Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 11 anni

Archive for the ‘poesia’ Category

Novella Torre, Qualcosa che cade (su Perìgeion)

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Il mio ultimo contributo a Perìgeion per la “stagione sportiva poetica 2015/2016” riguarda una poetessa fiorentina refrattaria ai riflettori sociomediatici ma dal cursus già significativo e soprattutto dallo stile ben formato. Propongo un suo ciclo di poesie del 2013, intitolato “Qualcosa che cade” e tale titolo non può non farci pensare a…

…Leggetelo direttamente in loco, su Perìgeion: Novella Torre, Qualcosa che cade

Written by Roberto R. Corsi

5 luglio, 2016 at 07:26

Pubblicato su autori, Perigeion, poesia

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Amore e agonismo (4 inediti, giugno 2016)

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AMORE E AGONISMO

Stavo bene con te, al mare | sotto quella tenda bianca…
Così, in ottonari, rompi un silenzio biennale, con la scusa che ha perso
la nazionale romena. Vieni da là, forse quando fai pratica legale
non ti piace sbandierarlo, ma nella stanza tifi eccome
per Tătărușanu e Andone. Vieni da là, dunque per tutti sei una manipolatrice,
come se l’Italia fosse il regno delle Bernardette. Vuoi farti un’altra vacanza gratis,
dicono. Come puoi farti pigliare così per il culo?
mi dicevano e dicono. Ma tu sei onnipotente di bellezza e cultura,
l’unico assoluto pensabile sono le tue chiome, gli occhi verdi e azzurri,
il corpo perfetto, la pelle che illude di brevi macchie solari
e risorge gloriosa nell’ambra. La Trinità angelica dimora nel tuo sesso,
nell’abside del respiro ritmato e crescente come macchina,
squirta lo Spirito Santo del tuo orgasmo, fluisce integratore salino nella mia bocca.
Prendimi pure per il culo, come l’idea di un dio prende da millenni per il culo i poveri
del mondo, li fa esplodere come castagne non incise… Lo faresti pur sempre
dalla mistica rosa delle tue proporzioni, mentre quaggiù mi deprime sanza lodo,
m’imprigiona una giostra di tarchiati millantatori. Illudimi con sapienza che ti giovi
la vicinanza del mio fallimento mentale e fisico, il mio flaccido involucro
che al contatto, al pensiero del contatto con la tua classica fattura, si squaglia
come sterco di scimmia gettato dentro un lago vulcanico.

Amata, la mia furiosa ambizione è stata quella di goderti per mesi, di trattenere
il possesso che invece fugge come il respiro. Fare legna prima del mio inverno,
volgerti e rivolgerti con la luce della luna che ti frustava la schiena.
Dichiaro qui in carta bollata che avrei voluto morire appena dopo,
donarti ogni mia linfa erroneamente tributata altrove, ogni anno di sofferenza a venire,
per ritardare il momento in cui i tuoi ornamenti dolciastri, i tuoi muscoli di salmone
perderanno regime, e tu sarai scelleratamente matrona delle sette colline.

E avrei voluto, cadendo in cenere, arrivare sereno a ripercorrere il momento
in cui qualcosa mi ha spezzato anima e corpo, ciò che mi ha fatto incapace
di essere, sentire, pretendere, osare, riuscire, amare, mantenere. Come bravo scienziato
riesco ad afferrare alcuni istanti disposti sul legno verde: isterica, biancovestita
sceneggiava il pericolo della sua morte ogni giorno, a ogni impasse, sdraiata sul
pavimento perché anche lei abbandonata non tanto dal gitano marito,
suadente calciatore poi in girovaga levantina bugiarda ansiosa onnipotenza rifluito,
ma già dal padre fumatore e presto anche dalla madre. Dammi il micoren,
chiama il dottore mi stai facendo crepare, gridava; oppure mi farai venire
un canchero. Rubber is over, i giochi erano fatti:
la paura dell’abbandono è il tumore silente che si replica nell’indegnità a tutto,
e quanto più ci si sente inadatti tanto più si porge il collo a un nuovo giro di catena.

