Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Archive for the ‘poesia’ Category

sempre [con]corsi e mai non giunsi al fine: Bookblister vs. concorsi letterari

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ci sono articoli che, per lucidità di analisi e corrispondenza col mio sentire, non necessiterebbero di alcuna aggiunta: come quello in cui mi sono imbattuto ieri, a firma Chiara Beretta Mazzotta, sul suo noto portale Bookblister.
Qui il link all’articolo, link che vi consiglio caldamente di seguire.
Nel breve spazio di un post, Chiara disseziona l’alluvione di concorsi letterari secondo poche e corrette idee-forza. Non solo un demotivational (quasi sempre conviene usare le famigerate “quote d’associazione” o tasse d’iscrizione per altro, magari per comprarsi un libro, si scrive nella chiusa), ma un’occasione per delineare alcuni concetti chiari e a me da sempre cari:

a) nessun medico prescrive di indire un concorso: o hai i mezzi (tuoi, o di un terzo sponsor) o non li hai, e allora fai qualcos’altro. Dunque chiedere sostegno all’Autore non regge mai;

b) il concorso letterario a pagamento è il dioscuro, il gemello della pubblicazione a pagamento. Su questo aspetto, che ha risvolti psicologici e antropologici (soprattutto nella favela – un tempo favola – della vita dei poeti), non trovo parole migliori di quelle di Chiara: Il guaio qui è che ci stiamo assuefacendo all’idea che per pubblicare tocchi sborsare qualcosa. Che è una evoluzione in negativo della convinzione che scrivere sia un hobby e vada fatto gratis (e se ti pubblicano, evviva!, ti prostri davanti all’editore che ti ha fatto la grazia), una convinzione che c’entra assai con l’immagine triste di un autore che gira l’Italia a sue spese per promuovere il libro per cui magari non ha manco preso un anticipo;

c) infine, una parte di responsabilità per quanto sopra grava anche sulle riviste, i siti specialistici, e gli stessi concorsi anche virtuosi: i quali, non separando il grano dal loglio, e trattando congiuntamente, in uno stesso calderone, l’editore/il premio virtuoso con quello che non lo è, alimentano promiscuità e rassegnazione.

Ma ho scritto anche troppo. Complimenti a “Bookblister Chiara” e buona lettura dell’articolo.

A margine, senza che l’articolo – meritevole ex se – appaia come pretesto, ribadisco che il mio impegno come giurato del Babuk si fonda proprio sulla sua gratuità d’accesso e sul premio in moneta per il podio dei vincitori. Di fronte a una contrazione del gettito da sponsor, gli admin del premio han reagito non chiedendo tasse ai concorrenti, bensì lanciando un crowdfunding (quindi una “sponsorizzazione collettiva” rivolta al pubblico indistinto) per provare a reintegrare i premi dello scorso anno; il tutto con piena trasparenza e senza che la mancata raccolta infici il minimum standard garantito nel bando.

Written by Roberto R. Corsi

12 gennaio, 2017 at 11:01

Jim Harrison, cinque poesie

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Cimentandosi in una sommaria analisi del 2016 che ci lascia, mi è facile caratterizzarlo con la falcidie di beniamini della musica dei miei tempi (quindi di una parte di me); anche la poesia (lo ricorda, tra gli altri, Franco Buffoni su fb) ha accusato perdite gravi – Maleti, Zeichen, Insana, Pennati; ma forse l’anno bisesto andrebbe ricordato soprattutto per aver dimostrato come sia possibile attuare uno sterminio o un’escalation autoritaria nell’inerzia (quando non nel disinteresse) della comunità internazionale.
Sul piano personale, il dono peggiore di quest’anno è stato quello di farmi sentire per la prima volta vecchio. Dite: lo eri già. Certo, ma non mi sentivo tale. C’era ancora qualcosa – un luogo, una nuotata autunnale, la prospettiva di una passione, o anche solo di qualcuno che risponda ai tuoi messaggi in codice – che mi proiettava in un teatro fantastico. Non più, almeno per adesso. La prima vittima è la mia poesia, che oscilla tra l’overdose di cinismo e la sparizione. Non è il massimo, speriamo bene.

