Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Archive for the ‘narrativa’ Category

Salvate il malato Gustavo (di Carlo Bordini). Un appello agli e-ditori

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Spendo volentieri due parole sul libro Gustavo. Una malattia mentale – opera narrativa del 2006 dello scrittore romano Carlo Bordini, che suppongo conoscerete già in molti come ottimo poeta.
Non è assolutamente facile, perché immergendomi nella lettura il romanzo-racconto si è dimostrato subito “un capolavoro personalizzato”, spingendosi, come fece qualche mese fa Haiducii di Labranca, a parlarmi della mia stessa vita in termini così specifici che non riesco più a sapere con certezza se il bene che io ci ravviso sia oggettivo o soggettivo. Sono quasi sicuro della prima ipotesi, però 🙂

La penna di Bordini, come un utensile da giardino, riesce, seguendo le sorti del protagonista, a localizzare nel profondo del terreno ed estirpare, portandole alla luce, le radici di un disagio esistenziale, che sono fondamentalmente la paura, un forte danno all’autostima ricevuto chissà dove e come, e un vuoto di esperienza e avvenenza che ha piegato la lamina del suo carattere, nonostante un’integrazione apparente nel sistema rappresentata da un lavoro (a bassa intensità) presso un ministero.
Questo a mio parere il nocciolo dello stato allucinatorio di Gustavo – stato allucinatorio che allaga e s’impadronisce della scena. Alla base però ci sono una paura tremenda e un senso di inadeguatezza verosimilmente impostogli sin dalla tenera età, poi auto-verificato nello scarso conseguimento relazionale. Non a caso una pagina memorabile del libro, crescente di tensione fino alla regressione infantile, è dedicata alla “paura e indegnità” del protagonista, a pp. 105-106:

Gustavo sentiva che questa strada gli era preclusa (…) per il suo infelice stato d’animo che consisteva nel fatto che mentre gli altri camminavano sopra il pavimento, ed erano grossi e camminavano con il passo sicuro anche se malfermo da vecchio, egli si sentiva come uno piccolo e storto e debole e bianco che vivesse e camminasse sotto il pavimento di legno, e lo guardasse, e sapesse di non poter salire lì ma sghignazzasse e ringhiasse e maledicesse di lì sotto sentendosi una gran morte dentro ma soprattutto un gran senso di paura e di indegnità di entrare sopra, e il temere terribilmente il confronto coi grandi e il sapere che se starai in mezzo a loro saranno cazzi tuoi e scopriranno la tua natura extraterrestre e ti linceranno con terribili forconi e falci e martelli [lo sfondo è verosimilmente una sezione della FGCI, ndr] pesanti come magli, e ti squarteranno e ti inculeranno e ti stupreranno e mangeranno le tue carni e mentre le mangeranno rideranno di te dicendo: “buona questa porchetta”, e tu ti troverai come una bambola spennacchiata a latrare nel buio e nel buio dei loro stomaci. E proprio per questa paura dei grandi degli orchi che ti mangiassero cazzo ti arrostissero in padella.e ti spernacchiassero e beffeggiassero dicendo: “questo qui non ce l’ha fatta, era uno stronzo”, egli sapeva che non si sarebbe mai avventurato sul pavimento di sopra, non era mica scemo, appena lo avessero visto avrebbero urlato e avrebbero detto: “eccolo, eccolo lì, prendete quello là, non deve scapparci vivo”. Ah! 

Quanto a me, vi basti che il termine indegnità ricorre già nel titolo del mio libro d’esordio, di un anno successivo all’uscita di Gustavo.

Ugualmente il vuoto di avvenenza femminile (ricorre nei miei titoli e) riveste, nei ragionamenti del protagonista e in una sporadica figura di nome Olga (forse stereotipo di donna bellissima dell’est, foriera di approvazione sociale: «Gli uomini che curavano la spiaggia erano molto gentili con loro», p.10), un ruolo fondamentale e ricorsivo soprattutto nella prima parte. Sia come sensibilità al fascino di donne descritte prima di tutto come “belle”, “seminude”, “sinuose”. Sia come tratto di insoddisfazione, di fronte al quale Gustavo mostra tratti evidenti di narcisismo patologico i cui effetti venefici rovesciano puntualmente sulla sua prima di tutto non avvenente fidanzata, Marina, sin dall’incipit in cui è lei a parlare prima di venire abbandonata dal protagonista: «Non sono niente… Lo sono solo nel momento stesso in cui lo faccio. Per il resto non sono niente».
Parallelamente, sempre nella prima pagina: «Egli sperava che un giorno lei diventasse bella. Immaginava: dato che lei è così brava, un giorno sicuramente diventerà bella. Gli piaceva amarla al buio, e lei diventava giovane come l’erba».

