Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Archive for the ‘inediti’ Category

#CorsiLeaks – inediti su Imperfetta Ellisse

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coverpsst… psst… sono filtrati titoli della prossima raccolta (quello della seconda sezione dovrebbe muovere a “risatazza immonda” (cit.) chi conosce le vicissitudini di questo blog) e un pugno di liriche.
Ringrazio ovviamente Giacomo Cerrai e mi arricchisco, come sempre, tramite il suo contributo critico.
Tutto leggibile a partire da questo link, direttamente su Imperfetta Ellisse. O anche cliccando sulla copertina qui a lato.
Giacomo ha scelto alcune poesie nettamente colorate di disincanto, rassegnazione etc. Con questa raccolta penso di avere dato spazio in modo paritario a grottesco e “tragico”, come nella nota rappresentazione della doppia maschera teatrale. Dovrebbe essere un dato di conforto, perché ognuno ci vedrà le sfumature che preferisce.
Usciranno in stampa queste poesie? Boh. Hanno girato un po’ e per ora suscitato reazioni miste, dal “non sono più tuo amico” a ragguardevoli proposte editoriali (non perfezionate per una certa mia inclinazione alla torre d’avorio).
Il resto lo vedremo.

Written by Roberto R. Corsi

27 aprile, 2017 at 09:23

#Worldpoetryday 2017 calembour

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insofferenza per i tanti eventi poetici contenenti
i calembour seguenti
 

diversi/ aversi/ d’aversi/ inversi 
conversi/ “Su, versi!” 
perversi/ traversi/ Fraversi 
(Basilio, mio conoscente).

Salvo solo Roberto e Enea Roversi
e i corpi eventualmente
sul mio letto riversi.

[inedito, 3 minuti fa]

Written by Roberto R. Corsi

21 marzo, 2017 at 09:27

Pubblicato su esercizi, inediti, poesia, satira

Notazione a matita (#unversoperRobinson)

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robinson

per la giornata di oggi 2 dicembre (e solo per oggi) c’è questa iniziativa targata Casa Lettori. (vedi il banner)
Senza eccessiva originalità, ho preso un verso da un inedito (che resterà tale) di maggio di quest’anno. È un pretesto anche per dare aria al cassetto. Già che ci sono vi squaderno il tutto, il verso è in grassetto corsivo.
UPDATE del 4 dicembre: l’iniziativa non è stata ca…lcolata dal domenicale, almeno a una prima lettura. È stato da un lato bello crederci e cimentarsi, dall’altro lato amarognolo constatare come sempre io abbocchi alla trappola della effimera notorietà (che, scriverselo sul palmo a pennarello, non arriverà).

__________________
NOTAZIONE A MATITA

Non c’è bisogno d’esser Sylvia Plath
o il cugino di Elio
per morire più volte.
E non è manco vero che muoriamo
solo un poco ogni giorno, come Seneca insegna
o avverte la Medeiros scambiata per Neruda.
Io muoio tutti i giorni a tutta birra,
pienamente, 
da quella notte in cui ho toccato il culmine
del suo corpo inarcato, conca e vertice
dentro un raggio di luna
(ingannando natura). 

Maggio 2016

Written by Roberto R. Corsi

2 dicembre, 2016 at 09:39

Jack Russell Hoedown

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I’ tu’ hane ‘gli sta tra’ hoglioni anche mentre facciamo l’amore nella casa marmàta,
Cerco di concentrarmi quando sento un naso umido trafficarmi le braccia,
Mi parte un moccolo pensando alle croste sulle ginocchia della bellezza,
A questo intabarrato aggirarsi nella discarica delle sensazioni

Tu invece tutta divertita, hey puppy la nostra vita non ci basta,
Ha preso l’inebriante fragranza di un pasto ospedaliero,
Un tempo eri
bionda e atletica e l’assicurazione non mi rifonde il danno
Così ci lasciamo annusare e giudicare da cani, imprenditori, critici militanti.

