Roberto R. Corsi

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29 agosto: Et in arcadia ego

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IMG_5744Per uno a cui dà fastidio la calca, il 29 agosto dovrebbe essere un giorno di sollievo; invece ha preso una piega terribile, kafkiana, da un lasso di tempo oggi olimpico.
Avevo preparato un post puntiglioso e lagnoso sulla damnatio memoriae, sull’ipocrisia e soprattutto sulla fine della mia poesia, ma sono argomenti “incaprettàti”: rimuginarci sopra non ha senso, non sposta la situazione o l’attenzione di una virgola, può essere smentito dalle circostanze future.
Meglio scherzare un po’ con la (per me letale, in più sensi) seriosità dei poeti in effigie e limitarsi all’essenziale.

Il 3 agosto scorso ho terminato “Grafite bianca” (o come potrà chiamarsi) con la sua terza sezione.
Ora farò decantare il tutto. Non ho fretta.
Devo riflettere bene, una volta tanto, sul se e sul come rimettermi in gioco.
Nonché sul “r/d-ispetto dei Santi”, per così dire. Perché in poesia vale oltremodo l’aforisma di Balzac per cui “ci sono più santi che nicchie”.
Le Cinquantaseicozze, del resto, erano già pensate come commiato, poi è arrivata questa nuova raccolta che ritengo più equilibrata.
A proposito, se ve li foste persi, mesi fa sono usciti due “spifferi” dalle prime due sezioni di Gb, per opera di Giacomo Cerrai e Giulio Maffii (su Carteggi)… Li ringrazio, ora come sempre.
E vado in spiaggia.
Se un editore NO-EAP volesse visionare in anteprima l’opera compiuta, mi scriva in privato e usi la parola d’ordine SARASTRO.

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Written by Roberto R. Corsi

29 agosto, 2017 at 08:09

Carlo Tosetti, Wunderkammer

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È brutto iniziare una recensione in maniera autoreferenziale, ma per parlare di Wunderkammer di Carlo Tosetti (Pietre Vive, 2016) non mi viene migliore esordio di quanto volle autorevolmente dire del mio debutto Gian Ruggero Manzoni: scrisse di “sapienzialità”, e di “insieme illuminista… o, meglio, una sorta di summa sei-settecentesca in cui tutto confluisce”. Nel caso di Carlo la suggestione storica è retro-fissata “istituzionalmente” da richiamo alle camere della meraviglia che (ci informa Antonio Lillo nella introduzione) risalgono già al XV secolo; ma l’aggettivo “sapienziale” (che amo usare spesso) e la confluenza fluviale dello scibile immaginate da Manzoni si adattano perfettamente – ancor più che alla mia raccolta di dieci anni fa – allo spirito di questo libro di poesie, pervaso dal demone della catalogazione.
Attraverso poche “stanze” (in più sensi) si punta a rappresentare il tutto; e non solo cose stravaganti, incontrate o acquisite qua e là, all’uso dei nobili germanici, ma un intero universo personale. Come esemplificato perentoriamente nella prosa breve che precede la prima poesia, l’ansia della Wunderkammer di replicare la vastità e l’originalità del creato si replica e amplifica nell’ansia del poeta-collezionista, messo di fronte da un lato al dubbio che quanto vissuto quotidianamente non sia reale, dall’altro alla certezza che la memoria storica e fiabesca degli oggetti si perda (nel soggetto individuale e collettivo) riducendosi al quotidiano, che del resto è già ex se perdita del passato prima di divenire a sua volta passato.
Originale, annoto al volo, come i cubi (verdi) fluttuanti e fluorescenti in cui le memorie del protagonista vengono immagazzinate richiamino quasi alla lettera quelli (bianchi e neri) su cui si basa la splendida serie di videogames Cube Escape; qui uno dei protagonisti, Dale Vandermeer, in un episodio dice: “I feel different, I can’t feel my body anymore, I see my memory captured into little cubes”!

Alcune liriche, che riproduco in calce, esemplificano le “direttrici ansiogene” del libro di cui sopra: Ricordare, Oggetti, Trote immortali, Espada. In esse anche l’andamento narrativo – con una scelta lemmatica cólta e arcaizzante in un contesto poetico “iper-testuale” e quindi anti-performativo – sembra perdere la sua flemma enciclopedica e disporsi a una maggiore emozione. La memoria è una maledizione da preservare, e il decadimento dei fasti delle sedie d’autore, delle antiche città, o del pesce spada (contrapposto alla sublimazione futurista della trota) ricorda un po’ il viaggio disincantato di Zeichen tra le rovine romane in Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio.
In questa cornice sfila la parata, suddivisa in Artificialia (stati emozionali, declinazioni del Mito) e Naturalia in esemplari animali e umani. Molti sono i richiami e molti mi colpiscono anche secondo il meccanismo della “affinità casuale” (P. Galloni). La figura di Tiresia, qui declinata in analogia con Elvira di Fassbinder, è il mezzo per chiarire come il mito sia “olio essenziale dell’uomo” e “via breve” per “attingere al deposito della sintesi e del senso «palpitante» di ogni evento e fenomeno”. Tematica a me molto cara nella prima produzione e studio (per il tramite di Leucò pavesiana e di Ugolini Liliana, e altre voci ancora, arrivando fino alla storpiatura della narrazione del mito per includervi la propria esperienza personale). Altri appigli mi danno le tre poesie sui passeri, chissà quanto apparentate autoironicamente col Samigli sveviano, che dei passeri faceva il suo oggetto narrativo esclusivo (e, pure qui, trovo una corrispondenza personale).

