Roberto R. Corsi

«Come poeta e critico 'nsomma, però è un bel ragazzo» (E. Dickinson)

Archive for the ‘poesia’ Category

Milo De Angelis: incontri, agguati, Crotone e una cartina di tornasole

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Due lunedì fa ho assistito, con altri amici scrittori, alla presentazione fiorentina dell’ultima raccolta di Milo De Angelis, Incontri e agguati.
Era la prima volta che lo ascoltavo leggere e le impressioni che ne ho avuto sono state nettamente positive – come per tutti, credo, perché ha letto per venti minuti buoni e non ho riscontrato cadute di attenzione tra il pubblico.
Dalla mia postazione abbastanza favorevole ho ripreso e messo su YT tre poesie dalla seconda sezione (quella eponima) del libro.

Caso ha voluto che io fossi completamente afono per la più classica delle infreddature primaverili; quel che non ho potuto testimoniare dal vivo all’Autore, con quel timbro vocale da borghigiano ultracentenario che mi ritrovavo, l’ho scritto più tardi via email. Trascrivo la parte della lettera che ha una blanda attitudine “recensoria”:

Le ho accennato alla mia intenzione di volermi occupare congiuntamente di questo suo ultimo e di Tema dell’addio. Ma allo stesso tempo sono dubbioso, credo nella chiarezza endogena della sua poesia. Gli stessi suoi studiosi, pur valentissimi, sono a volte in difficoltà nell’enucleare tematiche peculiari del suo dire. Temi come quello della morte e dell’addio sono connaturati a qualunque scrittura, e Seneca e Blanchot c’insegnano che vivere è ex se morire e prendere congedo.
In soldoni, mi sembra che la sua forza non sia tanto tematica ma soprattutto di vertice espressivo. Volendo svilire (?) al calcio (perdoni, provengo da una famiglia ipercalciofila): i fuoriclasse fanno quello che fanno gli altri, semplicemente lo fanno meglio. Con quel “giocare di prima” che nel suo caso è rappresentato dal non eccedere nel sé e disporsi volentieri all’ascolto e al canto dell’altro. Come pure – rarissima avis – dal non aver paura di colpire duro, in tempi in cui non ci si stacca da un certo carattere consolatorio della poesia.
Fa bene, per concludere, ad “argomentare” solo mediante la sua nuda poesia, che non ha troppo bisogno d’inquadramenti o apparati.

Dopo che ho inviato la mail, ricambiata con grande cortesia, mi sono ovviamente accorto di avere omesso qualche elemento in più. Insomma di averla buttata sul semplice.
Senz’altro degno di approfondimento, lungo tutto il libro, è il tema – accennato, durante la presentazione, dal prof. Luigi Tassoni – del nulla e della sua presenza, della sua consistenza fisica. Una delle chiuse più potenti è quella di pagina 33, “e il nulla iniziò a prendere forma”, e sembra il capovolgimento dell’enunciato presocratico ουδέν εξ ουδενός (ex nihilo nihil fit).

Ma vorrei soffermarmi su quella che considero una cartina di tornasole dal lato consumatore, quella poetico-referenziale: De Angelis riesce a inserire nei suoi versi la parola “poesia” senza stuccare o restituire un senso di maniera!
Lo fa – bene, eteroreferenziando e con un “ostinato giambico”: poesia poesia poesia – nella prima delle liriche da me videoriprese (pagina 43).
Lo fa ancora meglio negli ultimi versi della bellissima poesia di pagina 51, cantando la vita di un’amica “come una poesia/ che rinasce precipitando nel suo bianco”; con vincolo metaforico e tante suggestioni dal mitologico al cromatico.
E lo fa meno bene, ma più significativamente per noi, chiudendo la prima sezione della raccolta, a pagina 27:

Sono in un segreto frastuono
sono in questo cortile d’aria
e ogni parola di lei violaciocca
mi fa pensare a ciò che sono
un povero fiore di fiume
che si è aggrappato alla poesia.

