Roberto R. Corsi

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“Se ‘l Corsi s’assottiglia non è più lui”: secondo dei #Corsileaks e #Cartevive

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Post cumulativo causa navigazione intermittente.

Ieri mattina Giulio Maffii ha operato su Carteggi letterari la sua selezione di poesie da Grafite bianca, dando così corso al secondo dei #Corsileaks (il primo qui). Grazie per le lusinghiere parole, Giulio: anche se non sum dignus, fanno bene. A parziale risposta, non so che destino avrà questa raccolta che considero ancora aperta ancorché “stabile” (con tutta la valenza ossimora della sua provenienza da scrittore instabile). Al quarto leak la metto tutta online e fàmo prima.


Alle diciassette, invece, il pomeriggio di Carte Vive, un’occasione per discutere in modo spontaneo di critica, di come si portano avanti le proprie idee letterarie, il “canone” etc. Qui in foto vedete la formazione, primo da sinistra il Falstaff de noantri (da cui la citazione nel titolo), a seguire M.V. Sanfilippo, M. Brancale, P. Lucarini, E. Gurrieri. Ottimi, inter alia, i lavori su Sandro Penna e Luigi Capuana da parte delle correlatrici Elena e Maria Valeria, e vi consiglio con enfasi i loro volumi linkati appena ora; oltre a quello “eponimo” della giornata. Da parte mia, nonostante la mia formazione recensoria che considero tuttora in fieri, spero di aver dato qualche spunto orientativo, svariando tra citazioni, nomi, perfino musica classica (ah, la ferocia critica!) e qualche indicazione online che è sempre difficile proporre “dal vivo” senza link in sovrimpressione.
Avevo preparato una traccia robusta, per lo più ridondante. Salverei il mio richiamo verso la città nemica a “ca…lcolare” un po’ di più Fortini (manca poco al dieci settembre del centenario), e la frase che maggiormente si avvicina per me a un canone condiviso e “dinamico”. La trovate a pagina 92 della bella raccolta di saggi critici di Massimo RaffaeliL’amore primordiale, edita da Gaffi (qui copioncollo dai miei appunti e vi saluto):

«convinzione che la poesia, oltre il codice lirico dei sentimenti, disponga di un ornato più fermo e solenne, atto a esprimere il ragionamento sui fatti presenti e la meditazione filosofico-politica. Laddove, cioè, un “io” possa sempre implicare un “noi” senza rinunciare a essere “io”, e viceversa».
Questo “canone” io lo penso come qualcosa di dinamico, una corda tesa tra sentimento lirico e osservazione esterna, lungo la quale ciascun poeta appenderà la molletta del suo dire alla distanza desiderata tra i due poli. Nessuno dei due poli però può scomparire del tutto, e anche in un capolavoro poetico di Fortini, la poesia La città nemica, l’ultimo verso vede l’Autore liricamente camminare “con un pugnale nel cuore” spalancando l’animo alla speculazione del lettore.
(Nota: forse mi è riuscito di raggiungere l’optimum una sola volta su ben 3-4 raccolte! è dura)

#CorsiLeaks – inediti su Imperfetta Ellisse

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coverpsst… psst… sono filtrati titoli della prossima raccolta (quello della seconda sezione dovrebbe muovere a “risatazza immonda” (cit.) chi conosce le vicissitudini di questo blog) e un pugno di liriche.
Ringrazio ovviamente Giacomo Cerrai e mi arricchisco, come sempre, tramite il suo contributo critico.
Tutto leggibile a partire da questo link, direttamente su Imperfetta Ellisse. O anche cliccando sulla copertina qui a lato.
Giacomo ha scelto alcune poesie nettamente colorate di disincanto, rassegnazione etc. Con questa raccolta penso di avere dato spazio in modo paritario a grottesco e “tragico”, come nella nota rappresentazione della doppia maschera teatrale. Dovrebbe essere un dato di conforto, perché ognuno ci vedrà le sfumature che preferisce.
Usciranno in stampa queste poesie? Boh. Hanno girato un po’ e per ora suscitato reazioni miste, dal “non sono più tuo amico” a ragguardevoli proposte editoriali (non perfezionate per una certa mia inclinazione alla torre d’avorio).
Il resto lo vedremo.

Written by Roberto R. Corsi

27 aprile, 2017 at 09:23

su #Atelier85

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È uscito il numero 85 della rivista Atelier, che, tra gli altri contributi di livello, ospita anche il mio intervento di lunedì 6 febbraio scorso a Palazzo Medici Riccardi.
A questo link l’indice dei contenuti e la possibilità di acquistarlo online.
Un grazie a Giuliano Ladolfi, Giulio Greco, alla redazione e a tutti coloro i cui interventi e amicizia ho apprezzato in occasione del convegno.