Chiude il corteo l’originale resa storica de Il lettore, rappresentando come tale non l’accezione comune “al proprio utile”, bensì chi leggeva Dumas ai sigarai cubani durante la lavorazione; figura professionale di narratore poi negletta e riconvertita in operaio con l’avvento della radio.
L’immagine ha, credo, una valenza metaforica di quello che dovrebbe essere “poesia” secondo Tosetti; sicuramente rappresenta ciò che questa raccolta incarna, e il suo pericolo del rivelarsi “coraggiosamente inattuali” (anche questo fu detto del mio esordio, però in introduzione), come un libro letto fisicamente a voce a un’altra persona nell’epoca degli ebook o degli audiolibri.
Questo volume si presenta al lettore come una sfida: iper-testuale, aggettivo che ho usato in precedenza, va inteso nell’accezione atecnica di obbligare verosimilmente anche il lettore con più conoscenze a lasciare il testo e approfondire i termini e i riferimenti impiegati dal poeta. Tuttavia, accettando la tenzone ed entrandone nel profondo, si svelano anche tratti pianeggianti e suggestioni fin sulla soglia della meditazione esistenziale.
Pregevoli le illustrazioni di Ale+Ale.

***

RICORDARE

Rammento soltanto
quadri mutati.
La statale quando
fu senza rotatorie,
il mare ombroso
mentre lo fendevi,
la mia casa
con recondite croste
di fiori d’acacia
nelle grondaie.
Nemmeno un ricordo
avulso ci è dato d’avere.

*

OGGETTI

Gli ammennicoli caduchi
costruiti dall’uomo,
anche la sedia Brno
e la maestosa Bagan,
se abbandonati s’acquattano,
invincibili e cheti
come i giochi di latta,
desistono plastici
da ogni intenzione,
per divenire vestigi.

*

TROTE IMMORTALI

Marinetti al mito
l’occhio strizzò
infarcendo le trote di noci
e passandole al fuoco,
le parò appresso con vesti
intrecciate di rabbia e valore,
le rese immortali,
ne fece guizzanti titani.

*

ESPADA

Il nero pesce
spada di Madeira,
sulle lugubri cataste
deposto al Lavradores,
strappato all’abisso
delle vallate oscure
atlantiche s’immola,
da un talento blasfemo
cotto alla banana;
il Demiurgo che fuse
e separò con acribia
gli enti li dispose
agli estremi d’un monte.

*

I CONDANNATI

Porto il nome di chi
sfondò a Nikolaevka,
e ignoro qual fosse
la taccia sua, forse
nel gelo guadagnata.
Lo dicevano prima
ghignando il calabrese,
per via di suo padre
che tuttavia non lo fu,
e m’è giunto l’epiteto
ma il senso è perduto.
Porto i geni
dei capelli ramati
e gli odori dell’isba:
le resine bruciate,
le povere zuppe,
il puzzo di storia
dei condannati.

*

PIOPPI

Nei giorni del Leone
(della fame d’aria)
si boccheggia e si placa
il tramenare nel lago
e pure tutt’intorno.
Nell’ore roventi del riposo
promana la cava fiochi boati,
scrosci remoti di pietra,
poi langue il granito
e l’acqua ha un traballìo.
Dello strazio del pioppo
nessuno mai si cura,
trèmulo fino in bonaccia,
ci allerta di tragedie minori.

*

IL SORCIO

Il sorcio mi scruta,
egli vede con perle corvine
dai frementi nistagmi
ed intanto, elettrico
e sordido, rode industrioso
ma puro, ch’egli mai
conobbe morale,
per dirmi che d’altri
la peste sprizzò:
colpa dei sifonatteri
e d’uomini sporchi
e che i rosicanti
s’adattano a poco;
nell’immondezza
vanno in gran pompa
e le zampe sovente
ammollano nella Nigredo.

*

IL LETTORE

Nell’intima loro
saga i torcedores,
d’anime inclini
a carezzar la capa,
imbevette il lettore
delle saghe di Dumas
e della grande narrativa;
edòtti pur nella tragedia,
gli scelsero la radio
e tornò nella Galera,
ad involtar la pupa.

__
[Carlo TOSETTI, Wunderkammer, Locorotondo (BA): Pietre Vive Editore, 2016, pp. 67]

“Mise en Atelier”: l’online della poesia

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[pubblico qui la traccia, arricchita con link ipertestuali, del mio intervento per il convegno Atelier di ieri. Che, direi, è andato bene, con molti spunti e un Corsi insolitamente nei tempi… Da notare che ieri, nelle stesse ore in cui io parlavo cercando di ridimensionare le frustate verso internet, usciva un articolo di Gilda Policastro la quale, da par suo, fustigava i fustigatori e ribadiva il vitalismo della rete come unica fonte di rinnovamento; è un utile supplemento agli spunti di riflessione.
Attendendo che esca qualche foto sui social, inserisco quella della Madonna con bambino di Filippo Lippi, che sta nella sala attigua a quella degli specchi, in cui si è tenuto il convegno, e che ogni volta che si presentava la necessità di sgranchirsi un po’ le gambe era bello contemplare…]

AGGIORNAMENTO: l’intervento, riveduto e migliorato, è pubblicato sul numero 85 della rivista Atelier, in uscita a fine aprile. A questo link l’indice e la possibilità di acquisto online.

***

Grazie agli organizzatori per l’invito. Un grazie particolare a Michele Brancale. La traccia affidatami riguarda “L’online della poesia” (mescolando produzione poetica e recezione critica, come sentirete). L’argomento è sterminato e ampiamente attenzionato, in ultimo anche dalla stampa; i miei sono solo pochi e forse arcinoti punti di vista, limitati alla poesia tradizionale, lineare, non interattiva o ipertestuale; quest’ultima meriterebbe senz’altro un approfondimento ma un po’ off topic rispetto alla giornata di oggi.

