Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Archive for the ‘giornali’ Category

editori di poesia su “La lettura”: uno screening

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Da tempo sono un affezionato lettore de La lettura, ossia del supplemento culturale domenicale del Corriere. Tra i vari argomenti interessanti, la poesia gode quasi tutte le settimane di una pagina dedicata. La popolano recensioni lunghe, a volte addirittura con una valutazione a punti  – (da 1 a 5) per stile/ispirazione/copertina – e note brevi in dieci righe, principalmente nella rubrica “Soglie” a firma Franco Manzoni.
Per una sessantina di uscite, quindi per più di un anno, ho annotato domenica dopo domenica gli editori dei volumi presi in considerazione, segnando un punto per le recensioni piene, mezzo punto per le dieci righe.
Ne è uscita una classifica di cui vi sottopongo le prime posizioni e che è foriera di considerazioni interessanti.
Per prima cosa: perché mi sono mosso a quest’osservazione? Principalmente perché, se non sbaglio, il supplemento (o il sito) non indica canali (email etc.) di invio diretto dai lettori (/poeti/poetastri) alla redazione. Confesso che avrei inviato volentieri in redazione le mie cozze: sarò bollito ma non ho trovato un canale di comunicazione, a differenza di altri supplementi e riviste mensili che hanno i loro indirizzi ben in vista e quindi sono “infiltrabili” da singoli autori che vogliano tentare la sorte.
Da questo ho dedotto (in via ipotetica e approssimativa, ripeto) che le opere in valutazione non vengano inviate dal singolo autore bensì dagli editori, attraverso canali istituzionali, per così dire.
Quindi la classifica assume ai miei occhi un indice (ripeto non assoluto) di motilità editorialedi propensione dell’editore alla promozione del proprio prodotto. A darsi da fare e a non considerare il suo compito chiuso con la pubblicazione (come troppi).

Importante precisare che questo fattore è disaggregato rispetto ad altri elementi di valutazione, per esempio la gratuità: se per esempio Lietocolle e Marco Saya sono editori che (siano laudati!) non chiedono nessuna forma di contributo all’autore, mi risulta che non si possa dire lo stesso di altri nomi in classifica. Da notare il caso di LVF che chiede espressamente un contributo bookware in fase valutativa (più in là non so).
Quindi questa motilità (ormai la abbiamo chiamata così) non va valutata da sola ma in combinato con altri elementi: la gratuità, i canali della distribuzione etc.

Detto ciò, a voi le prime posizioni.

lalettura
Interessante vedere come, nella top 12 qui sopra, un editore medio come Interlinea sia presente come e più di due big come Einaudi e Mondadori. Ottimi risultati anche per Aragno, Effigie, e Pequod (che in tutti e tre i casi è comparsa con marchio Pequod e mai della consorella Italic, quella dei miei mitili).

Continuerò a stilare i punteggi anche per il 2017 in un foglio Gdrive; chi volesse monitorarlo in lettura mi faccia sapere e lo aggiungo in condivisione.

[PS: il passo successivo verso la Buddhità è comprendere come tutto questo sbattimento per una recensione con un’emivita di qualche ora o giorno sia māyā]

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Written by Roberto R. Corsi

7 gennaio, 2017 at 18:25

Notazione a matita (#unversoperRobinson)

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robinson

per la giornata di oggi 2 dicembre (e solo per oggi) c’è questa iniziativa targata Casa Lettori. (vedi il banner)
Senza eccessiva originalità, ho preso un verso da un inedito (che resterà tale) di maggio di quest’anno. È un pretesto anche per dare aria al cassetto. Già che ci sono vi squaderno il tutto, il verso è in grassetto corsivo.
UPDATE del 4 dicembre: l’iniziativa non è stata ca…lcolata dal domenicale, almeno a una prima lettura. È stato da un lato bello crederci e cimentarsi, dall’altro lato amarognolo constatare come sempre io abbocchi alla trappola della effimera notorietà (che, scriverselo sul palmo a pennarello, non arriverà).