Written by Roberto R. Corsi

23 aprile, 2017 at 13:49

fermo posta RRC

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Dopo anni di peregrinazioni, cassette incustodite e invii mal tollerati, “mi pregio di fregiarmi” di un indirizzo di posta (sicuro e già rodato) cui potete mandarmi la vostra corrispondenza anche senza avvertirmi preventivamente.
Lo inserisco intanto qui, poi nella pagina ad hoc. Prendete nota:

Roberto R. Corsi
c/o Agenzia Imm. Balloni 
Piazza dei Ronchi, 16 
Loc. Ronchi
54100 MASSA MS

desidero ringraziare di vero cuore Pierluigi e Francesco che – fintanto che non verrò loro a noia! – mi danno accoglienza cartacea. Onde ripagarli in piccolissima parte, vi invito a fare un giro sul sito immobiliareballoni.it e soprattutto a rivolgervi a loro con fiducia per qualunque “richiesta e inchiesta” immobiliare nella provincia di Massa e non solo. Sono persone cordiali e veri specialisti del settore: ne trarrete di certo beneficio.
Nota bene (forse superfluo, ma meglio chiarire): non mandate cose in contrassegno o comunque che richiedano esborsi, verranno in ogni caso rifiutate.

Written by Roberto R. Corsi

11 aprile, 2017 at 10:48

Pubblicato su community, varie

Salvate il malato Gustavo (di Carlo Bordini). Un appello agli e-ditori

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img corrieredelsud.it – no © infringement intended

Spendo volentieri due parole sul libro Gustavo. Una malattia mentale – opera narrativa del 2006 dello scrittore romano Carlo Bordini, che suppongo conoscerete già in molti come ottimo poeta.
Non è assolutamente facile, perché immergendomi nella lettura il romanzo-racconto si è dimostrato subito “un capolavoro personalizzato”, spingendosi, come fece qualche mese fa Haiducii di Labranca, a parlarmi della mia stessa vita in termini così specifici che non riesco più a sapere con certezza se il bene che io ci ravviso sia oggettivo o soggettivo. Sono quasi sicuro della prima ipotesi, però 🙂

La penna di Bordini, come un utensile da giardino, riesce, seguendo le sorti del protagonista, a localizzare nel profondo del terreno ed estirpare, portandole alla luce, le radici di un disagio esistenziale, che sono fondamentalmente la paura, un forte danno all’autostima ricevuto chissà dove e come, e un vuoto di esperienza e avvenenza che ha piegato la lamina del suo carattere, nonostante un’integrazione apparente nel sistema rappresentata da un lavoro (a bassa intensità) presso un ministero.
Questo a mio parere il nocciolo dello stato allucinatorio di Gustavo – stato allucinatorio che allaga e s’impadronisce della scena. Alla base però ci sono una paura tremenda e un senso di inadeguatezza verosimilmente impostogli sin dalla tenera età, poi auto-verificato nello scarso conseguimento relazionale. Non a caso una pagina memorabile del libro, crescente di tensione fino alla regressione infantile, è dedicata alla “paura e indegnità” del protagonista, a pp. 105-106:

Gustavo sentiva che questa strada gli era preclusa (…) per il suo infelice stato d’animo che consisteva nel fatto che mentre gli altri camminavano sopra il pavimento, ed erano grossi e camminavano con il passo sicuro anche se malfermo da vecchio, egli si sentiva come uno piccolo e storto e debole e bianco che vivesse e camminasse sotto il pavimento di legno, e lo guardasse, e sapesse di non poter salire lì ma sghignazzasse e ringhiasse e maledicesse di lì sotto sentendosi una gran morte dentro ma soprattutto un gran senso di paura e di indegnità di entrare sopra, e il temere terribilmente il confronto coi grandi e il sapere che se starai in mezzo a loro saranno cazzi tuoi e scopriranno la tua natura extraterrestre e ti linceranno con terribili forconi e falci e martelli [lo sfondo è verosimilmente una sezione della FGCI, ndr] pesanti come magli, e ti squarteranno e ti inculeranno e ti stupreranno e mangeranno le tue carni e mentre le mangeranno rideranno di te dicendo: “buona questa porchetta”, e tu ti troverai come una bambola spennacchiata a latrare nel buio e nel buio dei loro stomaci. E proprio per questa paura dei grandi degli orchi che ti mangiassero cazzo ti arrostissero in padella.e ti spernacchiassero e beffeggiassero dicendo: “questo qui non ce l’ha fatta, era uno stronzo”, egli sapeva che non si sarebbe mai avventurato sul pavimento di sopra, non era mica scemo, appena lo avessero visto avrebbero urlato e avrebbero detto: “eccolo, eccolo lì, prendete quello là, non deve scapparci vivo”. Ah! 

Quanto a me, vi basti che il termine indegnità ricorre già nel titolo del mio libro d’esordio, di un anno successivo all’uscita di Gustavo.