Su questo nero duopolio di indegnità e vuoto estetico (irrealizzazione) fiorisce la malattia; che non è solo il piano sequenza dell’allucinazione conclamata entro la quale tutta la narrazione, più o meno si situa, confinando la realtà oltre margini incertissimi; ma è anche tutto un insieme di manifestazioni psicologicamente e/o clinicamente rilevanti, sapientemente individuate, come regressione infantile (come sviluppo del bisogno di accudimento) o reazioni di panico. Oltre a episodi di sdoppiamento: l’allucinazione di Marina assorbe il ricordo di una ragazza fugacemente incontrata in gioventù, Nora, e si sdoppia in essa in una connotazione marcatamente sessuale e adolescenziale). E oltre a meccanismi di spersonalizzazione, giungendo Gustavo a dialogare compiutamente con l’allucinazione delle teste dei suoi amici parlanti in giardino (episodio che mi rimanda abbastanza al “carico-scarico libri in testa” del Peter Kien di Canetti).

La narrazione è di fatto un vaniloquio orizzontale (ecco perché preferisco parlare di “racconto” lungo piuttosto che di romanzo, come del resto di racconto si parla nell’Avvertenza finale), ma conosce qualche momento diacronico di consapevolezza. Consapevolezza suggestivamente rappresentata come ingresso in una catacomba chiamata luogo del pericolo (p. 122). Accade quando la auto-esclusione dal mondo – rappresentata volta per volta dal foro nella testa di un angelo o da una parete di madreperla costantemente a contatto con la guancia – viene ricondotta dallo stesso Gustavo a quello che è, ossia istinto di inadeguatezza e terrore del giudizio altrui. Accade anche quando il vaneggiato amore totalizzante per Marina viene ridimensionato cronologicamente e nella sua intensità.
Uno schiaffo “esterno” di consapevolezza, o meglio di condanna, arriva invece sul finire del racconto da parte del narratore, che all’inizio dell’Appendice (p.141) vuole sgombrare il campo da ogni compassione, simpatia o innocenza verso il protagonista: «uomo occidentale, garantito», «uomo da psicofarmaco», non romantico né destinato al sacrificio. «Egli non ha mai amato Marina. È un personaggio sgradevole, spregevole, banale ed offensivo. Egli dunque non muore. Sopravvive cincischiando banalità e luoghi comuni in serie». In altre parole, un narcisista patologico, ut supra.

Innumerevoli sono i richiami e le sfaccettature psicologiche introdotte nel libro (compreso un ammiccamento all’insetto kafkiano). A ciò si aggiunga (ma è una spezia in rapporto alla sostanza della caratterizzazione patologica) una narrazione volutamente stordita e frammentata persino nella formattazione dei paragrafi.

Risultato: lettura stupenda e per me tremenda.

Veniamo all’attualità dolente. Come forse avete visto dal primo link di questo post, Gustavo è stato edito da Avagliano nel 2006 e non è più disponibile. Se ho potuto leggerlo e apprezzarlo è grazie all’amicizia di Carlo, che ha ritirato le scorte residue e le ha amorevolmente distribuite a chi, come il sottoscritto, ha mostrato interesse per la lettura.
Visto l’indubbio valore dell’opera e l’autentico peccato insito nella sua irreperibilità commerciale, ho voluto ripagare una piccola parte della generosità di Carlo con questa recensione. Già che ci sono vi partecipo anche un sogno: che, supposto (ma non ho conferme) che i diritti del primo editore siano scaduti, il libro conosca una nuova edizione; magari in digitale, in modo da sottrarsi alle dure leggi cronologiche del cartaceo.
Sarò grato a ogni editore che, avendone le possibilità,  accoglierà questo appello e si interesserà alla questione.
Intanto potete ancora trovare l’originale in qualche biblioteca.
[psst psst: Andate nelle biblioteche, non sono radioattive!]

Written by Roberto R. Corsi

5 aprile, 2017 at 15:45

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Il capolavoro personalizzato: Haiducii di Tommaso Labranca

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Ho spesso pensato che la sottile linea (rossa, blu, non importa) che separa il gran libro dal capolavoro si risolva nel quid pluris per cui quest’ultimo possiede una sorta di valenza divinatoria e/o va ad allacciarsi indissolubilmente con la tua sfera soggettiva.
Nella prima accezione, libri come 1984 o Auto da fé sono capolavori: il primo anche perché sa prevedere l’odierno dispiegarsi del potere autoritario mediante la fuffa in un celeberrimo passo:

Un’intera catena di dipartimenti autonomi si occupava di letteratura, musica, teatro e divertimenti in genere per il proletariato. Vi si producevano giornali spazzatura che contenevano solo sport, fatti di cronaca nera, oroscopi, romanzetti rosa, film stracolmi di sesso e canzonette sentimentali composte da una specie di caleidoscopio detto “versificatore”.

Il secondo, da un punto di vista più surreale (ma ugualmente emozionante durante la lettura), anche perché va magicamente a chiamare due suoi personaggi, il nano scacchista Fischer[le] e il portiere Pfaff, come un campionissimo di scacchi del Novecento e il portiere della Nazionale belga degli anni ‘70.

