve: la possibilità di poesia in rete ha permesso a chiunque di saltare a piè pari il responso e il lavoro editoriale o critico. All’immediatezza del tasto “pubblica” sul proprio blog, affiancherei, come esempio di disintermediazione poetica, anche una piattaforma online come KDP, Kindle Direct Publishing, che consente all’autore di diventare addirittura editore di se stesso, realizzare e vendere ebook in rete sul circuito Amazon, senza spese e con una royalty che può arrivare al 70%.

Detto questo, le affermazioni di Permunian e Nove non sono del tutto campate in aria. Alcuni corollari negativi di questa disintermediazione poetica sono evidenti anche a una breve “passeggiata” internautica: intanto la lancinante assenza di un filtro editoriale e di una seria attività di editing (questa però in netto calo anche nel cartaceo, dove sempre più libri che leggo sono chiaramente “manoscritti stampati” e non “editi”). Questa assenza può fare venire meno la qualità, senza peraltro che questo giustifichi una delegittimazione di massa: ci sono poeti eccellenti e consacrati che affidano inediti a facebook con cadenza regolare: Giacomo Trinci, Marina Pizzi, Carlo Molinaro, Enrico De Lea per citarne solo quattro.
Dall’altro lato (qui Permunian ha ragione) la sostanziale solitudine di chi scrive sul proprio spazio personale, dovuta però non tanto alla scarsa qualità quanto al debordare dell’offerta di poesia rispetto alla domanda, come pure all’assenza di una seria promozione; solitudine invero “affollata” solo di plausi acritici – per lo più da parte di conoscenti (“amici e sottoposti gerarchici”, come amo dire).
Poco o nullo, in sintesi, il “contatto diretto”, il dialogo tra poeta e lettore autentico, per tornare alla nozione di disintermediazione.

Ma la rete non è solo negatività.
Per esempio, un grande e dirompente effetto positivo che la rete può dispiegare sulla poesia, e che non viene quasi mai calcolato a dovere, è nella sua capacità di ridurre fino tendenzialmente ad azzerare lo scarto cronologico tra composizione della poesia e sua pubblicazione. In una parola, di mantenere la poesia fresca e attuale. Azzeramento cronologico massimamente utile se la creatività dell’autore s’incardina sullo sfondo di eventi recenti della storia e della società. E azzeramento cronologico che invece è inficiato dai tempi mediamente semestrali di risposta editoriale cartacea, a loro volta raddoppiati dall’iter di pubblicazione (sarà anche per questo, mi chiedo, che la poesia contemporanea tende, con mirabili eccezioni, a essere sempre più esistenzialista, ripiegata nell’io lirico e sganciata dai tempi che viviamo?).
Un rapido riscontro oltreoceanico: un portale internet come lithub.com sta pubblicando già dai primi giorni di gennaio 2017, quindi da prima dell’insediamento, poesie e prose brevi di vari autori contro Trump, quelli del movimento Writers Resist che comprende poeti laureati come Robert Pinsky e Rita Dove. Stesso lavoro di aggregazione (poetica ma non solo) sta facendo da pochi giorni un nuovo portale dal nome scoundreltime.com. Dal canto suo Nicolas Kristof opinionista del NY Times online aveva lanciato nello spazio commenti del suo blog dei contest di poesia in rete sulla guerra in Iraq o sul razzismo; il 23 gennaio ne ha aperto uno anche su Trump, con indole bipartisan (“esprimete le vostre paure e le speranze”, esorta Kristof); nella massa di componimenti spiccano già alcune gemme freschissime.
Tutti esempi di poesie del disappunto, della paura e della resistenza che, se anziché in rete fossero state pubblicate coi tempi editoriali di un volume cartaceo, avrebbero perso almeno la metà del loro mordente e del loro senso di viva angoscia.

Ritengo la capacità attualizzante della rete un’arma irrinunciabile per la poesia. Per questo, e per altri aspetti che non tocco per brevità, la disintermediazione portata dalla rete non va stigmatizzata troppo, come abbiamo visto fare, o peggio dismessa, ma secondo me ben temperata facendola rifluire in una reintermediazione operata dalla rete stessa, cioè in una riaffermata centralità e responsabilizzazione del grande ruolo critico ed editoriale che la rete stessa può e deve continuare a esercitare.
Mi spiego. Occorre dare sempre maggiore importanza all’esperienza di selezione e pubblicazione che i portali collettivi di poesia esercitano con autorevolezza. Tra questi sicuramente Atelier poesia e altri portali (una mia hit list personale e non esaustiva: Poetarum Silva, Carteggi LetterariNazione Indiana e per ultimo quello che mi vede come redattore, Perìgeion); tutti siti web che presentano il vantaggio di offrire congiuntamente selezioni di testi poetici da una parte e apparati critici dall’altra.