Ugualmente il vuoto di avvenenza femminile (ricorre nei miei titoli e) riveste, nei ragionamenti del protagonista e in una sporadica figura di nome Olga (forse stereotipo di donna bellissima dell’est, foriera di approvazione sociale: «Gli uomini che curavano la spiaggia erano molto gentili con loro», p.10), un ruolo fondamentale e ricorsivo soprattutto nella prima parte. Sia come sensibilità al fascino di donne descritte prima di tutto come “belle”, “seminude”, “sinuose”. Sia come tratto di insoddisfazione, di fronte al quale Gustavo mostra tratti evidenti di narcisismo patologico i cui effetti venefici rovesciano puntualmente sulla sua prima di tutto non avvenente fidanzata, Marina, sin dall’incipit in cui è lei a parlare prima di venire abbandonata dal protagonista: «Non sono niente… Lo sono solo nel momento stesso in cui lo faccio. Per il resto non sono niente».
Parallelamente, sempre nella prima pagina: «Egli sperava che un giorno lei diventasse bella. Immaginava: dato che lei è così brava, un giorno sicuramente diventerà bella. Gli piaceva amarla al buio, e lei diventava giovane come l’erba».

Su questo nero duopolio di indegnità e vuoto estetico (irrealizzazione) fiorisce la malattia; che non è solo il piano sequenza dell’allucinazione conclamata entro la quale tutta la narrazione, più o meno si situa, confinando la realtà oltre margini incertissimi; ma è anche tutto un insieme di manifestazioni psicologicamente e/o clinicamente rilevanti, sapientemente individuate, come regressione infantile (come sviluppo del bisogno di accudimento) o reazioni di panico. Oltre a episodi di sdoppiamento: l’allucinazione di Marina assorbe il ricordo di una ragazza fugacemente incontrata in gioventù, Nora, e si sdoppia in essa in una connotazione marcatamente sessuale e adolescenziale). E oltre a meccanismi di spersonalizzazione, giungendo Gustavo a dialogare compiutamente con l’allucinazione delle teste dei suoi amici parlanti in giardino (episodio che mi rimanda abbastanza al “carico-scarico libri in testa” del Peter Kien di Canetti).

La narrazione è di fatto un vaniloquio orizzontale (ecco perché preferisco parlare di “racconto” lungo piuttosto che di romanzo, come del resto di racconto si parla nell’Avvertenza finale), ma conosce qualche momento diacronico di consapevolezza. Consapevolezza suggestivamente rappresentata come ingresso in una catacomba chiamata luogo del pericolo (p. 122). Accade quando la auto-esclusione dal mondo – rappresentata volta per volta dal foro nella testa di un angelo o da una parete di madreperla costantemente a contatto con la guancia – viene ricondotta dallo stesso Gustavo a quello che è, ossia istinto di inadeguatezza e terrore del giudizio altrui. Accade anche quando il vaneggiato amore totalizzante per Marina viene ridimensionato cronologicamente e nella sua intensità.
Uno schiaffo “esterno” di consapevolezza, o meglio di condanna, arriva invece sul finire del racconto da parte del narratore, che all’inizio dell’Appendice (p.141) vuole sgombrare il campo da ogni compassione, simpatia o innocenza verso il protagonista: «uomo occidentale, garantito», «uomo da psicofarmaco», non romantico né destinato al sacrificio. «Egli non ha mai amato Marina. È un personaggio sgradevole, spregevole, banale ed offensivo. Egli dunque non muore. Sopravvive cincischiando banalità e luoghi comuni in serie». In altre parole, un narcisista patologico, ut supra.

Innumerevoli sono i richiami e le sfaccettature psicologiche introdotte nel libro (compreso un ammiccamento all’insetto kafkiano). A ciò si aggiunga (ma è una spezia in rapporto alla sostanza della caratterizzazione patologica) una narrazione volutamente stordita e frammentata persino nella formattazione dei paragrafi.

Risultato: lettura stupenda e per me tremenda.

Veniamo all’attualità dolente. Come forse avete visto dal primo link di questo post, Gustavo è stato edito da Avagliano nel 2006 e non è più disponibile. Se ho potuto leggerlo e apprezzarlo è grazie all’amicizia di Carlo, che ha ritirato le scorte residue e le ha amorevolmente distribuite a chi, come il sottoscritto, ha mostrato interesse per la lettura.
Visto l’indubbio valore dell’opera e l’autentico peccato insito nella sua irreperibilità commerciale, ho voluto ripagare una piccola parte della generosità di Carlo con questa recensione. Già che ci sono vi partecipo anche un sogno: che, supposto (ma non ho conferme) che i diritti del primo editore siano scaduti, il libro conosca una nuova edizione; magari in digitale, in modo da sottrarsi alle dure leggi cronologiche del cartaceo.
Sarò grato a ogni editore che, avendone le possibilità,  accoglierà questo appello e si interesserà alla questione.
Intanto potete ancora trovare l’originale in qualche biblioteca.
[psst psst: Andate nelle biblioteche, non sono radioattive!]