Quid della seconda accezione?
Sull’onda della commozione per la prematura scomparsa di Tommaso Labranca, avvenuta alla fine di agosto, sono andato a leggermi o rileggermi molte sue cose. Tra esse il suo romanzo Haiducii, uscito prima come feuilleton e poi, aumentato, con Excelsior1881, oggi disponibile tra i remainder.

A pagina 84 leggo:

Berlino, 2009. I nostri simpatici turisti, appena sbarcati dai low cost, corrono a infilarsi tra le 2700 impressionanti steli di cemento dello Holocaust Mahnmal che ricordano la strage di ebrei a opera dei nazisti. Lì giunti fanno cucù all’obiettivo delle digitali, spuntando con i loro occhialoni avvolgenti da una stele a caso, come se fossero a Gardaland. Come se tutti gli ebrei uccisi nei campi di sterminio fossero morti solo per far costruire un giorno quel triste Denkmal a uso della loro imbecillità di provinciali allucinati che non sanno nemmeno dove si trovano.

Come faceva Labranca a sapere di questa foto in loco del 23 dicembre 2009 del vostro presunto intellettuale poeta e critico preferito? Oltretutto con tanto di terrificante murales niveo e in compagnia di altre due intellettuali, una delle quali la scattò…

mahnmal
Come faceva Labranca a sapere che quattro anni dopo io mi sarei giocato l’equilibrio psicologico e l’acquario culturale e affettivo con una persona proveniente da Iași proprio come i Petrescu, la famiglia protagonista del romanzo?

Come faceva Labranca, in molti altri passaggi lungo tutto il libro, a conoscere i miei nervi scoperti, a smascherare la mia alma illusione di scrittore irrilevante – a volte a diffusione “condominiale” (cit. Policastro), a volte a proprie spese? Ad andare a infilare, come Ken Shiro, le dita sul nervo del troppo tardi per qualunque cosa: nervo infiammato da decennî, per cui è assodato che io sia entrato baldanzosamente in scena nel momento in cui il pubblico è già tornato a casa e a teatro entrano i vigili del fuoco per il controllo di sicurezza; nervo che dà un dolore lancinante ma che devo ignorare dato che comunque si deve pur continuare a vivere, almeno finché le autorità non introdurranno col Camerini Act e incentiveranno fiscalmente lo SKA (Suicidio Kongiunturale Assistito)?

Si tratta dunque di un capolavoro personalizzato, costruito come tale su misura per me.
Tutti sanno che per Kafka Cioran e altri un libro, per essere riuscito, deve far male. Qualcuno conosce anche l’aneddoto per cui Hanslick, ascoltando in anteprima un movimento della Quarta di Brahms, commentò di essersi sentito per tutta la sua durata come se fosse stato picchiato da due persone estremamente intelligenti. Haiducii è una lettura di una sera che, tra umorismi e un’alluvione di riferimenti culturali (tra cui un vero pezzo di bravura su Molière), mi ha preso a calci rotanti dalla prima all’ultima pagina. E che ha fissato tra me e il testo un contatto emozionale come tra i personaggi di Avatar e i loro pterodattili in overdose di V1agra o quel che erano.

Lo raccomanderei – avvertendo che, come è ovvio da quanto sopra, non a tutti farà lo stesso effetto.

TL (img © musicalnews.com)

TL (img © musicalnews.com)

Non ho mai conosciuto Labranca eccezion fatta per un paio di righe tanti anni fa su FB (dove, anche lì, mi è entrato in tackle per aver fatto il cazzone – ovvero aver cannato un plurale inglese – in un gruppo testualmente riservato al cazzeggio). Ho motivo di credere che, se mi avesse conosciuto e parlato, mi avrebbe rivolto di persona tutti gli strali che mi ha fatto arrivare post mortem tramite il suo libro: imbecille, immaturo, scrittorucolo, parassita. Forse a fin di bene: mi avrebbe fatto meglio che tanta decennale ipocrisia. Forse no: la punturina dell’orgoglio dietro la nuca (cit. Marsellus Wallace) me lo avrebbe reso nemico. Intanto io l’ho seguìto in silenzio e ho citato in questi anni nelle mie recensioni una sua opera di pregio, il poemetto Hjärta, che era un fulgido esempio di letteratura del nonluogo (anticipatore di molte belle voci attuali), e che purtroppo da qualche anno è sparito come il suo sito personale che l’ospitava.
Ritengo che fosse una mente immaginifica ma soprattutto un rarissimo esemplare di uomo libero nel paese del fratres servate ordinem et ordo servabit vos. Come si evince in particolare dalla sua Rubrica brutta e zozza con la quale si è preso la libertà di stroncare molti santoni della “letteratura” e più che altro del who’s who. Probabilmente pagandone le conseguenze ritorsive a livello di vita salute e lavoro: anche l’io narrante e giudicante di Haiducii fa trapelare, in alcuni lamentosi passi, più di una ferita e un dubbio in questo senso.