Infatti, anche se la poesia non è delle più memorabili nella raccolta, ci sono due fattori di rischio: il riferimento autobiografico e il fatto che il termine “poesia” stia in coda. Ma anche qui De Angelis elude le secche: l’affresco, secondo di un dittico, assorbe il rischio di compiacimento mediante una severa confessionalità che, mista al registro tenue, porta la mente quasi ai crepuscolari.

Badate: sembra una cosa trascurabile, ma ci vuole talento perché una poesia che termini con “poesia” possa suscitare gradimento e non gonfiore (di stomaco o peggio).
Nell’estate 2001 passai per lavoro due giorni a Crotone. Al ritorno postai sul newsgroup it.arti.poesia – allora popolato da nomi autorevoli come Venerandi, Ranieri e alcuni formidabili sotto pseudonimo ahimè mai svelato – una lirica – credo l’unica che a oggi io abbia mai dedicato alle città visitate – che terminava appunto con “poesia”. La ripropongo come tributo ai rossoblù, che da ieri sera festeggiano il traguardo storico della Serie A! Evviva! Quanto allo stile abbiate pietà, ero agli inizi.

sfrecciando verso il basso
dei suoi monumentali
eccidi non finiti di cemento.
Aspre colline i fianchi

benevole
alle menti straniere
marchiate di lavoro –
lingue pronte al commento. Annichilite
dall’alba d’un solstizio.

Crotone è un angelo che cade
e risorge dal mare.
Il disco rosso come un quindicenne
arrogante impacciato
deflora l’orizzonte. Ed è poesia.

A quel punto un’altra voce validissima, l’amico Costantino Belmonte aka Mantis (visto che giustamente si fa tanto amarcord per #InternetDay, mi fa piacere che il suo sito a cavallo del millennio sia ancora up), facendomi dei rilievi in amistade, scrisse che la chiusa era (testuale ed endecasillabico) “un calcio al ventre di una donna incinta”. Forse aveva ragione lui, ma nel dibattito che ne è seguito ho cercato di eccepire come ragioni metriche e polisemantiche (“ed è poesia” non solo e non tanto come “ed è subito sera”, ma riferibile anche al disco solare, potentissimo già dall’alba).
A fortiori data l’età incipiente, non sono di quelli che ricordano perfettamente tutto quanto hanno scritto o scribacchiato. Altre volte la poesia è comparsa in prima persona nelle mie liriche. Una delle ultime è la cozza XXXI, che leggerò anche in pubblico a metà maggio (news a seguire). La sua chiusa (“e la stessa tremante distrazione che non eleva queste cozze a poesia”) esprime un giudizio negativo che, lungi da voler essere un cleuasmo, è più vicino all’intuizione zen che ho trovato rileggendo un libro indispensabile (oggi fuori commercio ma presente in molte biblioteche, per fortuna), ossia I poeti sono impossibili di Alessandro Carrera (p. 84):

Immaginiamo la scena come se fosse un koan. I discepoli si sono riuniti per celebrare l’arrivo di un nuovo maestro. Il maestro compare e per prima cosa dice «Non sono un maestro». I discepoli, risentiti, ribattono: «E allora noi che ci stiamo a fare qui?». Al che il non-maestro risponde: «Se cercate un maestro, la risposta è: niente. Ma se non cercate un maestro, quello che potete fare non ha limiti».

Troppo ho detto di me. A conclusione del post: bene De Angelis. In più: come se la cava il poeta quando introduce il termine “poesia” nelle sue liriche?; aggiungete pure questa cartina di tornasole nel vostro strumentario.

Written by Roberto R. Corsi

30 aprile, 2016 at 18:11

Silvio Perego, Una primavera all’Inferno

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Oggi su Perìgeion mi occupo di un libro uscito lo scorso anno per Lepisma e del quale mi ha colpito la capacità di mimesi, ossia di calarsi quasi anche nello stile della realtà osservata. Si tratta di poesie legate alla primavera araba, e che provano a ripercorrerne ideali, euforia, disincanto, esilio. Più di un esito è interessante!