(inedito, 1.11.16)

snif snif

snif snif

Written by Roberto R. Corsi

1 novembre, 2016 at 11:06

Lorenzo Vercesi, Dire senso è un guaio (su Perìgeion)

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Dove eravamo rimasti? Il mio contributo di ottobre a Perìgeion è dedicato a questo giovane poeta che ha convinto me e non pochi altri. Uscito a ridosso della tre giorni dello scorso weekend, ho atteso, per ribatterlo, che finisse quest’ultima per lasciarne l’annuncio “in testa” al sito.

Leggilo direttamente su Perìgeion: Lorenzo Vercesi, Dire senso è un guaio

Written by Roberto R. Corsi

26 ottobre, 2016 at 14:18

Pubblicato su inediti, libri, Perigeion, poesia

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Vola alta, bresaola (esercizio)

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bresaola
VOLA ALTA, BRESAOLA
(variatio ludica ex Vate M. Luzi., liberamente ispirata da un titolo giornalistico su C. Lotito, dedicata a Bernardo Pacini)

Vola alta, bresaola, defalca calorie,
tocca l’alfa e l’omèga della tua salvazione
ponderale, giacché talvolta lo puoi – sogno che l’adipe esclami
nel buio dell’addome –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quell’etereo affamamento
da sola, senza un rotolo di me
o almeno il mio smagliato ricordo, sii
massa, non ossuta trasparenza…

L’adipe e la sua anima? O la mia e la sua marcescenza?

(inedito – per fortuna, 12 agosto 2016)
immagine wikimedia commons di pubblico dominio

Written by Roberto R. Corsi

12 agosto, 2016 at 20:13

Istruzioni per la raccolta differenziata (sette quartine inedite)

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immagine: cocoparisienne per pixabay.com / cc0 pubblico dominio

ISTRUZIONI PER LA RACCOLTA DIFFERENZIATA

Plastica e lattine (sacchetto azzurro metallico)

Buttaci pure ogni amore che hai dato:
il caldo l’ha sgonfiato
oppure s’è piegato in code aguzze
a contatto col muro.

 

Carta, cartone e tetrapak (busta grezza)

Quei du’libri che hai scritto,
in più quelli che devi ancora scrivere;
ogni singolo verso, ogni parola,
ogni vocale nero punteruolo.

 

Frazione organica (bidoncino verde)

Ci va il tuo corpo, i corpi
che hanno portato al tuo,
il seme agglutinato, il tessuto sconnesso:
discanto di te stesso.

 

Indifferenziato (sacchetto trasparente)

Riponi qui la prodigiosa nuvola
che è l’assenza lunghissima di qualunque ambizione,
col suo pattume d’anni rabberciati
in stagnòle, minuzie.

 

Verde (sacchetto, indovina di che colore)

Hai poco da gettarci. Ciò che è verde
s’allontana da te.
Poche cime d’evonimo, morse da cocciniglie.
Si fa, ormai, prevenzione.

 

Vetro (bidone blu)

Lei è cristallo immortale:
smaltiscine le schegge
(lo so, te l’eri spinte dentro il polso
sperando nell’autentica di una cicatrice).

 

Olî esausti (mitologico contenitore da 5,5 lt.)

Qui andrebbe la paura,
ma non ho in dotazione il recipiente,
per cui arràngiati, tientela, assorbila con fiumi
di carta da cucina; ascondila in misteri, conformismi.

 

(1 Agosto 2016)
____________________

Dedico queste quartine inedite a Mario Campanino (vedi post precedente, link in calce): sono state ispirate dalla lettura dei suoi poemetti Vendesi uomo e Angelo morto, di cui spero di occuparmi presto, ma dei quali spero che si occupino soprattutto, e più presto, editori attenti alla qualità.
Magari la trovata di mixare raccolta porta a porta e dissezione del poetante era già venuta in mente a qualcun*; garantisco su buona fede e, come sempre, autenticità dell’auto-squartamento.