__________________
NOTAZIONE A MATITA

Non c’è bisogno d’esser Sylvia Plath
o il cugino di Elio
per morire più volte.
E non è manco vero che muoriamo
solo un poco ogni giorno, come Seneca insegna
o avverte la Medeiros scambiata per Neruda.
Io muoio tutti i giorni a tutta birra,
pienamente, 
da quella notte in cui ho toccato il culmine
del suo corpo inarcato, conca e vertice
dentro un raggio di luna
(ingannando natura). 

Maggio 2016

Written by Roberto R. Corsi

2 dicembre, 2016 at 09:39

#worldpoetryday – Consorzi non consorti (inedito)

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AldaMerini

Il doodle odierno con Alda Merini (nata il 21 Marzo del 1931)

È orribile celebrare la giornata mondiale della poesia con parole proprie, ma voglio divagare a modo mio sulle pompose affermazioni che oggi campeggiano sui giornali. Proprio come per la commemorazione dei defunti, molti si ricordano di qualcosa solo nel giorno “istituzionale”. Non è il caso di lamentarsi, anzi ben vengano le iniziative ufficiali che son volte a stimolare e motivare. La percezione però che la poesia “ci sia essenziale” e “non ne possiamo fare a meno”, come scorgo nelle pagine culturali odierne di Repubblica, mi sembra ormai ristretta a un’élite (come del resto è ormai quella che legge i giornali). 
La poesia è di circa due anni fa ed è parte della mia ultima raccolta inedita, che temo resterà tale. Come spesso avviene, romanza un fatto realmente accaduto che, non fossi già depresso di mio, m’avrebbe fatto star male per giorni. 


Consorzi non consorti


Mi han trascinato vicino alla stazione, in un ufficio candido
di sapientoni; non so perché, è venuto fuori
che scrivo poesie. Lo avrà detto mio padre, puntualmente e a ragione preoccupato
ch’io non sia, non esista. Devo fare la ruota,
fermare un buco nero con una mano alzata.
Stavolta è andata male. L’ippopotamo in capo: “Guardi, qui
di poesia non c’intendiamo, né ce ne interessiamo,
abbiam da lavorare, il tempo è poco,
ci sogniamo di avere i grilli per la testa”.
Ho perso l’occasione
del contropiede: “È lei che ci rimette”;

spiace solo per una
glaucopide Simona.
Ma cosa vuoi spiegare, lascia stare;
tanto più che dal meeting successivo, i padroni
hanno avocato a sé il contatto diretto. Poi il silenzio, nessuna mail
curiosa a quanto mi risulta, mittente
nessuna bella Simona, statua che volesse aprirsi il senso
della poesia di nascosto dal boss. Queste cose avvengono
solo nei nostri fogli non contabili, che non contano nulla.

Written by Roberto R. Corsi

21 marzo, 2016 at 11:16

luce verde anzi azzurrina: Brancale su #56cozze in edicola su Toscana Oggi

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È proprio vero quanto espresso inter alios da Marcel Proust: ogni lettore, quando legge, legge se stesso; io non lo avrei giammai creduto che le mie poesie, di sicuro dotate di una certa virulenza anti-escatologica (diciamo così), potessero venire apparecchiate al tavolo nobile della diocesi toscana! Merito di Michele Brancale che, non pago dell’articolata citazione sul suo blog, questa domenica mi ha elevato al rango – non tricromo, ma azzurrino – di Semaforo letterario nella sua rubrica a pagina 8 del settimanale Toscana Oggi (numero 34 del 4 Ottobre 2015).
Il ringraziamento verso di lui è forte e sentito. Il rinnovato compiacimento – che è poi alla base della nutrita, settennale, bidirezionale corrispondenza critica tra me e lui – sta nel vedere come, proprio come io riconosco nei suoi confronti, Michele dia risalto a un mio sguardo verso [il sociale sarebbe dire troppo, devo lavorare ancora; diciamo piuttosto] l’altro da sé; una tonalità non sempre captata o captabile nel mio libro; forse non abbastanza sgargiante e dunque soffocata prima facie dalla corposa Selbstschau (autointrospezione, pensando a una bella poesia di Walser) che indubbiamente le Cinquantaseicozze presentano.
Ecco dunque che Brancale, senza fermarsi allo scomodo ego dello scrivente e ai suoi sulfurei proclami, individua “proustianamente” un terreno di dialogo col lettore – e, per quanto mi riguarda, di “riuscita” del libro.

