Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Archive for the ‘EAP’ Category

Contrappasso Jannacci (in loving memory)

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Ridevo quando l’autoradio,
Imitando Joe Cocker, meleggiava quei “Poveri
Cantautori, che per vendere i dischi
Se li compran da soli”;

Poi, poeta (?), giù a firmare
Contratti d’edizione (?) a pagamento
O a comprarti le copie (che “è normale,
Lo fanno tutti, però meglio se taci”).

[inedito – oggi]

Wikipedia – Pubblico Dominio

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Written by Roberto R. Corsi

8 ottobre, 2017 at 08:30

Dieci buoni motivi per pubblicare da sé il proprio libro piuttosto che affidarlo a un editore a pagamento

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non sempre mi riesce di razzolare di conseguenza, però sono d’accordo con Giulio Mozzi e trovo questa sua riflessione esauriente. (non la trovi? clicca su “view original” sotto GGessica)

vibrisse, bollettino

Un'aspirante scrittrice, colta nel momento in cui decide di lasciar perdere gli editori a pagamento e di pubblicarsi da sé Un’aspirante scrittrice, colta nel momento in cui decide di lasciar perdere gli editori a pagamento e di pubblicarsi da sé

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Written by Roberto R. Corsi

11 dicembre, 2014 at 11:08

Pubblicato su EAP, editori, rimuginazioni

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Il libro dei libri! “Risultati Strategie Testimonianze”, l’EAP degli EAP si racconta.

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niente da aggiungere a Gaia, come sempre.

giramenti

Torno dal pranzo a Firenze con una vera reliquia, e non sto parlando della torre di Pisa.

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Written by Roberto R. Corsi

12 maggio, 2014 at 11:15

Pubblicato su EAP, editori, libri, magagne, poesia

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da EAP a CTL: più stato meno contributo

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chavez

EAP, se te cojo… (H.C., in loving memory)

Tempo fa mi ronzava in testa una provocazione: nazionalizzare gli editori a pagamento. Alla Chávez. E vai!
Voi direte: una provocazione analoga alla Tombin Tax? Può darsi, ma io contrariamente a molti non ho mai visto quest’ultima come una provocazione bensì come un’esigenza mia personale: non si trattava di “tassare i poeti in quanto tali”, ma di versare una cifra – rimetterla in circolo in progetti artistici/ culturali – per le possibilità combinatorie che, iperproducendo poesia, faccio mie (e le possibilità combinatorie non sono infinite, prova ne è che sempre più spesso leggo passaggi identici tra loro in poeti che non si conoscono e mai si plagerebbero). Cosa che faccio regolarmente (a fine anno m’attende una stangata).

Tornando a noi, perché nazionalizzare? Perché l’istinto, la vanità di pubblicare a pagamento appare insopprimibile. Le sue radici spesse derivano dal ciceroniano trahimur omnes studio laudis e da quel bisogno di riconoscimento che, annota Hegel, è più forte di qualunque motivazione economica. Soprattutto in tempi di crisi in cui un riconoscimento nella sfera lavorativa o esistenziale è spesso precluso. Istinto violento (fatelo dire a me e a tutte le schermaglie che fronteggio ogni volta che vi accenno) che si trasforma in generose oblazioni per “pubblicazioni” cui di solito, dall’altra parte della scrivania, si dà l’assenso acriticamente, senza selezione dei contenuti, mercé il puro e semplice plusvalore che l’operazione di “stampa autorevole” comporta. E allora, se non possiamo frenarla, proviamo a cavalcare l’onda: nazionalizzando lasceremmo che i generosi extraprofitti andassero a vantaggio della collettività anziché dei soliti!