Alcuni libri di Labranca in free download (raccomando Warhol, le Poesie dell’Agosto oscuro e savasandìr la Rubrica)

Written by Roberto R. Corsi

4 novembre, 2016 at 16:11

Pubblicato su autori, narrativa

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#Babuk2017

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stens2007

Il volume in cui è presente il saggio di Gaetano (clicca per scheda e ordini)

Sono molto grato alla Associazione LaRecherche per aver confermato il mio ruolo di giurato della sezione narrativa nella terza edizione del premio/concorso letterario Il giardino di Babuk – Proust en Italie.
Lo scorso inverno i vostri racconti mi hanno tenuto compagnia, in certi casi avvincendomi molto. Quindi sarà un piacere ripetere quest’esperienza di lettura.

La terza edizione è intitolata alla memoria di Gaetano Conti, brillante studente fiorentino appassionato di letteratura italiana e latina (suo un saggio su Seneca pubblicato postumo da Olschki), scomparso dieci anni fa, neanche un mese dopo il suo diciottesimo compleanno.

Ricordo che, come nelle edizioni precedenti, il concorso ha due sezioni (opere di poesia e narrativa che dovranno essere assolutamente inedite, anche su web) ed è doppiamente virtuoso: la partecipazione è completamente gratuita e i premi (destinati al “podio” di ogni sezione) sono cash.
Diversamente dalle edizioni precedenti, l’edizione 2017 ha però una parte “aleatoria”: l’Associazione, come tutti, ha dovuto fronteggiare la congiuntura e in particolare una drastica riduzione delle entrate destinate al montepremi e alle spese organizzative (tra le quali NON rientrano compensi ai giurati: vi leggiamo gratis).
A fronte di questa difficoltà si è lanciata una raccolta fondi che terminerà a fine marzo 2017, il giorno precedente la cerimonia di premiazione.
I premi hanno dunque una parte fissa (200, 100, 50 Euro ai primi tre classificati di ogni sezione) e una parte variabile, legata all’andamento della raccolta; raccolta alla quale preghiamo tutti di partecipare, secondo le proprie possibilità, per garantire uno standard adeguato – e, mediatamente, un futuro – a questo concorso.
Ulteriori forme di sostegno sono allo studio e, se approvate, vi verranno immediatamente comunicate.

Ho scritto tutto. Partendo da questa pagina potrete scaricare il bando (compreso un approfondimento su Gaetano Conti) e visualizzare le modalità della raccolta fondi (compreso il dettaglio delle voci in conto spese).
Prego gli amici che abbiano gli strumenti per farlo di diffondere le informazioni su bando e raccolta (o anche direttamente le risorse linkate qui sopra), in modo da dare massima visibilità alla operazione.

Aspetto i vostri manoscritti, che come al solito mi saranno sottoposti in forma completamente anonima.
[Anche quest’anno rinnovo l’invito, forse inutile visto che lo scorso anno non c’è stato alcun problema, a “giocare pulito” e non chiedermi informazioni confidenziali né malleverie in ordine al concorso; comportamenti che verranno riferiti immediatamente al Presidente della giuria].

Written by Roberto R. Corsi

15 settembre, 2016 at 10:09

Lo giurai, vi leggerò! In Giuria per il “Babuk” 2016

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babuk

la targa del Giardino napoletano che dà il nome al Premio (col gatto che a sua volta ha dato il nome al Giardino)

Non solo per i bambini toscani: questo martedì 15 è un primo giorno di scuola anche per l’attempato scrivente.
A mezzanotte infatti è uscito il bando di concorso della seconda edizione del Premio Il Giardino di Babuk – Proust en Italie, a cura dell’Associazione LaRecherche. Premio diviso in due sezioni (poesia e narrativa) e assolutamente virtuoso, essendo a partecipazione gratuita e prevedendo una remunerazione cash per il podio dei vincitori.
Quindi consigliatissimo. Sì, pure a te.
Il bando si può scaricare partendo da questa pagina.

La novità è che, mentre l’anno scorso ho gareggiato con tre poesie, quest’anno cambierò ruolo e farò parte della Giuria nella sezione narrativa!
È la prima volta che mi viene tributata una tale apertura di credito e voglio qui ringraziare Roberto Maggiani, Giuliano Brenna e la redazione tutta, oltre all’augurare buon lavoro ai colleghi.

L’impegno sarà notevole e assorbente. Lo scorso anno i racconti pervenuti sono stati ben 412. Calcolando 8 pagine a racconto (poco meno del limite di 15000 battute), ne risultano 3296: grossomodo l’equivalente della “Recherche” proustiana aumentata di un tomo!