Cercatemi dunque in edicola, mi troverete. Per ora vi allego in immagine l’incipit dell’articolo; a partire da domenica 11 ottobre 2015, cliccandoci sopra, avrete accesso al testo integrale.

brancalesemafori

(su Toscana Oggi numero 34 del 4 ottobre 2015, pag. 8, Clicca sull’immagine per l’articolo integrale)

Written by Roberto R. Corsi

4 ottobre, 2015 at 08:30

Poesia, marketing e Magritte: l’articolo di Di Stefano et alia

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magritte-argonne

René Magritte, La battaglia delle Argonne, olio su tela, 1956, collezione privata.

Buon Ferragosto a tutti.
Le liste di poeti e le discussioni (cicliche a ogni estate) sullo stato della poesia non mi esaltano più di tanto. Tuttavia non si può ignorare l’ormai strafamosa inchiesta a doppia pagina a firma Paolo Di Stefano su La lettura della scorsa domenica (scaricala dal sito LvF). Tutti ne avete parlato e forse scritto; io mi limito all’essenziale ché tra poco mi portano una vassoiata di fritto e va mangiato caldo, sennò si pianta.  

In primo luogo l’ennesima lista/ who’s who, che avrà fatto incazzare qualche escluso. Un pugno di “scuderie poetiche” piuttosto prezzemoline è rimasto fuori, una è stata fatta rientrare dalla finestra da un articolo di Alessandro Trocino, che linko in calce. Qualcuno dirà: ‘sticacchi le liste, sono ontologicamente incomplete e discrezionali. Giusto, ma questa non è la lista di Radio Bitonto Libera (cit.), è quella che esce sul maggior quotidiano nazionale, dunque ha il suo bel peso: effetto marketing e qualche beneficio alle vendite son pressoché garantiti. Mi adeguo, telegraficamente e tralasciando l’opera di espunzione di chi non avrei messo in lista: mancano all’appello perlomeno le voci mature di Liliana Ugolini e Viola Amarelli nonché quelle nuove di Stelvio Di Spigno (1975) e Francesco Targhetta (1979). L’esclusione delle due gentildame m’è particolarmente dolorosa, anche se ha l’attenuante della loro scarsa distribuzione, dovuta a motivi diversi. 

Non mi dilungo sulla poesia viva o morta – rectius: sulla sua diffusione. Una risposta esauriente la dà il raffronto tra alcuni passaggi-intervista nell’articolo: da un lato certa poesia vende, dall’altro – bene dice Enrico Testa – “la figura del poeta-intellettuale non gode più di buona fama ed è sempre meno gradita, sia nei giornali che nell’editoria”. Il fenomeno peggiorerà a spirale perché viviamo nell’epoca del “personaggio pubblico, ergo scrittore”, non viceversa, quindi quanto meno sarai famoso tanto meno avrai chance di essere legittimato come scrittore. Ma in generale, mentre la massa può sempre sperare che un narratore scriva come un adolescente di terza media (ne abbiamo fulgidi esempi a chilometro zero), per il poeta – sviluppando quanto dice Testa nel prosieguo – la ricerca sulla parola o sull’architettura del verso attira su sé antipatia, ostracismo e castighi verbali.