Oggi, grazie ad Alberto Cane, scopro che l’ottimo Popinga (Marco Fulvio Barozzi, in cui ci siamo già gassosamente imbattuti) avanza una proposta del tutto simile. Lui propugna Case di Tolleranza Letteraria (CTL) finanziate dai fruitori coi loro consumi-sfoghi-impellenze, cui verrebbe data assistenza professionale e qualificata. Per esempio con un marchio editoriale nazionale, una sorta di Istituto Truce che stampasse le opere poetiche prive di editore vero e proprio, dietro versamento allo Stato.
È ovvio che l’effetto sarebbe non solo identico alla nazionalizzazione tout court degli EAP già esistenti, ma in più meno scandaloso in un paese in cui si grida ai comunisti a ogni piè sospinto. Anzi il nonno che pensa ancora con un sospiro al duzze e ai “vecchi casini, frutto di un’era antica” sarebbe pure contento.
Effetto identico, dicevo. Infatti creare un soggetto pubblico che soddisfacesse la vanità letteraria permetterebbe di praticare un prezzo che porrebbe gli EAP fuori dal mercato, non potendolo pareggiare. E anche in questo caso si potrebbero dedicare con apposito vincolo normativo le risorse percepite al soddisfacimento di interessi pubblici (dalla lotta alla povertà ai programmi di ripopolamento delle foreste travolte da editoria cartacea inutile).
Bravo Popinga y hasta siempre!

Written by Roberto R. Corsi

18 luglio, 2013 at 17:46

noi anti-EAP, establishment di periferia

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brutti-sporchi

un famoso establishment di periferia, i protagonisti di Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola (fonte wikipedia)

Dopo i “fasti” elio24oreschi di due settimane fa questa domenica tocca a Luca Mastrantonio su La lettura (p. 11) spruzzare, peraltro con buono stile, qualche stilla di profumo sugli editori a pagamento.
Non so come giudicare questa (consapevole o meno) recrudescenza persuasiva osservabile sui due migliori inserti culturali in circolazione.
Di certo dispiace dover tornare sempre sulle stesse cose, e non su proprio impulso; per fortuna l’articolo è online e ognuno si farà la sua idea.
Ho ben poca voglia residua di ribadire “ogni maledetta domenica” la mia avversione vissuta sulla pelle e ponderata (non ideologica come la si vuol spesso liquidare) all’EAP; a maggior ragione perché sembra che il mondo, là fuori, sia felice di pagare per pubblicare. Becchi ‘ontenti, come direbbero al Vernacoliere. E, “forte” di un contesto familiare e sociale in cui non mi vengono mai chiesti pareri ma solo benedizioni, conosco i miei polli e so che sarebbe meglio lasciar perdere e impiegare altrove il proprio tempo.
Mi preme solo rilevare che anche stavolta, come da parte di Borsani, si fa un certo mescolone – nell’articolo e in tutto l’inserto – tra editoria a pagamento (pago un “editore” che mi chiede soldi in anticipo, in varie forme, a prescindere dalle copie che verranno vendute; e quasi sempre ai costi di stampa aggiunge del suo) e self-publishing, che quando fatto bene (Kindle direct publishing o servizi di stampa on demand) si sostanzia in una percentuale che viene trattenuta sul corrispettivo di ogni copia acquistata; niente viene sborsato ex ante ma solo ritenuto in quota rispetto a quanto effettivamente venduto. Per cui non è corretto definirlo editoria a proprie spese, si tratta di un diritto editoriale dal mio punto di vista assolutamente corretto.

Inutile dire quanto sia marcata la differenza, non solo in termini etici ma anche comportamentali, cioè di concreta motivazione alla distribuzione e diffusione del prodotto.

Non so se per leggerezza o tecniche avvocatesche, queste due forme vengono spesso confuse; sia nel commento benevolmente concessomi da Borsani che nella chiusa di Mastrantonio,  che prima distingue correttamente tra self-publishing e vanity press, ma poi affida la coda a un poeta giovane e molto ben recensito (che mi riprometto d’indagare criticamente in futuro), Francesco Targhetta; prendendo le mosse dal concetto di self-publishing si passa la parola al poeta che si lancia in una difesa della sua scelta di pagare “oltre duemila euro” all’editore ExCogita, sotto forma di acquisto copie.
Quindi non si tratta di self publishing ma di EAP tout court. Però la formula si esalta comunque, soprattutto come propedeutica al farsi conoscere e al pubblicare con un editore più conosciuto (nel suo caso ISBN Edizioni).
Occorre visibilità, la selezione dei libri da pubblicare non è meritocratica etc.; il che, aggiunto alla consueta lista Svevo-Proust-Moravia etc. di autori a proprie spese, fa chiosare l’autore dell’articolo così: “la lezione [sic] di Whitman [altro colosso che pare abbia sborsato] è ancora valida”. Amen (visto che è domenica…).
Ne abbiamo già straparlato qua dentro.
Il Capitano mio capitano, giace freddo e morto e dice “sticazzi, scannateve”.

