Cinque risposte per L’Area di Broca

Il prossimo numero de L’Area di Broca, prestigioso Semestrale di letteratura e conoscenza diretto da Mariella Bettarini, di cui vedete a lato l’ultima copertina, si sta delineando come questionario sulla / termometro della poesia, su cosa resti della sua funzione, su dove stia andando.
Ho dato di getto il mio personale contributo, spero sensato; lo potete leggere a questo link. Ringrazio di cuore la redazione tutta.

Mi “automonetizzo” (money quote), cioè pubblico un estratto:

l’esordiente si forma in primis come lettore, o almeno si spera, e qui vengono le dolenti note: presso il lettore sembra aver fortuna solo una poesia “vivente” anche talentuosa, ma sempre di impianto molto consolatorio; basata su un ubiquo e anestetizzato richiamo alla “Bellezza” e su una spiritualità quasi new age o religiosità spicciola; poesia spesso aforistica, salottiera, precettistica, a volte cabarettistica ma senza il tragico di fondo. Amo dire provocatoriamente che l’idea diffusa di “poesia” va a sovrapporsi pericolosamente con quella di “biscotto della fortuna”. Gli editori, anziché rieducare alla messa in discussione delle certezze individuali che ogni buon libro dovrebbe favorire (cfr. Kafka, Cioran), santificano la finta innocenza del lettore-consumatore in nome delle aspettative di ricavo, in definitiva ammannendo al lettore solo ciò che vuole sentirsi dire. Parallelamente, c’è il sospetto che molte scelte editoriali siano ormai operate sul numero di contatti e like che il poeta ha sui social, più che sulla qualità della proposta. In pratica, su quanto il poeta può vendere. È il mercato, baby: via con altri biscotti della fortuna! Non succede solo in Italia ma anche oltreoceano.

Il dibattito è aperto (Acciai Baggiani, Pettinari… anche i vostri contributi verranno letti e magari ospitati, su carta o in rete).

Annunci

Ferlinghetti e la denuncia dell’infelicità

FerlinghettiIeri, sfuggendo alla liturgia serale dei telegiornali, mi sono imbattuto in una puntata di America tra le righe, serie di documentari “on the road” a cura di François Busnel trasmessi da Rai5. Seguivo distrattamente le escursioni a Vegas, nella Death Valley, a Yosemite, fino a Frisco.

Improvvisamente, un’intervista a Lawrence Ferlinghetti. La mia attenzione è calamitata dal grande vecchio di City Lights, classe 1919 e ne porta almeno venti di meno. A un certo punto Busnel gli chiede quale sia la sua idea di poeta; lui prende in mano il suo ultimo libro, Poetry As Insurgent Art, del 2007, e inizia a leggere. L’estratto in lingua originale lo trovate qui alle pagg. 64 e 65, che miracolosamente costituiscono l’anteprima del libro.

Ecco invece la sbobinatura del doppiaggio:

ci sono tre tipi di poesia. La poesia sdraiata accetta lo status quo. La poesia seduta è scritta dall’establishment seduto: si lascia dettare le sue conclusioni a proprio vantaggio. La poesia in piedi è poesia d’impegno, a volte grandioso a volte immane.
L’idea che la poesia sia un’arma nelle mani della lotta di classe turba il sonno di coloro che non vogliono che si ostacoli la loro ricerca della felicità.
Il poeta per definizione è colui che detiene eros, amore e libertà; pertanto è il nemico naturale e non violento dello stato di polizia. È la resistenza ultima. È il barbaro sovversivo alle porte della città che attacca pacificamente il tossico status quo.

(da notare che almeno la tripartizione emerge da un decennio di articoli e lecture precedenti, come questa. Un’altra la troveremo più sotto)

Mi sento vicino a questa definizione.
Certe volte ho parlato di poesia consolatoria o di poesia come “bidet” per le coscienze. Continua a leggere Ferlinghetti e la denuncia dell’infelicità

noi anti-EAP, establishment di periferia

brutti-sporchi
un famoso establishment di periferia, i protagonisti di Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola (fonte wikipedia)

