Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Archive for the ‘inediti’ Category

Contrappasso Jannacci (in loving memory)

leave a comment »

Ridevo quando l’autoradio,
Imitando Joe Cocker, meleggiava quei “Poveri
Cantautori, che per vendere i dischi
Se li compran da soli”;

Poi, poeta (?), giù a firmare
Contratti d’edizione (?) a pagamento
O a comprarti le copie (che “è normale,
Lo fanno tutti, però meglio se taci”).

[inedito – oggi]

Wikipedia – Pubblico Dominio

Annunci

Written by Roberto R. Corsi

8 ottobre, 2017 at 08:30

Omaggio a Houellebecq

with one comment

Quando esco presto per camminare mi surclassano vecchi allenatissimi.
M’incrociano di corsa proprio davanti al ristorante dove ne ho visti tanti a cena con l’escort.
Li immagino muovere il pube sopra quelle perfezioni anatomiche d’oltrecortina,
Immagino tricipiti, dorsali e lombari in missionaria tensione, come quelli di un dogo sul punto di attaccare:
Con le loro ripetute sul lungomare e i loro fitness program restano sempre dei vecchi.
Andare a camminare presto non mi renderà più giovane, non sanerà le morti, le dismetrie, gli errori.

L’edicolante fa già il conto alla rovescia: quattordici anni alla pensione.
Beato lui che almeno ne avrà una, penso, ed ecco che di colpo la vecchiaia
Si reidrata e diventa una nuvola rosa che inghiotte il passo sciancato, l’apnea, il nulla dell’oggi.
Ammalarsi e morire, svanire come un peto, diventa una nuvola rosa, un miraggio, un’odalisca.

Dentro il giornale, un tassista ivoriano odia la letteratura perché premiano solo uomini bianchi.
Fuori dal giornale, la povertà preme alle porte e affila i coltelli.
I comunisti di ieri rinforzano i muri di cinta, che con sollievo del mio pomeriggio sportivo sembrano per ora tenere.
Tutto il nostro eros, ore di lettura al tramonto come gambe lisce da carezzare,
Tutta la nostra poesia è fondata sul privilegio.

(inedito, 17.09.17)

Houellebecq

By Fronteiras do Pensamento [CC BY-SA 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)%5D, via Wikimedia Commons

Written by Roberto R. Corsi

19 settembre, 2017 at 23:08

Pubblicato su inediti, novità, poesia

Tagged with

#CorsiLeaks – inediti su Imperfetta Ellisse

leave a comment »

coverpsst… psst… sono filtrati titoli della prossima raccolta (quello della seconda sezione dovrebbe muovere a “risatazza immonda” (cit.) chi conosce le vicissitudini di questo blog) e un pugno di liriche.
Ringrazio ovviamente Giacomo Cerrai e mi arricchisco, come sempre, tramite il suo contributo critico.
Tutto leggibile a partire da questo link, direttamente su Imperfetta Ellisse. O anche cliccando sulla copertina qui a lato.
Giacomo ha scelto alcune poesie nettamente colorate di disincanto, rassegnazione etc. Con questa raccolta penso di avere dato spazio in modo paritario a grottesco e “tragico”, come nella nota rappresentazione della doppia maschera teatrale. Dovrebbe essere un dato di conforto, perché ognuno ci vedrà le sfumature che preferisce.
Usciranno in stampa queste poesie? Boh. Hanno girato un po’ e per ora suscitato reazioni miste, dal “non sono più tuo amico” a ragguardevoli proposte editoriali (non perfezionate per una certa mia inclinazione alla torre d’avorio).
Il resto lo vedremo.

Written by Roberto R. Corsi

27 aprile, 2017 at 09:23

#Worldpoetryday 2017 calembour

leave a comment »

insofferenza per i tanti eventi poetici contenenti
i calembour seguenti
 

diversi/ aversi/ d’aversi/ inversi 
conversi/ “Su, versi!” 
perversi/ traversi/ Fraversi 
(Basilio, mio conoscente).

Salvo solo Roberto e Enea Roversi
e i corpi eventualmente
sul mio letto riversi.