Doveroso anche sottolineare che si tratta di un impegno onorario, ossia gratuito.
…Ma come, Corsi? Non c’è conflitto con le tue regole d’ingaggio e in generale con la necessità, che proclami, di retribuire il lavoro intellettuale?
La risposta che mi sono dato è che bisogna sempre pesare gli interessi in conflitto; in questo caso l’opportunità di sostenere e preservare i premi virtuosi (sempre più rarae aves del panorama), quindi mediatamente di aiutare gli scrittori emergenti, prevale su quella, pur importante, della retribuzione ai giurati. Questo auspicando che un giorno, anche grazie al commitment mio e dei colleghi, altri finanziatori possano affiancare l’attuale (che vuole restare anonimo), quindi ci sia spazio sia per mantenere la gratuità d’accesso e il premio in danaro, sia per un equo onorario per i giurati.

Non vedo l’ora di cominciare. Coraggio, narratori: fatevi avanti! Mi aspetto soprattutto che mi facciate passare qualche mese di letture piacevoli.

Post Scriptum, forse superfluo ma utile da ribadire. Vi prego di non segnalarmi voi stessi o chicchessia, non chiedermi nulla riguardo al mio operato (che, ricordo, si svolge su testi resi anonimi), e in generale di non porre in essere condotte in violazione del regolamento: sarò inflessibile nel riportare immediatamente qualunque episodio alla Presidenza.
Grazie per la collaborazione.

Written by Roberto R. Corsi

15 settembre, 2015 at 08:00

“DinoCampana Dispert”: invito alla lettura de “La notte della cometa” di Sebastiano Vassalli

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Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa, dalla sua tenda l’uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall’ombra di Nessun Dio. (da Pampa) 

vassallidedica

un giorno qualche detrattore rispolvererà questa dedica, ma non importa 🙂

Oggi, il venti di Agosto, scoccano i centotrenta anni dalla nascita di Dino Campana. Tra sei giorni sarà passato un mese dalla dipartita di Sebastiano Vassalli.
Come certo saprete, i due sono legati dal romanzo-inchiesta del secondo sul primo, La notte della cometa. Mi è capitato di leggerlo e terminarlo proprio 3 giorni fa, avvicinandomi all’anniversario del tutto casualmente. La lettura era invece premeditata e niente affatto figlia del “turismo letterario post mortem” (che comunque ben venga, essendo sempre meglio dell’oblio): ho regalato un po’ interessatamente il libro a B. per le festività natalizie e ho aspettato che lo terminasse per leggerlo a mia volta.

Voglio parteciparvi, con questo breve post, il senso di autentica riscoperta della scrittura campaniana che ho sperimentato grazie alla lettura di questo libro; il primo che sento come veramente propedeutico nell’avvicinamento a un poeta; quando invece, quasi sempre, caldeggio piuttosto la presa di conoscenza immediata dei versi, senza il filtro di prefazioni introduzioni o apparati.
Oltre all’ottimo stile e alla verve (gustosissime per es. le pagine-resoconto sul passaggio della cometa, alle pp. 133-135), oltre all’ampiezza delle fonti e alle perle di saggezza introspettiva qua e là dispensate, credo che il merito principale di Vassalli sia stato quello di saper proporre al lettore la prosa poetica del Nostro “a piccole dosi” sciolte lungo il testo, in lacerti; scalfendo la consistenza spesso monolitica dei Canti orfici o del restante materiale in favore di squarci di puro nitore. E inserendoli attivamente entro la cornice narrativa: a volte affiancandola fedelmente, altre volte trasponendoli in un contesto diverso ma che l’interprete Vassalli avverte come affine. Come esempio del primo caso, a p. 109, il brano che ho posto in esergo a questo articolo; come esempio invece di trasposizione, il passo in francese del vecchio cavaliere milanese (Stia, 20 settembre), utilizzato a p. 129 per descrivere il progressivo sfociare in indifferenza dell’astio tra Dino e la madre Fanny: Comme deux ennemis rompus/ Que leur haine ne soutient plus/ Et qui laissent tomber leurs armes!
Con questa interpretazione “storico-evolutiva” dei Canti orfici ma anche degli scritti inediti, Campana ritrova freschezza e il romanzo di Vassalli acquista profondità e colore.  Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

20 agosto, 2015 at 08:00

Letteratura demotivational per l’estate: “Fama tardiva” di Schnitzler

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famatardivaAnche per mitigare il mio secondo fallimento librario ho letto, naturalmente, Fama tardiva, novella di Arthur Schnitzler scritta tra il 1894 e il 1895, rimasta a lungo nascosta a Cambridge, all’interno del lascito di mano- e dattiloscritti dell’Autore, e tradotta in Italiano solo da pochi mesi, da Alessandra Iadicicco per i tipi di Ugo Guanda.