[immagine: cocoparisienne per pixabay.com / cc0 pubblico dominio]

Written by Roberto R. Corsi

1 agosto, 2016 at 08:08

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Amore e agonismo (4 inediti, giugno 2016)

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AMORE E AGONISMO

Stavo bene con te, al mare | sotto quella tenda bianca…
Così, in ottonarî, rompi un silenzio biennale, con la scusa che ha perso
la nazionale romena. Vieni da là, forse quando fai pratica legale
non ti piace sbandierarlo, ma nella stanza tifi eccome
per Tătărușanu e Andone. Vieni da là, dunque per tutti sei una manipolatrice,
come se l’Italia fosse il regno delle Bernardette. Vuoi farti un’altra vacanza gratis,
dicono. Come puoi farti pigliare così per il culo?
mi dicevano e dicono. Ma tu sei onnipotente di bellezza e cultura,
l’unico assoluto pensabile sono le tue chiome, gli occhi verdi e azzurri,
il corpo perfetto, la pelle che illude di brevi macchie solari
e risorge gloriosa nell’ambra. La Trinità angelica dimora nel tuo sesso,
nell’abside del respiro ritmato e crescente come macchina,
squirta lo Spirito Santo del tuo orgasmo, fluisce integratore salino nella mia bocca.
Prendimi pure per il culo, come l’idea di un dio prende da millenni per il culo i poveri
del mondo, li fa esplodere come castagne non incise… Lo faresti pur sempre
dalla mistica rosa delle tue proporzioni, mentre quaggiù mi deprime sanza lodo,
m’imprigiona una giostra di tarchiati millantatori. Illudimi con sapienza che ti giovi
la vicinanza del mio fallimento mentale e fisico, il mio flaccido involucro
che al contatto, al pensiero del contatto con la tua classica fattura, si squaglia
come sterco di scimmia gettato dentro un lago vulcanico.

Amata, la mia furiosa ambizione è stata quella di goderti per mesi, di trattenere
il possesso che invece fugge come il respiro. Fare legna prima del mio inverno,
volgerti e rivolgerti con la luce della luna che ti frustava la schiena.
Dichiaro qui in carta bollata che avrei voluto morire appena dopo,
donarti ogni mia linfa erroneamente tributata altrove, ogni anno di sofferenza a venire,
per ritardare il momento in cui i tuoi ornamenti dolciastri, i tuoi muscoli di salmone
perderanno regime, e tu sarai scelleratamente matrona delle sette colline.

E avrei voluto, cadendo in cenere, arrivare sereno a ripercorrere il momento
in cui qualcosa mi ha spezzato anima e corpo, ciò che mi ha fatto incapace
di essere, sentire, pretendere, osare, riuscire, amare, mantenere. Come bravo scienziato
riesco ad afferrare alcuni istanti disposti sul legnoverde: isterica, biancovestita
come ogni morte, chi mi diede la vita
sceneggiava il pericolo della sua fine ogni giorno, a ogni impasse, sdraiata sul
pavimento perché anche lei abbandonata – non tanto dal gitano marito,
suadente calciatore poi in girovaga levantina bugiarda ansiosa onnipotenza rifluito,
ma già dal padre fumatore e presto anche dalla madre. Dammi il micoren,
chiama il dottore, mi stai facendo crepare, gridava; oppure mi farai venire
un cànchero. Rubber is over, i giochi erano fatti:
la paura dell’abbandono è il tumore silente che si replica nell’indegnità a tutto,
e quanto più ci si sente inadatti tanto più si porge il collo a un nuovo giro di catena.

È brutto e nudo scriverlo; le cose, come i tuoi processi, hanno un tempo,
la carnefice è sorda e sta affettuosamente preparandomi la pasta gratinata,
le prove sono inquinate di distanza. Però questo paghiamo,
questo mi ha reso schiavo, paralizzato. Questo non ci porterà più
sotto una tenda bianca, soli. E dentro continua a tagliare, atterrire,
come le tue foto uscente splendente dalla cappella dei Pazzi
o i panorami della costiera amalfitana, assieme a qualcun altro
che non hanno chiuso alla gogna silente della non vita.
Non vedrò mai quei posti, come Parigi, bruciano carne e tendini,
è tardi, avrei voluto tanto amare gli angoli della terra, è tardi. Non sono più in grado
di sottrarmi alle spire, non ne ho le forze. Lo dico
con la serena malinconia della luce autunnale. Tu che hai conosciuto
l’annaspo, porta via con te la certezza del mio piccolo possibile
infanti-ciso amore.