Intanto mi è stata rivelata la poesia del tardo Jim (James) Harrison, altra vittima del 2016 (26 marzo). Qui in Italia lo conosciamo maggiormente per i fortunati adattamenti cinematografici dei suoi romanzi (Revenge, Vento di passioni, Wolf), ma la sua produzione poetica è stata più copiosa di quella narrativa; in più, lui l’ha sempre considerata «la vera ossatura della mia vita». Una vita non certo priva di traumi (la perdita di un occhio in gioventù, la morte di babbo e sorella in un incidente d’auto). Nella sua raccolta edita appena un mese prima della morte, Dead Man’s Float (Fare il morto a galla), Harrison si è misurato – ecco il nesso – con vecchiaia e coscienza della fine, peraltro sempre con una venatura leggera e onirica. Ho trovato sette poesie su LitHub; le cinque di cui tento la traduzione, quelle che mi paiono più coese, sono quattro di queste, più un’altra tratta dall’anteprima Google del libro.
Le poesie sono in ordine sparso. Nel libro, significativamente, l’ultima che trovate qui – con valore di epitaffio – le precede tutte. Scelgo di mantenerla in fondo alla selezione, come su LitHub.

Buona lettura e buon 2017.

***

A sette anni, nel bosco

Davvero son così vecchio come sono?
Forse no. Il tempo è un mistero
che ci può rivoltare a testa in giù.
Ieri nel bosco avevo sette anni,
una benda a coprirmi l’occhio cieco,
in un letto avvolgibile che mamma ha preparato
perché potessi dormire là fuori, nel bosco,
lontano dalla gente. Un serpente giarrettiera
è passato senza accorgersi di me. Una cincia
si è posata sul dito scoperto del piede:
così lieve da non credere che fosse reale. La notte
è stata lunga e le cime degli alberi
dense di migliaia di miliardi di stelle.
Chi ero – mezzo cieco, sul pavimento del bosco –
chi ero a sette anni? Sessantotto anni dopo
posso ancora abitare quel corpo di ragazzo
senza pensare al tempo che è intercorso.
È il peso della vita: avere molte età
senza potere scorgere la fine del tempo.

***

Dolore

Il dolore è al volante,
sterza a sinistra e a destra ormai da un anno.
Costa una fortuna che io non ho
provare a liberarsi del dolore. Magari una ragazza
o della vodka in più potrebbero aiutarmi, ma ne dubito.
O un viaggio ai tropici, dove il dolore se ne andrebbe per ebollizione,
come in quella capanna rovente l’estate scorsa, in cui ti sei svegliato
pensando d’essere manzo essiccato messo a bollire in pentola.
Vorresti darci su, gettare la spugna, però
non puoi, perché sei tutto ciò che hai.
Forse dovrebbero farti fuori come un vecchio cane
come il nostro adorato cocker Mary, che è vicino
alla fine, paralizzato. A differenza di me,
lei è felice per gran parte del tempo. Lungo le passeggiate
lei continua a cadere e io la tiro su ogni volta
per rimetterla in marcia. Sembra che sorrida.
Nessuno di noi due vuole morire
quando c’è ancora del lavoro da fare,
altre creature da cui farci prendere di sorpresa,
del cibo da mangiare, un torrente da guadare –
sebbene io speri, alla fine, di chiedere a Dio
di spiegare per intero il senso di Verdun, dove morirono in trecentomila.

***

Vecchio

Un vecchio è una lunga pila di rottami
così fragile da poter cadere da sola
da cima a fondo.
Non ci vuole uno specchio per vedere gli strati
di detriti – alcuni anni ne sono ostruiti.
Lo strato rosso sangue delle morti per auto
di papà e sorella. Morti ficcate come tronco scortecciato
nel muro della casa, il corpo – novanta chili di terminazioni nervose
devastate dal male. La pila di rottami
non ha simpatia per se stessa. Una vita è una vita,
vissuta tra uccelli foreste e campi.
Ha conosciuto molti cani, un po’ di orsi e lupi.
Alcune donne hanno detto che lo volevano uccidere,
ma cosa c’è lì che valga la pena di uccidere?
Il corpo, naturalmente, il corpo criminale
che ha fatto questo e quello. Qualcuno cercherà
miracolose pepite auree nella pila
e troverà un pezzo di oro degli sciocchi (1) nelle lattine vuote
di Menudo, una zuppa messicana di trippa.