Non potevo certo resistere all’attrazione data dalla trama: un vecchio e solitario impiegato, autore trent’anni prima di un libro di poesie (“Passeggiate”) anonimo sia nel titolo (cfr. Robert Walser e tutta la cultura della flânerie) che nella sorte (il comune oblio dei libri di poesia e dei loro Autori), dunque un uomo öhne Eigenschaften che quasi subito aveva messo il cuore in pace e le energie in carriera, viene, chissà perché, elevato improvvisamente al rango di Maestro ispiratore di un circolo di sedicenti artisti.
Questa circostanza repentina e inaspettata soffia sulla brace della sua autostima, ma il risultato sarà effimero, gli farà scoprire ipocrisia delle persone, futilità degli sforzi, irreparabilità del tempo perduto; al punto che il rifluire nel canale scolmatore della comunità borghese, insensibile al concetto di poesia “alta” ma benevola verso chi si tiene nell’anonimato (“E tutti lo annoveravano come uno di loro, e nessuno aveva il sospetto di chi egli fosse davvero!”), gli sembrerà quasi piacevole.

Un racconto che si legge in uno-due giorni; avrei voluto che fosse il mio “libro per l’estate” ma ovviamente le dimensioni lo impediscono.
L’impianto e il tono della narrazione forse non sono sempre all’altezza del miglior Schnitzler, ma l’affresco è gustoso e se ne deve desumere una volta di più come il portato psicologico del fallimento letterario desti interesse nei grandi autori.
Buono l’apparato dei due curatori tedeschi Hemecker e Österle.
L’ho letto in fretta, come detto, e lo consiglio nell’edizione Kindle o ePub che è corposamente scontata rispetto al cartaceo (di conseguenza i miei riferimenti non saranno alle pagine ma giocoforza alla percentuale). 

In campo poetico mi viene in mente una splendida prova del compianto Gianfranco Palmery, Dopo la tempesta, prova che ho riportato per intero sul mio tumblelog, e che in pochi versi musicalissimi esprime “shakespearianamente” il processo psicologico della rinuncia al proprio presunto “dono”.
In chiave narrativa il pensiero non può non andare all’altrettanto gustosa novella di Italo Svevo, Una burla riuscita, del 1926; ma gli snodi della vicenda sono diversi, e se quest’ultima si concentra quasi esclusivamente Leggi il seguito di questo post »

Targhetta del vincitore: Perciò veniamo bene nelle fotografie

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Francesco TARGHETTA, Perciò veniamo bene nelle fotografie, Milano: ISBN Edizioni, 2012¹, pp. 247

targhetta-pvbnfIn breve. Si tratta di un libro riuscito e coraggioso, a ravvivare la tradizione del romanzo in versi che, nonostante l’antonomasia sia ferma ai due grandi dioscuri del genere – La ragazza Carla di Elio Pagliarani (rectius: “racconto in versi”) e La camera da letto di Attilio Bertolucci (rectius: “romanzo familiare al modo antico”) – ha pur in questi anni covato qualcosa sotto la brace; altro recente esempio significativo China di Maria Pia Quintavalla (Effigie Edizioni), che ho in scaffale e presto leggerò attentamente.
Targhetta si pone nettamente dal lato Pagliarani più che da quello Bertolucci. Si occupa di una società in trasformazione. Ci costringe al confronto, sociologico e personale-autobiografico. Per il sottoscritto, pur senza potersi identificare nella parabola dei protagonisti, la lettura si è concretata in un’esperienza-ossimoro, di esaltante lacerazione, come sempre quando un libro sa parlarti.
La trama, riducendo all’osso, ci vede assistere alle vicende personali del narratore-protagonista (dottorando in storia, credo almeno in parte autobiografico) e dei suoi compagni di appartamento e amici a Padova. Qualcuno andrà via, qualcuno resterà immobile; il nostro eroe subirà un declino che, accompagnato a un progressivo e indotto senso di colpa, lo vedrà rinunciare alle aspirazioni di carriera e indipendenza, persino – con relativo rituale di umiliazione – al tòpos familiare di non doversi “far vedere da uno bravo”, di poter fare a meno di uno psicologo; fino allo scorno di una certificazione, essa stessa problematica, del suo ristagno lavorativo ed esistenziale.
L’ispirazione poetica, sia stilistica che immaginifica, vola davvero molto alta soprattutto nella parte centrale del libro, che ha un inizio lievemente contratto – dovendo forse introdurre scena e dramatis personae – e un finale (ultimi due capp.) in dissolvenza in cui spicca un personaggio, il poliziotto-usciere, quasi kafkiano, che poteva giganteggiare se caratterizzato più robustamente.