ALÌ 

E per la terza volta Cristo violò la privacy e trovò sullo smartphone di Maddalena
messaggi piuttosto espliciti di vecchie fiamme o spasimanti esotici.
La nostra storia è terminata e mi sento persino euforico, la solitudine tutt’altro che croce,
respiro aria frizzante di ozio romanzi ottocenteschi e palinsesti sportivi,
forse perché finalmente mi riconosco incapace da sempre d’amare le persone
almeno quanto io ami invece questa fragile, sottile libertà a pensione completa.
La proverbiale goccia è un certo Alì che a inizio giugno ti ha fatto pesanti avance
e due domeniche dopo tu hai ringraziato per i bei momenti. Mi avrai fatto fesso
nel volto soltanto o pure col ciuffetto? Comunque sia andata, non sai rifiutare
l’offerta di sesso, proprio come non ti neghi mai un cucchiaio in più di risotto,
prendi amore ovunque sia – Santa Giovanna o santissimo scrivente, tre anni fa.
Non mi sfugge come i messaggi inizino il giorno prima della morte del grande pugile:
col guscio attaccato alle macchine, per poche ore ancora,
forse l’anima di Cassius è trasmigrata in questo cazzo di omonimo cicisbeo
mediorientale giramondo: nell’euforia di trovarsi nuovamente dentro un corpo vigoroso
scrive senza schivate I LIKE TO MAKE LOVE TO YOU AGAIN AND AGAIN
e sferra un gancio micidiale contro il cristallo della mia fiducia. Potrei “legare”,
abbassare la testa e indebolire il Louisville Lip – con qualche cornata, a ‘sto punto.
Preferisco sputare il paradenti, gettare la spugna, pensando tremante alle nuove sfide
che mi attendono, dai marker per l’epatite al test dell’Aids,
ma soprattutto alla ricerca, in fondo al baule, d’uno scampolo di fiducia e di forza
per accettare i fallimenti, capire che una persona non si spalanca per volontariato
e va meritata. Sinistro-destro, sfruttare l’allungo della trasparenza,
non piantarsi alle corde di fronte alle punte indagatrici di sguardi nuovi.
Fluttua come una farfalla, via, a scatti; al limite torci contro di te il pungiglione,
come un’ape imprigionata nelle quattro pareti di se stessa.

NET WEIGHT 

Tu invece vieni a salutarmi alla prima assolata giornata di Wimbledon
e poche ore avanti Italia-Spagna. Tredici anni fa facemmo l’amore
mentre Federer incantava in finale, e quando iniziasti a profonderti
nella chanson romantica del dopo io ti ruppi con un “torno subito:
alla tv c’è questo che cola a rete come oro liquido, sentenzia come un Tèseo
di Canova e rovescia colpi di katana”. Game set and match. Oggi invece sei trenta chili
per uno e settantotto, a metà esatta tra lo zero e l’inno ch’eri allora.
Pure il lògos ti s’attorciglia in secche spire malate, travisi interrompi prorompi
fai schermo di te, poi scoppi in pianto perché ti cedo in pegno d’amicizia
le sonate di Schubert, dici di non meritarle. Porti litri d’indegnità dentro i polmoni,
dici che ogni cosa del mondo ti strappa di dosso le carni. Ti posso capire.
Impossibile sfiorarti o pensarti, scherziamo su uno sfondone letterario di tuo padre,
abbozzi uno sfogo familiare gigantesco e lacrimoso ma sùbito ti tiri indietro,
per farti ridere scrivo su Google “Ciahòski”, come me lo pronunci in fiorentino;
sì scherziamo finalmente scherziamo come ai vecchi tempi e mentre fai una ricerca
io dalla sedia mi fisso sul percorso dei tuoi muscoli esausti lungo l’omero e il dorso:
le chiome bagnano stancamente le cuciture di una martoriata tavola anatomica,
la leonardesca sanguigna di un incrocio lontano, potente, essiccato nelle reciproche
follie e paure. Due albicocche per merenda, due Winston, vai via e saluti,
mi abbracci col tuo cavo abbraccio di piccione abortito sul marciapiede;
sì lo so che mi vuoi bene ma è difficile crederlo se odii così te stessa.
Sul calcio d’avvio degli azzurri parte il coro: “Ma come è ridotta?
che fa? questa muore!”. Anche Federer è cotto, poi gioca domani,
oggi apre Nole, vincerà lui il torneo tra due domeniche, remembrance day,
tempo stasi e selci d’altrui ego ci han predato come Mohicani del serve and volley.