Written by Roberto R. Corsi

5 aprile, 2017 at 15:45

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“Mise en Atelier”: l’online della poesia

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[pubblico qui la traccia, arricchita con link ipertestuali, del mio intervento per il convegno Atelier di ieri. Che, direi, è andato bene, con molti spunti e un Corsi insolitamente nei tempi… Da notare che ieri, nelle stesse ore in cui io parlavo cercando di ridimensionare le frustate verso internet, usciva un articolo di Gilda Policastro la quale, da par suo, fustigava i fustigatori e ribadiva il vitalismo della rete come unica fonte di rinnovamento; è un utile supplemento agli spunti di riflessione.
Attendendo che esca qualche foto sui social, inserisco quella della Madonna con bambino di Filippo Lippi, che sta nella sala attigua a quella degli specchi, in cui si è tenuto il convegno, e che ogni volta che si presentava la necessità di sgranchirsi un po’ le gambe era bello contemplare…]

AGGIORNAMENTO: l’intervento, riveduto e migliorato, è pubblicato sul numero 85 della rivista Atelier, in uscita a fine aprile. A questo link l’indice e la possibilità di acquisto online.

***

Grazie agli organizzatori per l’invito. Un grazie particolare a Michele Brancale. La traccia affidatami riguarda “L’online della poesia” (mescolando produzione poetica e recezione critica, come sentirete). L’argomento è sterminato e ampiamente attenzionato, in ultimo anche dalla stampa; i miei sono solo pochi e forse arcinoti punti di vista, limitati alla poesia tradizionale, lineare, non interattiva o ipertestuale; quest’ultima meriterebbe senz’altro un approfondimento ma un po’ off topic rispetto alla giornata di oggi.

Una famosa poesia di Valerio Magrelli avanza sarcasticamente l’ipotesi che l’unica vera coscienza che abbiamo dello Stato sia quella meteorologica. Di certo un relatore, quando può, deve essere un buon meteorologo. Captare che aria tira.
In questo caso ho la fortuna di parlarvi a ridosso di un paio di mesi in cui la stampa si è occupata molto, direttamente o di riflesso, della poesia online. Su La Lettura del 18/12 Francesco Permunian, per esempio, parla di età della “vanità mediatica” e di “affollata solitudine del blog”[1].
Pubblicare “in rete” le proprie poesie sarebbe un esercizio deteriore di vanità (anche se bisogna stare attenti con la parola “vanità”: sapete che l’editoria a pagamento in inglese viene chiamata Vanity press, dunque direi che il vizio compete altrettanto, se non di più, a una buona parte del cartaceo rispetto all’online). E soprattutto pubblicare in rete condannerebbe il singolo poeta alla solitudine e all’irrilevanza, come se fosse una particella di sodio in acqua Lete (Lete che non a caso è il fiume dell’oblio, quindi tutto sembrerebbe tornare).
Se poi lo sventurato poeta in fieri si esprime sui social network (da Facebook fino a Wattpad) anziché sul suo solitario blog, si passa dalla solitudine allo stigma: Aldo Nove, sul L’espresso di questo 29 gennaio, si esprime così: “La poesia, nei social, ci sta come i cavoli a merenda” o “antipoesie scritte da inconsapevoli antipoeti che poi, nei thread dei commenti, sono sommersi da complimenti di altri antipoeti in una valanga autoreferenziale di consensi imbarazzanti quanto le “poesie” stesse”[2].  Quindi alla “non poesia” in rete si dà pure una carica antitetica, virale, “dannosa” per la buona poesia.

Eccovi dunque il meteo de
L’online della poesia: tempo inclemente, gravido di nere nubi di nostalgia. Nessuna solidarietà tra “utenti del corrimano” in stile Szymborska: sei solo con te stesso oppure dileggiato.
Oltretutto, a livello storico e di grande stampa, mi preme constatare che leggere questi articoli oggi fa pensare che dieci anni siano passati invano: sull’apertura che Nanni Balestrini fece alla poesia online già in una famosa intervista del 3 agosto 2006 resa a Florinda Fusco sul quotidiano Liberazione (money quote: «Per fortuna c’è internet, che permette di far circolare ovunque, rapidamente ed economicamente, le poesie di tutti»), prevalgono ancora, si direbbe, le reazioni piccate di Giuseppe Conte sul Corsera (la poesia in rete come “materiale inerte”, “esternazioni emozionali” create da “esibizionisti” o “scemi del villaggio”).
Dunque, se mi consentite il calembour: Nihil novi, Nove.

Come mettere ordine? La parola-chiave per catalogare l’online della poesia, come spesso quando viene in ballo la rete, è disintermediazione. “Googlando”: “Riduzione del ricorso a intermediari nella compravendita [sive: fruizione] di beni e servizi in seguito alla diffusione di Internet, che facilita il contatto diretto tra utenti e produttori”.
In breve: la possibilità di poesia in rete ha permesso a chiunque di saltare a piè pari il responso e il lavoro editoriale o critico. All’immediatezza del tasto “pubblica” sul proprio blog, affiancherei, come esempio di disintermediazione poetica, anche una piattaforma online come KDP, Kindle Direct Publishing, che consente all’autore di diventare addirittura editore di se stesso, realizzare e vendere ebook in rete sul circuito Amazon, senza spese e con una royalty che può arrivare al 70%.