Dopo i “fasti” elio24oreschi di due settimane fa questa domenica tocca a Luca Mastrantonio su La lettura (p. 11) spruzzare, peraltro con buono stile, qualche stilla di profumo sugli editori a pagamento.
Non so come giudicare questa (consapevole o meno) recrudescenza persuasiva osservabile sui due migliori inserti culturali in circolazione.
Di certo dispiace dover tornare sempre sulle stesse cose, e non su proprio impulso; per fortuna l’articolo è online e ognuno si farà la sua idea.
Ho ben poca voglia residua di ribadire “ogni maledetta domenica” la mia avversione vissuta sulla pelle e ponderata (non ideologica come la si vuol spesso liquidare) all’EAP; a maggior ragione perché sembra che il mondo, là fuori, sia felice di pagare per pubblicare. Becchi ‘ontenti, come direbbero al Vernacoliere. E, “forte” di un contesto familiare e sociale in cui non mi vengono mai chiesti pareri ma solo benedizioni, conosco i miei polli e so che sarebbe meglio lasciar perdere e impiegare altrove il proprio tempo.
Mi preme solo rilevare che anche stavolta, come da parte di Borsani, si fa un certo mescolone – nell’articolo e in tutto l’inserto – tra editoria a pagamento (pago un “editore” che mi chiede soldi in anticipo, in varie forme, a prescindere dalle copie che verranno vendute; e quasi sempre ai costi di stampa aggiunge del suo) e self-publishing, che quando fatto bene (Kindle direct publishing o servizi di stampa on demand) si sostanzia in una percentuale che viene trattenuta sul corrispettivo di ogni copia acquistata; niente viene sborsato ex ante ma solo ritenuto in quota rispetto a quanto effettivamente venduto. Per cui non è corretto definirlo editoria a proprie spese, si tratta di un diritto editoriale dal mio punto di vista assolutamente corretto.

Inutile dire quanto sia marcata la differenza, non solo in termini etici ma anche comportamentali, cioè di concreta motivazione alla distribuzione e diffusione del prodotto.

Non so se per leggerezza o tecniche avvocatesche, queste due forme vengono spesso confuse; sia nel commento benevolmente concessomi da Borsani che nella chiusa di Mastrantonio,  che prima distingue correttamente tra self-publishing e vanity press, ma poi affida la coda a un poeta giovane e molto ben recensito (che mi riprometto d’indagare criticamente in futuro), Francesco Targhetta; prendendo le mosse dal concetto di self-publishing si passa la parola al poeta che si lancia in una difesa della sua scelta di pagare “oltre duemila euro” all’editore ExCogita, sotto forma di acquisto copie.
Quindi non si tratta di self publishing ma di EAP tout court. Però la formula si esalta comunque, soprattutto come propedeutica al farsi conoscere e al pubblicare con un editore più conosciuto (nel suo caso ISBN Edizioni).
Occorre visibilità, la selezione dei libri da pubblicare non è meritocratica etc.; il che, aggiunto alla consueta lista Svevo-Proust-Moravia etc. di autori a proprie spese, fa chiosare l’autore dell’articolo così: “la lezione [sic] di Whitman [altro colosso che pare abbia sborsato] è ancora valida”. Amen (visto che è domenica…).
Ne abbiamo già straparlato qua dentro.
Il Capitano mio capitano, giace freddo e morto e dice “sticazzi, scannateve”.

Ultima considerazione estemporanea. Giorni fa il mio spunto precedente fu ripreso e amplificato dal blog Giramenti, ove io e Gaia Conventi ci siam beccati di commentatori (anzi “chattatori”) che viaggiano “in periferia”; oggi apprendo che il fronte anti-EAP è composto soprattutto da “giovani scrittori, critici e intellettuali che lavorano o gravitano attorno a case editrici piccole o medie”… nel mio caso il MAGARA nasce spontaneo. Prego gli uffici assunzioni delle varie case editrici di prenderne atto, integrarmi in organico e colmare sta lacuna.
Più avanti Stefano Petrocchi, coordinatore dello Strega, parla di “prospettiva corporativa-ideologica” del fronte no-EAP. Che dire? Viviamo tempi in cui la correttezza contrattuale è vista come ideologia, e questo dà l’amara misura di tante cose…
Ma soprattutto, Gaia, siamo un establishment di periferia. ‘Na casta fuori circonvallazione! Era difficile far meglio. Cosa ci beccheremo domenica prossima? 😉

praevalebunt (ovvero di fauci trascurate)

Cerbero Arcimboldo
Questo bel Cerbero dell’Arcimboldo vive molto vicino a casa mia ma non potrò mai vederlo finché non lo esporranno (il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi funziona proprio come l’Albertina a Vienna)…

Il virus del lavoro gratuito o a pagamento in campo poetico e critico si corrobora e propaga mediante i seguenti catalizzatori, parecchio sottostimati e sottaciuti benché mi sembri di riscontrarli quotidianamente e copiosamente: il dumping critico, il ducamantovanesimo redazionale e premiale, lo SLAP. Un vero Cerbero… Andiamo a esaminarlo testa per testa.

1) Il dumping critico.