Una famosa poesia di Valerio Magrelli avanza sarcasticamente l’ipotesi che l’unica vera coscienza che abbiamo dello Stato sia quella meteorologica. Di certo un relatore, quando può, deve essere un buon meteorologo. Captare che aria tira.
In questo caso ho la fortuna di parlarvi a ridosso di un paio di mesi in cui la stampa si è occupata molto, direttamente o di riflesso, della poesia online. Su La Lettura del 18/12 Francesco Permunian, per esempio, parla di età della “vanità mediatica” e di “affollata solitudine del blog”[1].
Pubblicare “in rete” le proprie poesie sarebbe un esercizio deteriore di vanità (anche se bisogna stare attenti con la parola “vanità”: sapete che l’editoria a pagamento in inglese viene chiamata Vanity press, dunque direi che il vizio compete altrettanto, se non di più, a una buona parte del cartaceo rispetto all’online). E soprattutto pubblicare in rete condannerebbe il singolo poeta alla solitudine e all’irrilevanza, come se fosse una particella di sodio in acqua Lete (Lete che non a caso è il fiume dell’oblio, quindi tutto sembrerebbe tornare).
Se poi lo sventurato poeta in fieri si esprime sui social network (da Facebook fino a Wattpad) anziché sul suo solitario blog, si passa dalla solitudine allo stigma: Aldo Nove, sul L’espresso di questo 29 gennaio, si esprime così: “La poesia, nei social, ci sta come i cavoli a merenda” o “antipoesie scritte da inconsapevoli antipoeti che poi, nei thread dei commenti, sono sommersi da complimenti di altri antipoeti in una valanga autoreferenziale di consensi imbarazzanti quanto le “poesie” stesse”[2].  Quindi alla “non poesia” in rete si dà pure una carica antitetica, virale, “dannosa” per la buona poesia.

Eccovi dunque il meteo de
L’online della poesia: tempo inclemente, gravido di nere nubi di nostalgia. Nessuna solidarietà tra “utenti del corrimano” in stile Szymborska: sei solo con te stesso oppure dileggiato.
Oltretutto, a livello storico e di grande stampa, mi preme constatare che leggere questi articoli oggi fa pensare che dieci anni siano passati invano: sull’apertura che Nanni Balestrini fece alla poesia online già in una famosa intervista del 3 agosto 2006 resa a Florinda Fusco sul quotidiano Liberazione (money quote: «Per fortuna c’è internet, che permette di far circolare ovunque, rapidamente ed economicamente, le poesie di tutti»), prevalgono ancora, si direbbe, le reazioni piccate di Giuseppe Conte sul Corsera (la poesia in rete come “materiale inerte”, “esternazioni emozionali” create da “esibizionisti” o “scemi del villaggio”).
Dunque, se mi consentite il calembour: Nihil novi, Nove.

Come mettere ordine? La parola-chiave per catalogare l’online della poesia, come spesso quando viene in ballo la rete, è disintermediazione. “Googlando”: “Riduzione del ricorso a intermediari nella compravendita [sive: fruizione] di beni e servizi in seguito alla diffusione di Internet, che facilita il contatto diretto tra utenti e produttori”.
In breve: la possibilità di poesia in rete ha permesso a chiunque di saltare a piè pari il responso e il lavoro editoriale o critico. All’immediatezza del tasto “pubblica” sul proprio blog, affiancherei, come esempio di disintermediazione poetica, anche una piattaforma online come KDP, Kindle Direct Publishing, che consente all’autore di diventare addirittura editore di se stesso, realizzare e vendere ebook in rete sul circuito Amazon, senza spese e con una royalty che può arrivare al 70%.

Detto questo, le affermazioni di Permunian e Nove non sono del tutto campate in aria. Alcuni corollari negativi di questa disintermediazione poetica sono evidenti anche a una breve “passeggiata” internautica: intanto la lancinante assenza di un filtro editoriale e di una seria attività di editing (questa però in netto calo anche nel cartaceo, dove sempre più libri che leggo sono chiaramente “manoscritti stampati” e non “editi”). Questa assenza può fare venire meno la qualità, senza peraltro che questo giustifichi una delegittimazione di massa: ci sono poeti eccellenti e consacrati che affidano inediti a facebook con cadenza regolare: Giacomo Trinci, Marina Pizzi, Carlo Molinaro, Enrico De Lea per citarne solo quattro.
Dall’altro lato (qui Permunian ha ragione) la sostanziale solitudine di chi scrive sul proprio spazio personale, dovuta però non tanto alla scarsa qualità quanto al debordare dell’offerta di poesia rispetto alla domanda, come pure all’assenza di una seria promozione; solitudine invero “affollata” solo di plausi acritici – per lo più da parte di conoscenti (“amici e sottoposti gerarchici”, come amo dire).
Poco o nullo, in sintesi, il “contatto diretto”, il dialogo tra poeta e lettore autentico, per tornare alla nozione di disintermediazione.

Ma la rete non è solo negatività.
Per esempio, un grande e dirompente effetto positivo che la rete può dispiegare sulla poesia, e che non viene quasi mai calcolato a dovere, è nella sua capacità di ridurre fino tendenzialmente ad azzerare lo scarto cronologico tra composizione della poesia e sua pubblicazione. In una parola, di mantenere la poesia fresca e attuale. Azzeramento cronologico massimamente utile se la creatività dell’autore s’incardina sullo sfondo di eventi recenti della storia e della società. E azzeramento cronologico che invece è inficiato dai tempi mediamente semestrali di risposta editoriale cartacea, a loro volta raddoppiati dall’iter di pubblicazione (sarà anche per questo, mi chiedo, che la poesia contemporanea tende, con mirabili eccezioni, a essere sempre più esistenzialista, ripiegata nell’io lirico e sganciata dai tempi che viviamo?).
Un rapido riscontro oltreoceanico: un portale internet come lithub.com sta pubblicando già dai primi giorni di gennaio 2017, quindi da prima dell’insediamento, poesie e prose brevi di vari autori contro Trump, quelli del movimento Writers Resist che comprende poeti laureati come Robert Pinsky e Rita Dove. Stesso lavoro di aggregazione (poetica ma non solo) sta facendo da pochi giorni un nuovo portale dal nome scoundreltime.com. Dal canto suo Nicolas Kristof opinionista del NY Times online aveva lanciato nello spazio commenti del suo blog dei contest di poesia in rete sulla guerra in Iraq o sul razzismo; il 23 gennaio ne ha aperto uno anche su Trump, con indole bipartisan (“esprimete le vostre paure e le speranze”, esorta Kristof); nella massa di componimenti spiccano già alcune gemme freschissime.
Tutti esempi di poesie del disappunto, della paura e della resistenza che, se anziché in rete fossero state pubblicate coi tempi editoriali di un volume cartaceo, avrebbero perso almeno la metà del loro mordente e del loro senso di viva angoscia.