Detto questo, le affermazioni di Permunian e Nove non sono del tutto campate in aria. Alcuni corollari negativi di questa disintermediazione poetica sono evidenti anche a una breve “passeggiata” internautica: intanto la lancinante assenza di un filtro editoriale e di una seria attività di editing (questa però in netto calo anche nel cartaceo, dove sempre più libri che leggo sono chiaramente “manoscritti stampati” e non “editi”). Questa assenza può fare venire meno la qualità, senza peraltro che questo giustifichi una delegittimazione di massa: ci sono poeti eccellenti e consacrati che affidano inediti a facebook con cadenza regolare: Giacomo Trinci, Marina Pizzi, Carlo Molinaro, Enrico De Lea per citarne solo quattro.
Dall’altro lato (qui Permunian ha ragione) la sostanziale solitudine di chi scrive sul proprio spazio personale, dovuta però non tanto alla scarsa qualità quanto al debordare dell’offerta di poesia rispetto alla domanda, come pure all’assenza di una seria promozione; solitudine invero “affollata” solo di plausi acritici – per lo più da parte di conoscenti (“amici e sottoposti gerarchici”, come amo dire).
Poco o nullo, in sintesi, il “contatto diretto”, il dialogo tra poeta e lettore autentico, per tornare alla nozione di disintermediazione.

Ma la rete non è solo negatività.
Per esempio, un grande e dirompente effetto positivo che la rete può dispiegare sulla poesia, e che non viene quasi mai calcolato a dovere, è nella sua capacità di ridurre fino tendenzialmente ad azzerare lo scarto cronologico tra composizione della poesia e sua pubblicazione. In una parola, di mantenere la poesia fresca e attuale. Azzeramento cronologico massimamente utile se la creatività dell’autore s’incardina sullo sfondo di eventi recenti della storia e della società. E azzeramento cronologico che invece è inficiato dai tempi mediamente semestrali di risposta editoriale cartacea, a loro volta raddoppiati dall’iter di pubblicazione (sarà anche per questo, mi chiedo, che la poesia contemporanea tende, con mirabili eccezioni, a essere sempre più esistenzialista, ripiegata nell’io lirico e sganciata dai tempi che viviamo?).
Un rapido riscontro oltreoceanico: un portale internet come lithub.com sta pubblicando già dai primi giorni di gennaio 2017, quindi da prima dell’insediamento, poesie e prose brevi di vari autori contro Trump, quelli del movimento Writers Resist che comprende poeti laureati come Robert Pinsky e Rita Dove. Stesso lavoro di aggregazione (poetica ma non solo) sta facendo da pochi giorni un nuovo portale dal nome scoundreltime.com. Dal canto suo Nicolas Kristof opinionista del NY Times online aveva lanciato nello spazio commenti del suo blog dei contest di poesia in rete sulla guerra in Iraq o sul razzismo; il 23 gennaio ne ha aperto uno anche su Trump, con indole bipartisan (“esprimete le vostre paure e le speranze”, esorta Kristof); nella massa di componimenti spiccano già alcune gemme freschissime.
Tutti esempi di poesie del disappunto, della paura e della resistenza che, se anziché in rete fossero state pubblicate coi tempi editoriali di un volume cartaceo, avrebbero perso almeno la metà del loro mordente e del loro senso di viva angoscia.

Ritengo la capacità attualizzante della rete un’arma irrinunciabile per la poesia. Per questo, e per altri aspetti che non tocco per brevità, la disintermediazione portata dalla rete non va stigmatizzata troppo, come abbiamo visto fare, o peggio dismessa, ma secondo me ben temperata facendola rifluire in una reintermediazione operata dalla rete stessa, cioè in una riaffermata centralità e responsabilizzazione del grande ruolo critico ed editoriale che la rete stessa può e deve continuare a esercitare.
Mi spiego. Occorre dare sempre maggiore importanza all’esperienza di selezione e pubblicazione che i portali collettivi di poesia esercitano con autorevolezza. Tra questi sicuramente Atelier poesia e altri portali (una mia hit list personale e non esaustiva: Poetarum Silva, Carteggi LetterariNazione Indiana e per ultimo quello che mi vede come redattore, Perìgeion); tutti siti web che presentano il vantaggio di offrire congiuntamente selezioni di testi poetici da una parte e apparati critici dall’altra.

L’auspicio, che faccio anche a me stesso in quanto redattore, e da cui dipende l’uscita da questa querelle sulla poesia online, è che questo mix sia al più presto rimodulato con un sempre maggior bilanciamento tra proposizione del testo dell’Autore inedito e riproposizione dell’Autore già “conclamato”, già edito in cartaceo; la quale ultima, a quanto vedo, per ora prevale.
In una parola, sogno portali di poesia in perfetto equilibrio tra il ruolo di “cacciatori di teste” e quello di incensatori di talenti già affermati. Aumentando la prima componente.
Del resto già il Balestrini della citata intervista del 2006 sottolineava come, dopo un’iniziale difficoltà di orientamento per l’abbondanza di materiale, ben presto ci si orienti speditamente e si riesca da soli a capire dove cercare le cose migliori: «È un ottimo strumento, il solo inconveniente è che si fa un po’ fatica a orientarsi in mezzo a tutta questa abbondanza. Ma con un po’ di pazienza si arriva a individuare dove si trovano le cose che interessano e in più si possono avere rapporti diretti con gli autori».
Questo sistema misto, a pieno regime, avrebbe le potenzialità di essere contemporaneamente vetrina per gli esordienti e strumentario ermeneutico attraverso l’analisi dei conclamati; dando così legittimazione a chi è stato per la prima volta illuminato dalle luci della ribalta strappandolo all’isolamento; e diventando il portale un riferimento  per chi si addentra nella selva della poesia in rete da mero “consumatore”.