È brutto e nudo scriverlo; le cose, come i tuoi processi, hanno un tempo,
la carnefice è sorda e sta affettuosamente preparandomi la pasta gratinata,
le prove sono inquinate di distanza. Però questo paghiamo,
questo mi ha reso schiavo, paralizzato. Questo non ci porterà più
sotto una tenda bianca, soli. E dentro continua a tagliare, atterrire,
come le tue foto uscente splendente dalla cappella dei Pazzi
o i panorami della costiera amalfitana, assieme a qualcun altro
che non hanno chiuso alla gogna silente della non vita.
Non vedrò mai quei posti, come Parigi, bruciano carne e tendini,
è tardi, avrei voluto tanto amare gli angoli della terra, è tardi. Non sono più in grado
di sottrarmi alle spire, non ne ho le forze. Lo dico
con la serena malinconia della luce autunnale. Tu che hai conosciuto
l’annaspo, porta via con te la certezza del mio piccolo possibile
infanti-ciso amore.

ALÌ 

E per la terza volta Cristo violò la privacy e trovò sullo smartphone di Maddalena
messaggi piuttosto espliciti di vecchie fiamme o spasimanti esotici.
La nostra storia è terminata e mi sento persino euforico, la solitudine tutt’altro che croce,
respiro aria frizzante di ozio romanzi ottocenteschi e palinsesti sportivi,
forse perché finalmente mi riconosco incapace da sempre d’amare le persone
almeno quanto io ami invece questa fragile, sottile libertà a pensione completa.
La proverbiale goccia è un certo Alì che a inizio giugno ti ha fatto pesanti avance
e due domeniche dopo tu hai ringraziato per i bei momenti. Mi avrai fatto fesso
nel volto soltanto o pure col ciuffetto? Comunque sia andata, non sai rifiutare
l’offerta di sesso, proprio come non ti neghi mai un cucchiaio in più di risotto,
prendi amore ovunque sia – Santa Giovanna o santissimo scrivente, tre anni fa.
Non mi sfugge come i messaggi inizino il giorno prima della morte del grande pugile:
col guscio attaccato alle macchine, per poche ore ancora,
forse l’anima di Cassius è trasmigrata in questo cazzo di omonimo cicisbeo
mediorientale giramondo: nell’euforia di trovarsi nuovamente dentro un corpo vigoroso
scrive senza schivate I LIKE TO MAKE LOVE TO YOU AGAIN AND AGAIN
e sferra un gancio micidiale contro il cristallo della mia fiducia. Potrei “legare”,
abbassare la testa e indebolire il Louisville Lip – con qualche cornata, a ‘sto punto.
Preferisco sputare il paradenti, gettare la spugna, pensando tremante alle nuove sfide
che mi attendono, dai marker per l’epatite al test dell’Aids,
ma soprattutto alla ricerca, in fondo al baule, d’uno scampolo di fiducia e di forza
per accettare i fallimenti, capire che una persona non si spalanca per volontariato
e va meritata. Sinistro-destro, sfruttare l’allungo della trasparenza,
non piantarsi alle corde di fronte alle punte indagatrici di sguardi nuovi.
Fluttua come una farfalla, via, a scatti; al limite torci contro di te il pungiglione,
come un’ape imprigionata nelle quattro pareti di se stessa.