Intendo per dumping, prendendo a prestito l’accezione dal diritto internazionale, il praticare intenzionalmente prezzi irragionevolmente bassi rispetto al valore della prestazione. E quale prezzo può essere più basso della gratuità?
Il fatto che nomi anche autorevoli, per curriculum o per séguito di lettori, accettino di prefare/postfare, scrivere una nota di lettura oppure presentare un libro gratuitamente, senza un ritorno secondo le possibilità del richiedente, comporta conseguenze esiziali per chi, equamente, aspirasse a una compensazione della propria attività di scrittura e dello studio a essa sotteso.
L’enorme offerta e la percezione di ripetibilità/fungibilità dell’attività critica fanno dunque sì che il criterio di scelta prevalente, quando non esclusivo, del critico cui affidare un lavoro sia quello del prezzo pari a zero.

 Alla radice soggettiva del dumping:

Continua a leggere praevalebunt (ovvero di fauci trascurate)

chiedici la parola: intervista al lettore

Edizioni Neve, che pubblica online l’interessante trimestrale di conversazioni poetiche Pigreco, propone una survey per chi legge poesia. Qui tutti i dettagli e il link per scaricare il questionario, sulla base del quale si tenterà di dare una mappatura di questa specie in via di estinzione (il “lettore poetico”), evidenziando sul sito alcune tra le risposte più significative. Io ho risposto, fatelo anche voi.

I pontieri di Nimrod: Laura Branchini

Questo blog si è montato la testa: dopo aver conosciuto lungo le autostrade informatiche un’eccellente traduttrice, Laura Branchini, ne ha approfittato per porle qualche domanda generica cui lei, gentilissima, ha subito risposto. La ringrazio davvero tanto.
Laura è la traduttrice di riferimento per la lingua italiana dell’opera di Juan Gelman, poeta di cui ci siamo occupati or non è guari. Queste le sillogi pubblicate con la sua traduzione: Lettera a mia madre (Guanda), Nel rovescio del mondo (Interlinea), Doveri dell’esilio (Interlinea), Valer la pena (Guanda) e il recentissimo Com/posizioni (Rayuela). La qualità del lavoro di Laura, a mio avviso, è testimoniata anche dai premi con cui il nostro paese ha insignito lo scrittore di Buenos Aires, da ultimo il premio Lerici Pea 2003 e il premio Poesia Civile Città di Vercelli 2006. Segno che la cifra gelmaniana è pervenuta integra e fresca fino a noi!

La tua sfera artistico-culturale abbraccia teatro, insegnamento, traduzione… Siccome rischierei di omettere o non dare il giusto peso a qualcosa, posso chiederti di autopresentarti sinteticamente ai miei venticinque lettori, con particolare riferimento alla tua attività di traduttrice?

La copertina di Com/posizioni (2011). Per info e ordini: rayuelaedizioni@yahoo.it

Da sempre la parola è il mio gesto espressivo e conoscitivo principale. Muovere, attraversare le parole, trasportarle mi corrisponde più di altro. Già negli studi classici (lettere orientali antiche) e poi nelle esperienze con il teatro di ricerca – che sono stati i miei primi amori – il mio interesse girava comunque attorno all’apparizione della parola, al poterla pronunciare e ripetere, trasferire nei segni e nei gesti, con un costante senso di meraviglia, un piacere essenziale e contemplativo verso di essa. Tradurre è sempre stato il mio gesto più intimo, il mio contatto più meditativo e insieme passionale con la parola. Per queste ragioni, credo, prediligo la poesia.
Ai tempi del liceo passavo pomeriggi interi a tradurre i lirici greci, con esiti di cui vado ancora fiera. Mi sono poi dedicata ai poeti romantici inglesi, a Sylvia Plath, a Rilke, alle lettere di Madame de Sevignè, e moltissimo agli spagnoli e latinoamericani (fra tutti, R. Dalton, A. Storni, L. M. Panero, C. Rodriguez, J. Cortazar). Ho sempre avuto presente e osservato con un senso di complicità l’attività di traduzione di molti poeti che ammiro, una fra tutte quella di Sergio Solmi, che nel suo Quaderno di traduzioni (II, Einaudi, 1977) spiega molto meglio di me il suo modo di intendere la passione e la pratica della traduzione (che condivido).
Certo, anche nell’insegnamento – la mia attività quotidiana – esercito una pratica di conoscenza e trasmissione da e verso il linguaggio. E in quel poco di recitazione che ancora mi trovo a praticare, prediligo sempre e comunque la presenza della parola, la sua epifania nuda e indifesa.

In un messaggio mi hai ringraziato per avere inserito in una mia nota di lettura il (doveroso) riferimento a te in quanto traduttrice del libro, e come tale – ti cito testualmente – appartenente a una “categoria fantasma della letteratura”. Ti riferivi solo alla scarsa considerazione del traduttore in chiave critica o c’è di più? Quali sono secondo te le manifestazioni più scabrose di questo “stato ectoplasmico”?

Continua a leggere I pontieri di Nimrod: Laura Branchini