Ma quel che più mi preme è evidenziare il passaggio per me più significativo di tutta l’inchiesta; mi sembra infatti che sia stato sottolineato poco o punto:  Leggi il seguito di questo post »

innocenza tirrenica. Alle radici dell’idea di poesia

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leggo dal blog di Luigia Sorrentino che Claudio Damiani ha vinto il prestigioso Premio Camaiore 2013 colla raccolta Il fico sulla fortezza (Fazi). Complimenti all’Autore, del quale peraltro mi lascia un po’ perplesso la cifra poetica, elegante sì ma di spiazzante semplicità (il che non è sempre un male; a volte non si sa a cosa servano gli a capo però pazienza) e di sconcertante (e questo sì che è un male, a mio avviso) inoffensività. Viene da pensare che le cetre alle fronde dei salici non le appenda più nessuno perché tanto in presenza dell’orrore micro o macroscopico, a scelta, c’è sempre la possibilità di parlare di fiori, animaletti, congiunti, cose asettiche in genere, avulse o tenute studiatamente separate dal nervo infiammato della società. In entrambi i casi la funzione della poesia sembrebbe quella di allietare (qualcuno direbbe sciacquare) le coscienze, perché rispetto al drammatico o non la si fa o si parla d’altro… Copio e incollo a titolo di esempio una poesia da una puntuale nota di Alessandra Palombo su VDBD:

Fai un lavoro duro, cassiera di un discount,/ ma sei allegra, scherzi con tutti,/ velocissima conteggi i prezzi,/ nella tua mente passano mille numeri,/ e scherzi, poi prendi le cose/ e le metti nelle buste, fai cose/ che potresti anche non fare, è squallido/ dove lavori, ma tu non te ne curi,/ sei semplice, forse ignorante,/ una ragazza di campagna/ nemmeno bella, piccolina,/ ma da te imparo non sai quanto. (p. 27)

Questa osservazione poteva essere lo spunto per un richiamo al precariato e alla macelleria sociale dei nostri tempi ma in fondo perché preoccuparsi troppo di turbare il lettore? E magari la cassiera risponderebbe: “preferisco fare a cambio di posto con te, o pluripremiato, e imparare io da te!”.

Va be’. Ho chiamato quest’innocenza «tirrenica» perché, oltre all’ambientazione camaiorese della notizia, che certifica un avallo competente e critico di quest’approccio, finalmente ho rintracciato la trascrizione online della rubrica di poesie inviate i redazione dai lettori de Il Tirreno, appunto. Si tratta di qualcosa che leggo ogni tanto nella mia pizzeria a taglio preferita sui cui banchi c’è sempre una copia del quotidiano. Credetemi, non c’è sprezzo né reazione divertita quando leggo queste poesie spesso in rima e inevitabilmente semplici se non semplicistiche per oggetto e linguaggio. Le leggo come un anatomista esamina le dissezioni e cerco di figurarmi gli autori soprattutto come (forse) lettori, comunque forieri di un’idea di poesia che sia quella più radicata. Un Dichtungsvolksgeist. Ecco che dunque i lettori, testimoniandolo coi loro tentativi poetici, concepiscono e suppongo vogliono questo tipo di poesia. Ed ecco che il poeta che vuole incontrare consenso si adegua, perdendo la sua funzione di “psicagogo” (una sorta di Tadzio che indica il punto col dito) verso la buona poesia e verso ciò che realmente urta e, come tale, contraddistingue il nostro tempo. È la storia di sempre, mi rendo conto.

