Roberto R. Corsi

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Sonia Lambertini, tre poesie da “Danzeranno gli insetti”

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La mia proposta su Perìgeion per il mese di aprile viene da Ferrara: la raccolta di Sonia Lambertini è stata edita lo scorso anno da Marco Saya. È andata come spesso va: alcune liriche che giravano in rete mi hanno colpito e successivamente ho “provocato” una microscelta da parte della stessa A.; un assaggio scarno, quasi da nouvelle cuisine, che però permette di cogliere la modalità espressiva di Sonia, invogliando – spero – ad acquistare il volume intIero, come avrebbe detto Mike.
Leggi come sempre tutto su Perìgeion –> Sonia Lambertini, tre poesie da “Danzeranno gli insetti”

Written by Roberto R. Corsi

20 aprile, 2017 at 10:15

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Salvate il malato Gustavo (di Carlo Bordini). Un appello agli e-ditori

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Spendo volentieri due parole sul libro Gustavo. Una malattia mentale – opera narrativa del 2006 dello scrittore romano Carlo Bordini, che suppongo conoscerete già in molti come ottimo poeta.
Non è assolutamente facile, perché immergendomi nella lettura il romanzo-racconto si è dimostrato subito “un capolavoro personalizzato”, spingendosi, come fece qualche mese fa Haiducii di Labranca, a parlarmi della mia stessa vita in termini così specifici che non riesco più a sapere con certezza se il bene che io ci ravviso sia oggettivo o soggettivo. Sono quasi sicuro della prima ipotesi, però 🙂

La penna di Bordini, come un utensile da giardino, riesce, seguendo le sorti del protagonista, a localizzare nel profondo del terreno ed estirpare, portandole alla luce, le radici di un disagio esistenziale, che sono fondamentalmente la paura, un forte danno all’autostima ricevuto chissà dove e come, e un vuoto di esperienza e avvenenza che ha piegato la lamina del suo carattere, nonostante un’integrazione apparente nel sistema rappresentata da un lavoro (a bassa intensità) presso un ministero.
Questo a mio parere il nocciolo dello stato allucinatorio di Gustavo – stato allucinatorio che allaga e s’impadronisce della scena. Alla base però ci sono una paura tremenda e un senso di inadeguatezza verosimilmente impostogli sin dalla tenera età, poi auto-verificato nello scarso conseguimento relazionale. Non a caso una pagina memorabile del libro, crescente di tensione fino alla regressione infantile, è dedicata alla “paura e indegnità” del protagonista, a pp. 105-106:

Gustavo sentiva che questa strada gli era preclusa (…) per il suo infelice stato d’animo che consisteva nel fatto che mentre gli altri camminavano sopra il pavimento, ed erano grossi e camminavano con il passo sicuro anche se malfermo da vecchio, egli si sentiva come uno piccolo e storto e debole e bianco che vivesse e camminasse sotto il pavimento di legno, e lo guardasse, e sapesse di non poter salire lì ma sghignazzasse e ringhiasse e maledicesse di lì sotto sentendosi una gran morte dentro ma soprattutto un gran senso di paura e di indegnità di entrare sopra, e il temere terribilmente il confronto coi grandi e il sapere che se starai in mezzo a loro saranno cazzi tuoi e scopriranno la tua natura extraterrestre e ti linceranno con terribili forconi e falci e martelli [lo sfondo è verosimilmente una sezione della FGCI, ndr] pesanti come magli, e ti squarteranno e ti inculeranno e ti stupreranno e mangeranno le tue carni e mentre le mangeranno rideranno di te dicendo: “buona questa porchetta”, e tu ti troverai come una bambola spennacchiata a latrare nel buio e nel buio dei loro stomaci. E proprio per questa paura dei grandi degli orchi che ti mangiassero cazzo ti arrostissero in padella.e ti spernacchiassero e beffeggiassero dicendo: “questo qui non ce l’ha fatta, era uno stronzo”, egli sapeva che non si sarebbe mai avventurato sul pavimento di sopra, non era mica scemo, appena lo avessero visto avrebbero urlato e avrebbero detto: “eccolo, eccolo lì, prendete quello là, non deve scapparci vivo”. Ah! 

Quanto a me, vi basti che il termine indegnità ricorre già nel titolo del mio libro d’esordio, di un anno successivo all’uscita di Gustavo.

Ugualmente il vuoto di avvenenza femminile (ricorre nei miei titoli e) fa gioco, nei ragionamenti del protagonista e in una sporadica figura di nome Olga (forse stereotipo di donna bellissima dell’est, foriera di approvazione sociale: «Gli uomini che curavano la spiaggia erano molto gentili con loro», p.10), un ruolo fondamentale e ricorsivo soprattutto nella prima parte. Sia come sensibilità al fascino di donne descritte prima di tutto come “belle”, “seminude”, “sinuose”. Sia come tratto di insoddisfazione, di fronte al quale Gustavo mostra tratti evidenti di narcisismo patologico i cui effetti venefici rovesciano puntualmente sulla sua prima di tutto non avvenente fidanzata, Marina, sin dall’incipit in cui è lei a parlare prima di venire abbandonata dal protagonista: «Non sono niente… Lo sono solo nel momento stesso in cui lo faccio. Per il resto non sono niente».
Parallelamente, sempre nella prima pagina: «Egli sperava che un giorno lei diventasse bella. Immaginava: dato che lei è così brava, un giorno sicuramente diventerà bella. Gli piaceva amarla al buio, e lei diventava giovane come l’erba».