Ritengo la capacità attualizzante della rete un’arma irrinunciabile per la poesia. Per questo, e per altri aspetti che non tocco per brevità, la disintermediazione portata dalla rete non va stigmatizzata troppo, come abbiamo visto fare, o peggio dismessa, ma secondo me ben temperata facendola rifluire in una reintermediazione operata dalla rete stessa, cioè in una riaffermata centralità e responsabilizzazione del grande ruolo critico ed editoriale che la rete stessa può e deve continuare a esercitare.
Mi spiego. Occorre dare sempre maggiore importanza all’esperienza di selezione e pubblicazione che i portali collettivi di poesia esercitano con autorevolezza. Tra questi sicuramente Atelier poesia e altri portali (una mia hit list personale e non esaustiva: Poetarum Silva, Carteggi LetterariNazione Indiana e per ultimo quello che mi vede come redattore, Perìgeion); tutti siti web che presentano il vantaggio di offrire congiuntamente selezioni di testi poetici da una parte e apparati critici dall’altra.

L’auspicio, che faccio anche a me stesso in quanto redattore, e da cui dipende l’uscita da questa querelle sulla poesia online, è che questo mix sia al più presto rimodulato con un sempre maggior bilanciamento tra proposizione del testo dell’Autore inedito e riproposizione dell’Autore già “conclamato”, già edito in cartaceo; la quale ultima, a quanto vedo, per ora prevale.
In una parola, sogno portali di poesia in perfetto equilibrio tra il ruolo di “cacciatori di teste” e quello di incensatori di talenti già affermati. Aumentando la prima componente.
Del resto già il Balestrini della citata intervista del 2006 sottolineava come, dopo un’iniziale difficoltà di orientamento per l’abbondanza di materiale, ben presto ci si orienti speditamente e si riesca da soli a capire dove cercare le cose migliori: «È un ottimo strumento, il solo inconveniente è che si fa un po’ fatica a orientarsi in mezzo a tutta questa abbondanza. Ma con un po’ di pazienza si arriva a individuare dove si trovano le cose che interessano e in più si possono avere rapporti diretti con gli autori».
Questo sistema misto, a pieno regime, avrebbe le potenzialità di essere contemporaneamente vetrina per gli esordienti e strumentario ermeneutico attraverso l’analisi dei conclamati; dando così legittimazione a chi è stato per la prima volta illuminato dalle luci della ribalta strappandolo all’isolamento; e diventando il portale un riferimento  per chi si addentra nella selva della poesia in rete da mero “consumatore”.

L’aspetto virtuoso di filtro sulla poesia emergente è poi coronato – e chiudo – da alcuni casi di ottima editoria sbocciata dal web.
Citerei a questo proposito almeno l’esempio di larecherche.it che da anni ormai presenta, a lato della sua attività istituzionale di portale di poesia, una collana di “ebook liberi” e gratuiti. La collana mette assieme esordienti assoluti e voci autorevolissime come quelle di Mariella Bettarini e Franco Buffoni.
Anche Carteggi Letterari ha tratto beneficio dalla sua esperienza come portale di poesia per proporsi anche come Editore tradizionale caratterizzato da un’estrema cura del prodotto cartaceo.

Ma, per finire, merita una considerazione particolare e autonoma il “salto di specie” operato pochi mesi fa da internopoesia.com che ha aggiunto alla sua attività di portale quella di editore cartaceo (Interno Libri) particolarmente attento alle opere prime.
Ora, grazie a un articolo di Fabio Chiusi, sono saliti alla ribalta de L’Espresso, ma io li seguo e sostengo dal 27 settembre 2016, lancio del primo progetto. Dalle prime 4 uscite sembrano dare ai debuttanti il 50% dello spazio, realizzando il perfetto equilibrio di cui parlavo prima.
È un’editoria brillantemente basata su procedure virtuose come il metodo del crowdfunding (microfinanziamento) per ogni volume della collana, e la massima trasparenza su spese e diritti d’autore.
Ecco, a chiusura del cerchio, che un’esperienza in rete spiega addirittura degli effetti benefici “a ritroso” sull’editoria tradizionale cartacea, rinforzando un’intuizione – quella di superare col crowdfunding il famigerato contributo all’editore – che era stata al settembre ‘16, a quanto mi consta, messa in opera da un solo editore cartaceo già esistente, cioè Samuele Editore (il cui primo crowdfunding poetico, per Il colore dell’acqua di Alessandro Canzian, è stato lanciato addirittura il 4 novembre del 2015 e chiuso il 12 dicembre dello stesso anno).
Altri Editori stanno adottando lo stesso meccanismo, per es. l’Ass. Mille Gru che ha potuto così finanziare il progetto Controlli di Rosaria Lo Russo e Daniele Vergni. La previsione e auspicio è che molti altri seguano.

Dunque, per scomodare i piani altissimi: mé phobeìsthe, non c’è da avere paura, men che meno sprezzo, dell’online in poesia. Occorre piuttosto dar fiducia a quel grande “TomTom poetico” che sono Atelier online e gli altri siti specializzati.
Ai critici online rinnovo invece l’invito ad aprirsi maggiormente al loro ruolo di talent scout.