Quantunque io non conosca i dati di vendita, l’elevato livello del libro avrebbe meritato, a distanza di quasi tre anni e mezzo dalla sua uscita, sorte migliore, diciamo pure una sorte clamorosa, anche premiale (l’avrei visto bene allo Strega); oltre alla benemerita indipendenza (leggi: not being a major, and proud of it) di Isbn, forse il prezzo alto di hardcover ed ebook (rispettivamente 19,90 e 7,99) e l’assenza a oggi di una ristampa paperback ha un po’ giocato. Questo nonostante la possibilità di collocare il testo poetico nello scaffale e nei concorsi di narrativa (come il Flaiano); sebbene a rigore il r.i.v. sia un ibrido tra narrativa e poesia; del resto si può chiamare anche “poema” – si potrebbe discutere per ere geologiche su questo. A titolo informativo, la successiva raccolta di poesie di Targhetta, Le cose sono due, del 2014, ha vinto il “Premio Ciampi – Valigie Rosse”.
In coda e ad articolo già uscito, devo purtroppo prendere atto della crisi di ISBN che vanifica ogni speranza di ristampa, anche se copie cartacee del libro sono ancora in distribuzione. Quindi non potete, almeno per ora, esimervi da acquistare e regalare con la scusa de ah, l’odore della carta etc.

APPUNTI:

Tessuto e struttura narrativa.

1) Una società declinata attraverso i suoi rilievi autoptici, a partire dai luoghi fisici che sono pressoché esclusivamente i nuovi luoghi dell’anonimato (centri commerciali, sale bingo), descrivendoli nello spirito pagliaraniano di cogliere la trasformazione im/produttiva della società. Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

16 luglio, 2015 at 08:35

Moriremo Gabrielli Pettinicchio? Su “Seguirà buffet” di Alberto Forni

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Da un anno a questa parte le mie letture di narrativa pullulano casualmente di quelli che potremmo chiamare “demotivational poetici”, ossia opere che squarciano il velo di Maia – o meglio d’Arcadia – e descrivono più o meno romanzescamente il mondo della poesia come un formicaio di persone poco talentuose, divorate dalla propria ambizione e quasi sempre sfruttate da editori imbonitori motivati dal solito e solo extraprofitto.
Qualcosa insomma da cui il neofita dovrebbe tenersi a debita distanza.
Leggendo I pappagalli di Filippo Bologna e soprattutto Anatomia della ragazza zoo di Tenera Valse ho trovato soprattutto il primo aspetto, la caratterizzazione soggettiva, peraltro ancillare a una personalità più complessa e condito da una più o meno pronunciata cattiveria di base del protagonista. In particolare, nel secondo esempio, la figura del prof. Pensi necessitava narrativamente di un contrappunto arcadico e conformista alla propria bestialità, e la Valse lo rinviene nel suo stucchevole impulso alla produzione poetica, nonché nella pubblicazione con contributo come anticamera di uno sterile riconoscimento culturale e sociale.
Quanto sopra ricorda il mood “lombrosiano-poetico” del bell’articolo a firma Francesco Battistini apparso su La lettura di domenica scorsa, in cui si fa un excursus dei dittatori con la fissa di scrivere versi. Verrebbe insomma da concordare con Platone che nella sua Repubblica praticamente voleva apporre alle porte della città il cartello “io non posso entrare”… con un poeta al posto del cane!

forni

Alberto Forni & son (img dispenser-RAI)

Con Seguirà buffet di Alberto Forni, noto a molti come ideatore e propulsore del divertente iconoclasta e dolceamaro blog Fascetta nera, abbiamo invece uno sguardo più mirato e capillare. L’Autore, da buon osservatore delle tecniche di mungitura della vanità, ci propone una diversa connotazione del personaggio e un contesto più allargato.
Intanto i quattro protagonisti sembrano privi di malizia, al massimo agitati da una certa ostinazione nell’affermarsi e dare un turnover alle proprie finanze o anche solo all’autostima; il problema sta piuttosto in un sottobosco di imbonitori o veri e propri truffatori che, per natura alieno a qualunque valutazione trasparente dell’opera, è assai bene strutturato e dialetticamente preparato nel “lubrificare il dildo”; quest’ultimo a volte dotato di ami antiestrazione (si pensi al tristemente vero fenomeno della fideizzazione dei poeti da parte dell’editore a pagamento, ben descritto da Forni).
Quattro protagonisti, dicevo: un dipendente comunale provato dal destino che si mette a fare il pittore, un “saldatore artista scultore”, una poetessa destinata per censo a una vita noiosa (la nostra eroina si chiama Sara Gabrielli Pettinicchio), uno scrittore ex calciatore della Bagnolese. Quindi lo sguardo verso la “circonvenzione di autori” si amplia e diviene interdisciplinare; ciò anche se le dinamiche restano bipartite: gli artisti visivi vengono gabbati, e pesantemente, al momento della promozione o della vendita, mentre i “letterati”, ratione materiae vorrei dire, vengono costretti (o si motivano per cancerosa egolatria) a sborsare già al momento della pubblicazione, secondo i noti canoni.
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carità librosa