[inedito, 3 minuti fa]

Written by Roberto R. Corsi

21 marzo, 2017 at 09:27

Pubblicato su esercizi, inediti, poesia, satira

Notazione a matita (#unversoperRobinson)

leave a comment »

robinson

per la giornata di oggi 2 dicembre (e solo per oggi) c’è questa iniziativa targata Casa Lettori. (vedi il banner)
Senza eccessiva originalità, ho preso un verso da un inedito (che resterà tale) di maggio di quest’anno. È un pretesto anche per dare aria al cassetto. Già che ci sono vi squaderno il tutto, il verso è in grassetto corsivo.
UPDATE del 4 dicembre: l’iniziativa non è stata ca…lcolata dal domenicale, almeno a una prima lettura. È stato da un lato bello crederci e cimentarsi, dall’altro lato amarognolo constatare come sempre io abbocchi alla trappola della effimera notorietà (che, scriverselo sul palmo a pennarello, non arriverà).

__________________
NOTAZIONE A MATITA

Non c’è bisogno d’esser Sylvia Plath
o il cugino di Elio
per morire più volte.
E non è manco vero che muoriamo
solo un poco ogni giorno, come Seneca insegna
o avverte la Medeiros scambiata per Neruda.
Io muoio tutti i giorni a tutta birra,
pienamente, 
da quella notte in cui ho toccato il culmine
del suo corpo inarcato, conca e vertice
dentro un raggio di luna
(ingannando natura). 

Maggio 2016

Written by Roberto R. Corsi

2 dicembre, 2016 at 09:39

Jack Russell Hoedown

leave a comment »

I’ tu’ hane ‘gli sta tra’ hoglioni anche mentre facciamo l’amore nella casa marmàta,
Cerco di concentrarmi quando sento un naso umido trafficarmi le braccia,
Mi parte un moccolo pensando alle croste sulle ginocchia della bellezza,
A questo intabarrato aggirarsi nella discarica delle sensazioni

Tu invece tutta divertita, hey puppy la nostra vita non ci basta,
Ha preso l’inebriante fragranza di un pasto ospedaliero,
Un tempo eri
bionda e atletica e l’assicurazione non mi rifonde il danno
Così ci lasciamo annusare e giudicare da cani, imprenditori, critici militanti.

(inedito, 1.11.16)

snif snif

snif snif

Written by Roberto R. Corsi

1 novembre, 2016 at 11:06

Lorenzo Vercesi, Dire senso è un guaio (su Perìgeion)

leave a comment »


Dove eravamo rimasti? Il mio contributo di ottobre a Perìgeion è dedicato a questo giovane poeta che ha convinto me e non pochi altri. Uscito a ridosso della tre giorni dello scorso weekend, ho atteso, per ribatterlo, che finisse quest’ultima per lasciarne l’annuncio “in testa” al sito.

Leggilo direttamente su Perìgeion: Lorenzo Vercesi, Dire senso è un guaio

Written by Roberto R. Corsi

26 ottobre, 2016 at 14:18

Pubblicato su inediti, libri, Perigeion, poesia

Tagged with ,

Vola alta, bresaola (esercizio)

with 2 comments

bresaola
VOLA ALTA, BRESAOLA
(variatio ludica ex Vate M. Luzi., liberamente ispirata da un titolo giornalistico su C. Lotito, dedicata a Bernardo Pacini)

Vola alta, bresaola, defalca calorie,
tocca l’alfa e l’omèga della tua salvazione
ponderale, giacché talvolta lo puoi – sogno che l’adipe esclami
nel buio dell’addome –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quell’etereo affamamento
da sola, senza un rotolo di me
o almeno il mio smagliato ricordo, sii
massa, non ossuta trasparenza…

L’adipe e la sua anima? O la mia e la sua marcescenza?

(inedito – per fortuna, 12 agosto 2016)
immagine wikimedia commons di pubblico dominio

Written by Roberto R. Corsi

12 agosto, 2016 at 20:13

Istruzioni per la raccolta differenziata (sette quartine inedite)

leave a comment »

immagine: cocoparisienne per pixabay.com / cc0 pubblico dominio

ISTRUZIONI PER LA RACCOLTA DIFFERENZIATA

Plastica e lattine (sacchetto azzurro metallico)

Buttaci pure ogni amore che hai dato:
il caldo l’ha sgonfiato
oppure s’è piegato in code aguzze
a contatto col muro.