L’auspicio, che faccio anche a me stesso in quanto redattore, e da cui dipende l’uscita da questa querelle sulla poesia online, è che questo mix sia al più presto rimodulato con un sempre maggior bilanciamento tra proposizione del testo dell’Autore inedito e riproposizione dell’Autore già “conclamato”, già edito in cartaceo; la quale ultima, a quanto vedo, per ora prevale.
In una parola, sogno portali di poesia in perfetto equilibrio tra il ruolo di “cacciatori di teste” e quello di incensatori di talenti già affermati. Aumentando la prima componente.
Del resto già il Balestrini della citata intervista del 2006 sottolineava come, dopo un’iniziale difficoltà di orientamento per l’abbondanza di materiale, ben presto ci si orienti speditamente e si riesca da soli a capire dove cercare le cose migliori: «È un ottimo strumento, il solo inconveniente è che si fa un po’ fatica a orientarsi in mezzo a tutta questa abbondanza. Ma con un po’ di pazienza si arriva a individuare dove si trovano le cose che interessano e in più si possono avere rapporti diretti con gli autori».
Questo sistema misto, a pieno regime, avrebbe le potenzialità di essere contemporaneamente vetrina per gli esordienti e strumentario ermeneutico attraverso l’analisi dei conclamati; dando così legittimazione a chi è stato per la prima volta illuminato dalle luci della ribalta strappandolo all’isolamento; e diventando il portale un riferimento  per chi si addentra nella selva della poesia in rete da mero “consumatore”.

L’aspetto virtuoso di filtro sulla poesia emergente è poi coronato – e chiudo – da alcuni casi di ottima editoria sbocciata dal web.
Citerei a questo proposito almeno l’esempio di larecherche.it che da anni ormai presenta, a lato della sua attività istituzionale di portale di poesia, una collana di “ebook liberi” e gratuiti. La collana mette assieme esordienti assoluti e voci autorevolissime come quelle di Mariella Bettarini e Franco Buffoni.
Anche Carteggi Letterari ha tratto beneficio dalla sua esperienza come portale di poesia per proporsi anche come Editore tradizionale caratterizzato da un’estrema cura del prodotto cartaceo.

Ma, per finire, merita una considerazione particolare e autonoma il “salto di specie” operato pochi mesi fa da internopoesia.com che ha aggiunto alla sua attività di portale quella di editore cartaceo (Interno Libri) particolarmente attento alle opere prime.
Ora, grazie a un articolo di Fabio Chiusi, sono saliti alla ribalta de L’Espresso, ma io li seguo e sostengo dal 27 settembre 2016, lancio del primo progetto. Dalle prime 4 uscite sembrano dare ai debuttanti il 50% dello spazio, realizzando il perfetto equilibrio di cui parlavo prima.
È un’editoria brillantemente basata su procedure virtuose come il metodo del crowdfunding (microfinanziamento) per ogni volume della collana, e la massima trasparenza su spese e diritti d’autore.
Ecco, a chiusura del cerchio, che un’esperienza in rete spiega addirittura degli effetti benefici “a ritroso” sull’editoria tradizionale cartacea, rinforzando un’intuizione – quella di superare col crowdfunding il famigerato contributo all’editore – che era stata al settembre ‘16, a quanto mi consta, messa in opera da un solo editore cartaceo già esistente, cioè Samuele Editore (il cui primo crowdfunding poetico, per Il colore dell’acqua di Alessandro Canzian, è stato lanciato addirittura il 4 novembre del 2015 e chiuso il 12 dicembre dello stesso anno).
Altri Editori stanno adottando lo stesso meccanismo, per es. l’Ass. Mille Gru che ha potuto così finanziare il progetto Controlli di Rosaria Lo Russo e Daniele Vergni. La previsione e auspicio è che molti altri seguano.

Dunque, per scomodare i piani altissimi: mé phobeìsthe, non c’è da avere paura, men che meno sprezzo, dell’online in poesia. Occorre piuttosto dar fiducia a quel grande “TomTom poetico” che sono Atelier online e gli altri siti specializzati.
Ai critici online rinnovo invece l’invito ad aprirsi maggiormente al loro ruolo di talent scout.