L’aspetto virtuoso di filtro sulla poesia emergente è poi coronato – e chiudo – da alcuni casi di ottima editoria sbocciata dal web.
Citerei a questo proposito almeno l’esempio di larecherche.it che da anni ormai presenta, a lato della sua attività istituzionale di portale di poesia, una collana di “ebook liberi” e gratuiti. La collana mette assieme esordienti assoluti e voci autorevolissime come quelle di Mariella Bettarini e Franco Buffoni.
Anche Carteggi Letterari ha tratto beneficio dalla sua esperienza come portale di poesia per proporsi anche come Editore tradizionale caratterizzato da un’estrema cura del prodotto cartaceo.

Ma, per finire, merita una considerazione particolare e autonoma il “salto di specie” operato pochi mesi fa da internopoesia.com che ha aggiunto alla sua attività di portale quella di editore cartaceo (Interno Libri) particolarmente attento alle opere prime.
Ora, grazie a un articolo di Fabio Chiusi, sono saliti alla ribalta de L’Espresso, ma io li seguo e sostengo dal 27 settembre 2016, lancio del primo progetto. Dalle prime 4 uscite sembrano dare ai debuttanti il 50% dello spazio, realizzando il perfetto equilibrio di cui parlavo prima.
È un’editoria brillantemente basata su procedure virtuose come il metodo del crowdfunding (microfinanziamento) per ogni volume della collana, e la massima trasparenza su spese e diritti d’autore.
Ecco, a chiusura del cerchio, che un’esperienza in rete spiega addirittura degli effetti benefici “a ritroso” sull’editoria tradizionale cartacea, rinforzando un’intuizione – quella di superare col crowdfunding il famigerato contributo all’editore – che era stata al settembre ‘16, a quanto mi consta, messa in opera da un solo editore cartaceo già esistente, cioè Samuele Editore (il cui primo crowdfunding poetico, per Il colore dell’acqua di Alessandro Canzian, è stato lanciato addirittura il 4 novembre del 2015 e chiuso il 12 dicembre dello stesso anno).
Altri Editori stanno adottando lo stesso meccanismo, per es. l’Ass. Mille Gru che ha potuto così finanziare il progetto Controlli di Rosaria Lo Russo e Daniele Vergni. La previsione e auspicio è che molti altri seguano.

Dunque, per scomodare i piani altissimi: mé phobeìsthe, non c’è da avere paura, men che meno sprezzo, dell’online in poesia. Occorre piuttosto dar fiducia a quel grande “TomTom poetico” che sono Atelier online e gli altri siti specializzati.
Ai critici online rinnovo invece l’invito ad aprirsi maggiormente al loro ruolo di talent scout.

[1] Francesco PERMUNIAN, Giudici e Zanzotto, ultimi maestri capaci di minimizzare se stessi, in “La lettura”, supplemento al Corriere della sera del 18 dicembre 2016, p. 14.

[2] Aldo NOVE, Ma scrivere versi non fa rima con facebook, in “L’Espresso” del 29 gennaio 2017, p. 84.

 

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ecco una foto del mio intervento (© gonews.it/Area Met FI). Alla mia sinistra il Consigliere metropolitano alla cultura Emiliano Fossi, a destra il prof. Marco Beck

 

Passione Poesia, o meglio occasione poesia e passione critica: il progetto Aglieco-Cannillo-Iacovella

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passionepoesia

img rebstein.wordpress.com

Ho scalato la montagna di Passione Poesia nottetempo, durante le ore piccole del sabato tormentate come al solito dalla devastazione circadiana psico-acustica della movida sotto casa mia. Il corpo già in parte fradicio della repressa voglia di dormire, scorrevo le pagine facendo il classico “orecchio” alle liriche che ho apprezzato di più: una quindicina. Sorprendendomi, lo devo ammettere, di come scriva bene Davide Rondoni quando soffoca per quanto può la trascendenza e davvero “mette a fuoco la vita”.
Preso atto del dichiarato assetto non omnicomprensivo dell’antologia (si ammette dall’inizio che molte voci autorevoli sono rimaste fuori), via via mi ripetevo che questa raccolta non aveva alcun senso per comprendere la poetica dei singoli autori, presentati ciascuno con una sola lirica. E anche l’accostamento alluvionale tra numi tutelari (Luzi, Bigongiari, Raboni, Fortini) e sommersi o emergenti non mi piaceva perché mi pareva un po’ schiacciare i secondi. Tutti rilevi riferiti alle poesie, comunque.