Ultima considerazione estemporanea. Giorni fa il mio spunto precedente fu ripreso e amplificato dal blog Giramenti, ove io e Gaia Conventi ci siam beccati di commentatori (anzi “chattatori”) che viaggiano “in periferia”; oggi apprendo che il fronte anti-EAP è composto soprattutto da “giovani scrittori, critici e intellettuali che lavorano o gravitano attorno a case editrici piccole o medie”… nel mio caso il MAGARA nasce spontaneo. Prego gli uffici assunzioni delle varie case editrici di prenderne atto, integrarmi in organico e colmare sta lacuna.
Più avanti Stefano Petrocchi, coordinatore dello Strega, parla di “prospettiva corporativa-ideologica” del fronte no-EAP. Che dire? Viviamo tempi in cui la correttezza contrattuale è vista come ideologia, e questo dà l’amara misura di tante cose…
Ma soprattutto, Gaia, siamo un establishment di periferia. ‘Na casta fuori circonvallazione! Era difficile far meglio. Cosa ci beccheremo domenica prossima? 😉

Moriremo Gabrielli Pettinicchio? Su “Seguirà buffet” di Alberto Forni

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Da un anno a questa parte le mie letture di narrativa pullulano casualmente di quelli che potremmo chiamare “demotivational poetici”, ossia opere che squarciano il velo di Maia – o meglio d’Arcadia – e descrivono più o meno romanzescamente il mondo della poesia come un formicaio di persone poco talentuose, divorate dalla propria ambizione e quasi sempre sfruttate da editori imbonitori motivati dal solito e solo extraprofitto.
Qualcosa insomma da cui il neofita dovrebbe tenersi a debita distanza.
Leggendo I pappagalli di Filippo Bologna e soprattutto Anatomia della ragazza zoo di Tenera Valse ho trovato soprattutto il primo aspetto, la caratterizzazione soggettiva, peraltro ancillare a una personalità più complessa e condito da una più o meno pronunciata cattiveria di base del protagonista. In particolare, nel secondo esempio, la figura del prof. Pensi necessitava narrativamente di un contrappunto arcadico e conformista alla propria bestialità, e la Valse lo rinviene nel suo stucchevole impulso alla produzione poetica, nonché nella pubblicazione con contributo come anticamera di uno sterile riconoscimento culturale e sociale.
Quanto sopra ricorda il mood “lombrosiano-poetico” del bell’articolo a firma Francesco Battistini apparso su La lettura di domenica scorsa, in cui si fa un excursus dei dittatori con la fissa di scrivere versi. Verrebbe insomma da concordare con Platone che nella sua Repubblica praticamente voleva apporre alle porte della città il cartello “io non posso entrare”… con un poeta al posto del cane!

forni

Alberto Forni & son (img dispenser-RAI)