[1] Francesco PERMUNIAN, Giudici e Zanzotto, ultimi maestri capaci di minimizzare se stessi, in “La lettura”, supplemento al Corriere della sera del 18 dicembre 2016, p. 14.

[2] Aldo NOVE, Ma scrivere versi non fa rima con facebook, in “L’Espresso” del 29 gennaio 2017, p. 84.

 

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ecco una foto del mio intervento (© gonews.it/Area Met FI). Alla mia sinistra il Consigliere metropolitano alla cultura Emiliano Fossi, a destra il prof. Marco Beck

 

Passione Poesia, o meglio occasione poesia e passione critica: il progetto Aglieco-Cannillo-Iacovella

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passionepoesia

img rebstein.wordpress.com

Ho scalato la montagna di Passione Poesia nottetempo, durante le ore piccole del sabato tormentate come al solito dalla devastazione circadiana psico-acustica della movida sotto casa mia. Il corpo già in parte fradicio della repressa voglia di dormire, scorrevo le pagine facendo il classico “orecchio” alle liriche che ho apprezzato di più: una quindicina. Sorprendendomi, lo devo ammettere, di come scriva bene Davide Rondoni quando soffoca per quanto può la trascendenza e davvero “mette a fuoco la vita”.
Preso atto del dichiarato assetto non omnicomprensivo dell’antologia (si ammette dall’inizio che molte voci autorevoli sono rimaste fuori), via via mi ripetevo che questa raccolta non aveva alcun senso per comprendere la poetica dei singoli autori, presentati ciascuno con una sola lirica. E anche l’accostamento alluvionale tra numi tutelari (Luzi, Bigongiari, Raboni, Fortini) e sommersi o emergenti non mi piaceva perché mi pareva un po’ schiacciare i secondi. Tutti rilevi riferiti alle poesie, comunque.

Solo al risveglio (ho i miei tempi!) ho compreso che il valore di questo volume sta piuttosto nel rappresentare l’enorme mole critica che viene prodotta muovendo dall’occasione della lirica. Uno sforzo di scrittura commovente nella sua quantità – misurabile nel rapporto tra la mezza paginetta che spesso occupa ogni poesia e le due o tre che spesso occupa il suo apparato – e doppiamente commovente nella sua gratuità. Una schiusa floreale olezzante e, mediatamente, indisponente, constatando quanto dispiego di energia intellettiva non possa dirsi “lavoro” ma solo “volontariato” per il semplice o velenoso disinteresse della comunità generale; uno sticazzi in forma di rumore bianco, agevolmente periziabile non appena si mette il piedino fuori dal giardino di Gautàma delle relazioni artistiche.
Il titolo dunque inscena un piccolo sviamento: la “passione” qui rappresentata è piuttosto quella per la recensione, per la nota di lettura, per il mini-saggio. Con un intento programmatico di stimolare il rovesciamento di quanto evidenziato nell’introduzione di uno dei curatori, Sebastiano Aglieco (gli altri due sono Luigi Cannillo e Nino Iacovella), a p.8:

Un altro limite delle divulgazione praticata direttamente dai poeti è una certa forma di disaffezione verso il testo critico. Ultimamente da varie parti è stata messa in dubbio la recensione come strumento efficace di indagine; alcune riviste non l’hanno più utilizzata (…) e alcuni poeti hanno apertamente dichiarato di non voler scrivere più recensioni (…) La motivazione di questa rinuncia, o ridimensionamento, spesso parte dalla considerazione che la recensione serve soprattutto a gratificare l’autore piuttosto che promuovere il libro. Questa viene poi considerata come un atto di assenso, priva di piglio polemico nei confronti dell’opera. Chi recensisce, in genere, si guarda bene dal polemizzare, in quanto il primo a risentirsene è l’autore del libro.

Tutto vero. Qualche gratificazione dai toni quasi calboniani non manca nemmeno in questo volume; soprattutto, la stroncatura o anche solo il dubbio sono ormai in disuso non tanto per timidezza quanto – almeno nel mio caso – per la prospettiva di perdere le giornate a difendersi dalle polemiche sui social, al telefono, via mail etc. quando si mette in discussione il lavoro di poeti piuttosto esuberanti…
È però altrettanto vero – sembra intendere Aglieco – che tutto, da un punto di vista filosofico-giuridico prima che poetico, è politica, discrezionalità, scelta; tutto è lato sensu gratificazione o stroncatura. Anche il silenzio o la mancata antologizzazione possono essere visti come giudizio negativo. Anche la scelta di testi senza commento è una recensione positiva. Inutile quindi – ci dice questa raccolta – delegittimare un genere, quello della recensione d’autore; assai meglio non privarsi del suo contenuto vitaminico.
L’appello sembra trovare ricezione; tanto che, oltre ai curatori, altri validi poeti (es. Marco Simonelli, Renata Morresi, Franz Krauspenhaar)  hanno scelto di comparire non con la propria poesia ma glossando quella altrui (rispettivamente di Lo Russo, Agustoni, Zeichen).

Si aggiungono ai poeti, informa la quarta di copertina, «critici, blogger, organizzatori culturali, lettori di particolare sensibilità e competenza».
E ciò contribuisce a intesserci davanti un patchwork, una policromia critica considerevole e rappresentativa: alla esegesi del testo (ottima per es. quella di Andrea Sirotti su una poesia di Mia Lecomte) si affiancano letture più sinestesiche, interventi che preferiscono percorrere la produzione dell’autore, o collocarlo in rapporto ad altre voci; addirittura, a volte, testimonianze di vita personale o amicizia. Tutto quanto concorrendo a rappresentare un concetto, quello della recensione, che anche io, accettando il rischio di qualche caduta di tono, sono incline a considerare e apprezzare nel suo carattere proteiforme piuttosto che come retaggio di comunità critiche chiuse, poco osmotiche.