Leggi l’articolo sul sito Perìgeion: Silvio Perego, Una primavera all’Inferno

Written by Roberto R. Corsi

20 aprile, 2016 at 08:56

more Caffellatte, please

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(dalla pagina facebook)

(dalla pagina facebook)

La settimana è iniziata maluccio. Lunedì mattina Francesco crea senza preavviso l’evento della messa all’asta degli arredi per chiusura della Latteria poetica fiorentina Caffellatte, gestita da sua madre fin dai tempi di Spagna ’82. Cinque minuti cinque e mi scrive persino Marco Di Pasquale da Macerata: ma che succede?
La realtà ce l’ha illustrata F. in una email a stretto giro: alle difficoltà di gestione che accomunano ormai troppe piccole attività del centro si aggiunge – lamenta – una lenta asfissia di via degli Alfani, arteria oggi in costante occlusione e assai diversa dai tempi dell’inizio gestione, tempi di ben altro fermento e iniziativa. Sull’aspetto commerciale dell’esercizio e storico-urbanistico della zona potete leggere questo articolo.
Quel che più mi importa è come da due anni il Caffellatte fosse uno spazio dove ascoltare belle voci di poesia e non solo, conoscere chi porta avanti la scrittura con tanti a capo. Confortante presidio – lo rammentavo a F. lunedì pomeriggio – in anni in cui gli editori, quando proponi poesia, se non ti mandano aff poco ci manca. Ricordo ancora, diverso tempo fa, la pagina web, poi corretta anche a causa di un mio articolo, di un editore appena nato: la poesia contemporanea non ci piace, non ne vogliamo: tenetevela!
Anche gli spazi fiorentini entro cui leggere/ascoltar poesie si erano già consistentemente ridotti e alcuni avevano preso una piega grottesca (che a me non dispiaceva ex se, ma che certo faceva propendere per una passeggiata o una maratona di backgammon piuttosto che star lì tra americani che chiedevano del bagno e camerieri che ti apparecchiavano enzél muso, perdonatemi la licenza massese).

Che fare? Partecipare anzitutto all’asta del 21 p.v., anche solo presenziare per stare in contatto con F.; accanto a questa iniziativa sarà, spero, lanciato un programma di donazioni e soprattutto un crowdfunding che possa permettere a ciascuno di noi di dare un apporto proporzionale alle sue possibilità.
Sapete che sono realista, quindi il mio auspicio ha carattere più di medio-lungo periodo ed è che si possa trovare un socio oppure un compratore che perseveri nell’indirizzo di affiancare all’attività commerciale l’attenzione verso la poesia e la cultura.

il multireading di dicembre cui partecipai pure io

la cartolina-invito al multireading cui partecipai pure io

Written by Roberto R. Corsi

13 aprile, 2016 at 09:47

Offret (A. A. Tarkovskij, 1986)

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Giusto una riflessione domenicale.

Ieri finalmente ho visto il poco reperibile Sacrificio, canto del cigno del grande regista russo vissuto per qualche tempo anche a Firenze (precisamente in via San Niccolò). Di tutte le frasi del film, altamente speculativo ma anche altamente religioso in più sensi, ho annotato sul mio taccuino questa, pronunciata fuori campo dalla voce di Viktor verso la metà della pellicola:

embedEcco, mi sembra che questa riflessione coinvolga profondamente la figura del poeta contemporaneo, sempre più bisognoso, per le logiche di diffusione del prodotto, di accompagnare i suoi libri di poesia con una massiccia dose di “messe in azione”: reading, performance, dj set, tournée.

L’idea del capolavoro lontano dal proprio creatore sembra essere – ahimè, per quel che mi riguarda – in pieno Sunset Blvd.
Il creatore dunque, secondo il cineasta (notoriamente “figlio d’arte” poetica), è sempre più attore e sempre meno poeta. In un cocktail apparentemente composto di contrarî, ma evidentemente, a oggi, miscibile.
Corollario: meglio a questo punto recensire i libri (le partiture) o l’autore stesso (la loro esecuzione, l’autore nel tempo come voce poetica ed enciclopedica, progressivamente arrichita delle sue opere performate)?
Naturalmente continueremo a occuparci dei primi, ma le recensioni stricto sensu saranno spesso monche della valutazione della dimensione performativa, quindi – paradossalmente – di quello che ormai legittima, per opposita secondo T., il poeta (non a caso ci siamo imbattuti di recente in un’artista che con intelligenza si definisce “poetrice”).