Questa la pagina contenente poesie, in aggiornamento settimanale

Written by Roberto R. Corsi

18 settembre, 2013 at 11:07

noi anti-EAP, establishment di periferia

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brutti-sporchi

un famoso establishment di periferia, i protagonisti di Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola (fonte wikipedia)

Dopo i “fasti” elio24oreschi di due settimane fa questa domenica tocca a Luca Mastrantonio su La lettura (p. 11) spruzzare, peraltro con buono stile, qualche stilla di profumo sugli editori a pagamento.
Non so come giudicare questa (consapevole o meno) recrudescenza persuasiva osservabile sui due migliori inserti culturali in circolazione.
Di certo dispiace dover tornare sempre sulle stesse cose, e non su proprio impulso; per fortuna l’articolo è online e ognuno si farà la sua idea.
Ho ben poca voglia residua di ribadire “ogni maledetta domenica” la mia avversione vissuta sulla pelle e ponderata (non ideologica come la si vuol spesso liquidare) all’EAP; a maggior ragione perché sembra che il mondo, là fuori, sia felice di pagare per pubblicare. Becchi ‘ontenti, come direbbero al Vernacoliere. E, “forte” di un contesto familiare e sociale in cui non mi vengono mai chiesti pareri ma solo benedizioni, conosco i miei polli e so che sarebbe meglio lasciar perdere e impiegare altrove il proprio tempo.
Mi preme solo rilevare che anche stavolta, come da parte di Borsani, si fa un certo mescolone – nell’articolo e in tutto l’inserto – tra editoria a pagamento (pago un “editore” che mi chiede soldi in anticipo, in varie forme, a prescindere dalle copie che verranno vendute; e quasi sempre ai costi di stampa aggiunge del suo) e self-publishing, che quando fatto bene (Kindle direct publishing o servizi di stampa on demand) si sostanzia in una percentuale che viene trattenuta sul corrispettivo di ogni copia acquistata; niente viene sborsato ex ante ma solo ritenuto in quota rispetto a quanto effettivamente venduto. Per cui non è corretto definirlo editoria a proprie spese, si tratta di un diritto editoriale dal mio punto di vista assolutamente corretto.

Inutile dire quanto sia marcata la differenza, non solo in termini etici ma anche comportamentali, cioè di concreta motivazione alla distribuzione e diffusione del prodotto.

Non so se per leggerezza o tecniche avvocatesche, queste due forme vengono spesso confuse; sia nel commento benevolmente concessomi da Borsani che nella chiusa di Mastrantonio,  che prima distingue correttamente tra self-publishing e vanity press, ma poi affida la coda a un poeta giovane e molto ben recensito (che mi riprometto d’indagare criticamente in futuro), Francesco Targhetta; prendendo le mosse dal concetto di self-publishing si passa la parola al poeta che si lancia in una difesa della sua scelta di pagare “oltre duemila euro” all’editore ExCogita, sotto forma di acquisto copie.
Quindi non si tratta di self publishing ma di EAP tout court. Però la formula si esalta comunque, soprattutto come propedeutica al farsi conoscere e al pubblicare con un editore più conosciuto (nel suo caso ISBN Edizioni).
Occorre visibilità, la selezione dei libri da pubblicare non è meritocratica etc.; il che, aggiunto alla consueta lista Svevo-Proust-Moravia etc. di autori a proprie spese, fa chiosare l’autore dell’articolo così: “la lezione [sic] di Whitman [altro colosso che pare abbia sborsato] è ancora valida”. Amen (visto che è domenica…).
Ne abbiamo già straparlato qua dentro.
Il Capitano mio capitano, giace freddo e morto e dice “sticazzi, scannateve”.

Ultima considerazione estemporanea. Giorni fa il mio spunto precedente fu ripreso e amplificato dal blog Giramenti, ove io e Gaia Conventi ci siam beccati di commentatori (anzi “chattatori”) che viaggiano “in periferia”; oggi apprendo che il fronte anti-EAP è composto soprattutto da “giovani scrittori, critici e intellettuali che lavorano o gravitano attorno a case editrici piccole o medie”… nel mio caso il MAGARA nasce spontaneo. Prego gli uffici assunzioni delle varie case editrici di prenderne atto, integrarmi in organico e colmare sta lacuna.
Più avanti Stefano Petrocchi, coordinatore dello Strega, parla di “prospettiva corporativa-ideologica” del fronte no-EAP. Che dire? Viviamo tempi in cui la correttezza contrattuale è vista come ideologia, e questo dà l’amara misura di tante cose…
Ma soprattutto, Gaia, siamo un establishment di periferia. ‘Na casta fuori circonvallazione! Era difficile far meglio. Cosa ci beccheremo domenica prossima? 😉