***

Ponte

Il grosso della mia vita l’ho speso
a costruire un ponte sopra il mare
anche se il mare era troppo vasto.
Sono fiero del ponte
sospeso sulla pura aria marina. Machado
è venuto a trovarmi e ci siamo seduti
alla fine del ponte, che è stato una sua idea.
Ora che sono vecchio il lavoro procede a rilento.
Con la morte che è sempre più vicina, mi piace stare qui
in alto sopra il mare, infagottato
per le tempeste artiche del tardo autunno,
il risonante schianto e lamento del mare,
la profondità dei verdi spazi tra un’onda e l’altra.
A volte il mare ruggisce e ulula proprio come
l’animale che è, un vasto e vivo continente.
Che bellezza in tutto ciò, la più oscura delle musiche
sulla quale puoi udire la più chiara, quella dell’agire
umano, la delicata connessione tra uomini e galassie.
Così siedo sul bordo, agitando i piedi sopra
l’abisso. Stanotte la luna mi starà in grembo.
È questo il mio lavoro, studiare l’universo
dal mio ponte. Ho il cielo, il mare, la tenue
striscia verde di foresta canadese sulla riva lontana.

***

Dov’è Jim Harrison?

È caduto dalla scogliera di uno zafu (2) di venti centimetri.
Non è riuscito a rialzarsi per via dell’operazione.
Crede nella Resurrezione, più che altro
perché non gli hanno mai insegnato come non farlo.

***

NOTE:
(1) locuzione che indica la pirite;
(2) cuscinetto rotondo per la meditazione Zen.

Written by Roberto R. Corsi

31 dicembre, 2016 at 12:00

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Teresa Zuccaro, Tredici treni

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Perìgeion chiude l’anno con la generosità di una cara amica e poet[ess]a che ci invia per intero una sua raccolta di poesie inedite… Sono molto felice di tutto ciò, anche per aver compreso che la poesia di Teresa, dopo le pubblicazioni in volume e rivista di circa un decennio fa, ha continuato a muoversi, seppure in modo carsico e con la sua connaturata discrezione.

Segui il link, leggi e gioisci: Teresa Zuccaro, Tredici treni

Written by Roberto R. Corsi

31 dicembre, 2016 at 09:38

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Regalo di Natale: Ammirazioni

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Importante. Ho completato la migrazione del mio vecchio taccuino su tumblr verso un nuovo blog di wordpress, molto meglio strutturato e più fruibile, nel quale continuerò ad annotare le vostre e le altrui poesie che mi colpiscono; come faccio – coff! coff! – dal 2007.
Fateci un giro e poi, se volete, segnatevi l’indirizzo, aggiornate il segnalibro, iscrivetevi per le nuove entrate, etc.:

http://ammirazioni.wordpress.com

Ho approfittato anche per dare una sistemata, correggere link non più funzionanti… E ammirare, giustappunto, ora come allora, la scrittura di persone cento chilometri avanti a me: Labranca, Argentino, Damaggio, tanto per fare qualche cognome in corsa. Una consolazione, quando la propria voce inesorabilmente si fa fioca.

Intanto, serene festività a voi e ai vostri cari.

Written by Roberto R. Corsi

23 dicembre, 2016 at 09:33

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Notazione a matita (#unversoperRobinson)

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robinson

per la giornata di oggi 2 dicembre (e solo per oggi) c’è questa iniziativa targata Casa Lettori. (vedi il banner)
Senza eccessiva originalità, ho preso un verso da un inedito (che resterà tale) di maggio di quest’anno. È un pretesto anche per dare aria al cassetto. Già che ci sono vi squaderno il tutto, il verso è in grassetto corsivo.
UPDATE del 4 dicembre: l’iniziativa non è stata ca…lcolata dal domenicale, almeno a una prima lettura. È stato da un lato bello crederci e cimentarsi, dall’altro lato amarognolo constatare come sempre io abbocchi alla trappola della effimera notorietà (che, scriverselo sul palmo a pennarello, non arriverà).