Di solito non mi sento molto affine al cinema di T., o meglio ne riconosco il magistero tecnico ma mi ritrovo poco nella sua religiosità (eccezion fatta, in parte, per la tematica della perdita dell’innocenza dell’uomo in rapporto al deus sive natura). Dopo la visione di questo film – senz’altro meritevole – lo ringrazio per il riciclo della mia sensibilità a-performativa (ammesso e per nulla concesso che io sia un poeta o che prima o poi lo diventi).

un fotogramma del film

un fotogramma del film

Written by Roberto R. Corsi

10 aprile, 2016 at 08:49

Gabriella Maleti (1942-2016)

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coverIeri, a distanza di una settimana dalla sua scomparsa, ho potuto pubblicare su Perìgeion una scelta di poesie di Gabriella Maleti.
Il link all’articolo lo trovate in calce a queste poche mie righe.
Sempre in calce trovate i collegamenti per scaricarlo in formato ebook (qui a lato ne vedete la copertina).
Si tratta di ben 28 29 poesie [grazie a Marco Simonelli per avermi suggerito di includere anche la prima poesia dedicata a “La donna nana”]; la difficoltà della scelta è già indicativa della buona fattura.
Un cospicuo florilegium, non semplice da seguire dallo schermo del pc; perciò ho fatto in modo che chi è dotato di un ebook reader (o un tablet, uno smartphone etc.) possa scaricarsele e portarsele in giro, magari all’aria aperta.

Gabriella era un’amica da circa dieci anni, e, stante la mia poca socialità che si è riflettuta nella rarefazione delle occasioni per vederci, credo che non sapesse che ho molto apprezzato le critiche che a suo tempo operò al mio libro di esordio.
Essenzialmente mi eccepiva il carattere asistematico della raccolta.
Emiliana d’origine, dunque schietta di natura, diceva – con affetto – pane al pane.
Non credo di avere del tutto recepito il suo consiglio, principalmente per motivi temperamentali, ma ci ho molto riflettuto.
In questi giorni ho ripercorso voracemente la gran parte della sua opera poetica, e mi è risultato evidente cosa intendesse. Anche nelle sue opere più speculative, in cui lo slancio lirico svaria e si avvolge quasi a spirale, resta sempre presente una domanda di fondo. Antropologica, per lo più, e duale: parola e silenzio; ricordo familiare e tempo presente; sonno e morte (ipnos e thanatos, d’accordo, ma soprattutto d’après Pessoa); “prima” (modenese, milanese) e “poi” fiorentino; tramonto della vita e smania di vita (nell’ultimo, notevole, Vecchi corpi, uscito digitalmente per LaRecherche solo tre mesi fa).
Ripercorrere in pochi giorni un poetry span di 33 anni (ho preso in esame le poesie dal 1981 al 2014) mi ha fatto toccare con mano il formarsi di uno stile sempre più definito, in cui il nocciolo di cui sopra si è progressivamente cementato entro una crescente consapevolezza musicale e ampiezza lessicale.
Ciao Gabriella, non ti dimenticherò.

Detto questo, ecco i link alla mia scelta di poesie:
Leggi l’antologia sul sito di Perìgeion: Gabriella Maleti (1942-2016). Una scelta di poesie
Scaricala in formato ebook: ePub oppure Kindle (mobipocket).

Altre risorse per chi volesse ampliare il discorso:
il sito personale (dove si trovano altre poesie, anche ante 1981);
i siti delle Edizioni Gazebo e de L’Area di Broca, realtà editoriali per molti anni condotte assieme a Mariella Bettarini.

Molti libri di Gabriella (cinque sui sette presi in considerazione, più uno di fotografie) sono liberamente scaricabili online per intero, presso l’archivio Gazebo o come ebook LaRecherche. I restanti titoli sono acquistabili c/o Gazebo.