Un volume da consultare, o meglio da leggere ma possibilmente saltando a casaccio tra una coppia di autore/annotatore e l’altra.
Sperando – flebilmente, per la verità – che possa in effetti anche servire a stimolare prima o poi una “mitridatizzazione”, una riflessione su una timida renaissance della recensione non positiva, quindi una consapevolezza “comunitaria” che la sottolineatura delle lacune su cui magari lavorare è benefica tanto quanto, se non più, della stucchevole fumata d’incenso…

[A.A.V.V., Passione poesia. Letture di poesia contemporanea 1990-2015, a cura di S. Aglieco, L. Cannillo, N. Iacovella, Milano: Edizioni CFR/ Gianmario Lucini, 2016, pp. 379, €20]

per contatti e ordini:  info@edizionicfr.it –  348//2632483
Pagina facebook del libro.

Jack Russell Hoedown

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I’ tu’ hane ‘gli sta tra’ hoglioni anche mentre facciamo l’amore nella casa marmàta,
Cerco di concentrarmi quando sento un naso umido trafficarmi le braccia,
Mi parte un moccolo pensando alle croste sulle ginocchia della bellezza,
A questo intabarrato aggirarsi nella discarica delle sensazioni

Tu invece tutta divertita, hey puppy la nostra vita non ci basta,
Ha preso l’inebriante fragranza di un pasto ospedaliero,
Un tempo eri
bionda e atletica e l’assicurazione non mi rifonde il danno
Così ci lasciamo annusare e giudicare da cani, imprenditori, critici militanti.

(inedito, 1.11.16)

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Written by Roberto R. Corsi

1 novembre, 2016 at 11:06

Andrea Labate, La resa del margine

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Inizia la “stagione sportiva Perìgeion” 2016/2017. La mia prima cura è rivolta all’esordio di Andrea Labate, la cui raccolta La resa del margine è stata pubblicata lo scorso anno da L’Arcolaio. Una poetica, quella di Labate, marcatamente astratta (“surrealista” la definisce il prefatore Davide Castiglione”), ma che sa anche dipanarsi in registri meno ermetici, a volte perfino colloquiali. Spesso poi, e sono per me gli episodi maggiormente riusciti, intervengono le tematiche della precarietà esistenziale (prima ancora che del precariato; il “margine” in una delle sue molteplici attenzioni) a guidare il lettore e conferire coesione interna al dettato poetico.

Leggi la recensione e alcune poesie a questo link: Andrea Labate, La resa del margine

Written by Roberto R. Corsi

16 settembre, 2016 at 10:39

ripescaggi: indagine tardiva sulla Venere di Urbino (2007)

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La ricordavo due post or sono come esempio di diaphrasis, ed ecco che la cronaca culturale mi dà sponda.
A partire da ieri l’altro fino a settembre la Galleria degli Uffizi e quella dell’Accademia osservano l’orario prolungato di apertura tutti i martedì sera, quando la chiusura sarà alle 22 anziché alle 19.
In particolare, chi ha visitato gli Uffizi la sera di martedì 7 è stato accompagnato da Gabriele Bajo e Giovanni Longhin, attori e musicisti, che han dato «vita a uno spettacolo itinerante negli spazi della galleria, con riferimenti a scrittori e poeti che tra Settecento e Novecento hanno scritto delle opere degli Uffizi» (fonte: Repubblica). Qui il programma

Al solito ci sarebbe da riflettere su questa cesura artistica (oltre Luzi, il nulla?) che presentiamo a turisti provenienti dai quattro angoli della terra. Non sarebbe stato bello un call to poems per viventi?
Va be’. Pur con una scrittura millennial (ma sono nato nel Novecento, anche se comincio a pensare che togliersi gli anni sia opportuno anche in poesia), faccio il mio personalissimo omaggio all’apertura serale rispolverando quanto scrissi del capolavoro di Tiziano (diaphrasis, non mera ekphrasis: annodandolo col mio vissuto; ecco, per esempio, il perché del tardiva).
La poesia, una delle ultime del 2007, confluì nella raccolta All’orza (La Recherche, 2010), nella cui postfazione Giuseppe Panella se ne occupa espressamente, ed è presente anche nella mia autoantologia < 2011
Buona lettura.

Venere di Urbino

INDAGINE TARDIVA SULLA “VENERE DI URBINO” 
(Galleria degli Uffizi)

Laschi il ventre – remoto, svalutato.
Celi il pube – moderno, dirozzato. Somministri
lattescente carnato.

Più avanti sta il pittore
cui prometti – domattina, appagata
uno sguardo d’amore.

Ma Tiziano, maturo ormai, è arte-fatto
nell’incoerenza, nella solitudine
di salvezze minuscole.

Così a sera, modella di borgata
sconsacrata in vestiari, non lo attendi.
Ti corrughi di modi,
gesti dentali, mute circostanze.

Si compie infine il parto
d’olio tela ed addio. Nebbioso, edile
il tempo diluirà la sentenziosa
schiena della fantesca.

_________________________________

PS. Peccato che lo spettacolo sia già avvenuto, spero sia andato bene. Verrà riproposto? Se mai qualcuno volesse tentare un esperimento di recitazione della mia poesia apud Vecellium, sappia che il testo è concesso in licenza Creative Commons BY-NC-ND (citare correttamente autore – non opere derivate – uso non commerciale. Invece per un uso commerciale (inserimento in una pubblicazione etc.) parliamone).
L’immagine del quadro è in pubblico dominio da Wikimedia Commons.

Francesca Mazzotta, tre inediti – per poco! – su Perìgeion

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Francesca mi ha fatto leggere alcuni inediti qualche settimana fa; dei cinque ne ho scelti tre per voi, scegliendo un po’ arbitrariamente un frammento come titolo, e ho preparato l’articolo. È poi arrivata la notizia che grazie all’affermazione al premio inediTO potrete leggere presto su carta l’intera raccolta – che si chiamerà (prendete nota) Reduci o redenti. Morale: non sottovalutate le mie capacità divinatorie, smile (le avessi avute per il Leicester…). E buona lettura.