__________________
NOTAZIONE A MATITA

Non c’è bisogno d’esser Sylvia Plath
o il cugino di Elio
per morire più volte.
E non è manco vero che muoriamo
solo un poco ogni giorno, come Seneca insegna
o avverte la Medeiros scambiata per Neruda.
Io muoio tutti i giorni a tutta birra,
pienamente, 
da quella notte in cui ho toccato il culmine
del suo corpo inarcato, conca e vertice
dentro un raggio di luna
(ingannando natura). 

Maggio 2016

Written by Roberto R. Corsi

2 dicembre, 2016 at 09:39

Mauro Caselli, sette poesie (su Perìgeion)

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per questo mese di novembre propongo su Perìgeion le poesie del triestino Mauro Caselli: lungo tre raccolte, il poeta incastona i suoi dubbi esistenziali e di scrittura in una forma quasi sempre endecasillabica, spesso rimata e sonettistica.

Buona lettura: Mauro Caselli, sette poesie

Written by Roberto R. Corsi

18 novembre, 2016 at 09:43

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#Somiglianze40 – 12 poesie

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foto mia su Instagram

foto mia su Instagram

L’altro ieri, alla Casa della poesia di Milano, Milo De Angelis ha festeggiato con amici, appassionati e colleghi gli “anta” del suo libro d’esordio, Somiglianze, ottava uscita dei Quaderni della Fenice di Ugo Guanda.
C’era un pieno inusuale per un evento poetico; a questi link vedete qualche foto: 1 e 2 (richiede login fb).
Non potendo esserci, mi sono procurato il libro al “Vieusseux” – bellamente rilegato in mezza tela su cartonato varese, slurp – e me lo sono letto un paio di volte. Qui in foto lo sto stropicciando presso Piazza Oberdan… 

Entrée brillante, e il fatto che non conosca ristampe *integrali* dal 1990 (ma vedi sotto), nonostante la notorietà che l’A. si è guadagnato, la dice lunga sulle miserie editoriali e sulle aspettative che noialtri operai della poesia dovremmo nutrire.
Si vola subito alto – con una disposizione poetica originale, riconoscibile, che ancor oggi influenza massimamente autori ed editori – anche se a volte si avverte una certa forzatura di toni; provvidamente, non manca mai l’aggancio al concreto, all’irrazionale, al misero, al disperato, al ripetitivo: in una parola, all’umano, spesso còlto nella sua energia sessuale, resa con connotati che definirei “fideistici” a più livelli, entrambi laici (a-razionalità e fiducia).
Mi unisco agli auguri, Milo! In occasione della festa è stata presentata una riedizione di 21 poesie scelte: la copertina (guardala qui, richiede login fb) è praticamente uguale all’originale, salvo che alla “Fenice” si sostituisce un “Gallo stampino”!!! ; non l’ho ancora confrontata con la mia hit list. Visto che tra qualche giorno devo rendere il malloppo, controbilancio con una mia scelta personale, forzatamente stringata (da 21 “invertiamo” a 12).

***
La radio (p. 24)

Nessuno potrà abbracciare chi non ha vinto
il doppione gettato via
nell’acquitrino, il dito silenzioso
di quelli che « non ce la fanno ».
. . . . .
Talvolta anche in camera
si scopre il rapporto stretto, criminale.
Sono le quattro del pomeriggio
e comincia l’odio contro una voce
alla radio, che sussurra « vinca il migliore ».