Written by Roberto R. Corsi

4 aprile, 2016 at 08:52

Rosaria Lo Russo, Nel nosocomio (su Perìgeion)

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Oggi su Perìgeion esce la mia nota (con una scelta di 9 poesie) al bel libro di Rosaria Lo Russo. Uscito nel febbraio scorso per i tipi di Effigie, rivede e amplia significativamente la precedente edizione del 2011. In esso tutto lo strumentario della “poetrice” mia concittadina si esprime in piena libertà.
Leggi l’articolo direttamente sul sito di Perìgeion: Rosaria Lo Russo, Nel nosocomio

Written by Roberto R. Corsi

2 aprile, 2016 at 09:33

Giorgio Caproni, “Il Terzo libro e altre cose”, nuova edizione.

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la nuova copertina

Intendiamoci: qualunque cosa esca di Giorgio Caproni, qualunque cosa abbia l’effetto di sospingere l’attenzione di pubblico e critica verso questo grandissimo (allo stato della mia conoscenza, come si dovrebbe sempre dire prima di un superlativo, il più grande) del nostro novecento in versi, non può che farci bene.
Però non posso accogliere la recentissima riedizione di questo storico libro della “bianca” Einaudi con entusiasmo, nonostante la fattura delle poesie e di ciò che, dopo quasi mezzo secolo, le accompagna, ossia il saggio in coda di Luigi Surdich e la pregevole cura di Enrico Testa, che stimo e col quale concordo sul giudizio d’ineguagliata grandezza del poeta nel secolo scorso.

L’operazione non vuole, né potrebbe, aggiungere niente di inedito, ma riprodurre “oggettisticamente” – pur con una differente lirica in copertina e con l’aggiunta dell’apparato critico di cui già abbiamo detto – la singolarità di un libro (1968) che da un lato volle sintetizzare l’esperienza in versi fin lì occorsa, dall’altro – anche per il fatto che alcune poesie trasmigreranno ne Il muro della terra (1975) – guardare agli sviluppi dell’espressione caproniana.

I problemi sorgono per chi come me pensa che il tardo Caproni surclassi il precedente. Il tardo Caproni, ossia quello da
Il franco cacciatore, dunque dal 1982, in poi; e qui lasciatemi dire come, in un panorama attuale in cui conta di più se sei ggiòvane della qualità dei versi che scrivi, contemplare un filotto di capolavori scritti dai settant’anni in avanti sia un dato piuttosto consolante!
Questo Caproni surclassa il precedente proprio in quel che annota Testa a proposito del libro di cui stiamo parlando, cioè nel «modo vissuto» di una lingua poetica fatta di continue interrogazioni, esclamazioni, interruzioni e riprese del discorso. Ancillare alla continua, dolorosa e dubbiosa ricerca del Nostro.
Filtrato da queste considerazioni, il libro appare un’uscita debole, perché la componente del Terzo libro direzionata in avanti (cioè verso la compiutezza di questa lingua) è palpabilmente inferiore rispetto a quella retrospettiva.
Anzi: doppiamente debole! in quanto, avventurandoci fuori dall’omnicomprensivo Meridiano con l’intero opus poeticum, non sono state messe in opera – a parte questa – analoghe ristampe di opere caproniane singolarmente prese. Ristampe che per le ultime opere – Il franco cacciatore, Il Conte di Kevenhüller, Res amissa; tutte irreperibili uti singula – non smetto di auspicare. Ma attorno alle quali continuo a respirare un quantomeno vago sentore di embargo, come già scrissi in occasione del centenario. Non essendo in me ancora venuta meno, a distanza di un quadriennio, la mestizia per questo paese suscitata dalle esternazioni del figlio Attilio o dal contestuale articolo de L’Avvenire (ho già detto quel che penso al link qui sopra). O ancora dagli incontri letterari che scaturirono nella mia città in occasione della ricorrenza, tutti “Genova e ammòre” e nessuno orientato sul «lucido e rastremato e geometrizzante poeta del vuoto e del nulla», citando ancora l’ottimo Testa.
Haec tempora, haec Italia. Nondimeno, ammetto che tutto ciò m’indisponga; e ammetto di vedere anche la riesumazione di questo Terzo libro, e non d’altro, in questo cono d’ombra.