NET WEIGHT 

Tu invece vieni a salutarmi alla prima assolata giornata di Wimbledon
e poche ore avanti Italia-Spagna. Tredici anni fa facemmo l’amore
mentre Federer incantava in finale, e quando iniziasti a profonderti
nella chanson romantica del dopo io ti ruppi con un “torno subito:
alla tv c’è questo che cola a rete come oro liquido, sentenzia come un Tèseo
di Canova e rovescia colpi di katana”. Game set and match. Oggi invece sei trenta chili
per uno e settantotto, a metà esatta tra lo zero e l’inno ch’eri allora.
Pure il lògos ti s’attorciglia in secche spire malate, travisi interrompi prorompi
fai schermo di te, poi scoppi in pianto perché ti cedo in pegno d’amicizia
le sonate di Schubert, dici di non meritarle. Porti litri d’indegnità dentro i polmoni,
dici che ogni cosa del mondo ti strappa di dosso le carni. Ti posso capire.
Impossibile sfiorarti o pensarti, scherziamo su uno sfondone letterario di tuo padre,
abbozzi uno sfogo familiare gigantesco e lacrimoso ma sùbito ti tiri indietro,
per farti ridere scrivo su Google “Ciahòski”, come me lo pronunci in fiorentino;
sì scherziamo finalmente scherziamo come ai vecchi tempi e mentre fai una ricerca
io dalla sedia mi fisso sul percorso dei tuoi muscoli esausti lungo l’omero e il dorso:
le chiome bagnano stancamente le cuciture di una martoriata tavola anatomica,
la leonardesca sanguigna di un incrocio lontano, potente, essiccato nelle reciproche
follie e paure. Due albicocche per merenda, due Winston, vai via e saluti,
mi abbracci col tuo cavo abbraccio di piccione abortito sul marciapiede;
sì lo so che mi vuoi bene ma è difficile crederlo se odii così te stessa.
Sul calcio d’avvio degli azzurri parte il coro: “Ma come è ridotta?
che fa? questa muore!”. Anche Federer è cotto, poi gioca domani,
oggi apre Nole, vincerà lui il torneo tra due domeniche, remembrance day,
tempo stasi e selci d’altrui ego ci han predato come Mohicani del serve and volley.

ATALANTA

Lungo lucenti esose serate di giugno rincasare alla morte dinamica dei miei due vecchi,
pensare tra angosce a quanto si è perduto, riporlo, scacciare i corvi di quanto incombe,
tremendamente acquietarsi persino davanti all’albero da frutta del purgatorio,
l’albero della bellezza scoperta e cruda che piove ovunque come lava.

È stato proprio allora che una flebile speranza è giunta con una tornita podista
smeraldina, passando spedita fissandomi ha due volte
ansimato, senza volerlo mi ha offerto una calda disarmonica fittizia intimità.
Come un Tadzio muscolato, in sonoro, inafferrabile indicava la vita, tanto o poco più in là.

img credits: from Wikimedia Commons. (1) Ralf Roletschek; (2) Dutch National Archives, The Hague; (3) AlexIsrael; (4) “Mike” Michael L. Baird.  Original Image 1 e 2 are available on Wikimedia voices concerning Tatarusanu and Muhammed Alì, and licensed with CC BY-ND-SA.

Written by Roberto R. Corsi

2 luglio, 2016 at 10:44

Marco Di Pasquale, tre inediti (su Perìgeion)

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Oggi su Perìgeion propongo tre inediti di Marco Di Pasquale. Ringraziandolo per avermi sottoposto le sue poesie, che fan parte di una raccolta in lavorazione, ho preso questo trittico a simbolo di una direzione nuova, rispetto al personalismo ermetico che contraddistingue la precedente raccolta di Marco.

Leggi l’articolo sul sito Perìgeion: Marco Di Pasquale, tre inediti

Written by Roberto R. Corsi

29 giugno, 2016 at 08:35

Pubblicato su autori, Perigeion, poesia

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ripescaggi: indagine tardiva sulla Venere di Urbino (2007)