Leggi l’articolo su Perìgeion: Francesca Mazzotta, E a benedirti l’Arno (inediti)

Written by Roberto R. Corsi

8 giugno, 2016 at 09:14

Cartografie dell’albatros: Roberto Balò

with one comment

balò

img pratosfera.com

Al multireading di ormai tre settimane fa ho incontrato con piacere molti amici di persona o di penna, ma come è naturale nutrivo curiosità di ascoltare le voci che meno mi erano familiari. Dovessi citare la prima inter pares indicherei senz’altro quella di Roberto Balò, il quale ha letto un paio di poesie contrassegnate da placido disincanto; la seconda, che pubblico qui in calce, attraversa con questo spirito alcuni luoghi tradizionali della movida fiorentina. Tutto piuttosto familiare e miscibile con lo sforzo di maggior semplicità dei miei ultimi tempi, tanto che alla fine abbiamo convenuto su un reciproco senso di affinità poetica.
Ho poi ricevuto la sua silloge del 2015 (Cartografie, segnalata al “Lorenzo Montano”) che fa capo al suo progetto Iskretiae edizioni: presentare le raccolte di poesie entro un singolo foglio a4 fronte/retro, pieghevole e disponibile in tre colori, stampabile in pdf ma, come si legge nel sito di Roberto, con possibilità di farselo spedire o meglio ancora di riceverlo brevi manu. Con ciò propugnando l’esperienza di una poesia che punti, più che su una pretesa “superiorità in brossura” che ormai presenta enormi controindicazioni, soprattutto sulla fruizione immediata e sul rapporto diretto autore-ascoltatore, sul formare una koiné.
L’idea della “editoria a4” non è nuova (mi viene in mente di getto Voici la bombe, e dimentico senz’altro esperimenti analoghi che certo avrò incrociato in passato). Gradito sapere che sopravvive, in tempi in cui l’ebook divide permane e la vanity press sembra fagocitare tutto e attrarre molti editori virtuosi di ieri al lato oscuro…
Cartografie ci offre poesie di diversa lunghezza, incastonate nelle pieghe del foglio variando la dimensione del carattere, e nella sostanza bilanciate tra diario di viaggio e flânerie per le strade della propria formazione fiorentino-pratese. Scelgo per voi alcune mappature in cui il generale tono descrittivo e minimale si concede un refolo di speculazione.
Ma il dato forse più sorprendente è stato, dopo aver assistito alla sua ottima lettura martedì 17, ricevere il testo della (parole mie) «lirica» 18 febbraio 2008 e scoprire che… si trattava di una prosa poetica! Roberto lascia volutamente il tutto privo di a capo e segni d’interpunzione, in modo da favorire l’avvento di molteplici ed eterogenee interpretazioni.
Per questa e altre caratteristiche endogene mi sento di dire che le poesie di Roberto (e in questo siamo dissimili) si giovano molto della lettura ad alta voce. Da qui il riferimento baudelairiano all’albatros – non per un’inesistente bruttezza “a terra”, bensì per la sublimazione che i testi ricevono non appena la voce dell’interprete prende l’aria.

Il sito di Roberto si chiama La perdita del tempo, questo è il link. Ci trovate le Cartografie ma anche altre poesie e videopoesie.

DA “CARTOGRAFIE”

via del tribbio | arezzo

dove la campagna si mescola
con la vita e la morte
atavica dimora
un νόστος da dimenticare
per non farci un mausoleo
di ricordi

siviglia | spagna 

il primo toro non si scorda mai
è vero e tu piangevi come il salice
di viciomaggio e uscisti dalla plaza
io feci l’uomo e rimasi
mentre un tizio all’orecchio
mi spiegava tutto ciò che succedeva

cienfuegos | cuba 

preparati con una lentezza eterna
i migliori mojito si bevono a punta gorda
al tramonto sugli sgabelli del chiosco
in questa città dove le palme hanno foglie d’arpa
che ondeggiano come delfini
e suonano musica invisibile

via mazzoni | prato

reclusi della pratesità
allevati a sedani e cantuccini
in un crescendo di aperitivi
delusi esuli di periferia
s’affannano sugli sgabelli
ognuno ha l’orgoglio che si merita

sifnos | grecia

tornato su questo mare
non c’erano più dèi
spariti tutti
solo hotel e navi veloci
cercavo di prendere il loro posto
ma non c’era modo

mexico d.f | messico

il viaggio è una prova
che perdo sempre
la vinco in ritardo quando torno
e la racconto rendendola epica
come fossi uno stanley
alla ricerca di se stesso

***

18 FEBBRAIO 2008

forse la mia vita è cambiata più velocemente di questa città e mi fa un che entrare al rex da solo e sono tentato di rinunciare per non dare risposte a domande ovvie ma entra lo stesso stupido entra “un gin tonic col bombay” ma non so che c’ha è amaro non mi piace beppe stasera non c’è forse solo l’ombra di maristella di cui non si hanno più notizie da anni incrocio gli spettatori della pergola che si radunano intorno al teatro una coppia giovane rivestita per l’occasione come me quando avevo la loro età – non fa bene andare in giro da soli la notte – una donna bionda su uno sgabello di una pizzeria a taglio mi fa da specchio con la sua tristezza e la resa negli occhi ma non ho ancora finito di torturarmi e vado a mangiarmi una focaccina dal bondi dove non mettevo piede da anni e c’è ancora uno dei due che mi spalma l’inzimino dalla stessa vaschetta un total recall mi schianta in un’altra dimensione esco la gente fa paura mentre navigo verso il fiddlers elbow lì dove so che nessuno mi farà domande da buoni britannici quali sono e anche se la barista riconoscendomi mi saluta finisce lì

Written by Roberto R. Corsi

5 giugno, 2016 at 10:31

Giovanni Bellini, Quattro allegorie (inediti)