Un progetto, in conclusione, che ha sicuramente la sua importanza “archeologica”, che consiglierei allo studioso però non al neofita né, soprattutto, a chi punti al Caproni più potente. Meglio, per costoro, conservare i soldi per acquistare il meridiano. Qualche risparmio aggiuntivo e la vista che si schiuderà sarà immensamente più estesa e ammaliante. 

Written by Roberto R. Corsi

23 marzo, 2016 at 19:21

#worldpoetryday – Consorzi non consorti (inedito)

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AldaMerini

Il doodle odierno con Alda Merini (nata il 21 Marzo del 1931)

È orribile celebrare la giornata mondiale della poesia con parole proprie, ma voglio divagare a modo mio sulle pompose affermazioni che oggi campeggiano sui giornali. Proprio come per la commemorazione dei defunti, molti si ricordano di qualcosa solo nel giorno “istituzionale”. Non è il caso di lamentarsi, anzi ben vengano le iniziative ufficiali che son volte a stimolare e motivare. La percezione però che la poesia “ci sia essenziale” e “non ne possiamo fare a meno”, come scorgo nelle pagine culturali odierne di Repubblica, mi sembra ormai ristretta a un’élite (come del resto è ormai quella che legge i giornali). 
La poesia è di circa due anni fa ed è parte della mia ultima raccolta inedita, che temo resterà tale. Come spesso avviene, romanza un fatto realmente accaduto che, non fossi già depresso di mio, m’avrebbe fatto star male per giorni. 


Consorzi non consorti


Mi han trascinato vicino alla stazione, in un ufficio candido
di sapientoni; non so perché, è venuto fuori
che scrivo poesie. Lo avrà detto mio padre, puntualmente e a ragione preoccupato
ch’io non sia, non esista. Devo fare la ruota,
fermare un buco nero con una mano alzata.
Stavolta è andata male. L’ippopotamo in capo: “Guardi, qui
di poesia non c’intendiamo, né ce ne interessiamo,
abbiam da lavorare, il tempo è poco,
ci sogniamo di avere i grilli per la testa”.
Ho perso l’occasione
del contropiede: “È lei che ci rimette”;

spiace solo per una
glaucopide Simona.
Ma cosa vuoi spiegare, lascia stare;
tanto più che dal meeting successivo, i padroni
hanno avocato a sé il contatto diretto. Poi il silenzio, nessuna mail
curiosa a quanto mi risulta, mittente
nessuna bella Simona, statua che volesse aprirsi il senso
della poesia di nascosto dal boss. Queste cose avvengono
solo nei nostri fogli non contabili, che non contano nulla.

Written by Roberto R. Corsi

21 marzo, 2016 at 11:16

Viola Amarelli, L’ambasciatrice

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Ho a lungo posposto una recensione all’ultimo libro di poesie di Viola Amarelli, L’ambasciatrice, rinviandovi, se ricordate, a quanto aveva scritto Francesco Tomada su Perìgeion. Con la mia imperdonabile lentezza (mi risolvo ora che è imminente l’uscita di un nuovo libro di Viola) ho però quantomeno guadagnato maggior accuratezza di cronaca, potendo esultare perché dopo l’edizione cartacea del libro (Sartoria Utopia), esaurita quasi all’istante, è ora liberamente scaricabile la seconda edizione in free ebook presso Smith&Laforgue

ViolaAmarelli

L’A. (img via CarteggiLetterari)

Pochi Autori sanno dare ai loro versi una connotazione sapienziale come Viola, che come sempre punta il suo sguardo verso la necessità di ricondurre la realtà alla sua dimensione semplice e organica, predicando distacco, demistificazione, “emanciparsi dall’incubo delle passioni” (cit.), capovolgimento di prospettiva: a un livello superiore di comprensione, ma di sesto grado nella messa in pratica, «la vita è l’arte di essere perdenti», si legge in en plein air.
Uno sguardo certamente imbevuto d’oriente perché lo stesso atto della scrittura è concepito come un mandala la cui percezione scorre parallelamente alle pagine: il libro è compreso tra un’apertura ostica all’eventualità stessa del disporsi in poesia «Troppo difficile da dire | E tu non dire» e una quasi chiusura (Fama: «in fondo | a margine | sotto | una postilla – et alia – | cancella anche quella») in cui sembra di poter sfiorare la mano che pone nel nulla (la stessa illusione de) la creazione. Per poi ricominciare? Probabilmente sì.
Le sezioni del libro fluiscono, ciascuna nella propria originalità di argomento e stile. Quella che dà il titolo all’opera ha un impianto maggiormente narrativo, presentandoci l’intreccio tra più personaggi femminili (uno dei quali traduce Rumi, poeta ovviamente molto vicino alla inclinazione di Viola).
Ma a lasciare il segno sono soprattutto le parti in cui la scrittura procede per brevi tratti, per frammenti a volte aforistici a volte lirici.
Indicherei i migliori risultati nella sezione io scrivo te, rivolta a decostruire e a squagliare nel reagente del sarcasmo e dell’ironia – che pure «non salva» – il desiderio di fama letteraria e le storture comportamentali, i calcoli cui inevitabilmente porta. Questa gara d’ambiziosi cui quotidianamente, come poeti d’argine e margine, si assiste. Quando è sempre più chiaro che «non abbiamo niente, niente da dire».
Più ancora, nelle stanze amorose che precedono, dove l’amore è fotografato nel momento panico de la liberazione da esso, in una poesia memorabile:  

Per tutte le stelle, per gli orli dei lampi
e il fischio dei venti, un grande miracolo
la viva apertura
la gioia che è risata, sentite,
ascoltate voi saraghi al mare,
antilopi all’erta e cervi volanti,
pistilli e rizoma, ramaglie e anche humus,
la liberazione – io non l’amo più.  

e ricondotto alla sua immediatezza, in fondo salvatrice, di impulso erotico (vecchiaia; Teresa ex depressa).

Pur essendo pienamente in possesso dello strumentario poetico, giocato in molti passi anche qui tra citazioni cólte e variazioni enigmistiche, la poesia di Amarelli attinge il suo valore dall’antiretorica, dalla capacità di scrostare, senza alcuna animosità (o forse con animosità controllata quando si parla di poeti), il mondo dalle sue costruzioni, istintive (trahimur omnes studio laudis) o culturali che esse siano. In questo senso, nonostante (o forse grazie a) la comunanza di elementi con l’approccio buddista, mi preme definirla come una poesia assai lontana dal mistico, poiché punta le sue fiches su ciò che realmente è, sulle nudecrudecose (per citare un titolo passato), senza rivestimenti.
“Leggete le poesie di Viola e vi ci fidanzerete (cit. Leopoldo Attolico)”

Written by Roberto R. Corsi

19 marzo, 2016 at 19:52

sotto un cielo irraggiungibile: “Latitudini delle braccia” di Nino Iacovella

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Poi nei pressi del piccolo lago scorgemmo | la pace delle rane | lì dove buttammo le pietre | per vederle saltare dall’acqua: | come sprofonda a volte il masso senza colpire | altre volte c’è il sangue che torna a galla, | e a chiudere gli occhi non puoi | che immaginare lo scempio, | mentre a riaprirli è come sperare | che tra le proprie mani non ci sia tutto quel vuoto, | che la pietra sia lì come prima di colpire

l’Autore (img poesia.corriere.it)