Solo al risveglio (ho i miei tempi!) ho compreso che il valore di questo volume sta piuttosto nel rappresentare l’enorme mole critica che viene prodotta muovendo dall’occasione della lirica. Uno sforzo di scrittura commovente nella sua quantità – misurabile nel rapporto tra la mezza paginetta che spesso occupa ogni poesia e le due o tre che spesso occupa il suo apparato – e doppiamente commovente nella sua gratuità. Una schiusa floreale olezzante e, mediatamente, indisponente, constatando quanto dispiego di energia intellettiva non possa dirsi “lavoro” ma solo “volontariato” per il semplice o velenoso disinteresse della comunità generale; uno sticazzi in forma di rumore bianco, agevolmente periziabile non appena si mette il piedino fuori dal giardino di Gautàma delle relazioni artistiche.
Il titolo dunque inscena un piccolo sviamento: la “passione” qui rappresentata è piuttosto quella per la recensione, per la nota di lettura, per il mini-saggio. Con un intento programmatico di stimolare il rovesciamento di quanto evidenziato nell’introduzione di uno dei curatori, Sebastiano Aglieco (gli altri due sono Luigi Cannillo e Nino Iacovella), a p.8:

Un altro limite delle divulgazione praticata direttamente dai poeti è una certa forma di disaffezione verso il testo critico. Ultimamente da varie parti è stata messa in dubbio la recensione come strumento efficace di indagine; alcune riviste non l’hanno più utilizzata (…) e alcuni poeti hanno apertamente dichiarato di non voler scrivere più recensioni (…) La motivazione di questa rinuncia, o ridimensionamento, spesso parte dalla considerazione che la recensione serve soprattutto a gratificare l’autore piuttosto che promuovere il libro. Questa viene poi considerata come un atto di assenso, priva di piglio polemico nei confronti dell’opera. Chi recensisce, in genere, si guarda bene dal polemizzare, in quanto il primo a risentirsene è l’autore del libro.

Tutto vero. Qualche gratificazione dai toni quasi calboniani non manca nemmeno in questo volume; soprattutto, la stroncatura o anche solo il dubbio sono ormai in disuso non tanto per timidezza quanto – almeno nel mio caso – per la prospettiva di perdere le giornate a difendersi dalle polemiche sui social, al telefono, via mail etc. quando si mette in discussione il lavoro di poeti piuttosto esuberanti…
È però altrettanto vero – sembra intendere Aglieco – che tutto, da un punto di vista filosofico-giuridico prima che poetico, è politica, discrezionalità, scelta; tutto è lato sensu gratificazione o stroncatura. Anche il silenzio o la mancata antologizzazione possono essere visti come giudizio negativo. Anche la scelta di testi senza commento è una recensione positiva. Inutile quindi – ci dice questa raccolta – delegittimare un genere, quello della recensione d’autore; assai meglio non privarsi del suo contenuto vitaminico.
L’appello sembra trovare ricezione; tanto che, oltre ai curatori, altri validi poeti (es. Marco Simonelli, Renata Morresi, Franz Krauspenhaar)  hanno scelto di comparire non con la propria poesia ma glossando quella altrui (rispettivamente di Lo Russo, Agustoni, Zeichen).

Si aggiungono ai poeti, informa la quarta di copertina, «critici, blogger, organizzatori culturali, lettori di particolare sensibilità e competenza».
E ciò contribuisce a intesserci davanti un patchwork, una policromia critica considerevole e rappresentativa: alla esegesi del testo (ottima per es. quella di Andrea Sirotti su una poesia di Mia Lecomte) si affiancano letture più sinestesiche, interventi che preferiscono percorrere la produzione dell’autore, o collocarlo in rapporto ad altre voci; addirittura, a volte, testimonianze di vita personale o amicizia. Tutto quanto concorrendo a rappresentare un concetto, quello della recensione, che anche io, accettando il rischio di qualche caduta di tono, sono incline a considerare e apprezzare nel suo carattere proteiforme piuttosto che come retaggio di comunità critiche chiuse, poco osmotiche.

Un volume da consultare, o meglio da leggere ma possibilmente saltando a casaccio tra una coppia di autore/annotatore e l’altra.
Sperando – flebilmente, per la verità – che possa in effetti anche servire a stimolare prima o poi una “mitridatizzazione”, una riflessione su una timida renaissance della recensione non positiva, quindi una consapevolezza “comunitaria” che la sottolineatura delle lacune su cui magari lavorare è benefica tanto quanto, se non più, della stucchevole fumata d’incenso…

[A.A.V.V., Passione poesia. Letture di poesia contemporanea 1990-2015, a cura di S. Aglieco, L. Cannillo, N. Iacovella, Milano: Edizioni CFR/ Gianmario Lucini, 2016, pp. 379, €20]

per contatti e ordini:  info@edizionicfr.it –  348//2632483
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lunedì 6 febbraio: l’online della poesia

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Sono contento di essere stato chiamato a intervenire al convegno organizzato da Atelier e Giuliano Ladolfi editore. Luogo e data: lunedì 6 febbraio, Firenze, Palazzo Medici Riccardi, sala degli specchi, dalle 9,45 fino a pomeriggio inoltrato. Io parlerò per ultimo e farò perdere il treno di ritorno ai premiandi, che mi odieranno per sempre.
Il mio tema: l’online della poesia, che svolgerò però (per motivi di tempo e topic) solo con riferimento alla poesia tradizionale. Tanto più che, da quando ho preparato la traccia, verso metà gennaio, se ne parla molto: magari partirà un a ricopióne dalla sala, pazienza.
Qui il programma. A lunedì.