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La ricordavo due post or sono come esempio di diaphrasis, ed ecco che la cronaca culturale mi dà sponda.
A partire da ieri l’altro fino a settembre la Galleria degli Uffizi e quella dell’Accademia osservano l’orario prolungato di apertura tutti i martedì sera, quando la chiusura sarà alle 22 anziché alle 19.
In particolare, chi ha visitato gli Uffizi la sera di martedì 7 è stato accompagnato da Gabriele Bajo e Giovanni Longhin, attori e musicisti, che han dato «vita a uno spettacolo itinerante negli spazi della galleria, con riferimenti a scrittori e poeti che tra Settecento e Novecento hanno scritto delle opere degli Uffizi» (fonte: Repubblica). Qui il programma

Al solito ci sarebbe da riflettere su questa cesura artistica (oltre Luzi, il nulla?) che presentiamo a turisti provenienti dai quattro angoli della terra. Non sarebbe stato bello un call to poems per viventi?
Va be’. Pur con una scrittura millennial (ma sono nato nel Novecento, anche se comincio a pensare che togliersi gli anni sia opportuno anche in poesia), faccio il mio personalissimo omaggio all’apertura serale rispolverando quanto scrissi del capolavoro di Tiziano (diaphrasis, non mera ekphrasis: annodandolo col mio vissuto; ecco, per esempio, il perché del tardiva).
La poesia, una delle ultime del 2007, confluì nella raccolta All’orza (La Recherche, 2010), nella cui postfazione Giuseppe Panella se ne occupa espressamente, ed è presente anche nella mia autoantologia < 2011
Buona lettura.

Venere di Urbino

INDAGINE TARDIVA SULLA “VENERE DI URBINO” 
(Galleria degli Uffizi)

Laschi il ventre – remoto, svalutato.
Celi il pube – moderno, dirozzato. Somministri
lattescente carnato.

Più avanti sta il pittore
cui prometti – domattina, appagata
uno sguardo d’amore.

Ma Tiziano, maturo ormai, è arte-fatto
nell’incoerenza, nella solitudine
di salvezze minuscole.

Così a sera, modella di borgata
sconsacrata in vestiari, non lo attendi.
Ti corrughi di modi,
gesti dentali, mute circostanze.

Si compie infine il parto
d’olio tela ed addio. Nebbioso, edile
il tempo diluirà la sentenziosa
schiena della fantesca.

_________________________________

PS. Peccato che lo spettacolo sia già avvenuto, spero sia andato bene. Verrà riproposto? Se mai qualcuno volesse tentare un esperimento di recitazione della mia poesia apud Vecellium, sappia che il testo è concesso in licenza Creative Commons BY-NC-ND (citare correttamente autore – non opere derivate – uso non commerciale. Invece per un uso commerciale (inserimento in una pubblicazione etc.) parliamone).
L’immagine del quadro è in pubblico dominio da Wikimedia Commons.

Francesca Mazzotta, tre inediti – per poco! – su Perìgeion

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Francesca mi ha fatto leggere alcuni inediti qualche settimana fa; dei cinque ne ho scelti tre per voi, scegliendo un po’ arbitrariamente un frammento come titolo, e ho preparato l’articolo. È poi arrivata la notizia che grazie all’affermazione al premio inediTO potrete leggere presto su carta l’intera raccolta – che si chiamerà (prendete nota) Reduci o redenti. Morale: non sottovalutate le mie capacità divinatorie, smile (le avessi avute per il Leicester…). E buona lettura.

Leggi l’articolo su Perìgeion: Francesca Mazzotta, E a benedirti l’Arno (inediti)