Con Seguirà buffet di Alberto Forni, noto a molti come ideatore e propulsore del divertente iconoclasta e dolceamaro blog Fascetta nera, abbiamo invece uno sguardo più mirato e capillare. L’Autore, da buon osservatore delle tecniche di mungitura della vanità, ci propone una diversa connotazione del personaggio e un contesto più allargato.
Intanto i quattro protagonisti sembrano privi di malizia, al massimo agitati da una certa ostinazione nell’affermarsi e dare un turnover alle proprie finanze o anche solo all’autostima; il problema sta piuttosto in un sottobosco di imbonitori o veri e propri truffatori che, per natura alieno a qualunque valutazione trasparente dell’opera, è assai bene strutturato e dialetticamente preparato nel “lubrificare il dildo”; quest’ultimo a volte dotato di ami antiestrazione (si pensi al tristemente vero fenomeno della fideizzazione dei poeti da parte dell’editore a pagamento, ben descritto da Forni).
Quattro protagonisti, dicevo: un dipendente comunale provato dal destino che si mette a fare il pittore, un “saldatore artista scultore”, una poetessa destinata per censo a una vita noiosa (la nostra eroina si chiama Sara Gabrielli Pettinicchio), uno scrittore ex calciatore della Bagnolese. Quindi lo sguardo verso la “circonvenzione di autori” si amplia e diviene interdisciplinare; ciò anche se le dinamiche restano bipartite: gli artisti visivi vengono gabbati, e pesantemente, al momento della promozione o della vendita, mentre i “letterati”, ratione materiae vorrei dire, vengono costretti (o si motivano per cancerosa egolatria) a sborsare già al momento della pubblicazione, secondo i noti canoni.
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carità librosa

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mi è sempre un po’ triste imbattermi in autorevoli opinioni (neanche troppo) surrettiziamente legittimanti l’Editoria A Pagamento (EAP).
La scorsa domenica è toccato nientemeno che al supplemento culturale de Il Sole: a p. 43, in un articolo a firma Ambrogio Borsani, col pretesto di esaminare il catalogo di una vecchia casa editrice a pagamento – quella di Antonio Lalli a Poggibonsi – che ha pubblicato anche nomi rivelatisi poi eccellenti (Camilleri, Merini: ma in alcuni casi non chiedendo loro alcun contributo), si scrive per esempio che “pagare per pubblicare è una tradizione con illustri nomi” e che gli editori a pagamento “sono sempre esistiti e in qualche caso hanno svolto il caritatevole compito di accogliere opere di autori ingiustamente rifiutati dall’editoria ufficiale”. E giù i soliti Gadda, Svevo, Montale e compagnia bella.

Anche se poi l’articolo prosegue cercando di distinguere tra EAP “che selezionano” (bontà loro) e altri che “incassano (sic) qualsiasi libro con esborso o acquisto di copie”, in quell’aggettivo caritatevole c’è tutta la sostanza collosa dello stato allucinatorio in cui la nostra vanità a livello personale e la difesa dello status quo a livello collettivo ci portano.
La carità, almeno così mi s’insegnava, non si fa dietro compenso (e quasi sempre extraprofitto). Quindi per piacere manteniamola scollegata dalla categoria degli stampatori con commissione.
E ove, ma non credo, l’aggettivo si riferisse a casi “laterali” come quello di Camilleri, cui Lalli non chiese alcun contributo per pubblicare Il corso delle cose, è lo stesso editore a chiarire nell’articolo che un ritorno ci fu, in forma promozionale mediatica. E fu notevole: “l’unica cosa che chiesi a Camilleri fu di mettere il nome dell’editore nei titoli di coda dello sceneggiato tratto dal libro che la RAI stava preparando”! Del resto alcune case editrici a pagamento usano un simile sistema di diversificazione promozionale, pubblicando ogni tanto senza contributo la silloge di un singolo big fish (magari già conclamato), in funzione di attrattiva per il branco.

Più mediatamente, il dato che l’EAP è snaturamento del contratto di edizione e sfruttamento del lavoro creativo proprio non passa. E se non passa agli alti livelli del giornalismo culturale, figuriamoci tra la manovalanza.
Non sto a ribadire quanto ho già scritto nelle categorie EAP, magagne, autopsia della poesia e rimuginazioni al riguardo.

Qui potete leggere l’articolo di Ambrogio Borsani (è una copia cache che ho scoperto su un sito esterno, quindi non è detto che rimanga in rete ancora molto tempo).

Written by Roberto R. Corsi

19 giugno, 2013 at 14:36

cognizione di causa/2 – in fair Verona

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tribvr

(img dal sito alsippe.it – elaborazione mia)

Tempo fa misi per iscritto i miei dubbi sull’assunto che un contratto di edizione a pagamento fosse inappuntabile sotto il profilo della causa contrattuale, elemento essenziale che dalla dottrina più autorevole viene definito come funzione economico-sociale del contratto. Ero ignaro, e ringrazio Gaia Conventi per la tweet-segnalazione, di come già a metà degli anni Ottanta un Pretore, quello di Verona, avesse formulato un ragionamento simile al mio. Anzi, migliore e più pragmatico del mio, evitando di volare troppo alto in ordine al (pur importante) profilo etico della questione e concentrandosi piuttosto sulla struttura giuridica del rapporto, cioè sul famoso sinallagma, collegamento – necessario e necessariamente equilibrato – tra prestazione e controprestazione.
Su questa sentenza e altro si è per gran parte innestato un commento del 2002 da parte dell’avv. Ugo Nasi; da quello partiamo – in corsivo – per poi addivenire – in blockquote – alla massima. Il grassetto è opera mia.

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26 EAP (e tanti Duchi di Mantova)

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avevo già letto (e approvato) il pezzo di Carolina Cutolo, oggi citato e glossato (lo scopro via sonnenbarke) da Roberto Russo. Il succo: alla fiera di Roma nessun vaglio di trasparenza e/o doppio binario tra editori virtuosi e a pagamento (questi ultimi in numero di ventisei, in base alla nota lista WD/Lippa, che trovate linkata negli articoli e che forse andrebbe fatta oggetto di aggiornamento e indagini astute e perentorie nei soggetti che indica).

Tempo fa annoveravo, tra le tre teste di Cerbero che mi rendono pessimista sul futuro del comparto poesia, il cd. ducamantovanesimo, cioè – citando la famosa aria verdiana – il questa o quella per me pari sono tra case editrici virtuose e non. È assodato che, negligentemente o per tornaconto, critici e (ben più gravemente) organizzatori di premi e riconoscimenti se ne fregano di instaurare una barriera o un doppio regime, e così recensiscono o premiano tutto di pari grado. Con quanto è successo a Roma vediamo il fenomeno da un’altra angolazione ancora, cioè nel momento dell’assegnazione degli spazi fieristici.

Mi fa molto piacere che si stia prendendo coscienza della necessità di porre criteri di trasparenza, anche se rimango alquanto pessimista sulla vittoria della guerra.

Written by Roberto R. Corsi

9 dicembre, 2012 at 18:44

das Augiasblick

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augiasa beneficio di chi, a differenza del sottoscritto, non fosse abbastanza “comunista barra interista barra extracomunitario” etc. per leggere Repubblica, segnalo che lo scorso martedì 3 luglio il buon Corrado Augias si è occupato di rispondere a una vittima dell’EAP (sottogenere: narrativa). La Signora serenamente si firma e allega email, dunque è abbastanza facile risalire, a colpi di motore di ricerca, anche all’editore accusato (curioso che un’amica di penna mi chiedesse un parere su questo editore non più in là di un mese o due fa).
Allego una miniatura non espandibile del layout di pagina. Il testo integrale della missiva e della risposta si può leggere per intero qui o cliccando sull’immagine.
Quasi due mesi fa Augias, sempre su impulso di un lettore-vittima, si era già profuso sul tema con un commento che a me non piace ma che sul piano logico reggerebbe pure, quasi assolvendo la vanity press (anzi il vanity writing) e riconoscendole le attenuanti del lifting alle memorie, dello stimolo alla lettura, della salubrità dello scrivere rispetto all’appiattirsi sul divano dinanzi alla TV; ma distinguendola nettamente dallo scrivere come cosa seria. Peccato che il discorso non regga sul piano pratico, come abbiamo detto circa un fantastiliardo di volte, perché l’apparato critico e concorsuale pratica un indefesso e impenitente ducamantovanesimo (?) e dunque è agli antipodi di questo doppio binario.

Written by Roberto R. Corsi

6 luglio, 2012 at 13:00

Pubblicato su EAP, editori, rimuginazioni, riviste

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