Su questo nero duopolio di indegnità e vuoto estetico (irrealizzazione) fiorisce la malattia; che non è solo il piano sequenza dell’allucinazione conclamata entro la quale tutta la narrazione, più o meno si situa, confinando la realtà oltre margini incertissimi; ma è anche tutto un insieme di manifestazioni psicologicamente e/o clinicamente rilevanti, sapientemente individuate, come regressione infantile (come sviluppo del bisogno di accudimento) o reazioni di panico. Oltre a episodi di sdoppiamento: l’allucinazione di Marina assorbe il ricordo di una ragazza fugacemente incontrata in gioventù, Nora, e si sdoppia in essa in una connotazione marcatamente sessuale e adolescenziale). E oltre a meccanismi di spersonalizzazione, giungendo Gustavo a dialogare compiutamente con l’allucinazione delle teste dei suoi amici parlanti in giardino (episodio che mi rimanda abbastanza al “carico-scarico libri in testa” del Peter Kien di Canetti).

La narrazione è di fatto un vaniloquio orizzontale (ecco perché preferisco parlare di “racconto” lungo piuttosto che di romanzo, come del resto di racconto si parla nell’Avvertenza finale), ma conosce qualche momento diacronico di consapevolezza. Consapevolezza suggestivamente rappresentata come ingresso in una catacomba chiamata luogo del pericolo (p. 122). Accade quando la auto-esclusione dal mondo – rappresentata volta per volta dal foro nella testa di un angelo o da una parete di madreperla costantemente a contatto con la guancia – viene ricondotta dallo stesso Gustavo a quello che è, ossia istinto di inadeguatezza e terrore del giudizio altrui. Accade anche quando il vaneggiato amore totalizzante per Marina viene ridimensionato cronologicamente e nella sua intensità.
Uno schiaffo “esterno” di consapevolezza, o meglio di condanna, arriva invece sul finire del racconto da parte del narratore, che all’inizio dell’Appendice (p.141) vuole sgombrare il campo da ogni compassione, simpatia o innocenza verso il protagonista: «uomo occidentale, garantito», «uomo da psicofarmaco», non romantico né destinato al sacrificio. «Egli non ha mai amato Marina. È un personaggio sgradevole, spregevole, banale ed offensivo. Egli dunque non muore. Sopravvive cincischiando banalità e luoghi comuni in serie». In altre parole, un narcisista patologico, ut supra.

Innumerevoli sono i richiami e le sfaccettature psicologiche introdotte nel libro (compreso un ammiccamento all’insetto kafkiano). A ciò si aggiunga (ma è una spezia in rapporto alla sostanza della caratterizzazione patologica) una narrazione volutamente stordita e frammentata persino nella formattazione dei paragrafi.

Risultato: lettura stupenda e per me tremenda.

Veniamo all’attualità dolente. Come forse avete visto dal primo link di questo post, Gustavo è stato edito da Avagliano nel 2006 e non è più disponibile. Se ho potuto leggerlo e apprezzarlo è grazie all’amicizia di Carlo, che ha ritirato le scorte residue e le ha amorevolmente distribuite a chi, come il sottoscritto, ha mostrato interesse per la lettura.
Visto l’indubbio valore dell’opera e l’autentico peccato insito nella sua irreperibilità commerciale, ho voluto ripagare una piccola parte della generosità di Carlo con questa recensione. Già che ci sono vi partecipo anche un sogno: che, supposto (ma non ho conferme) che i diritti del primo editore siano scaduti, il libro conosca una nuova edizione; magari in digitale, in modo da sottrarsi alle dure leggi cronologiche del cartaceo.
Sarò grato a ogni editore che, avendone le possibilità,  accoglierà questo appello e si interesserà alla questione.
Intanto potete ancora trovare l’originale in qualche biblioteca.
[psst psst: Andate nelle biblioteche, non sono radioattive!]

Written by Roberto R. Corsi

5 aprile, 2017 at 15:45

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Traduzioni: una poesia di Natalie Diaz

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Natalie Diaz

Photo by Jamestroud (Own work) – CC BY-SA 4.0

Ripesco (e miglioro) il mio timido tentativo invernale di traduzione di una poesia di Natalie Diaz apparsa su Lenny a fine 2016. La poesia si chiama Manhattan Is A Lenape WordQui il testo originale. E qui la mia traduzione.
Tra le voci più apprezzate della poesia americana contemporanea sin dalla raccolta di esordio di un lustro fa (When My Brother Was An Atzec), Diaz è Nativa Mojave, attivista per la valorizzazione della loro cultura e patrimonio linguistico, docente universitaria. È stata anche una campionessa di basket a livello internazionale.
Ciò che più mi colpisce è che scrive con complessità e notevole dimestichezza di movimento tra riferimenti e significati comuni (episodi biblici, aggressività “coloniale”). Alla questione delle proprie radici unisce una grande forza nella rappresentazione del sesso. Come in questo passaggio centrale:

Anche un orologio ha bisogno d’essere caricato.
Come può un secolo finire, o un cuore volgersi ad altro,
se non c’è mai nessuno che domanda: Dove sono andati
tutti i Nativi?
Se tu sei dove sei, dov’è chi non è qui?
Non qui. Ecco perché in questa città
ho molte amanti.
Tutti i miei amori sono di compensazione. (…)

Ancora quell’ampio tono di sirena:
Aiutami. Significa: Ho un dono ed è il mio corpo,
creato per due mani, di dèi e bronzo.

Dice: mi fai sentire
come un fulmine. Dico: mai e poi mai
vorrei farti sentire così bianca.
Troppo tardi – non smetto di guardarle le ossa.
Conto i carpi, i metacarpi
della sua mano mentre lei mi è dentro.
Un osso, il semilunare, deve il nome
al suo profilo crescente – lunatus, luna.
Certe notti lei mi sorge dentro così,
come un tormento – un lento flusso luminoso.

Vi ri-linko la mia traduzione, sottolineando che si trova sul mio nuovo taccuino di “poesia altrui”, Ammirazioni, cui vi invito a iscrivervi… #174 – Natalie DIAZ

Written by Roberto R. Corsi

1 aprile, 2017 at 11:06

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“Asso ne Lamantica”: Due pezzi teatrali di Agóta Kristóf

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kristof

qui il volume mi è appena arrivato, e me lo “bevo” in riva!