 

Carta, cartone e tetrapak (busta grezza)

Quei du’libri che hai scritto,
in più quelli che devi ancora scrivere;
ogni singolo verso, ogni parola,
ogni vocale nero punteruolo.

 

Frazione organica (bidoncino verde)

Ci va il tuo corpo, i corpi
che hanno portato al tuo,
il seme agglutinato, il tessuto sconnesso:
discanto di te stesso.

 

Indifferenziato (sacchetto trasparente)

Riponi qui la prodigiosa nuvola
che è l’assenza lunghissima di qualunque ambizione,
col suo pattume d’anni rabberciati
in stagnòle, minuzie.

 

Verde (sacchetto, indovina di che colore)

Hai poco da gettarci. Ciò che è verde
s’allontana da te.
Poche cime d’evonimo, morse da cocciniglie.
Si fa, ormai, prevenzione.

 

Vetro (bidone blu)

Lei è cristallo immortale:
smaltiscine le schegge
(lo so, te l’eri spinte dentro il polso
sperando nell’autentica di una cicatrice).

 

Olî esausti (mitologico contenitore da 5,5 lt.)

Qui andrebbe la paura,
ma non ho in dotazione il recipiente,
per cui arràngiati, tientela, assorbila con fiumi
di carta da cucina; ascondila in misteri, conformismi.

 

(1 Agosto 2016)
____________________

Dedico queste quartine inedite a Mario Campanino (vedi post precedente, link in calce): sono state ispirate dalla lettura dei suoi poemetti Vendesi uomo e Angelo morto, di cui spero di occuparmi presto, ma dei quali spero che si occupino soprattutto, e più presto, editori attenti alla qualità.
Magari la trovata di mixare raccolta porta a porta e dissezione del poetante era già venuta in mente a qualcun*; garantisco su buona fede e, come sempre, autenticità dell’auto-squartamento.

[immagine: cocoparisienne per pixabay.com / cc0 pubblico dominio]

Written by Roberto R. Corsi

1 agosto, 2016 at 08:08

Pubblicato su inediti, poesia

Tagged with

Amore e agonismo (4 inediti, giugno 2016)

with 2 comments

AMORE E AGONISMO

Stavo bene con te, al mare | sotto quella tenda bianca…
Così, in ottonarî, rompi un silenzio biennale, con la scusa che ha perso
la nazionale romena. Vieni da là, forse quando fai pratica legale
non ti piace sbandierarlo, ma nella stanza tifi eccome
per Tătărușanu e Andone. Vieni da là, dunque per tutti sei una manipolatrice,
come se l’Italia fosse il regno delle Bernardette. Vuoi farti un’altra vacanza gratis,
dicono. Come puoi farti pigliare così per il culo?
mi dicevano e dicono. Ma tu sei onnipotente di bellezza e cultura,
l’unico assoluto pensabile sono le tue chiome, gli occhi verdi e azzurri,
il corpo perfetto, la pelle che illude di brevi macchie solari
e risorge gloriosa nell’ambra. La Trinità angelica dimora nel tuo sesso,
nell’abside del respiro ritmato e crescente come macchina,
squirta lo Spirito Santo del tuo orgasmo, fluisce integratore salino nella mia bocca.
Prendimi pure per il culo, come l’idea di un dio prende da millenni per il culo i poveri
del mondo, li fa esplodere come castagne non incise… Lo faresti pur sempre
dalla mistica rosa delle tue proporzioni, mentre quaggiù mi deprime sanza lodo,
m’imprigiona una giostra di tarchiati millantatori. Illudimi con sapienza che ti giovi
la vicinanza del mio fallimento mentale e fisico, il mio flaccido involucro
che al contatto, al pensiero del contatto con la tua classica fattura, si squaglia
come sterco di scimmia gettato dentro un lago vulcanico.