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Le concatenazioni casuali a carattere culturale sono sempre felici. Forse questo slancio improvviso verso una modalità che credevo definitivamente in me sopita si deve alla lettura delle poesie di Eleonora Pinzuti (in uscita imminente, spero di occuparmene presto), in cui il dato archetipico viene costantemente e provvidamente vivificato…
Poche ore più tardi leggevo invece di una mostra su Aldo Manuzio alle veneziane Gallerie dell’Accademia e mi sono soffermato sul dettaglio delle superbe ed enigmatiche allegorie di Bellini (sono databili attorno al 1490, e sono conservate in Galleria in pianta stabile).
In passato mi sono arrabattato, non so quanto chiaramente, su ekphrasis e, mio azzardo linguistico, diaphrasis; intendevo che l’obiettivo fosse quello di non fermarsi alla descrizione di un’opera (o, estendendo per analogia, di un dato culturale preesistente) estratta (ek-) fedelmente, bensì di veicolare attraverso (dia-) essa il proprio vissuto.  
Oggetto di alcune prove precedenti, per fermarsi solo al pittorico, Incredulità di San Tommaso, L’alzaia di Signorini, la Venere di Urbino, la Foce del Cinquale di Carlo Carrà. Le poesie che hanno tratto spunto da queste opere hanno circa un decennio e potete leggerle nel mio free ebook antologico.
Stamane invece la scrittura si è biforcata: l’ekphrasis vera e propria è allineata al centro, la trasfigurazione nel personale invece è allineata a sinistra.
Buona lettura.

A few credits: ornato come maschio… è un verso di Franco Buffoni (da Quaranta a quindici, Crocetti, 1987); il chiaramente successivo è un tormentone ormai liturgico nel panorama della manovalanza culturale. Come statua di Giove è un inciso che uso spesso e vien detto in italiano – pensate – nel Rosenkavalier di R.Strauss. Ci sono poi, come sempre, microriferimenti che lascio a voi.
Lo spirito di questo ripescaggio stilistico è devoto e dedicato al Mauritshuis di Sanguineti (1986, qui su NI), pur essendone differente per tecnica ed esiti.


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QUATTRO ALLEGORIE DI GIOVANNI BELLINI


Perseveranza, forse Lussuria

rischiarare la frutta
pórta dal carro

vai alla vittoria milite
costante nella forza
lucido nell’azione
lindo nell’inconoscere,
ornato come maschio nella carne della moglie

nostro picciol trainare
Bacco non ricompensa

chiaramente ovviamente non possiamo pagarti
mentre il dominus già abbraccia, avambraccia per intero
antiorario il tappeto
verde del pube, lo 
saprà onorare

lo sfondo del fairway è un freddo inverno 

chissà, licenziato il corteo,
spigolar rastrellare raspollare,
poi mescere
assieme a qualche chimica e catodica

 

Fortuna o Incostanza

ecce imperatrix mundi remigando senza remi attorno ai bastioni

se solo la spina bifida degli eventi – quel giorno si pianse tutti – presaga una bestemmia lungo la via di casa – poi fu vox populi da negare a oltranza – se solo uno due anni in più

adest fortuna (cum) sphaera caelest(~)

se solo la mano più audace – scollinare il palmo – toccare la paura poi scendere – se solo, come tutti, decenni – declivi di strade ombrose – sicumera al manubrio – respiro estate

poggia su instabile punta rotulea

sostieni e fai male – se solo mi avessi gemmato dal tuo ego – se solo un irripetibile scettro – monito di comando – catena, non sciacquone 

guai se rompete le righe putti puttani dentro lo scafo

se solo il filo perlaceo del non detto – per una volta una – bagatellare – a protrarre quell’agosto acrobatico – dentro il nervo dell’euforia

felicità del tuffo, aggrapparsi, felicità del dorso, domani di deriva

se solo avessero piastrelle questi quarantaquattro cantoni – se solo armonia comme il faut tra i gatti matti – se solo fosse lungi questa sarabanda d’odalische padrone – ma ora le onde le onde il freddo benefico il sale nei pori dimenticare

 

Prudenza, o più probabilmente Vanità 

superba, dai fianchi collinari, ella mostra tua imago


sono io per davvero o è il mio film?
scritto in fregio di pregio,
è quello che mi spingo
ad apparire prima di puzzare,
la piuma di parata del pavone?

o forse, spingendo più lo sguardo
in quel volto verdastro
(nobiliare? biliare!)
accostato alle disiate chiome
è epifania del non dover tentare?

trombano i putti (diresti tu con spirito)
sul piedestallo attorno al piedestallo
si alza e torna fioco lo strumento, secondo stanchità vanità
è mesto il tamburino, angusta la finestra 

vale forse rimuovere gli sguardi
e le parole – dare spazio, di là, a vedute
e canti di risacca, oppure qui, al conforto
claustrofobico, rifugiarsi in prudenza

che non sia etimologica sapienza…

 

Menzogna, per alcuni Sapienza

sbuca da conca di paguro, celando l’evenienza delle gambe

mendace
lo stesso mare
di molluschi gentili, s’attosca per le rocce
sedimento del tempo

ti fa viandante

lo serpente è una treccia di menzogne –
ben tre, azzimanti, sulle prime indistinte;
ancìdi con la spada
ma le spire hanno ami:
sarebbe stato saggio
perpetuare l’abbraccio?

esci lato sinistro, o forse resti, come statua di Giove ormai cifotica

in ogni modo via dalla città, via da Ilio,
via dalle belle mura ritmate di piscio,
da Elene e bambini, dal nulla verso il nulla –
una firma per favore sul secondo gradino:
prego si accomodi, non cala mai la tela.

________________________
[1 Giugno 2016]
[Le immagini sono di pubblico dominio e tratte da Wikimedia Commons, partendo dalla voce wiki]

Written by Roberto R. Corsi

1 giugno, 2016 at 15:59

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