Quando la microeditoria di qualità incontra un grande della letteratura il risultato è spesso da non mancare. Ho ordinato subito, all’annuncio, la mia copia del volume in cui Federica Cremaschi (uno dei due motori, assieme a Giovanni Peli, della Associazione Culturale bresciana Lamantica) traduce per la prima volta in italiano due pièces per il teatro della scrittrice ungherese Agóta Kristóf, a lungo vissuta in Romandia e “francese di penna”.

Conoscevamo già, per esserci occupati un anno fa di una raccolta poetica di Giulio Mafii, i libri Lamantica che, a tiratura limitata (questa, per esempio è di 150 esemplari), si distinguono per l’interno in carta azzurra.
Qui il carattere di prémiere italiana catalizza ulteriormente il valore dell’uscita e ci fornisce un secondo assaggio in italiano (dopo il volume Einaudi con La chiave dell’ascensore L’ora grigia) della scrittura di Kristóf per il teatro, dimensione ulteriore e ben definita rispetto a quelle, meglio conosciute dal pubblico, del romanzo o del racconto più o meno breve (Trilogia della città di K., Ieri, La vendetta).
Le opere teatrali di Kristóf – leggiamo nell’introduzione di Riccardo Benedettini – risalgono a un periodo tra fine anni settanta e primi anni ottanta; sono dunque precedenti alla fase narrativa e segnatamente a Il grande quaderno, del 1986. I due testi qui proposti sono stati pubblicati in Francia un decennio fa in un quartetto dal titolo Le Monstre et autres pièces, ma la scelta editoriale non è andata sul pezzo eponimo, né su La route, bensì su L’espiazione e L’epidemia.

Molto di stilisticamente teatrale c’è nell’intera opera di Kristóf, contrassegnata da un andamento spesso “a fotogramma” (Benedettini) e da un’asciuttezza nata forse dal duro percorso di padronanza del francese dall’ungherese. Però la lettura di questo libro fa risaltare una marcata identità rispetto al resto della produzione dell’A.; identità lato sensu di “canone” come pure di tematica. Entro quest’ultima, per esempio, un riferimento all’orrore politico più marcato del solito, particolarmente presente nella prima pièce ma avvertibile anche nelle scene finali della seconda.
Dominano, con colori differenti, i temi della colpa, della pena (l’espiazione della quale, appunto, è estrema e in fondo impossibile), della menzogna. Domina, sul piano narrativo ma anche su quello prettamente scenico, il meccanismo dello stravolgimento, dello svelamento e soprattutto del capovolgimento dei ruoli, in uno switch delle stesse persone tra soggetto attivo e passivo, e persino tra morte e vita, che può richiamare metaforicamente le vorticose trasformazioni uomo-serpente della settima bolgia dantesca.

Dicevo del “canone”, o piuttosto dell’apparentamento: L’espiazione, più lineare nell’andamento, si connota qua e là con accenti espressionisti. Il continuo riferimento del protagonista al sangue che “vede” sulla moglie od ovunque mi ricorda istintivamente il Woyzeck di Büchner – meglio ancora la sua messa in musica come Wozzeck – e le scene della taverna o del fiume, dove tutto odora o appare “Blut”, sangue.
L’epidemia invece ha in comune l’assunto iniziale, ma solo quello, col plot del film E venne il giorno di M. Night Shyamalan, del 2008. La pièce, che giudico nel complesso più riuscita della precedente qui proposta, e dove davvero lo switch di cui parlavo si sussegue frenetico ed elicoidale, si sviluppa facendo propria la lezione beckettiana (ma per alcuni già perfino shakespeariana) secondo la quale il grottesco è il modo migliore di rappresentare il tragico; dunque sono frequenti gli equivoci e persino un umorismo volutamente dapportiano (cfr. p. 61 o p. 75: “Contaminato? Io! Ma dica lei!”; “Lei.”; “Chi?” “Mi ha detto dica lei, allora dico lei.”). Non manca neppure (pp. 73-74) il quid pluris della vocalità: una parte (“possibilmente”) cantata, una ballata di mano della stessa Kristóf, a quanto sembra, ma che diresti scritta da uno chansonnier francese, e che sublima il tema della futilità della vita, qui sovrano.

Consiglio davvero di non farsi sfuggire questo libro: in primo luogo per fare un regalo a voi stessi, in secondo luogo per sostenere la passione e il lavoro di una Associazione Culturale rimasta tra le ultime nella trincea dell’editoria virtuosa, benemerita e con le idee chiare.
Ogni copia acquistata farà la sua parte per motivare Federica e Giovanni alla prosecuzione di un impegno importante ma giocoforza sempre in salita!
Il contributo suggerito per ordinare la vostra copia è di 15€. Maggiori informazioni sul volume e sulle modalità di prenotazione sul sito lamantica.it, dove trovate anche i contatti dell’Associazione.

[Agóta KRISTÓF, Due pezzi teatrali. L’espiazione – L’epidemia, traduzione di Federica Cremaschi, Brescia: Lamantica Edizioni, 2017, pp. 102, ISBN 978-88-941382-4-5]

Written by Roberto R. Corsi

13 marzo, 2017 at 09:00

Katia Colica, inediti (su Perìgeion)

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Oggi su Perìgeion pubblico cinque inediti di una scrittrice le cui poesie ho conosciuto proprio un anno fa. Katia gareggiava alla seconda edizione del “Babuk” ma non nella sezione della quale sono in giuria, bensì con tre poesie, delle quali mi ha colpito la musicalità espressa con un andamento narrativo. Ha conquistato la piazza d’onore di quell’edizione e la mia attenzione. Mi auguro di leggere presto il libro che conterrà le poesie che gentilmente mi ha disvelato, e che propongo a voi.

Leggi tutto direttamente su Perìgeion: Katia Colica, inediti

Written by Roberto R. Corsi

10 marzo, 2017 at 10:16

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Alessandro Madeddu, Il sepolcreto (su Perìgeion)

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Della raccolta inedita che Alessandro Madeddu mi ha benevolmente inviato in lettura, ho apprezzato l’equilibrio prosodico unito al disincantato spirito di osservazione. Tra le varie sezioni la più matura, perché non si limita alla narrazione ma possiede anche un alto grado di invenzione scenica, è Il sepolcreto, racconto fantastico di una gita in un luogo di devozione con andamento surreale. Col nulla osta delle sante autorità temporali, ho ospitato quasi per intero questa sezione.

Leggi tutto, come sempre, direttamente su Perìgeion, a questo link: Alessandro Madeddu, Il sepolcreto

Written by Roberto R. Corsi

23 febbraio, 2017 at 09:27

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“Mise en Atelier”: l’online della poesia

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[pubblico qui la traccia, arricchita con link ipertestuali, del mio intervento per il convegno Atelier di ieri. Che, direi, è andato bene, con molti spunti e un Corsi insolitamente nei tempi… Da notare che ieri, nelle stesse ore in cui io parlavo cercando di ridimensionare le frustate verso internet, usciva un articolo di Gilda Policastro la quale, da par suo, fustigava i fustigatori e ribadiva il vitalismo della rete come unica fonte di rinnovamento; è un utile supplemento agli spunti di riflessione.
Attendendo che esca qualche foto sui social, inserisco quella della Madonna con bambino di Filippo Lippi, che sta nella sala attigua a quella degli specchi, in cui si è tenuto il convegno, e che ogni volta che si presentava la necessità di sgranchirsi un po’ le gambe era bello contemplare…]

AGGIORNAMENTO: l’intervento, riveduto e migliorato, è pubblicato sul numero 85 della rivista Atelier, in uscita a fine aprile. A questo link l’indice e la possibilità di acquisto online.

***

Grazie agli organizzatori per l’invito. Un grazie particolare a Michele Brancale. La traccia affidatami riguarda “L’online della poesia” (mescolando produzione poetica e recezione critica, come sentirete). L’argomento è sterminato e ampiamente attenzionato, in ultimo anche dalla stampa; i miei sono solo pochi e forse arcinoti punti di vista, limitati alla poesia tradizionale, lineare, non interattiva o ipertestuale; quest’ultima meriterebbe senz’altro un approfondimento ma un po’ off topic rispetto alla giornata di oggi.

Una famosa poesia di Valerio Magrelli avanza sarcasticamente l’ipotesi che l’unica vera coscienza che abbiamo dello Stato sia quella meteorologica. Di certo un relatore, quando può, deve essere un buon meteorologo. Captare che aria tira.
In questo caso ho la fortuna di parlarvi a ridosso di un paio di mesi in cui la stampa si è occupata molto, direttamente o di riflesso, della poesia online. Su La Lettura del 18/12 Francesco Permunian, per esempio, parla di età della “vanità mediatica” e di “affollata solitudine del blog”[1].
Pubblicare “in rete” le proprie poesie sarebbe un esercizio deteriore di vanità (anche se bisogna stare attenti con la parola “vanità”: sapete che l’editoria a pagamento in inglese viene chiamata Vanity press, dunque direi che il vizio compete altrettanto, se non di più, a una buona parte del cartaceo rispetto all’online). E soprattutto pubblicare in rete condannerebbe il singolo poeta alla solitudine e all’irrilevanza, come se fosse una particella di sodio in acqua Lete (Lete che non a caso è il fiume dell’oblio, quindi tutto sembrerebbe tornare).
Se poi lo sventurato poeta in fieri si esprime sui social network (da Facebook fino a Wattpad) anziché sul suo solitario blog, si passa dalla solitudine allo stigma: Aldo Nove, sul L’espresso di questo 29 gennaio, si esprime così: “La poesia, nei social, ci sta come i cavoli a merenda” o “antipoesie scritte da inconsapevoli antipoeti che poi, nei thread dei commenti, sono sommersi da complimenti di altri antipoeti in una valanga autoreferenziale di consensi imbarazzanti quanto le “poesie” stesse”[2].  Quindi alla “non poesia” in rete si dà pure una carica antitetica, virale, “dannosa” per la buona poesia.

Eccovi dunque il meteo de
L’online della poesia: tempo inclemente, gravido di nere nubi di nostalgia. Nessuna solidarietà tra “utenti del corrimano” in stile Szymborska: sei solo con te stesso oppure dileggiato.
Oltretutto, a livello storico e di grande stampa, mi preme constatare che leggere questi articoli oggi fa pensare che dieci anni siano passati invano: sull’apertura che Nanni Balestrini fece alla poesia online già in una famosa intervista del 3 agosto 2006 resa a Florinda Fusco sul quotidiano Liberazione (money quote: «Per fortuna c’è internet, che permette di far circolare ovunque, rapidamente ed economicamente, le poesie di tutti»), prevalgono ancora, si direbbe, le reazioni piccate di Giuseppe Conte sul Corsera (la poesia in rete come “materiale inerte”, “esternazioni emozionali” create da “esibizionisti” o “scemi del villaggio”).
Dunque, se mi consentite il calembour: Nihil novi, Nove.

Come mettere ordine? La parola-chiave per catalogare l’online della poesia, come spesso quando viene in ballo la rete, è disintermediazione. “Googlando”: “Riduzione del ricorso a intermediari nella compravendita [sive: fruizione] di beni e servizi in seguito alla diffusione di Internet, che facilita il contatto diretto tra utenti e produttori”.
In breve: la possibilità di poesia in rete ha permesso a chiunque di saltare a piè pari il responso e il lavoro editoriale o critico. All’immediatezza del tasto “pubblica” sul proprio blog, affiancherei, come esempio di disintermediazione poetica, anche una piattaforma online come KDP, Kindle Direct Publishing, che consente all’autore di diventare addirittura editore di se stesso, realizzare e vendere ebook in rete sul circuito Amazon, senza spese e con una royalty che può arrivare al 70%.

Detto questo, le affermazioni di Permunian e Nove non sono del tutto campate in aria. Alcuni corollari negativi di questa disintermediazione poetica sono evidenti anche a una breve “passeggiata” internautica: intanto la lancinante assenza di un filtro editoriale e di una seria attività di editing (questa però in netto calo anche nel cartaceo, dove sempre più libri che leggo sono chiaramente “manoscritti stampati” e non “editi”). Questa assenza può fare venire meno la qualità, senza peraltro che questo giustifichi una delegittimazione di massa: ci sono poeti eccellenti e consacrati che affidano inediti a facebook con cadenza regolare: Giacomo Trinci, Marina Pizzi, Carlo Molinaro, Enrico De Lea per citarne solo quattro.
Dall’altro lato (qui Permunian ha ragione) la sostanziale solitudine di chi scrive sul proprio spazio personale, dovuta però non tanto alla scarsa qualità quanto al debordare dell’offerta di poesia rispetto alla domanda, come pure all’assenza di una seria promozione; solitudine invero “affollata” solo di plausi acritici – per lo più da parte di conoscenti (“amici e sottoposti gerarchici”, come amo dire).
Poco o nullo, in sintesi, il “contatto diretto”, il dialogo tra poeta e lettore autentico, per tornare alla nozione di disintermediazione.

Ma la rete non è solo negatività.
Per esempio, un grande e dirompente effetto positivo che la rete può dispiegare sulla poesia, e che non viene quasi mai calcolato a dovere, è nella sua capacità di ridurre fino tendenzialmente ad azzerare lo scarto cronologico tra composizione della poesia e sua pubblicazione. In una parola, di mantenere la poesia fresca e attuale. Azzeramento cronologico massimamente utile se la creatività dell’autore s’incardina sullo sfondo di eventi recenti della storia e della società. E azzeramento cronologico che invece è inficiato dai tempi mediamente semestrali di risposta editoriale cartacea, a loro volta raddoppiati dall’iter di pubblicazione (sarà anche per questo, mi chiedo, che la poesia contemporanea tende, con mirabili eccezioni, a essere sempre più esistenzialista, ripiegata nell’io lirico e sganciata dai tempi che viviamo?).
Un rapido riscontro oltreoceanico: un portale internet come lithub.com sta pubblicando già dai primi giorni di gennaio 2017, quindi da prima dell’insediamento, poesie e prose brevi di vari autori contro Trump, quelli del movimento Writers Resist che comprende poeti laureati come Robert Pinsky e Rita Dove. Stesso lavoro di aggregazione (poetica ma non solo) sta facendo da pochi giorni un nuovo portale dal nome scoundreltime.com. Dal canto suo Nicolas Kristof opinionista del NY Times online aveva lanciato nello spazio commenti del suo blog dei contest di poesia in rete sulla guerra in Iraq o sul razzismo; il 23 gennaio ne ha aperto uno anche su Trump, con indole bipartisan (“esprimete le vostre paure e le speranze”, esorta Kristof); nella massa di componimenti spiccano già alcune gemme freschissime.
Tutti esempi di poesie del disappunto, della paura e della resistenza che, se anziché in rete fossero state pubblicate coi tempi editoriali di un volume cartaceo, avrebbero perso almeno la metà del loro mordente e del loro senso di viva angoscia.

Ritengo la capacità attualizzante della rete un’arma irrinunciabile per la poesia. Per questo, e per altri aspetti che non tocco per brevità, la disintermediazione portata dalla rete non va stigmatizzata troppo, come abbiamo visto fare, o peggio dismessa, ma secondo me ben temperata facendola rifluire in una reintermediazione operata dalla rete stessa, cioè in una riaffermata centralità e responsabilizzazione del grande ruolo critico ed editoriale che la rete stessa può e deve continuare a esercitare.
Mi spiego. Occorre dare sempre maggiore importanza all’esperienza di selezione e pubblicazione che i portali collettivi di poesia esercitano con autorevolezza. Tra questi sicuramente Atelier poesia e altri portali (una mia hit list personale e non esaustiva: Poetarum Silva, Carteggi LetterariNazione Indiana e per ultimo quello che mi vede come redattore, Perìgeion); tutti siti web che presentano il vantaggio di offrire congiuntamente selezioni di testi poetici da una parte e apparati critici dall’altra.

L’auspicio, che faccio anche a me stesso in quanto redattore, e da cui dipende l’uscita da questa querelle sulla poesia online, è che questo mix sia al più presto rimodulato con un sempre maggior bilanciamento tra proposizione del testo dell’Autore inedito e riproposizione dell’Autore già “conclamato”, già edito in cartaceo; la quale ultima, a quanto vedo, per ora prevale.
In una parola, sogno portali di poesia in perfetto equilibrio tra il ruolo di “cacciatori di teste” e quello di incensatori di talenti già affermati. Aumentando la prima componente.
Del resto già il Balestrini della citata intervista del 2006 sottolineava come, dopo un’iniziale difficoltà di orientamento per l’abbondanza di materiale, ben presto ci si orienti speditamente e si riesca da soli a capire dove cercare le cose migliori: «È un ottimo strumento, il solo inconveniente è che si fa un po’ fatica a orientarsi in mezzo a tutta questa abbondanza. Ma con un po’ di pazienza si arriva a individuare dove si trovano le cose che interessano e in più si possono avere rapporti diretti con gli autori».
Questo sistema misto, a pieno regime, avrebbe le potenzialità di essere contemporaneamente vetrina per gli esordienti e strumentario ermeneutico attraverso l’analisi dei conclamati; dando così legittimazione a chi è stato per la prima volta illuminato dalle luci della ribalta strappandolo all’isolamento; e diventando il portale un riferimento  per chi si addentra nella selva della poesia in rete da mero “consumatore”.

L’aspetto virtuoso di filtro sulla poesia emergente è poi coronato – e chiudo – da alcuni casi di ottima editoria sbocciata dal web.
Citerei a questo proposito almeno l’esempio di larecherche.it che da anni ormai presenta, a lato della sua attività istituzionale di portale di poesia, una collana di “ebook liberi” e gratuiti. La collana mette assieme esordienti assoluti e voci autorevolissime come quelle di Mariella Bettarini e Franco Buffoni.
Anche Carteggi Letterari ha tratto beneficio dalla sua esperienza come portale di poesia per proporsi anche come Editore tradizionale caratterizzato da un’estrema cura del prodotto cartaceo.

Ma, per finire, merita una considerazione particolare e autonoma il “salto di specie” operato pochi mesi fa da internopoesia.com che ha aggiunto alla sua attività di portale quella di editore cartaceo (Interno Libri) particolarmente attento alle opere prime.
Ora, grazie a un articolo di Fabio Chiusi, sono saliti alla ribalta de L’Espresso, ma io li seguo e sostengo dal 27 settembre 2016, lancio del primo progetto. Dalle prime 4 uscite sembrano dare ai debuttanti il 50% dello spazio, realizzando il perfetto equilibrio di cui parlavo prima.
È un’editoria brillantemente basata su procedure virtuose come il metodo del crowdfunding (microfinanziamento) per ogni volume della collana, e la massima trasparenza su spese e diritti d’autore.
Ecco, a chiusura del cerchio, che un’esperienza in rete spiega addirittura degli effetti benefici “a ritroso” sull’editoria tradizionale cartacea, rinforzando un’intuizione – quella di superare col crowdfunding il famigerato contributo all’editore – che era stata al settembre ‘16, a quanto mi consta, messa in opera da un solo editore cartaceo già esistente, cioè Samuele Editore (il cui primo crowdfunding poetico, per Il colore dell’acqua di Alessandro Canzian, è stato lanciato addirittura il 4 novembre del 2015 e chiuso il 12 dicembre dello stesso anno).
Altri Editori stanno adottando lo stesso meccanismo, per es. l’Ass. Mille Gru che ha potuto così finanziare il progetto Controlli di Rosaria Lo Russo e Daniele Vergni. La previsione e auspicio è che molti altri seguano.

Dunque, per scomodare i piani altissimi: mé phobeìsthe, non c’è da avere paura, men che meno sprezzo, dell’online in poesia. Occorre piuttosto dar fiducia a quel grande “TomTom poetico” che sono Atelier online e gli altri siti specializzati.
Ai critici online rinnovo invece l’invito ad aprirsi maggiormente al loro ruolo di talent scout.

[1] Francesco PERMUNIAN, Giudici e Zanzotto, ultimi maestri capaci di minimizzare se stessi, in “La lettura”, supplemento al Corriere della sera del 18 dicembre 2016, p. 14.

[2] Aldo NOVE, Ma scrivere versi non fa rima con facebook, in “L’Espresso” del 29 gennaio 2017, p. 84.

 

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ecco una foto del mio intervento (© gonews.it/Area Met FI). Alla mia sinistra il Consigliere metropolitano alla cultura Emiliano Fossi, a destra il prof. Marco Beck

 

Passione Poesia, o meglio occasione poesia e passione critica: il progetto Aglieco-Cannillo-Iacovella

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Ho scalato la montagna di Passione Poesia nottetempo, durante le ore piccole del sabato tormentate come al solito dalla devastazione circadiana psico-acustica della movida sotto casa mia. Il corpo già in parte fradicio della repressa voglia di dormire, scorrevo le pagine facendo il classico “orecchio” alle liriche che ho apprezzato di più: una quindicina. Sorprendendomi, lo devo ammettere, di come scriva bene Davide Rondoni quando soffoca per quanto può la trascendenza e davvero “mette a fuoco la vita”.
Preso atto del dichiarato assetto non omnicomprensivo dell’antologia (si ammette dall’inizio che molte voci autorevoli sono rimaste fuori), via via mi ripetevo che questa raccolta non aveva alcun senso per comprendere la poetica dei singoli autori, presentati ciascuno con una sola lirica. E anche l’accostamento alluvionale tra numi tutelari (Luzi, Bigongiari, Raboni, Fortini) e sommersi o emergenti non mi piaceva perché mi pareva un po’ schiacciare i secondi. Tutti rilevi riferiti alle poesie, comunque.

Solo al risveglio (ho i miei tempi!) ho compreso che il valore di questo volume sta piuttosto nel rappresentare l’enorme mole critica che viene prodotta muovendo dall’occasione della lirica. Uno sforzo di scrittura commovente nella sua quantità – misurabile nel rapporto tra la mezza paginetta che spesso occupa ogni poesia e le due o tre che spesso occupa il suo apparato – e doppiamente commovente nella sua gratuità. Una schiusa floreale olezzante e, mediatamente, indisponente, constatando quanto dispiego di energia intellettiva non possa dirsi “lavoro” ma solo “volontariato” per il semplice o velenoso disinteresse della comunità generale; uno sticazzi in forma di rumore bianco, agevolmente periziabile non appena si mette il piedino fuori dal giardino di Gautàma delle relazioni artistiche.
Il titolo dunque inscena un piccolo sviamento: la “passione” qui rappresentata è piuttosto quella per la recensione, per la nota di lettura, per il mini-saggio. Con un intento programmatico di stimolare il rovesciamento di quanto evidenziato nell’introduzione di uno dei curatori, Sebastiano Aglieco (gli altri due sono Luigi Cannillo e Nino Iacovella), a p.8:

Un altro limite delle divulgazione praticata direttamente dai poeti è una certa forma di disaffezione verso il testo critico. Ultimamente da varie parti è stata messa in dubbio la recensione come strumento efficace di indagine; alcune riviste non l’hanno più utilizzata (…) e alcuni poeti hanno apertamente dichiarato di non voler scrivere più recensioni (…) La motivazione di questa rinuncia, o ridimensionamento, spesso parte dalla considerazione che la recensione serve soprattutto a gratificare l’autore piuttosto che promuovere il libro. Questa viene poi considerata come un atto di assenso, priva di piglio polemico nei confronti dell’opera. Chi recensisce, in genere, si guarda bene dal polemizzare, in quanto il primo a risentirsene è l’autore del libro.

Tutto vero. Qualche gratificazione dai toni quasi calboniani non manca nemmeno in questo volume; soprattutto, la stroncatura o anche solo il dubbio sono ormai in disuso non tanto per timidezza quanto – almeno nel mio caso – per la prospettiva di perdere le giornate a difendersi dalle polemiche sui social, al telefono, via mail etc. quando si mette in discussione il lavoro di poeti piuttosto esuberanti…
È però altrettanto vero – sembra intendere Aglieco – che tutto, da un punto di vista filosofico-giuridico prima che poetico, è politica, discrezionalità, scelta; tutto è lato sensu gratificazione o stroncatura. Anche il silenzio o la mancata antologizzazione possono essere visti come giudizio negativo. Anche la scelta di testi senza commento è una recensione positiva. Inutile quindi – ci dice questa raccolta – delegittimare un genere, quello della recensione d’autore; assai meglio non privarsi del suo contenuto vitaminico.
L’appello sembra trovare ricezione; tanto che, oltre ai curatori, altri validi poeti (es. Marco Simonelli, Renata Morresi, Franz Krauspenhaar)  hanno scelto di comparire non con la propria poesia ma glossando quella altrui (rispettivamente di Lo Russo, Agustoni, Zeichen).

Si aggiungono ai poeti, informa la quarta di copertina, «critici, blogger, organizzatori culturali, lettori di particolare sensibilità e competenza».
E ciò contribuisce a intesserci davanti un patchwork, una policromia critica considerevole e rappresentativa: alla esegesi del testo (ottima per es. quella di Andrea Sirotti su una poesia di Mia Lecomte) si affiancano letture più sinestesiche, interventi che preferiscono percorrere la produzione dell’autore, o collocarlo in rapporto ad altre voci; addirittura, a volte, testimonianze di vita personale o amicizia. Tutto quanto concorrendo a rappresentare un concetto, quello della recensione, che anche io, accettando il rischio di qualche caduta di tono, sono incline a considerare e apprezzare nel suo carattere proteiforme piuttosto che come retaggio di comunità critiche chiuse, poco osmotiche.

Un volume da consultare, o meglio da leggere ma possibilmente saltando a casaccio tra una coppia di autore/annotatore e l’altra.
Sperando – flebilmente, per la verità – che possa in effetti anche servire a stimolare prima o poi una “mitridatizzazione”, una riflessione su una timida renaissance della recensione non positiva, quindi una consapevolezza “comunitaria” che la sottolineatura delle lacune su cui magari lavorare è benefica tanto quanto, se non più, della stucchevole fumata d’incenso…

[A.A.V.V., Passione poesia. Letture di poesia contemporanea 1990-2015, a cura di S. Aglieco, L. Cannillo, N. Iacovella, Milano: Edizioni CFR/ Gianmario Lucini, 2016, pp. 379, €20]

per contatti e ordini:  info@edizionicfr.it –  348//2632483
Pagina facebook del libro.

Roberto Cogo, Sedere. Qui e ora

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la mia scelta di poesie del mese di gennaio su Perigeion è andata a pescare dall’ultima raccolta di Roberto Cogo. Raccolta vissuta con particolare forza: la forza distruttiva degli attacchi di panico e di ansia. Ma che allo stesso tempo indica una via per la liberazione, quella della meditazione focalizzata sul mero esistere della natura (e dell’uomo che voglia essere armonico con essa). Ciò che invece non ho sottolineato nella breve nota introduttiva è un’altra liberazione: quella dell’Autore dall’editoria cartacea. Tutte le poesie di Cogo sono disponibili sul suo sito. Passo da meditare e che richiede alcuni “pensamenti et ripensamenti”, ma che io trovo molto zen. Per un poeta il cartaceo è quantomai maya, mera illusione legata a una convenzione sociale di legittimazione o notorietà. Che si rivela sempre fallace. Meglio allora liberarci dall’ingannevole, strapparne le radici, ed esercitare la mente a coltivare il proprio giardino con modestia e serenità?

Il resto e soprattutto le poesie (compreso link al sito dell’Autore) lo leggete a questo link:
Roberto Cogo, Sedere. Qui e ora

Written by Roberto R. Corsi

27 gennaio, 2017 at 08:25

Pubblicato su autori, community, Perigeion, poesia, siti

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Jim Harrison, cinque poesie

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Cimentandosi in una sommaria analisi del 2016 che ci lascia, mi è facile caratterizzarlo con la falcidie di beniamini della musica dei miei tempi (quindi di una parte di me); anche la poesia (lo ricorda, tra gli altri, Franco Buffoni su fb) ha accusato perdite gravi – Maleti, Zeichen, Insana, Pennati; ma forse l’anno bisesto andrebbe ricordato soprattutto per aver dimostrato come sia possibile attuare uno sterminio o un’escalation autoritaria nell’inerzia (quando non nel disinteresse) della comunità internazionale.
Sul piano personale, il dono peggiore di quest’anno è stato quello di farmi sentire per la prima volta vecchio. Dite: lo eri già. Certo, ma non mi sentivo tale. C’era ancora qualcosa – un luogo, una nuotata autunnale, la prospettiva di una passione, o anche solo di qualcuno che risponda ai tuoi messaggi in codice – che mi proiettava in un teatro fantastico. Non più, almeno per adesso. La prima vittima è la mia poesia, che oscilla tra l’overdose di cinismo e la sparizione. Non è il massimo, speriamo bene.

Intanto mi è stata rivelata la poesia del tardo Jim (James) Harrison, altra vittima del 2016 (26 marzo). Qui in Italia lo conosciamo maggiormente per i fortunati adattamenti cinematografici dei suoi romanzi (Revenge, Vento di passioni, Wolf), ma la sua produzione poetica è stata più copiosa di quella narrativa; in più, lui l’ha sempre considerata «la vera ossatura della mia vita». Una vita non certo priva di traumi (la perdita di un occhio in gioventù, la morte di babbo e sorella in un incidente d’auto). Nella sua raccolta edita appena un mese prima della morte, Dead Man’s Float (Fare il morto a galla), Harrison si è misurato – ecco il nesso – con vecchiaia e coscienza della fine, peraltro sempre con una venatura leggera e onirica. Ho trovato sette poesie su LitHub; le cinque di cui tento la traduzione, quelle che mi paiono più coese, sono quattro di queste, più un’altra tratta dall’anteprima Google del libro.
Le poesie sono in ordine sparso. Nel libro, significativamente, l’ultima che trovate qui – con valore di epitaffio – le precede tutte. Scelgo di mantenerla in fondo alla selezione, come su LitHub.

Buona lettura e buon 2017.

***

A sette anni, nel bosco

Davvero son così vecchio come sono?
Forse no. Il tempo è un mistero
che ci può rivoltare a testa in giù.
Ieri nel bosco avevo sette anni,
una benda a coprirmi l’occhio cieco,
in un letto avvolgibile che mamma ha preparato
perché potessi dormire là fuori, nel bosco,
lontano dalla gente. Un serpente giarrettiera
è passato senza accorgersi di me. Una cincia
si è posata sul dito scoperto del piede:
così lieve da non credere che fosse reale. La notte
è stata lunga e le cime degli alberi
dense di migliaia di miliardi di stelle.
Chi ero – mezzo cieco, sul pavimento del bosco –
chi ero a sette anni? Sessantotto anni dopo
posso ancora abitare quel corpo di ragazzo
senza pensare al tempo che è intercorso.
È il peso della vita: avere molte età
senza potere scorgere la fine del tempo.

***

Dolore

Il dolore è al volante,
sterza a sinistra e a destra ormai da un anno.
Costa una fortuna che io non ho
provare a liberarsi del dolore. Magari una ragazza
o della vodka in più potrebbero aiutarmi, ma ne dubito.
O un viaggio ai tropici, dove il dolore se ne andrebbe per ebollizione,
come in quella capanna rovente l’estate scorsa, in cui ti sei svegliato
pensando d’essere manzo essiccato messo a bollire in pentola.
Vorresti darci su, gettare la spugna, però
non puoi, perché sei tutto ciò che hai.
Forse dovrebbero farti fuori come un vecchio cane
come il nostro adorato cocker Mary, che è vicino
alla fine, paralizzato. A differenza di me,
lei è felice per gran parte del tempo. Lungo le passeggiate
lei continua a cadere e io la tiro su ogni volta
per rimetterla in marcia. Sembra che sorrida.
Nessuno di noi due vuole morire
quando c’è ancora del lavoro da fare,
altre creature da cui farci prendere di sorpresa,
del cibo da mangiare, un torrente da guadare –
sebbene io speri, alla fine, di chiedere a Dio
di spiegare per intero il senso di Verdun, dove morirono in trecentomila.

***

Vecchio

Un vecchio è una lunga pila di rottami
così fragile da poter cadere da sola
da cima a fondo.
Non ci vuole uno specchio per vedere gli strati
di detriti – alcuni anni ne sono ostruiti.
Lo strato rosso sangue delle morti per auto
di papà e sorella. Morti ficcate come tronco scortecciato
nel muro della casa, il corpo – novanta chili di terminazioni nervose
devastate dal male. La pila di rottami
non ha simpatia per se stessa. Una vita è una vita,
vissuta tra uccelli foreste e campi.
Ha conosciuto molti cani, un po’ di orsi e lupi.
Alcune donne hanno detto che lo volevano uccidere,
ma cosa c’è lì che valga la pena di uccidere?
Il corpo, naturalmente, il corpo criminale
che ha fatto questo e quello. Qualcuno cercherà
miracolose pepite auree nella pila
e troverà un pezzo di oro degli sciocchi (1) nelle lattine vuote
di Menudo, una zuppa messicana di trippa.

***

Ponte

Il grosso della mia vita l’ho speso
a costruire un ponte sopra il mare
anche se il mare era troppo vasto.
Sono fiero del ponte
sospeso sulla pura aria marina. Machado
è venuto a trovarmi e ci siamo seduti
alla fine del ponte, che è stato una sua idea.
Ora che sono vecchio il lavoro procede a rilento.
Con la morte che è sempre più vicina, mi piace stare qui
in alto sopra il mare, infagottato
per le tempeste artiche del tardo autunno,
il risonante schianto e lamento del mare,
la profondità dei verdi spazi tra un’onda e l’altra.
A volte il mare ruggisce e ulula proprio come
l’animale che è, un vasto e vivo continente.
Che bellezza in tutto ciò, la più oscura delle musiche
sulla quale puoi udire la più chiara, quella dell’agire
umano, la delicata connessione tra uomini e galassie.
Così siedo sul bordo, agitando i piedi sopra
l’abisso. Stanotte la luna mi starà in grembo.
È questo il mio lavoro, studiare l’universo
dal mio ponte. Ho il cielo, il mare, la tenue
striscia verde di foresta canadese sulla riva lontana.

***

Dov’è Jim Harrison?

È caduto dalla scogliera di uno zafu (2) di venti centimetri.
Non è riuscito a rialzarsi per via dell’operazione.
Crede nella Resurrezione, più che altro
perché non gli hanno mai insegnato come non farlo.

***

NOTE:
(1) locuzione che indica la pirite;
(2) cuscinetto rotondo per la meditazione Zen.

Written by Roberto R. Corsi

31 dicembre, 2016 at 12:00

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