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mi è sempre un po’ triste imbattermi in autorevoli opinioni (neanche troppo) surrettiziamente legittimanti l’Editoria A Pagamento (EAP).
La scorsa domenica è toccato nientemeno che al supplemento culturale de Il Sole: a p. 43, in un articolo a firma Ambrogio Borsani, col pretesto di esaminare il catalogo di una vecchia casa editrice a pagamento – quella di Antonio Lalli a Poggibonsi – che ha pubblicato anche nomi rivelatisi poi eccellenti (Camilleri, Merini: ma in alcuni casi non chiedendo loro alcun contributo), si scrive per esempio che “pagare per pubblicare è una tradizione con illustri nomi” e che gli editori a pagamento “sono sempre esistiti e in qualche caso hanno svolto il caritatevole compito di accogliere opere di autori ingiustamente rifiutati dall’editoria ufficiale”. E giù i soliti Gadda, Svevo, Montale e compagnia bella.

Anche se poi l’articolo prosegue cercando di distinguere tra EAP “che selezionano” (bontà loro) e altri che “incassano (sic) qualsiasi libro con esborso o acquisto di copie”, in quell’aggettivo caritatevole c’è tutta la sostanza collosa dello stato allucinatorio in cui la nostra vanità a livello personale e la difesa dello status quo a livello collettivo ci portano.
La carità, almeno così mi s’insegnava, non si fa dietro compenso (e quasi sempre extraprofitto). Quindi per piacere manteniamola scollegata dalla categoria degli stampatori con commissione.
E ove, ma non credo, l’aggettivo si riferisse a casi “laterali” come quello di Camilleri, cui Lalli non chiese alcun contributo per pubblicare Il corso delle cose, è lo stesso editore a chiarire nell’articolo che un ritorno ci fu, in forma promozionale mediatica. E fu notevole: “l’unica cosa che chiesi a Camilleri fu di mettere il nome dell’editore nei titoli di coda dello sceneggiato tratto dal libro che la RAI stava preparando”! Del resto alcune case editrici a pagamento usano un simile sistema di diversificazione promozionale, pubblicando ogni tanto senza contributo la silloge di un singolo big fish (magari già conclamato), in funzione di attrattiva per il branco.

Più mediatamente, il dato che l’EAP è snaturamento del contratto di edizione e sfruttamento del lavoro creativo proprio non passa. E se non passa agli alti livelli del giornalismo culturale, figuriamoci tra la manovalanza.
Non sto a ribadire quanto ho già scritto nelle categorie EAP, magagne, autopsia della poesia e rimuginazioni al riguardo.

Qui potete leggere l’articolo di Ambrogio Borsani (è una copia cache che ho scoperto su un sito esterno, quindi non è detto che rimanga in rete ancora molto tempo).

Written by Roberto R. Corsi

19 giugno, 2013 at 14:36

lo zio Alfonso e lo scribacchino

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Berardinelli

foto dal blog Mosche in Bottiglia

Rifletto sull’intervento di Alfonso Berardinelli sul Domenicale del 28 aprile u.s. – potete leggerlo qui – e la prima considerazione che s’affaccia è che evidentemente esiste una linea Maginot, una trincea tra la percezione di chi assurge agli onori della critica e chi invece, come il sottoscritto, conduce una vita da poetastro autopubblicantesi nonché faticatore su poesia altrui, spesso anch’essa confinata nel pozzo dell’incognito. I primi, probabilmente sommersi da invii honoris causa di pubblicazioni cartacee di ogni qualità, e inclini a sedimentare il loro sguardo critico in poeti conclamati, dunque non novinovissimi, parlano di poesia “sopravvalutata” (assieme alla narrativa); i secondi toccano quotidianamente con mano sudaticcia l’olocausto editoriale – “poeti: porta chiusa o portafoglio aperto!” -, il crunch dello spazio fisico dedicato alla poesia nelle librerie, l’assenza di recezione diffusa della (pur legittima, anzi auspicabile) alluvionalità di testi in rete, la latitanza dell’attenzione editoriale a questo stesso humus poetico digitale (mancanza di head hunters) che riduce ogni possibilità di balzo (verso dove?) allo schema della conventicola (do ut des, cioè laudo ut laudes) e a un’autopromozionalità al limite del neurologicamente sopportabile.
Dunque la prima reazione all’articolo è “Ma di che stiamo parlando?”. Poi uno si spreme di più e pensa di essere andato fuori tema: quello che interessa a Berardinelli è un rapporto qualitativo tra “campioni” di un genere e di un altro. Difatti il leitmotiv dell’articolo, provocatoriamente generoso di comparazioni in stile Coppi-Bartali o Callas-Tebaldi (enfatiche, acritiche, non supportate) è che saggisti e non-romanzieri o non-poeti ci donino opere, ignorate dai critici, che valgono almeno quanto romanzi o raccolte di poesia sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori. Si tratta di un pregiudizio, come avverte lo studioso, storiografico e critico, che come tale andrebbe abbattuto.
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Written by Roberto R. Corsi

8 maggio, 2013 at 09:49

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