[1] Francesco PERMUNIAN, Giudici e Zanzotto, ultimi maestri capaci di minimizzare se stessi, in “La lettura”, supplemento al Corriere della sera del 18 dicembre 2016, p. 14.

[2] Aldo NOVE, Ma scrivere versi non fa rima con facebook, in “L’Espresso” del 29 gennaio 2017, p. 84.

 

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ecco una foto del mio intervento (© gonews.it/Area Met FI). Alla mia sinistra il Consigliere metropolitano alla cultura Emiliano Fossi, a destra il prof. Marco Beck

 

Passione Poesia, o meglio occasione poesia e passione critica: il progetto Aglieco-Cannillo-Iacovella

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passionepoesia

img rebstein.wordpress.com

Ho scalato la montagna di Passione Poesia nottetempo, durante le ore piccole del sabato tormentate come al solito dalla devastazione circadiana psico-acustica della movida sotto casa mia. Il corpo già in parte fradicio della repressa voglia di dormire, scorrevo le pagine facendo il classico “orecchio” alle liriche che ho apprezzato di più: una quindicina. Sorprendendomi, lo devo ammettere, di come scriva bene Davide Rondoni quando soffoca per quanto può la trascendenza e davvero “mette a fuoco la vita”.
Preso atto del dichiarato assetto non omnicomprensivo dell’antologia (si ammette dall’inizio che molte voci autorevoli sono rimaste fuori), via via mi ripetevo che questa raccolta non aveva alcun senso per comprendere la poetica dei singoli autori, presentati ciascuno con una sola lirica. E anche l’accostamento alluvionale tra numi tutelari (Luzi, Bigongiari, Raboni, Fortini) e sommersi o emergenti non mi piaceva perché mi pareva un po’ schiacciare i secondi. Tutti rilevi riferiti alle poesie, comunque.

Solo al risveglio (ho i miei tempi!) ho compreso che il valore di questo volume sta piuttosto nel rappresentare l’enorme mole critica che viene prodotta muovendo dall’occasione della lirica. Uno sforzo di scrittura commovente nella sua quantità – misurabile nel rapporto tra la mezza paginetta che spesso occupa ogni poesia e le due o tre che spesso occupa il suo apparato – e doppiamente commovente nella sua gratuità. Una schiusa floreale olezzante e, mediatamente, indisponente, constatando quanto dispiego di energia intellettiva non possa dirsi “lavoro” ma solo “volontariato” per il semplice o velenoso disinteresse della comunità generale; uno sticazzi in forma di rumore bianco, agevolmente periziabile non appena si mette il piedino fuori dal giardino di Gautàma delle relazioni artistiche.
Il titolo dunque inscena un piccolo sviamento: la “passione” qui rappresentata è piuttosto quella per la recensione, per la nota di lettura, per il mini-saggio. Con un intento programmatico di stimolare il rovesciamento di quanto evidenziato nell’introduzione di uno dei curatori, Sebastiano Aglieco (gli altri due sono Luigi Cannillo e Nino Iacovella), a p.8:

Un altro limite delle divulgazione praticata direttamente dai poeti è una certa forma di disaffezione verso il testo critico. Ultimamente da varie parti è stata messa in dubbio la recensione come strumento efficace di indagine; alcune riviste non l’hanno più utilizzata (…) e alcuni poeti hanno apertamente dichiarato di non voler scrivere più recensioni (…) La motivazione di questa rinuncia, o ridimensionamento, spesso parte dalla considerazione che la recensione serve soprattutto a gratificare l’autore piuttosto che promuovere il libro. Questa viene poi considerata come un atto di assenso, priva di piglio polemico nei confronti dell’opera. Chi recensisce, in genere, si guarda bene dal polemizzare, in quanto il primo a risentirsene è l’autore del libro.

Tutto vero. Qualche gratificazione dai toni quasi calboniani non manca nemmeno in questo volume; soprattutto, la stroncatura o anche solo il dubbio sono ormai in disuso non tanto per timidezza quanto – almeno nel mio caso – per la prospettiva di perdere le giornate a difendersi dalle polemiche sui social, al telefono, via mail etc. quando si mette in discussione il lavoro di poeti piuttosto esuberanti…
È però altrettanto vero – sembra intendere Aglieco – che tutto, da un punto di vista filosofico-giuridico prima che poetico, è politica, discrezionalità, scelta; tutto è lato sensu gratificazione o stroncatura. Anche il silenzio o la mancata antologizzazione possono essere visti come giudizio negativo. Anche la scelta di testi senza commento è una recensione positiva. Inutile quindi – ci dice questa raccolta – delegittimare un genere, quello della recensione d’autore; assai meglio non privarsi del suo contenuto vitaminico.
L’appello sembra trovare ricezione; tanto che, oltre ai curatori, altri validi poeti (es. Marco Simonelli, Renata Morresi, Franz Krauspenhaar)  hanno scelto di comparire non con la propria poesia ma glossando quella altrui (rispettivamente di Lo Russo, Agustoni, Zeichen).