carità librosa

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mi è sempre un po’ triste imbattermi in autorevoli opinioni (neanche troppo) surrettiziamente legittimanti l’Editoria A Pagamento (EAP).
La scorsa domenica è toccato nientemeno che al supplemento culturale de Il Sole: a p. 43, in un articolo a firma Ambrogio Borsani, col pretesto di esaminare il catalogo di una vecchia casa editrice a pagamento – quella di Antonio Lalli a Poggibonsi – che ha pubblicato anche nomi rivelatisi poi eccellenti (Camilleri, Merini: ma in alcuni casi non chiedendo loro alcun contributo), si scrive per esempio che “pagare per pubblicare è una tradizione con illustri nomi” e che gli editori a pagamento “sono sempre esistiti e in qualche caso hanno svolto il caritatevole compito di accogliere opere di autori ingiustamente rifiutati dall’editoria ufficiale”. E giù i soliti Gadda, Svevo, Montale e compagnia bella.

Anche se poi l’articolo prosegue cercando di distinguere tra EAP “che selezionano” (bontà loro) e altri che “incassano (sic) qualsiasi libro con esborso o acquisto di copie”, in quell’aggettivo caritatevole c’è tutta la sostanza collosa dello stato allucinatorio in cui la nostra vanità a livello personale e la difesa dello status quo a livello collettivo ci portano.
La carità, almeno così mi s’insegnava, non si fa dietro compenso (e quasi sempre extraprofitto). Quindi per piacere manteniamola scollegata dalla categoria degli stampatori con commissione.
E ove, ma non credo, l’aggettivo si riferisse a casi “laterali” come quello di Camilleri, cui Lalli non chiese alcun contributo per pubblicare Il corso delle cose, è lo stesso editore a chiarire nell’articolo che un ritorno ci fu, in forma promozionale mediatica. E fu notevole: “l’unica cosa che chiesi a Camilleri fu di mettere il nome dell’editore nei titoli di coda dello sceneggiato tratto dal libro che la RAI stava preparando”! Del resto alcune case editrici a pagamento usano un simile sistema di diversificazione promozionale, pubblicando ogni tanto senza contributo la silloge di un singolo big fish (magari già conclamato), in funzione di attrattiva per il branco.

Più mediatamente, il dato che l’EAP è snaturamento del contratto di edizione e sfruttamento del lavoro creativo proprio non passa. E se non passa agli alti livelli del giornalismo culturale, figuriamoci tra la manovalanza.
Non sto a ribadire quanto ho già scritto nelle categorie EAP, magagne, autopsia della poesia e rimuginazioni al riguardo.

Qui potete leggere l’articolo di Ambrogio Borsani (è una copia cache che ho scoperto su un sito esterno, quindi non è detto che rimanga in rete ancora molto tempo).

