Roberto R. Corsi

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“Mise en Atelier”: l’online della poesia

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[pubblico qui la traccia, arricchita con link ipertestuali, del mio intervento per il convegno Atelier di ieri. Che, direi, è andato bene, con molti spunti e un Corsi insolitamente nei tempi… Da notare che ieri, nelle stesse ore in cui io parlavo cercando di ridimensionare le frustate verso internet, usciva un articolo di Gilda Policastro la quale, da par suo, fustigava i fustigatori e ribadiva il vitalismo della rete come unica fonte di rinnovamento; è un utile supplemento agli spunti di riflessione.
Attendendo che esca qualche foto sui social, inserisco quella della Madonna con bambino di Filippo Lippi, che sta nella sala attigua a quella degli specchi, in cui si è tenuto il convegno, e che ogni volta che si presentava la necessità di sgranchirsi un po’ le gambe era bello contemplare…] 

***

Grazie agli organizzatori per l’invito. Un grazie particolare a Michele Brancale. La traccia affidatami riguarda “L’online della poesia” (mescolando produzione poetica e recezione critica, come sentirete). L’argomento è sterminato e ampiamente attenzionato, in ultimo anche dalla stampa; i miei sono solo pochi e forse arcinoti punti di vista, limitati alla poesia tradizionale, lineare, non interattiva o ipertestuale; quest’ultima meriterebbe senz’altro un approfondimento ma un po’ off topic rispetto alla giornata di oggi.

Una famosa poesia di Valerio Magrelli avanza sarcasticamente l’ipotesi che l’unica vera coscienza che abbiamo dello Stato sia quella meteorologica. Di certo un relatore, quando può, deve essere un buon meteorologo. Captare che aria tira.
In questo caso ho la fortuna di parlarvi a ridosso di un paio di mesi in cui la stampa si è occupata molto, direttamente o di riflesso, della poesia online. Su La Lettura del 18/12 Francesco Permunian, per esempio, parla di età della “vanità mediatica” e di “affollata solitudine del blog”[1].
Pubblicare “in rete” le proprie poesie sarebbe un esercizio deteriore di vanità (anche se bisogna stare attenti con la parola “vanità”: sapete che l’editoria a pagamento in inglese viene chiamata Vanity press, dunque direi che il vizio compete altrettanto, se non di più, a una buona parte del cartaceo rispetto all’online). E soprattutto pubblicare in rete condannerebbe il singolo poeta alla solitudine e all’irrilevanza, come se fosse una particella di sodio in acqua Lete (Lete che non a caso è il fiume dell’oblio, quindi tutto sembrerebbe tornare).
Se poi lo sventurato poeta in fieri si esprime sui social network (da Facebook fino a Wattpad) anziché sul suo solitario blog, si passa dalla solitudine allo stigma: Aldo Nove, sul L’espresso di questo 29 gennaio, si esprime così: “La poesia, nei social, ci sta come i cavoli a merenda” o “antipoesie scritte da inconsapevoli antipoeti che poi, nei thread dei commenti, sono sommersi da complimenti di altri antipoeti in una valanga autoreferenziale di consensi imbarazzanti quanto le “poesie” stesse”[2].  Quindi alla “non poesia” in rete si dà pure una carica antitetica, virale, “dannosa” per la buona poesia.

Eccovi dunque il meteo de
L’online della poesia: tempo inclemente, gravido di nere nubi di nostalgia. Nessuna solidarietà tra “utenti del corrimano” in stile Szymborska: sei solo con te stesso oppure dileggiato.
Oltretutto, a livello storico e di grande stampa, mi preme constatare che leggere questi articoli oggi fa pensare che dieci anni siano passati invano: sull’apertura che Nanni Balestrini fece alla poesia online già in una famosa intervista del 3 agosto 2006 resa a Florinda Fusco sul quotidiano Liberazione (money quote: «Per fortuna c’è internet, che permette di far circolare ovunque, rapidamente ed economicamente, le poesie di tutti»), prevalgono ancora, si direbbe, le reazioni piccate di Giuseppe Conte sul Corsera (la poesia in rete come “materiale inerte”, “esternazioni emozionali” create da “esibizionisti” o “scemi del villaggio”).
Dunque, se mi consentite il calembour: Nihil novi, Nove.