Si aggiungono ai poeti, informa la quarta di copertina, «critici, blogger, organizzatori culturali, lettori di particolare sensibilità e competenza».
E ciò contribuisce a intesserci davanti un patchwork, una policromia critica considerevole e rappresentativa: alla esegesi del testo (ottima per es. quella di Andrea Sirotti su una poesia di Mia Lecomte) si affiancano letture più sinestesiche, interventi che preferiscono percorrere la produzione dell’autore, o collocarlo in rapporto ad altre voci; addirittura, a volte, testimonianze di vita personale o amicizia. Tutto quanto concorrendo a rappresentare un concetto, quello della recensione, che anche io, accettando il rischio di qualche caduta di tono, sono incline a considerare e apprezzare nel suo carattere proteiforme piuttosto che come retaggio di comunità critiche chiuse, poco osmotiche.

Un volume da consultare, o meglio da leggere ma possibilmente saltando a casaccio tra una coppia di autore/annotatore e l’altra.
Sperando – flebilmente, per la verità – che possa in effetti anche servire a stimolare prima o poi una “mitridatizzazione”, una riflessione su una timida renaissance della recensione non positiva, quindi una consapevolezza “comunitaria” che la sottolineatura delle lacune su cui magari lavorare è benefica tanto quanto, se non più, della stucchevole fumata d’incenso…

[A.A.V.V., Passione poesia. Letture di poesia contemporanea 1990-2015, a cura di S. Aglieco, L. Cannillo, N. Iacovella, Milano: Edizioni CFR/ Gianmario Lucini, 2016, pp. 379, €20]

per contatti e ordini:  info@edizionicfr.it –  348//2632483
Pagina facebook del libro.

Andrea Labate, La resa del margine

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Inizia la “stagione sportiva Perìgeion” 2016/2017. La mia prima cura è rivolta all’esordio di Andrea Labate, la cui raccolta La resa del margine è stata pubblicata lo scorso anno da L’Arcolaio. Una poetica, quella di Labate, marcatamente astratta (“surrealista” la definisce il prefatore Davide Castiglione”), ma che sa anche dipanarsi in registri meno ermetici, a volte perfino colloquiali. Spesso poi, e sono per me gli episodi maggiormente riusciti, intervengono le tematiche della precarietà esistenziale (prima ancora che del precariato; il “margine” in una delle sue molteplici attenzioni) a guidare il lettore e conferire coesione interna al dettato poetico.

Leggi la recensione e alcune poesie a questo link: Andrea Labate, La resa del margine

Written by Roberto R. Corsi

16 settembre, 2016 at 10:39

Su Versante ripido! a cura di Carla Villagrossi

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Con il numero di settembre di Versante ripido, rivista online da lungo tempo votata all’indagine sulla poesia di qualità e alla sua diffusione, esce una recensione alle Cinquantaseicozze a firma di Carla Villagrossi, per giunta impreziosita dall’Artista Martina Dalla Stella. Le ringrazio entrambe, unitamente a Claudia Zironi e all’intera redazione VR.
Questo il link

Uno dei passaggi che ho gradito maggiormente è:

Roberto R. Corsi potrebbe essere, ricordando Pessoa, un poeta superiore che dice ciò che effettivamente sente, un poeta medio che ci propone quello che decide di cogliere, oppure potrebbe rappresentare il poeta inferiore che racconta ciò che ritiene suo dovere verificare. Sa attraversare i corrispondenti livelli del Super-Io, dell’Io, dell’Es e sconfina da una zona all’altra, tenendosi ancorato al mare splendente della Versilia.

Proprio nell’opportunità di giocare su più piani – non solo della psiche, ma di tutto il registro sinestesico ed espressivo – sta una coordinata del lavoro che intendo fare, o che vorrei mi riuscisse. Una pluralità tendente all’infinito di “tavoli di lavoro” che mi porta a non rispondere ai quesiti posti al poeta all’interno della recensione… proprio per salvaguardare il dato fondante delle molteplici interpretazioni possibili.
Buona lettura

Written by Roberto R. Corsi

1 settembre, 2016 at 11:57

Mitilofili di rango: Alaimo e Campanino

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alacamp

Alaimo & Campanino s.r.l.