Written by Roberto R. Corsi

31 gennaio, 2017 at 10:19

Roberto Cogo, Sedere. Qui e ora

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la mia scelta di poesie del mese di gennaio su Perigeion è andata a pescare dall’ultima raccolta di Roberto Cogo. Raccolta vissuta con particolare forza: la forza distruttiva degli attacchi di panico e di ansia. Ma che allo stesso tempo indica una via per la liberazione, quella della meditazione focalizzata sul mero esistere della natura (e dell’uomo che voglia essere armonico con essa). Ciò che invece non ho sottolineato nella breve nota introduttiva è un’altra liberazione: quella dell’Autore dall’editoria cartacea. Tutte le poesie di Cogo sono disponibili sul suo sito. Passo da meditare e che richiede alcuni “pensamenti et ripensamenti”, ma che io trovo molto zen. Per un poeta il cartaceo è quantomai maya, mera illusione legata a una convenzione sociale di legittimazione o notorietà. Che si rivela sempre fallace. Meglio allora liberarci dall’ingannevole, strapparne le radici, ed esercitare la mente a coltivare il proprio giardino con modestia e serenità?

Il resto e soprattutto le poesie (compreso link al sito dell’Autore) lo leggete a questo link:
Roberto Cogo, Sedere. Qui e ora

Written by Roberto R. Corsi

27 gennaio, 2017 at 08:25

Pubblicato su autori, community, Perigeion, poesia, siti

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sempre [con]corsi e mai non giunsi al fine: Bookblister vs. concorsi letterari

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ci sono articoli che, per lucidità di analisi e corrispondenza col mio sentire, non necessiterebbero di alcuna aggiunta: come quello in cui mi sono imbattuto ieri, a firma Chiara Beretta Mazzotta, sul suo noto portale Bookblister.
Qui il link all’articolo, link che vi consiglio caldamente di seguire.
Nel breve spazio di un post, Chiara disseziona l’alluvione di concorsi letterari secondo poche e corrette idee-forza. Non solo un demotivational (quasi sempre conviene usare le famigerate “quote d’associazione” o tasse d’iscrizione per altro, magari per comprarsi un libro, si scrive nella chiusa), ma un’occasione per delineare alcuni concetti chiari e a me da sempre cari:

a) nessun medico prescrive di indire un concorso: o hai i mezzi (tuoi, o di un terzo sponsor) o non li hai, e allora fai qualcos’altro. Dunque chiedere sostegno all’Autore non regge mai;

b) il concorso letterario a pagamento è il dioscuro, il gemello della pubblicazione a pagamento. Su questo aspetto, che ha risvolti psicologici e antropologici (soprattutto nella favela – un tempo favola – della vita dei poeti), non trovo parole migliori di quelle di Chiara: Il guaio qui è che ci stiamo assuefacendo all’idea che per pubblicare tocchi sborsare qualcosa. Che è una evoluzione in negativo della convinzione che scrivere sia un hobby e vada fatto gratis (e se ti pubblicano, evviva!, ti prostri davanti all’editore che ti ha fatto la grazia), una convinzione che c’entra assai con l’immagine triste di un autore che gira l’Italia a sue spese per promuovere il libro per cui magari non ha manco preso un anticipo;

c) infine, una parte di responsabilità per quanto sopra grava anche sulle riviste, i siti specialistici, e gli stessi concorsi anche virtuosi: i quali, non separando il grano dal loglio, e trattando congiuntamente, in uno stesso calderone, l’editore/il premio virtuoso con quello che non lo è, alimentano promiscuità e rassegnazione.

Ma ho scritto anche troppo. Complimenti a “Bookblister Chiara” e buona lettura dell’articolo.

A margine, senza che l’articolo – meritevole ex se – appaia come pretesto, ribadisco che il mio impegno come giurato del Babuk si fonda proprio sulla sua gratuità d’accesso e sul premio in moneta per il podio dei vincitori. Di fronte a una contrazione del gettito da sponsor, gli admin del premio han reagito non chiedendo tasse ai concorrenti, bensì lanciando un crowdfunding (quindi una “sponsorizzazione collettiva” rivolta al pubblico indistinto) per provare a reintegrare i premi dello scorso anno; il tutto con piena trasparenza e senza che la mancata raccolta infici il minimum standard garantito nel bando.

Written by Roberto R. Corsi

12 gennaio, 2017 at 11:01

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