Amata, la mia furiosa ambizione è stata quella di goderti per mesi, di trattenere
il possesso che invece fugge come il respiro. Fare legna prima del mio inverno,
volgerti e rivolgerti con la luce della luna che ti frustava la schiena.
Dichiaro qui in carta bollata che avrei voluto morire appena dopo,
donarti ogni mia linfa erroneamente tributata altrove, ogni anno di sofferenza a venire,
per ritardare il momento in cui i tuoi ornamenti dolciastri, i tuoi muscoli di salmone
perderanno regime, e tu sarai scelleratamente matrona delle sette colline.

E avrei voluto, cadendo in cenere, arrivare sereno a ripercorrere il momento
in cui qualcosa mi ha spezzato anima e corpo, ciò che mi ha fatto incapace
di essere, sentire, pretendere, osare, riuscire, amare, mantenere. Come bravo scienziato
riesco ad afferrare alcuni istanti disposti sul legnoverde: isterica, biancovestita
come ogni morte, chi mi diede la vita
sceneggiava il pericolo della sua fine ogni giorno, a ogni impasse, sdraiata sul
pavimento perché anche lei abbandonata – non tanto dal gitano marito,
suadente calciatore poi in girovaga levantina bugiarda ansiosa onnipotenza rifluito,
ma già dal padre fumatore e presto anche dalla madre. Dammi il micoren,
chiama il dottore, mi stai facendo crepare, gridava; oppure mi farai venire
un cànchero. Rubber is over, i giochi erano fatti:
la paura dell’abbandono è il tumore silente che si replica nell’indegnità a tutto,
e quanto più ci si sente inadatti tanto più si porge il collo a un nuovo giro di catena.

È brutto e nudo scriverlo; le cose, come i tuoi processi, hanno un tempo,
la carnefice è sorda e sta affettuosamente preparandomi la pasta gratinata,
le prove sono inquinate di distanza. Però questo paghiamo,
questo mi ha reso schiavo, paralizzato. Questo non ci porterà più
sotto una tenda bianca, soli. E dentro continua a tagliare, atterrire,
come le tue foto uscente splendente dalla cappella dei Pazzi
o i panorami della costiera amalfitana, assieme a qualcun altro
che non hanno chiuso alla gogna silente della non vita.
Non vedrò mai quei posti, come Parigi, bruciano carne e tendini,
è tardi, avrei voluto tanto amare gli angoli della terra, è tardi. Non sono più in grado
di sottrarmi alle spire, non ne ho le forze. Lo dico
con la serena malinconia della luce autunnale. Tu che hai conosciuto
l’annaspo, porta via con te la certezza del mio piccolo possibile
infanti-ciso amore.

ALÌ 

E per la terza volta Cristo violò la privacy e trovò sullo smartphone di Maddalena
messaggi piuttosto espliciti di vecchie fiamme o spasimanti esotici.
La nostra storia è terminata e mi sento persino euforico, la solitudine tutt’altro che croce,
respiro aria frizzante di ozio romanzi ottocenteschi e palinsesti sportivi,
forse perché finalmente mi riconosco incapace da sempre d’amare le persone
almeno quanto io ami invece questa fragile, sottile libertà a pensione completa.
La proverbiale goccia è un certo Alì che a inizio giugno ti ha fatto pesanti avance
e due domeniche dopo tu hai ringraziato per i bei momenti. Mi avrai fatto fesso
nel volto soltanto o pure col ciuffetto? Comunque sia andata, non sai rifiutare
l’offerta di sesso, proprio come non ti neghi mai un cucchiaio in più di risotto,
prendi amore ovunque sia – Santa Giovanna o santissimo scrivente, tre anni fa.
Non mi sfugge come i messaggi inizino il giorno prima della morte del grande pugile:
col guscio attaccato alle macchine, per poche ore ancora,
forse l’anima di Cassius è trasmigrata in questo cazzo di omonimo cicisbeo
mediorientale giramondo: nell’euforia di trovarsi nuovamente dentro un corpo vigoroso
scrive senza schivate I LIKE TO MAKE LOVE TO YOU AGAIN AND AGAIN
e sferra un gancio micidiale contro il cristallo della mia fiducia. Potrei “legare”,
abbassare la testa e indebolire il Louisville Lip – con qualche cornata, a ‘sto punto.
Preferisco sputare il paradenti, gettare la spugna, pensando tremante alle nuove sfide
che mi attendono, dai marker per l’epatite al test dell’Aids,
ma soprattutto alla ricerca, in fondo al baule, d’uno scampolo di fiducia e di forza
per accettare i fallimenti, capire che una persona non si spalanca per volontariato
e va meritata. Sinistro-destro, sfruttare l’allungo della trasparenza,
non piantarsi alle corde di fronte alle punte indagatrici di sguardi nuovi.
Fluttua come una farfalla, via, a scatti; al limite torci contro di te il pungiglione,
come un’ape imprigionata nelle quattro pareti di se stessa.