*
Dove tutto è in relazione (p. 29)

Essendo stati chiamati
non è mai buio, qui,
ma è sempre più tardi, in mezzo
ai doveri, sui tram, immergendosi tra i cappotti
con le cose da finire, tutte le cose.
E anche adesso la pioggia
sui vetri lucidi
non può essere natura né storia
ma un episodio
che ogni inverno sa ripetere
vivente e circolare
mentre tutto esigeva una presenza diversa
che crede a ogni cosa
senza ripassarla, una cellula leggera,
sorriso del luogo giusto …

… forze, solo forze vischiose
tra la madre e la voce della mamma
come questi marciapiedi
che tentano di dividere
ma uniscono alle automobili
e questo vizio
di riconoscere, e i suoi comandi,
voce inutile, in piena bufera,
che viene baciata,
baciata … baciata …

Via Pacini. Piove, sempre di più.
Qualcuno mi ha chiesto l’ora.

*
Altro di un altro (p. 33)

Si uccidono così,
senza farsi notare,
sono disperati e discreti
e cadendo trattengono il respiro

amano così
e anche questo è amore.

*
Dovunque ma non (p. 35)

Parla a qualcuno

e risponde, è qualcos’altro ma
risponde: nessuno lo perdonerebbe
se ritorna ghiaccio, l’essere identico a sé
che non cammina.

Lui risponde, risponde

È dentro, deve continuare, in un ritmo
infinito, come una parola
scoperta da altre parole
deve parlare, bagnarsi in un fiume
che non è suo ma lo tiene in vita, e non ha rive.

E in questa strada di campagna
la ragazza si toglie il golf, abbassa il sedile
e non sa se sono in due, in tre, oppure è sola
ma continua, sente l’umido, muove i muscoli

« restami pure dentro »
« sei sicura? »
« sì, ti voglio dentro, ti voglio bene ».

*
Questo o qualcos’altro (p. 46)

Lei che
odiava i falliti, ma qui non ironizza più
ormai dentro, con il suo uomo
che a casa le salta sopra, o con la vergogna
di prima – spiegava – ballando tra le luci rosse
con la folla
d’avanspettacolo che nel tram, pigiata, preme
ancora quelle cosce (ma quali?)
e qui la facilità l’incredibile
facilità del racconto (le sue, « queste? »)
contro la verità
che ieri
si sarà detta da sola, tra il pettine
e lo specchio …

*
La ragione (p. 48)

La condanna
di tentare lo stesso
per qualcosa, su questo marciapiede, pieno di gente
mentre il dito tocca,
sa che ci sono, e non per un attimo:
finisce
la tragedia comoda di non essere nulla
bisogna continuare
il loro discorso, nelle vetrine, comprare
ciò che espongono: una risposta
una risposta storica
a chi domanda altro e subito
ma per uccidersi consegna la ricetta falsa, aspetta,
scruta
non può
soffrire per quello che vuole.

*
Diventare (p. 64)

Un’altra azione, nella vigna, per cogliere
questo moscato polveroso e dolce
tra le formiche
che percorrono il sudore
della schiena, affrettandosi
in un sole che asciuga tutto
mentre la pianura si allarga, e qualcosa
che era enorme scompare
scivola dal terrore fino al disagio
di diventare indifferente, fino all’ultimo
tremito, nulla.

*
Un perdente (p. 80, la mia preferita)

Fuori c’è la storia,
le classi che lottano.
Cosa fare dunque una volta per tutte
rifiutando il mondo
accettandolo al mattino
(« Era vero, sai, era profondo
il litigio con lei. Ma c’era un solo letto
e prevalsero i corpi »).
C’erano i confini
biologici e le grandi leggi del profitto.
Perciò inventò gli dei e l’interiore.
Alla sera, durante l’erezione
pretese anche un destino
(« dove sei stata
per tutta la mia vita? »).

*
Latitudine (p. 112)

Appena sciolgono
nel bicchiere le pastiglie
gli atleti iniziano la corsa. Ma uno
senza più forze, guardato da tutti
nello stadio, implora di morire
e a quelli che lo doppiano chiede di spiegargli
i mondi e le esclusioni, la leggerezza
che vince, le loro scarpette chiodate
mentre sfuggono vicine
e spiegare la sera, quando si getta tra le zolle
per essere amato, ma una sola volta
perché pesa troppo
il giuramento all’infanzia.
È la penitenza, grande, nei corpi
che la nudità ingrandiva, la ruggine: volevano
solo invecchiare
in un tempo uguale, per guardarsi, nel tremore
che l’erba custodisce:
ma falliranno, e le sue
gambe ferite tornano nel buio. Una sbarra è caduta.
Fa’ che la pioggia …

*
Il sogno delle tinte grigie (p. 123)

Non importava, nelle vie, sapere
cosa c’era dietro le case
e i vecchi dicevano: se usi qualcosa,
se lo usi bene,
puoi anche non capire cos’è.

*
Differire (p. 130, altra mia preferita)

Mentre una carezza si avvicina, leggera,
verso il centro
farla sarebbe già domani

capisco l’attimo prima del giusto
e quello giusto?
troppo tardi

se non toccherò il tuo viso
giustificami
perché dopo ogni gesto
ne faccio uno che lo prepara

No, tu sei misero
tu non entri nelle forze 

*
Né punto né linea (p. 135)

Come la goccia, sulla foglia, dopo il temporale
solo per la seconda volta

non ha mai conosciuto nessuno,
perché voleva essere preciso
fino alla morte

leggero zen, nel campo,
la forza che teneva gli uccelli in volo
(un’interruzione e cadrebbero)
diventa l’inferno di contarli.

___________
Milo DE ANGELIS, Somiglianze, Milano: Ugo Guanda (I Quaderni della Fenice, 8), Aprile 1976, pp. 150, Lit. 2000. Nuova edizione rivista: 1990.
Alcune biblioteche presso le quali trovare l’originale.

Written by Roberto R. Corsi

12 novembre, 2016 at 19:09

Leonard Cohen (1934-2016) sulla poesia

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Pronuncia le parole con la stessa precisione con cui leggeresti la lista della lavanderia. Una poesia non è che informazione. Se la gonfi e la declami con nobili intenzioni non sei migliore dei politici che disprezzi. Sei solo qualcuno che sventola una bandiera e che fa appello alla specie più bassa di patriottismo delle emozioni. Considera le parole come scienza, non come arte. Sono una relazione. Stai parlando a una riunione del Club degli Esploratori o alla National Geographic Society. Il tuo pubblico conosce tutti i rischi dell’alpinismo. Ti fanno un onore se li danno per scontati. Sbatterglieli in faccia è un insulto alla loro ospitalità. Digli quanto era alta la montagna, che equipaggiamento hai usato, sii preciso sulle dimensioni delle pareti e sul tempo che ti ci è voluto per scalarle. Non cercare di far sospirare il pubblico né di fargli trattenere il fiato. Se il tuo racconto merita sospiri o fiati sospesi, è qualcosa che il pubblico, non tu, dovrà decidere. Sarà nelle statistiche che presenterai loro, non nel tremolio della voce o nell’agitarsi delle braccia. Sarà nei dati e nella tranquilla organizzazione della tua presenza.

(Leonard Cohen, How To Speak Poetry, in Death Of A Lady’s Man, trad. e cit. in Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Roma: Il Filo, 2007(1), pp. 91-92)

Leonard Cohen, 1988 01

Written by Roberto R. Corsi

11 novembre, 2016 at 09:02

Francesco Tomada, Non si può imporre il colore ad una rosa

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img via Griseldaonline

È uscito un prezioso libro di poesie di Francesco Tomada per le edizioni Carteggi letterari di Natàlia Castaldi (che ne ha cura anche con una riflessione critica). Settimo di una collana da collezionare, è impreziosito dai disegni di Francesco Balsamo. Tomada è con me in redazione a Perìgeion e quindi corro il rischio di fare il iudex in re mea, per cui tralascio di dire che è uno dei migliori sulla scena e mi limito a proporvi un assaggio lirico, serbando a voi il gusto di delibare la sapiente composizione di dolori, luoghi, affetti, ricordi.