ATALANTA

Lungo lucenti esose serate di giugno rincasare alla morte dinamica dei miei due vecchi,
pensare tra angosce a quanto si è perduto, riporlo, scacciare i corvi di quanto incombe,
tremendamente acquietarsi persino davanti all’albero da frutta del purgatorio,
l’albero della bellezza scoperta e cruda che piove ovunque come lava.

È stato proprio allora che una flebile speranza è giunta con una tornita podista
smeraldina, passando spedita fissandomi ha due volte
ansimato, senza volerlo mi ha offerto una calda disarmonica fittizia intimità.
Come un Tadzio muscolato, in sonoro, inafferrabile indicava la vita, tanto o poco più in là.

img credits: from Wikimedia Commons. (1) Ralf Roletschek; (2) Dutch National Archives, The Hague; (3) AlexIsrael; (4) “Mike” Michael L. Baird.  Original Image 1 e 2 are available on Wikimedia voices concerning Tatarusanu and Muhammed Alì, and licensed with CC BY-ND-SA.

Written by Roberto R. Corsi

2 luglio, 2016 at 10:44

Francesca Mazzotta, tre inediti – per poco! – su Perìgeion

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Francesca mi ha fatto leggere alcuni inediti qualche settimana fa; dei cinque ne ho scelti tre per voi, scegliendo un po’ arbitrariamente un frammento come titolo, e ho preparato l’articolo. È poi arrivata la notizia che grazie all’affermazione al premio inediTO potrete leggere presto su carta l’intera raccolta – che si chiamerà (prendete nota) Reduci o redenti. Morale: non sottovalutate le mie capacità divinatorie, smile (le avessi avute per il Leicester…). E buona lettura.

Leggi l’articolo su Perìgeion: Francesca Mazzotta, E a benedirti l’Arno (inediti)

Written by Roberto R. Corsi

8 giugno, 2016 at 09:14

Giovanni Bellini, Quattro allegorie (inediti)

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Le concatenazioni casuali a carattere culturale sono sempre felici. Forse questo slancio improvviso verso una modalità che credevo definitivamente in me sopita si deve alla lettura delle poesie di Eleonora Pinzuti (in uscita imminente, spero di occuparmene presto), in cui il dato archetipico viene costantemente e provvidamente vivificato…
Poche ore più tardi leggevo invece di una mostra su Aldo Manuzio alle veneziane Gallerie dell’Accademia e mi sono soffermato sul dettaglio delle superbe ed enigmatiche allegorie di Bellini (sono databili attorno al 1490, e sono conservate in Galleria in pianta stabile).
In passato mi sono arrabattato, non so quanto chiaramente, su ekphrasis e, mio azzardo linguistico, diaphrasis; intendevo che l’obiettivo fosse quello di non fermarsi alla descrizione di un’opera (o, estendendo per analogia, di un dato culturale preesistente) estratta (ek-) fedelmente, bensì di veicolare attraverso (dia-) essa il proprio vissuto.  
Oggetto di alcune prove precedenti, per fermarsi solo al pittorico, Incredulità di San Tommaso, L’alzaia di Signorini, la Venere di Urbino, la Foce del Cinquale di Carlo Carrà. Le poesie che hanno tratto spunto da queste opere hanno circa un decennio e potete leggerle nel mio free ebook antologico.
Stamane invece la scrittura si è biforcata: l’ekphrasis vera e propria è allineata al centro, la trasfigurazione nel personale invece è allineata a sinistra.
Buona lettura.