NET WEIGHT 

Tu invece vieni a salutarmi alla prima assolata giornata di Wimbledon
e poche ore avanti Italia-Spagna. Tredici anni fa facemmo l’amore
mentre Federer incantava in finale, e quando iniziasti a profonderti
nella chanson romantica del dopo io ti ruppi con un “torno subito:
alla tv c’è questo che cola a rete come oro liquido, sentenzia come un Tèseo
di Canova e rovescia colpi di katana”. Game set and match. Oggi invece sei trenta chili
per uno e settantotto, a metà esatta tra lo zero e l’inno ch’eri allora.
Pure il lògos ti s’attorciglia in secche spire malate, travisi interrompi prorompi
fai schermo di te, poi scoppi in pianto perché ti cedo in pegno d’amicizia
le sonate di Schubert, dici di non meritarle. Porti litri d’indegnità dentro i polmoni,
dici che ogni cosa del mondo ti strappa di dosso le carni. Ti posso capire.
Impossibile sfiorarti o pensarti, scherziamo su uno sfondone letterario di tuo padre,
abbozzi uno sfogo familiare gigantesco e lacrimoso ma sùbito ti tiri indietro,
per farti ridere scrivo su Google “Ciahòski”, come me lo pronunci in fiorentino;
sì scherziamo finalmente scherziamo come ai vecchi tempi e mentre fai una ricerca
io dalla sedia mi fisso sul percorso dei tuoi muscoli esausti lungo l’omero e il dorso:
le chiome bagnano stancamente le cuciture di una martoriata tavola anatomica,
la leonardesca sanguigna di un incrocio lontano, potente, essiccato nelle reciproche
follie e paure. Due albicocche per merenda, due Winston, vai via e saluti,
mi abbracci col tuo cavo abbraccio di piccione abortito sul marciapiede;
sì lo so che mi vuoi bene ma è difficile crederlo se odii così te stessa.
Sul calcio d’avvio degli azzurri parte il coro: “Ma come è ridotta?
che fa? questa muore!”. Anche Federer è cotto, poi gioca domani,
oggi apre Nole, vincerà lui il torneo tra due domeniche, remembrance day,
tempo stasi e selci d’altrui ego ci han predato come Mohicani del serve and volley.

ATALANTA

Lungo lucenti esose serate di giugno rincasare alla morte dinamica dei miei due vecchi,
pensare tra angosce a quanto si è perduto, riporlo, scacciare i corvi di quanto incombe,
tremendamente acquietarsi persino davanti all’albero da frutta del purgatorio,
l’albero della bellezza scoperta e cruda che piove ovunque come lava.

È stato proprio allora che una flebile speranza è giunta con una tornita podista
smeraldina, passando spedita fissandomi ha due volte
ansimato, senza volerlo mi ha offerto una calda disarmonica fittizia intimità.
Come un Tadzio muscolato, in sonoro, inafferrabile indicava la vita, tanto o poco più in là.

img credits: from Wikimedia Commons. (1) Ralf Roletschek; (2) Dutch National Archives, The Hague; (3) AlexIsrael; (4) “Mike” Michael L. Baird.  Original Image 1 e 2 are available on Wikimedia voices concerning Tatarusanu and Muhammed Alì, and licensed with CC BY-ND-SA.

Written by Roberto R. Corsi

2 luglio, 2016 at 10:44

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: