Di grazia, che cosa è una “Poetessa”?

Felicia Hemans (Wikimedia Commons, dominio pubblico)

Ho sempre, anche nelle mie poesie, risposto tiepidamente o ironicamente alle ostinazioni bilaterali su poetessa o [donna] poeta. Per tre motivi intimamente legati: 1) ritenendo senz’alcuna ironia migliori le donne degli uomini, non ho mai usato il termine “poetessa” in modo sessista o riduttivo; 2) preferisco che il vocabolario contenga più parole al fatto che ne contenga meno (quando alcuni intellettuali propongono di semplificare il vocabolario, mi raffiguro sempre il paradosso della neolingua orwelliana, sperando di non dovere mai impiegare “sbuono” in luogo di “cattivo”); 3) infine, a livello meramente fonetico, “poeta” mi pare un termine grezzo e privo di fascino; per dirla tutta, quando pronunciato a qualifica di una donna, rapportarlo mentalmente con “poetessa” mi ingenera una sensazione di clitoridectomia.

Dopo la lettura di questo articolo di Jessica Roberson su JSTOR Daily, però, sono molto più possibilista sull’eventualità di usare, d’ora in poi, “poeta” anche al femminile. L’ho fatto qui di necessità, traducendo, per contrapporre le poete protagoniste di oggi al modello letterario semisconosciuto di ieri, quello delle “Poetesse” ottocentesche. Continuerò forse a farlo, di certo continuerò a documentarmi.

Sperando di avere fatto un lavoro decente, ve lo propongo perché dentro c’è molto se non tutto: la discriminazionetunc et nunc – nei confronti del canone delle “Poetesse” e in generale di certe scrittrici; la professionalizzazione che certe poete hanno raggiunto, a costo di ingoiare il rospo di tale discriminazioni; una sorprendente conquista dell’autonomia economica mediante la sola produzione poetica (questo mi sembra un dato sconvolgente e, a naso, sconosciuto ai più, quando sentenziano che la poesia non ha mai dato di che vivere); infine, le remore bipartisan – dei critici elitari maschi, ma anche delle femministe intente al processo di riabilitazione – verso chi fa del sentimento il proprio argomento principe, oltre che del canone ottocentesco della “Poetessa” il proprio riferimento formale.

Raccomando a tutti una visita anche alla pagina con l’articolo originale: sia perché la mia traduzione ben può contenere errori (proposte di correzione benvenute: la duttilità è il vantaggio della scrittura online), sia soprattutto perché chi vuole approfondire troverà una serie di link alle tesi critiche lì espresse, la bibliografia, persino alcuni testi di Felicia Hemans, la poeta e “Poetessa” sulla cui figura l’articolo è incentrato.

Il termine prithee, leggo su wiki, ricorre 228 volte nell’opera di Shakespeare (mentre pray thee, di cui è una contrazione, 92), dunque il titolo è verosimilmente l’adattamento di un passo del Bardo, o di qualche poeta coevo, che non mi sovviene. L’ho reso in endecasillabo (tronco?).

Buona lettura.

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DI GRAZIA, CHE COSA È UNA “POETESSA”?
(What, Prithee, Is A “Poetess”?)

Jessica Roberson per JSTOR Daily
4 aprile 2018

La popolarità è stata a lungo un’arma a doppio taglio per le scrittrici. Di frequente, essa serve come scusa per espungere il loro lavoro dal canone storico-letterario nel preciso momento in cui tale lavoro si guadagna l’attenzione e l’approvazione del popolo dei lettori. L’opera letteraria femminile è spesso sottoposta ad atteggiamenti di superiorità da parte della critica, come pure a reazioni avverse, una volta che troppe persone l’hanno letta, in particolare se queste persone sono anch’esse di genere femminile, come dimostra il fenomeno di tendenza delle “Poetesse” del diciannovesimo secolo.

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Ferlinghetti e la denuncia dell’infelicità

FerlinghettiIeri, sfuggendo alla liturgia serale dei telegiornali, mi sono imbattuto in una puntata di America tra le righe, serie di documentari “on the road” a cura di François Busnel trasmessi da Rai5. Seguivo distrattamente le escursioni a Vegas, nella Death Valley, a Yosemite, fino a Frisco.

Improvvisamente, un’intervista a Lawrence Ferlinghetti. La mia attenzione è calamitata dal grande vecchio di City Lights, classe 1919 e ne porta almeno venti di meno. A un certo punto Busnel gli chiede quale sia la sua idea di poeta; lui prende in mano il suo ultimo libro, Poetry As Insurgent Art, del 2007, e inizia a leggere. L’estratto in lingua originale lo trovate qui alle pagg. 64 e 65, che miracolosamente costituiscono l’anteprima del libro.

Ecco invece la sbobinatura del doppiaggio:

ci sono tre tipi di poesia. La poesia sdraiata accetta lo status quo. La poesia seduta è scritta dall’establishment seduto: si lascia dettare le sue conclusioni a proprio vantaggio. La poesia in piedi è poesia d’impegno, a volte grandioso a volte immane.
L’idea che la poesia sia un’arma nelle mani della lotta di classe turba il sonno di coloro che non vogliono che si ostacoli la loro ricerca della felicità.
Il poeta per definizione è colui che detiene eros, amore e libertà; pertanto è il nemico naturale e non violento dello stato di polizia. È la resistenza ultima. È il barbaro sovversivo alle porte della città che attacca pacificamente il tossico status quo.

(da notare che almeno la tripartizione emerge da un decennio di articoli e lecture precedenti, come questa. Un’altra la troveremo più sotto)

Mi sento vicino a questa definizione.
Certe volte ho parlato di poesia consolatoria o di poesia come “bidet” per le coscienze. Continua a leggere Ferlinghetti e la denuncia dell’infelicità

leghismi light e babau extrastrong: un mio libro a Lampedusa

Prima di partire per le immeritate vacanze avevo letto l’appello di Giusi Nicolini, prima cittadina di Lampedusa, a conferire libri presso il Comune per dotare finalmente l’isola di una biblioteca. Non ricordo su che pagina l’ho letto, ora riprendo il testo (anche a giovamento di chi volesse aderire ora) dal sito liberainformazione.org

“Lampedusa non ha una biblioteca e neppure un negozio dove poter acquistare libri. Voi ci vivreste mai in una città dove non è possibile comprare dei libri? Io non credo! Quindi se in giro per casa avete libri, di qualsiasi genere, che non leggete o avete già letto e di cui volete sbarazzarvi, aderite all’iniziativa”. I libri vanno indirizzati direttamente al primo cittadino dell’isola: Giusi Nicolini, Sindaco – Donazione dei libri per la prossima apertura della Biblioteca Ibby di Lampedusa Via Cameroni, 92010.

Appello raccolto immediatamente e inviata in tempo reale copia de L’indegnità, con un po’ di vanagloria e di non omnis moriar ma anche con tanta voglia di essere laggiù con le parole, aspettando di visitare l’isola di persona.
Il libercolo mi risulta arrivato il 7 agosto.
I miei detrattori, e qui sta il joke della prima parte del titolo, potrebbero eccepire che la lettura delle mie atroci poesie sia atta a fungere “leghisticamente” da deterrente per i migranti. Non sia mai!
Quanto alla parallela funzione di babau, essa deriva dal fatto che la costituenda biblioteca, prendendo il nome e collegandosi a IBBY, pur accettando tutti i libri dovrebbe privilegiare quelli per ragazzi. L’ho scoperto dopo l’invio. Spero che il mio libro non si becchi un parental advisory o peggio un volo nel cestino. Quantomeno che si disciolga e maceri nello splendido mare! Staremo a vedere.

lampedusa
Foto di Luca Siragusa per wikipedia (Isola di Lampedusa)

“Siamo tutti la Tunisia di fronte all’élite repressiva” (Mohammed Al-Ajami)

Al-Ajami
il poeta Al-Ajami (noto anche come Ibn Al Dheeb) nell’avatar del profilo twitter che puoi visitare cliccando sull’immagine.

di solito ho scarso trasporto e un certo pessimismo nei confronti delle petizioni ma l’appello di Amnesty aperto ieri alle sottoscrizioni, del quale ho notizia tramite Stefano Guglielmin che l’ha postato sulla sua bacheca faceb00k, non può proprio essere snobbato.

La condanna all’ergastolo di Muhammad al-Ajami [Ibn Al Dheeb], poeta del Qatar, in carcere dal novembre 2011, è stata ridotta a 15 anni. È accusato di “reati” legati alle sue poesie. È un prigioniero di coscienza, detenuto solo per aver esercitato pacificamente il diritto alla libertà di espressione.

(…) I diritti alla libertà di espressione e di riunione sono garantiti dal diritto internazionale e [dalle Convenzioni per il rispetto] dei diritti umani. Possono essere limitati solo per scopi specifici, che includono il rispetto dei diritti e della reputazione altrui. Le restrizioni devono essere necessarie e proporzionate e non devono compromettere questo diritto. Le personalità pubbliche devono accettare di poter essere oggetto di critiche maggiori rispetto agli altri cittadini. Pertanto le leggi che riconoscono una protezione specifica dalle critiche ai funzionari pubblici non sono compatibili con il rispetto della libertà di espressione.

 

Leggete anche voi il report di Amnesty cliccando qui, e poi firmate con me l’appello cliccando sul bottone giallo all’interno della pagina! Proviamoci insieme.