***

Cave del Predil

La miniera è chiusa da vent’anni ma qui tutto è ancora miniera.
Le case sono state costruite per i lavoranti, il museo si è preso
lo stabilimento dove si purificava il piombo, il pendio della
montagna è un accumulo di pietre scavate da là sotto.
Quando nevica d’inverno i fiocchi sono grossi e lenti, come
quando capovolgi le sfere trasparenti che contengono un
paesaggio.

Rovescia ancora quella sfera.
Che la neve cada verso l’alto e si raccolga nella concavità del
cielo.
Che la terra discenda nel vuoto delle gallerie da dove è
venuta.
Che tutti gli uomini risalgano salvi. Torna più indietro, prima
di silicosi e pleuriti. Fino alla festa di Santa Barbara, quando
vestivano i loro completi con ventinove bottoni dorati e
lo sguardo fiero di chi tutti i giorni scende nel mondo e lo
spacca davvero

*

Gorizia, Parco Basaglia

La rete che chiude il Centro d’Igiene Mentale
a oriente coincide con il confine di stato

al tempo della vecchia Jugoslavia
lì passava la cortina di ferro

per i malati anche sud ovest nord erano cortine di ferro
da nessuno dei lati era possibile uscire

allora andavano quasi sempre vicino al muro est
dove almeno le sentinelle serbe regalavano
qualche sigaretta

e magari un medico si sarà anche chiesto
come mai i matti di Gorizia
fossero tutti comunisti

*
ad A.

Io chiedo che cosa ha tua mamma
e tu rispondi un tumore

il male che non si può nominare
tu lo pronunci in modo disarmante
come dire tazza albero ombrello
un oggetto qualsiasi che esiste
e dunque parliamone pure

come se il cancro di tua madre
fosse una cosa da cui
tu puoi guarire

*
Elettropneus

Le prime auto che guidavo
si guastavano spesso forse perché
erano molto più vecchie di me

oggi basta un sondino elettronico
per capire cosa non va
allora invece Nino Schirillo
si curvava dentro al cofano
e faceva le prove, tentava

io intanto in officina guardavo i calendari
con le ragazze seminude dai seni perfetti
saranno di Roma o di Milano
di qualche grande città, mi dicevo
adesso parto e vengo a cercarvi
a vedervi dal vero

ma avevo sempre la macchina rotta

*
Rewind II

È proprio come dicevano:
da vecchi si torna bambini

sono io che non so capire
e penso a mio padre come se fosse
ancora quell’uomo di cui avevo paura
e invece lui ha di nuovo tre anni
e poi diventerà un neonato
e poi embrione e poi
niente

*
Un cortile

Mia nonna afferrava i conigli li sollevava
e con un bastone colpiva dietro alla nuca
        colpiva una volta sola

le bestie si irrigidivano ed emettevano
un fischio acutissimo
da allora quello è per me
il suono della fine

(quando io soffio fra gli incisivi
ne esce un rumore compresso
non riesco a spingere fuori
tutto il dolore

è una fortuna, non ho ancora
imparato a morire)

________________________
Francesco TOMADA, Non si può imporre il colore ad una rosa, Messina: Carteggi Letterari, 2016.
Acquista il libro dal sito della Casa Editrice
Immagine via Griseldaonline.it

Written by Roberto R. Corsi

10 novembre, 2016 at 12:43

Jack Russell Hoedown

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I’ tu’ hane ‘gli sta tra’ hoglioni anche mentre facciamo l’amore nella casa marmàta,
Cerco di concentrarmi quando sento un naso umido trafficarmi le braccia,
Mi parte un moccolo pensando alle croste sulle ginocchia della bellezza,
A questo intabarrato aggirarsi nella discarica delle sensazioni

Tu invece tutta divertita, hey puppy la nostra vita non ci basta,
Ha preso l’inebriante fragranza di un pasto ospedaliero,
Un tempo eri
bionda e atletica e l’assicurazione non mi rifonde il danno
Così ci lasciamo annusare e giudicare da cani, imprenditori, critici militanti.

(inedito, 1.11.16)

snif snif

snif snif

Written by Roberto R. Corsi

1 novembre, 2016 at 11:06

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