È un periodo di altrimenti poco usitata reattività critica alle 56c.
Oggi vi segnalo, in ordine di cavalleria, altri due contributi eccellenti (chi mi segue sui social ne avrà già avuta contezza):

la “recensione del venerdì” del 22 u.s. su LaRecherche, a cura di Franca Alaimo. Franca, attiva su più fronti letterarî sin dal 1989, concede al mio libro un’attenzione generosissima, cogliendone in pieno molte sfumature e prestandogli le sue personalissime lenti focali. Se mi perdonate il paragone – altamente blasfemo ma, giuro, non egotico -, Franca si pone davanti al mio libro come un direttore di fronte a certe pagine di Mozart (il Kyrie eleison/Quia pius es del Requiem o l’incipit della Sinfonia n. 29) in cui c’è da scegliere tra colore chiaro o scuro; e opta prevalentemente per il secondo, ne vede l’aura e la ri-dipinge con la sua analisi. La quale è confortante, direi, dopo una prémiere vague critica in cui si enfatizzava, talora fino al pollice verso, la componente comica del testo (peraltro indubbiamente presente). Insomma, nella nota doppia icona teatrale che ben si addice alle 56c, si dà dignità e contorno anche alla maschera triste, oltre a quella sorridente.
Top quoteI fallimenti privati nella sfera erotica, raccontati dall’autore con varianti e notazioni acutissime, sono metafore di un venire meno dell’adesione allo slancio vitalistico, di uno slittamento progressivo verso l’assurdità esistenziale della vita, che non può essere risolta se non con l’annientamento.
Leggi tutta la recensione sul portale LaRecherche

Quasi due settimane or sono, poi, è apparsa una nota alluvionale sul profilo Facebook di Mario Campanino. La sua tessitura è giocata sul modello stream of consciousness (I’d rather say unconsciousness, visto che a Mario il libro garba) e, con un simpatico ma solido zigzagare, non scevro di punte acuminate verso qualche feticcio d’oggidì, dà conto di un’immediata adesione ai miei versi; adesione anticipata con grande spontaneità, che mi onora, da una raffica di whatsapp entusiasti che mi hanno raggiunto in viaggio sulla “bretella” Lucca-Viareggio; al punto che, fossi stato io al posto di guida, ora vi scriverei dal N.E. oppure con qualche arto spezzato, cercando aiuto in qualche dirupo del bozzanese.
Attenzione però a non buttare tutto in folclore, ingannàti dall’andamento libero e colloquiale! Mario Campanino è poeta, direttore di coro ed eminente musicologo: ha scritto un saggio sul Pierre Boulez compositore e una raccolta, Vendesi uomo, ha ricevuto riscontri al “Lorenzo Montano”. Sul suo blog trovate tutto
Top quote: rrcorsi mi ha fatto ricordare di avere ancora in casa parole scritte da un rimbaud rilke leopardi campana chissà perché e così mi colpisce il pensiero ah quella era la poesia prima dei social, forse anche dopo allora la speranza, e mentre leggo le 56cozze quei ricordi mi rimbombano in mente come le parole d’amore di una sposa rinnegata ogni volta che ho fatto ctrl-alt-canc.
Leggi tutta la nota su Facebook (richiede il login)

Grazie a chi così amorevolmente ha speso il suo tempo per me, buona lettura a tutti.

Written by Roberto R. Corsi

25 luglio, 2016 at 08:27

Francesca Mazzotta, tre inediti – per poco! – su Perìgeion

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Francesca mi ha fatto leggere alcuni inediti qualche settimana fa; dei cinque ne ho scelti tre per voi, scegliendo un po’ arbitrariamente un frammento come titolo, e ho preparato l’articolo. È poi arrivata la notizia che grazie all’affermazione al premio inediTO potrete leggere presto su carta l’intera raccolta – che si chiamerà (prendete nota) Reduci o redenti. Morale: non sottovalutate le mie capacità divinatorie, smile (le avessi avute per il Leicester…). E buona lettura.

Leggi l’articolo su Perìgeion: Francesca Mazzotta, E a benedirti l’Arno (inediti)

Written by Roberto R. Corsi

8 giugno, 2016 at 09:14

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