Questo passaggio che si trova a p. 46 dell’ultimo libro di Nino Iacovella, Latitudini delle braccia, uscito già da un triennio per deComporre Edizioni, fa a mio avviso da spartiacque ma soprattutto da piano dell’opera, dividendo il libro idealmente in due parti e fotografandone lo spirito. Prima il sangue che torna a galla, ossia il lacerante ricordo delle stragi, della guerra vissuta non in prima persona bensì sulla propria terracarne (si cita spesso, implicitamente, Franco Arminio), nei luoghi delle proprie origini; poi il riaprire gli occhi e ritrovare il vuoto – nella mano che, in un traslato emozionale, ha operato lo scelus, ma anche, estendendo lo sguardo, il vuoto stesso dell’esistenza di chi resta: il vuoto come risultato, in tutte le tonalità del sentimento di estraneità, in se stessi come negli altri.
Iacovella ci concede scatti di Polaroid che restano inchiodati nelle sinapsi del lettore, forti di un’espressività che – è stato scritto da Alessandra Paganardi nella sua nota introduttiva – ricostruisce e scava senza emettere giudizi diretti; soprattutto, direi, senza cedere (a dispetto di alcuni richiami titolistici) alle lusinghe del “salto immortale” nell’escatologico.
Le due metà ideali in cui il libro si squaderna sono bilanciate e ci consegnano entrambe un incedere poetico di alto livello, uniforme, mai al di sotto della soglia di tensione che lo vivifica, e con singoli esiti di rilievo.
Mi hanno colpito i due quadri di cui è composta la poesia Food for the ants (pp.86-87), dove la triste cronaca nera è preceduta dall’invenzione poetica, e il proprium della lirica, cioè un suicidio, è tratteggiato semplicemente nella sua rappresentazione sociale anti-etica e persino anti-utilitaristica: «un ingombro al senso di marcia delle persone».
Mi resterà dentro l’immagine della madre di Nino in visita a Milano (p. 91): «Lei felice di stare in un fast-food, | stare al passo con le novità | un altro modo per avvicinarmi || E non basta a sorridermi quel suo modo | di fare un vuoto prima delle parole | quanto il suo fondo di verità, | di aver voluto i figli | per farne una bracciata in più | sulla superficie dell’abisso». Una madre tenera e arrendevole, consapevole dell’(in-)significato della vita, franca, umana nell’incapacità di resistere – forse per amore materno, forse è un rilievo generazionale – allo sradicamento culturale (di cui è attore anche il fast food) alla base dell’alienazione contemporanea, o magari lungimirante nel percepire la futilità, anche in una generazione ben più forte e determinata di quelle successive, di ogni resistenza.
Ma soprattutto devo correre il rischio di essere additato come lettore superficiale: diffidate, di norma, di chi vi scrive che ha apprezzato soprattutto la poesia d’apertura del vostro libro – spesso si è fermato a quella! In questo caso, tuttavia, Iacovella cala subito un asso di danari impossibile da sottacere e tale anche da silenziare ogni possibile dubbio di poesia di circostanza. La lirica che apre la raccolta (p. 19), dedicata a una vittima della strage di Bologna, possiede un equilibrio perfetto tra violenza e sospensione aerea. La associo al titolo del libro e vengo investito da una raffica di squarci taglienti: i brani del corpo, tra cui le braccia di «insostenibile peso» (e va notato che a p. 42 “braccia” è accostato a “radici”), che vengono proiettati lontano; il «cielo irraggiungibile»; le domande sulla «faccenda della vita»; la stessa solitudine che rimane tra le macerie, come un lacerto strappato agli arti inferiori, «mescolata a terra, indistinta tra | lamiere storte, viscere e sangue».

Latitudini delle braccia è una raccolta che riesce efficacemente a mettere in relazione passato e presente, parlandoci di molto di quel che realmente accade (o non accade), dicendo molto anche del suo Autore senza alcuna patina autoreferenziale o vedutistica (p. 102): «Dalla veranda dell’ipermercato | il tramonto appare un’ultima finzione, | la parte scura di un azzurro | che ci cade addosso, per ferirci».
Un libro importante, diacronico, che consiglio assolutamente e del quale auspico una diffusione capillare.

[Nino IACOVELLA, Latitudini delle braccia, Gaeta: deComporre Edizioni, 2013, pp. 136]

Written by Roberto R. Corsi

17 marzo, 2016 at 19:01

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