A few credits: ornato come maschio… è un verso di Franco Buffoni (da Quaranta a quindici, Crocetti, 1987); il chiaramente successivo è un tormentone ormai liturgico nel panorama della manovalanza culturale. Come statua di Giove è un inciso che uso spesso e vien detto in italiano – pensate – nel Rosenkavalier di R.Strauss. Ci sono poi, come sempre, microriferimenti che lascio a voi.
Lo spirito di questo ripescaggio stilistico è devoto e dedicato al Mauritshuis di Sanguineti (1986, qui su NI), pur essendone differente per tecnica ed esiti.


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QUATTRO ALLEGORIE DI GIOVANNI BELLINI


Perseveranza, forse Lussuria

rischiarare la frutta
pórta dal carro

vai alla vittoria milite
costante nella forza
lucido nell’azione
lindo nell’inconoscere,
ornato come maschio nella carne della moglie

nostro picciol trainare
Bacco non ricompensa

chiaramente ovviamente non possiamo pagarti
mentre il dominus già abbraccia, avambraccia per intero
antiorario il tappeto
verde del pube, lo 
saprà onorare

lo sfondo del fairway è un freddo inverno 

chissà, licenziato il corteo,
spigolar rastrellare raspollare,
poi mescere
assieme a qualche chimica e catodica

 

Fortuna o Incostanza

ecce imperatrix mundi remigando senza remi attorno ai bastioni

se solo la spina bifida degli eventi – quel giorno si pianse tutti – presaga una bestemmia lungo la via di casa – poi fu vox populi da negare a oltranza – se solo uno due anni in più

adest fortuna (cum) sphaera caelest(~)

se solo la mano più audace – scollinare il palmo – toccare la paura poi scendere – se solo, come tutti, decenni – declivi di strade ombrose – sicumera al manubrio – respiro estate

poggia su instabile punta rotulea

sostieni e fai male – se solo mi avessi gemmato dal tuo ego – se solo un irripetibile scettro – monito di comando – catena, non sciacquone 

guai se rompete le righe putti puttani dentro lo scafo

se solo il filo perlaceo del non detto – per una volta una – bagatellare – a protrarre quell’agosto acrobatico – dentro il nervo dell’euforia

felicità del tuffo, aggrapparsi, felicità del dorso, domani di deriva

se solo avessero piastrelle questi quarantaquattro cantoni – se solo armonia comme il faut tra i gatti matti – se solo fosse lungi questa sarabanda d’odalische padrone – ma ora le onde le onde il freddo benefico il sale nei pori dimenticare

 

Prudenza, o più probabilmente Vanità 

superba, dai fianchi collinari, ella mostra tua imago


sono io per davvero o è il mio film?
scritto in fregio di pregio,
è quello che mi spingo
ad apparire prima di puzzare,
la piuma di parata del pavone?

o forse, spingendo più lo sguardo
in quel volto verdastro
(nobiliare? biliare!)
accostato alle disiate chiome
è epifania del non dover tentare?

trombano i putti (diresti tu con spirito)
sul piedestallo attorno al piedestallo
si alza e torna fioco lo strumento, secondo stanchità vanità
è mesto il tamburino, angusta la finestra 

vale forse rimuovere gli sguardi
e le parole – dare spazio, di là, a vedute
e canti di risacca, oppure qui, al conforto
claustrofobico, rifugiarsi in prudenza

che non sia etimologica sapienza…

 

Menzogna, per alcuni Sapienza

sbuca da conca di paguro, celando l’evenienza delle gambe

mendace
lo stesso mare
di molluschi gentili, s’attosca per le rocce
sedimento del tempo

ti fa viandante

lo serpente è una treccia di menzogne –
ben tre, azzimanti, sulle prime indistinte;
ancìdi con la spada
ma le spire hanno ami:
sarebbe stato saggio
perpetuare l’abbraccio?

esci lato sinistro, o forse resti, come statua di Giove ormai cifotica

in ogni modo via dalla città, via da Ilio,
via dalle belle mura ritmate di piscio,
da Elene e bambini, dal nulla verso il nulla –
una firma per favore sul secondo gradino:
prego si accomodi, non cala mai la tela.

________________________
[1 Giugno 2016]
[Le immagini sono di pubblico dominio e tratte da Wikimedia Commons, partendo dalla voce wiki]

Written by Roberto R. Corsi

1 giugno, 2016 at 15:59

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