Written by Roberto R. Corsi

8 giugno, 2016 at 09:14

Cartografie dell’albatros: Roberto Balò

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balò

img pratosfera.com

Al multireading di ormai tre settimane fa ho incontrato con piacere molti amici di persona o di penna, ma come è naturale nutrivo curiosità di ascoltare le voci che meno mi erano familiari. Dovessi citare la prima inter pares indicherei senz’altro quella di Roberto Balò, il quale ha letto un paio di poesie contrassegnate da placido disincanto; la seconda, che pubblico qui in calce, attraversa con questo spirito alcuni luoghi tradizionali della movida fiorentina. Tutto piuttosto familiare e miscibile con lo sforzo di maggior semplicità dei miei ultimi tempi, tanto che alla fine abbiamo convenuto su un reciproco senso di affinità poetica.
Ho poi ricevuto la sua silloge del 2015 (Cartografie, segnalata al “Lorenzo Montano”) che fa capo al suo progetto Iskretiae edizioni: presentare le raccolte di poesie entro un singolo foglio a4 fronte/retro, pieghevole e disponibile in tre colori, stampabile in pdf ma, come si legge nel sito di Roberto, con possibilità di farselo spedire o meglio ancora di riceverlo brevi manu. Con ciò propugnando l’esperienza di una poesia che punti, più che su una pretesa “superiorità in brossura” che ormai presenta enormi controindicazioni, soprattutto sulla fruizione immediata e sul rapporto diretto autore-ascoltatore, sul formare una koiné.
L’idea della “editoria a4” non è nuova (mi viene in mente di getto Voici la bombe, e dimentico senz’altro esperimenti analoghi che certo avrò incrociato in passato). Gradito sapere che sopravvive, in tempi in cui l’ebook divide permane e la vanity press sembra fagocitare tutto e attrarre molti editori virtuosi di ieri al lato oscuro…
Cartografie ci offre poesie di diversa lunghezza, incastonate nelle pieghe del foglio variando la dimensione del carattere, e nella sostanza bilanciate tra diario di viaggio e flânerie per le strade della propria formazione fiorentino-pratese. Scelgo per voi alcune mappature in cui il generale tono descrittivo e minimale si concede un refolo di speculazione.
Ma il dato forse più sorprendente è stato, dopo aver assistito alla sua ottima lettura martedì 17, ricevere il testo della (parole mie) «lirica» 18 febbraio 2008 e scoprire che… si trattava di una prosa poetica! Roberto lascia volutamente il tutto privo di a capo e segni d’interpunzione, in modo da favorire l’avvento di molteplici ed eterogenee interpretazioni.
Per questa e altre caratteristiche endogene mi sento di dire che le poesie di Roberto (e in questo siamo dissimili) si giovano molto della lettura ad alta voce. Da qui il riferimento baudelairiano all’albatros – non per un’inesistente bruttezza “a terra”, bensì per la sublimazione che i testi ricevono non appena la voce dell’interprete prende l’aria.

Il sito di Roberto si chiama La perdita del tempo, questo è il link. Ci trovate le Cartografie ma anche altre poesie e videopoesie.

DA “CARTOGRAFIE”

via del tribbio | arezzo

dove la campagna si mescola
con la vita e la morte
atavica dimora
un νόστος da dimenticare
per non farci un mausoleo
di ricordi

siviglia | spagna 

il primo toro non si scorda mai
è vero e tu piangevi come il salice
di viciomaggio e uscisti dalla plaza
io feci l’uomo e rimasi
mentre un tizio all’orecchio
mi spiegava tutto ciò che succedeva

cienfuegos | cuba 

preparati con una lentezza eterna
i migliori mojito si bevono a punta gorda
al tramonto sugli sgabelli del chiosco
in questa città dove le palme hanno foglie d’arpa
che ondeggiano come delfini
e suonano musica invisibile

via mazzoni | prato

reclusi della pratesità
allevati a sedani e cantuccini
in un crescendo di aperitivi
delusi esuli di periferia
s’affannano sugli sgabelli
ognuno ha l’orgoglio che si merita

sifnos | grecia

tornato su questo mare
non c’erano più dèi
spariti tutti
solo hotel e navi veloci
cercavo di prendere il loro posto
ma non c’era modo

mexico d.f | messico

il viaggio è una prova
che perdo sempre
la vinco in ritardo quando torno
e la racconto rendendola epica
come fossi uno stanley
alla ricerca di se stesso