Written by Roberto R. Corsi

19 giugno, 2013 at 14:36

lo zio Alfonso e lo scribacchino

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Berardinelli

foto dal blog Mosche in Bottiglia

Rifletto sull’intervento di Alfonso Berardinelli sul Domenicale del 28 aprile u.s. – potete leggerlo qui – e la prima considerazione che s’affaccia è che evidentemente esiste una linea Maginot, una trincea tra la percezione di chi assurge agli onori della critica e chi invece, come il sottoscritto, conduce una vita da poetastro autopubblicantesi nonché faticatore su poesia altrui, spesso anch’essa confinata nel pozzo dell’incognito. I primi, probabilmente sommersi da invii honoris causa di pubblicazioni cartacee di ogni qualità, e inclini a sedimentare il loro sguardo critico in poeti conclamati, dunque non novinovissimi, parlano di poesia “sopravvalutata” (assieme alla narrativa); i secondi toccano quotidianamente con mano sudaticcia l’olocausto editoriale – “poeti: porta chiusa o portafoglio aperto!” -, il crunch dello spazio fisico dedicato alla poesia nelle librerie, l’assenza di recezione diffusa della (pur legittima, anzi auspicabile) alluvionalità di testi in rete, la latitanza dell’attenzione editoriale a questo stesso humus poetico digitale (mancanza di head hunters) che riduce ogni possibilità di balzo (verso dove?) allo schema della conventicola (do ut des, cioè laudo ut laudes) e a un’autopromozionalità al limite del neurologicamente sopportabile.
Dunque la prima reazione all’articolo è “Ma di che stiamo parlando?”. Poi uno si spreme di più e pensa di essere andato fuori tema: quello che interessa a Berardinelli è un rapporto qualitativo tra “campioni” di un genere e di un altro. Difatti il leitmotiv dell’articolo, provocatoriamente generoso di comparazioni in stile Coppi-Bartali o Callas-Tebaldi (enfatiche, acritiche, non supportate) è che saggisti e non-romanzieri o non-poeti ci donino opere, ignorate dai critici, che valgono almeno quanto romanzi o raccolte di poesia sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori. Si tratta di un pregiudizio, come avverte lo studioso, storiografico e critico, che come tale andrebbe abbattuto.
Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

8 maggio, 2013 at 09:49

paradisi artificiali, purgatorî pei giornali

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domenica scorsa sfogliando il Corriere ho fatto conoscenza a pagina 55 con un aspetto meno noto della vita di Sir Humphry Davy: la sua esperienza di poeta – compositore di oltre un centinaio di liriche ma soprattutto sperimentatore su di sé del gas esilarante (protossido di azoto), riguardo ai cui effetti scrive addirittura un’ottava alternata…

On breathing the Nitrous Oxide

Not in the ideal dreams of wild desire
Have I beheld a rapture wakening form
My bosom burns with no unhallowed fire
Yet is my cheek with rosy blushes warm
Yet are my eyes with sparkling lustre filled
Yet is my mouth implete with murmuring sound
Yet are my limbs with inward transports thrill’d
And clad with new born mightiness round.

Davy

Sir Humphry Davy

Non che il tema della creatività connessa alle sostanze psicotrope sia nuovo, né che la stanza citata qui sopra sia qualitativamente rilevante; però la breve lettura, attraente fin dal titolo per l’ironia cui esso presta il fianco (“volete diventare poeti? lasciate perdere gli editori a pagamento e investite in gas esilarante!!!”) mi ha divertito, oltre a ricordarmi alcuni aspetti dell’adolescenza (intendevo pure io operare un piccolo esperimento, e avevo preso la cosa piuttosto scientificamente, ma mi sono fermato in limine) e come sempre a farmi rimpiangere tempi andati in cui la dicotomia scienza-letteratura era sentita come contrapposizione non impermeabile tra due forze paritarie.

…tutto qui? un momento Corsi, ma da dove hai preso la poesia, visto che nell’articolo a firma Adriana Bazzi è citata solo indirettamente?
Ebbene, l’ho presa da questo post uscito già a metà febbraio sul blog Popinga (di Marco Fulvio Barozzi), post che tra l’altro cita e linka correttamente la fonte originaria, vale a dire un saggio di Sharon Ruston, professoressa di Letteratura e cultura dell’Ottocento all’Università di Salford, Manchester.
È stato per me abbastanza avvilente constatare come persino il più importante giornale italiano talvolta “si dimentichi” di menzionare le fonti (quantomeno Ruston)… E il pensiero di questo scivolamento della deontologia anche ai più alti livelli, nonché di quanti episodi di questo tipo si registrano e registreranno quotidianamente, mi si para davanti come un potente incentivo a darci su con la creatività e passare senza indugio al consumo smodato di [~].

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