***

18 FEBBRAIO 2008

forse la mia vita è cambiata più velocemente di questa città e mi fa un che entrare al rex da solo e sono tentato di rinunciare per non dare risposte a domande ovvie ma entra lo stesso stupido entra “un gin tonic col bombay” ma non so che c’ha è amaro non mi piace beppe stasera non c’è forse solo l’ombra di maristella di cui non si hanno più notizie da anni incrocio gli spettatori della pergola che si radunano intorno al teatro una coppia giovane rivestita per l’occasione come me quando avevo la loro età – non fa bene andare in giro da soli la notte – una donna bionda su uno sgabello di una pizzeria a taglio mi fa da specchio con la sua tristezza e la resa negli occhi ma non ho ancora finito di torturarmi e vado a mangiarmi una focaccina dal bondi dove non mettevo piede da anni e c’è ancora uno dei due che mi spalma l’inzimino dalla stessa vaschetta un total recall mi schianta in un’altra dimensione esco la gente fa paura mentre navigo verso il fiddlers elbow lì dove so che nessuno mi farà domande da buoni britannici quali sono e anche se la barista riconoscendomi mi saluta finisce lì

Written by Roberto R. Corsi

5 giugno, 2016 at 10:31

Giovanni Bellini, Quattro allegorie (inediti)

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Le concatenazioni casuali a carattere culturale sono sempre felici. Forse questo slancio improvviso verso una modalità che credevo definitivamente in me sopita si deve alla lettura delle poesie di Eleonora Pinzuti (in uscita imminente, spero di occuparmene presto), in cui il dato archetipico viene costantemente e provvidamente vivificato…
Poche ore più tardi leggevo invece di una mostra su Aldo Manuzio alle veneziane Gallerie dell’Accademia e mi sono soffermato sul dettaglio delle superbe ed enigmatiche allegorie di Bellini (sono databili attorno al 1490, e sono conservate in Galleria in pianta stabile).
In passato mi sono arrabattato, non so quanto chiaramente, su ekphrasis e, mio azzardo linguistico, diaphrasis; intendevo che l’obiettivo fosse quello di non fermarsi alla descrizione di un’opera (o, estendendo per analogia, di un dato culturale preesistente) estratta (ek-) fedelmente, bensì di veicolare attraverso (dia-) essa il proprio vissuto.  
Oggetto di alcune prove precedenti, per fermarsi solo al pittorico, Incredulità di San Tommaso, L’alzaia di Signorini, la Venere di Urbino, la Foce del Cinquale di Carlo Carrà. Le poesie che hanno tratto spunto da queste opere hanno circa un decennio e potete leggerle nel mio free ebook antologico.
Stamane invece la scrittura si è biforcata: l’ekphrasis vera e propria è allineata al centro, la trasfigurazione nel personale invece è allineata a sinistra.
Buona lettura.

A few credits: ornato come maschio… è un verso di Franco Buffoni (da Quaranta a quindici, Crocetti, 1987); il chiaramente successivo è un tormentone ormai liturgico nel panorama della manovalanza culturale. Come statua di Giove è un inciso che uso spesso e vien detto in italiano – pensate – nel Rosenkavalier di R.Strauss. Ci sono poi, come sempre, microriferimenti che lascio a voi.
Lo spirito di questo ripescaggio stilistico è devoto e dedicato al Mauritshuis di Sanguineti (1986, qui su NI), pur essendone differente per tecnica ed esiti.


___________________________________________

QUATTRO ALLEGORIE DI GIOVANNI BELLINI


Perseveranza, forse Lussuria

rischiarare la frutta
pórta dal carro

vai alla vittoria milite
costante nella forza
lucido nell’azione
lindo nell’inconoscere,
ornato come maschio nella carne della moglie

nostro picciol trainare
Bacco non ricompensa

chiaramente ovviamente non possiamo pagarti
mentre il dominus già abbraccia, avambraccia per intero
antiorario il tappeto
verde del pube, lo 
saprà onorare

lo sfondo del fairway è un freddo inverno 

chissà, licenziato il corteo,
spigolar rastrellare raspollare,
poi mescere
assieme a qualche chimica e catodica

 

Fortuna o Incostanza

ecce imperatrix mundi remigando senza remi attorno ai bastioni

se solo la spina bifida degli eventi – quel giorno si pianse tutti – presaga una bestemmia lungo la via di casa – poi fu vox populi da negare a oltranza – se solo uno due anni in più

adest fortuna (cum) sphaera caelest(~)

se solo la mano più audace – scollinare il palmo – toccare la paura poi scendere – se solo, come tutti, decenni – declivi di strade ombrose – sicumera al manubrio – respiro estate

poggia su instabile punta rotulea

sostieni e fai male – se solo mi avessi gemmato dal tuo ego – se solo un irripetibile scettro – monito di comando – catena, non sciacquone 

guai se rompete le righe putti puttani dentro lo scafo

se solo il filo perlaceo del non detto – per una volta una – bagatellare – a protrarre quell’agosto acrobatico – dentro il nervo dell’euforia

felicità del tuffo, aggrapparsi, felicità del dorso, domani di deriva

se solo avessero piastrelle questi quarantaquattro cantoni – se solo armonia comme il faut tra i gatti matti – se solo fosse lungi questa sarabanda d’odalische padrone – ma ora le onde le onde il freddo benefico il sale nei pori dimenticare

 

Prudenza, o più probabilmente Vanità 

superba, dai fianchi collinari, ella mostra tua imago


sono io per davvero o è il mio film?
scritto in fregio di pregio,
è quello che mi spingo
ad apparire prima di puzzare,
la piuma di parata del pavone?

o forse, spingendo più lo sguardo
in quel volto verdastro
(nobiliare? biliare!)
accostato alle disiate chiome
è epifania del non dover tentare?

trombano i putti (diresti tu con spirito)
sul piedestallo attorno al piedestallo
si alza e torna fioco lo strumento, secondo stanchità vanità
è mesto il tamburino, angusta la finestra 

vale forse rimuovere gli sguardi
e le parole – dare spazio, di là, a vedute
e canti di risacca, oppure qui, al conforto
claustrofobico, rifugiarsi in prudenza

che non sia etimologica sapienza…

 

Menzogna, per alcuni Sapienza

sbuca da conca di paguro, celando l’evenienza delle gambe

mendace
lo stesso mare
di molluschi gentili, s’attosca per le rocce
sedimento del tempo

ti fa viandante

lo serpente è una treccia di menzogne –
ben tre, azzimanti, sulle prime indistinte;
ancìdi con la spada
ma le spire hanno ami:
sarebbe stato saggio
perpetuare l’abbraccio?

esci lato sinistro, o forse resti, come statua di Giove ormai cifotica

in ogni modo via dalla città, via da Ilio,
via dalle belle mura ritmate di piscio,
da Elene e bambini, dal nulla verso il nulla –
una firma per favore sul secondo gradino:
prego si accomodi, non cala mai la tela.

________________________
[1 Giugno 2016]
[Le immagini sono di pubblico dominio e tratte da Wikimedia Commons, partendo dalla voce wiki]

Written by Roberto R. Corsi

1 giugno, 2016 at 15:59

Giovanni Peli, Albicocca e altre poesie (su Perìgeion)

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una scelta di poesie dall’ultimo libro di Giovanni Peli, edito dalla marchigiana Sigismundus di Davide Nota. Giovanni è, oltre che poeta (ed editore di Lamantica Edizioni), musicista e compositore. Il libro ne risente e annovera una grande varietà di registri, unificati da una scelta lessicale piana e dal repulisti di ogni nascondimento poetico, a parte forse la grande sfida del voler essere o meno genitori che traspare dal componimento più lungo, il micropoema. Buona lettura!

Vai all’articolo su Perìgeion: Giovanni Peli, Albicocca e altre poesie

Written by Roberto R. Corsi

30 maggio, 2016 at 09:05

Pubblicato su autori, editori, libri, Perigeion, poesia

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Io vidi un, fatto a guisa di leuto: alla Casa di Dante

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foto-casadidante

Fotocomposizione egocentrica (photo credits: Balò/ De Venuto/ Sandrocchia)

come promesso (o minacciato), ecco il resoconto della mia partecipazione al bel reading collettivo dell’altro ieri, in ambientazione dantesca (di qui l’endecasillabo sul mio stato di forma “diversamente atletico”, per cui il padrone di casa potrebbe avermi scambiato per Mastro Adamo).
Qui di seguito i due testi inediti, piuttosto recenti. Uno ha per protagonista “l’uomo che misura le nuvole” di Jan Fabre, attualmente collocato in Piazza della signoria (lo vedete alla fine di questo articolo); l’altra è una ballata che questo inverno ho scritto per l’amica Anna Nina B.
Per terminare con una lirica altrui, ho scelto la splendida e profetica 
Dopo la tempesta di Gianfranco Palmery, altissimo poeta e amico di penna, ahimè mancante da quasi un triennio.
In calce la registrazione integrale del mio intervento, inclusa paperella sulla seconda lirica (mi scuso con la dedicataria) che lascio a verbale come parte dell’
ibi et tunc.
Come ho scritto nella pagina fb dell’evento, ringrazio per l’ospitalità, l’ascolto, la varietà e qualità delle proposte poetiche.

_______________________________

MISURAZIONI

Rincasando sul fare delle due, per Piazza Signoria, l’uomo di Fabre,
quello col metro in mano,
ha chinato la testa, mi ha parlato:

Dando retta ai miei calcoli,
sei più vicino al Prostamol
che alle soffici carni di donzella poesia.

Rimessosi nella consueta posa, non ha detto più nulla. Perso
nel caramello del verdetto, affogavo
contemplando la bionda oltreoceanica con in mano la boccia di Galestro.
Quasi quasi mi siedo qui, di costa
alla Loggia: tra pochi giri di lancetta sfollano,
poi albeggia – il conforto del vuoto
idillio darà tono, prima che il sole porti
una nuova sentenza.

*****

FINE DELLA GIOVINEZZA (ballata per Anna Nina)

“È soltanto quando comincia a balenarci in mente la possibilità di subire una sorte comune agli altri, che la giovinezza può dirsi realmente perduta” (Karen Blixen, da Sette storie gotiche)

Mentre a suon di annegamenti si scopriva il bluff dell’homo homini deus,
col male che colava dai commenti, in bacheche ebbre di brindisi e cannoni,

dal riparato privilegio della terrazza cedevo al canto d’una sigaretta.
Morendo ha intonato una nenia, quella dei tempi della prima ragazza:

“torcimi il filtro con le dita per mezzi giri ventuno, o ventisei se punti a una straniera…
Nel cerchio bianco scorgerai una linea nera: è l’iniziale di chi ti amerà come nessuno”.

Furtivamente ho preso a strofinare, poi una folata di scirocco ha arringato:
“ma ti sei visto, vecchio deficiente? quale amore o verità, quale tempo futuro?”

Ero nudo, vitreo nella mia indegnità, sodale nel destino del comune declino.
Ho gettato al silenzio festivo quel mozzicone di giovinezza, senza guardare.

 

Written by Roberto R. Corsi

19 maggio, 2016 at 08:34

Happy birthday, (paper) mussels!

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mussels
Oggi è il primo e unico compleanno delle famose (più spesso famigerate) #56cozze 
(meglio: della loro uscita in stampa. Loro sono un po’ più vecchierelle).
È il tredici di maggio, ed è pure un venerdì: 
trattasi forse di “avvertimento a cose fatte”?😉
Auguri!

Written by Roberto R. Corsi

13 maggio, 2016 at 08:40

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