Come mettere ordine? La parola-chiave per catalogare l’online della poesia, come spesso quando viene in ballo la rete, è disintermediazione. “Googlando”: “Riduzione del ricorso a intermediari nella compravendita [sive: fruizione] di beni e servizi in seguito alla diffusione di Internet, che facilita il contatto diretto tra utenti e produttori”.
In breve: la possibilità di poesia in rete ha permesso a chiunque di saltare a piè pari il responso e il lavoro editoriale o critico. All’immediatezza del tasto “pubblica” sul proprio blog, affiancherei, come esempio di disintermediazione poetica, anche una piattaforma online come KDP, Kindle Direct Publishing, che consente all’autore di diventare addirittura editore di se stesso, realizzare e vendere ebook in rete sul circuito Amazon, senza spese e con una royalty che può arrivare al 70%.

Detto questo, le affermazioni di Permunian e Nove non sono del tutto campate in aria. Alcuni corollari negativi di questa disintermediazione poetica sono evidenti anche a una breve “passeggiata” internautica: intanto la lancinante assenza di un filtro editoriale e di una seria attività di editing (questa però in netto calo anche nel cartaceo, dove sempre più libri che leggo sono chiaramente “manoscritti stampati” e non “editi”). Questa assenza può fare venire meno la qualità, senza peraltro che questo giustifichi una delegittimazione di massa: ci sono poeti eccellenti e consacrati che affidano inediti a facebook con cadenza regolare: Giacomo Trinci, Marina Pizzi, Carlo Molinaro, Enrico De Lea per citarne solo quattro.
Dall’altro lato (qui Permunian ha ragione) la sostanziale solitudine di chi scrive sul proprio spazio personale, dovuta però non tanto alla scarsa qualità quanto al debordare dell’offerta di poesia rispetto alla domanda, come pure all’assenza di una seria promozione; solitudine invero “affollata” solo di plausi acritici – per lo più da parte di conoscenti (“amici e sottoposti gerarchici”, come amo dire).
Poco o nullo, in sintesi, il “contatto diretto”, il dialogo tra poeta e lettore autentico, per tornare alla nozione di disintermediazione.

Ma la rete non è solo negatività.
Per esempio, un grande e dirompente effetto positivo che la rete può dispiegare sulla poesia, e che non viene quasi mai calcolato a dovere, è nella sua capacità di ridurre fino tendenzialmente ad azzerare lo scarto cronologico tra composizione della poesia e sua pubblicazione. In una parola, di mantenere la poesia fresca e attuale. Azzeramento cronologico massimamente utile se la creatività dell’autore s’incardina sullo sfondo di eventi recenti della storia e della società. E azzeramento cronologico che invece è inficiato dai tempi mediamente semestrali di risposta editoriale cartacea, a loro volta raddoppiati dall’iter di pubblicazione (sarà anche per questo, mi chiedo, che la poesia contemporanea tende, con mirabili eccezioni, a essere sempre più esistenzialista, ripiegata nell’io lirico e sganciata dai tempi che viviamo?).
Un rapido riscontro oltreoceanico: un portale internet come lithub.com sta pubblicando già dai primi giorni di gennaio 2017, quindi da prima dell’insediamento, poesie e prose brevi di vari autori contro Trump, quelli del movimento Writers Resist che comprende poeti laureati come Robert Pinsky e Rita Dove. Stesso lavoro di aggregazione (poetica ma non solo) sta facendo da pochi giorni un nuovo portale dal nome scoundreltime.com. Dal canto suo Nicolas Kristof opinionista del NY Times online aveva lanciato nello spazio commenti del suo blog dei contest di poesia in rete sulla guerra in Iraq o sul razzismo; il 23 gennaio ne ha aperto uno anche su Trump, con indole bipartisan (“esprimete le vostre paure e le speranze”, esorta Kristof); nella massa di componimenti spiccano già alcune gemme freschissime.
Tutti esempi di poesie del disappunto, della paura e della resistenza che, se anziché in rete fossero state pubblicate coi tempi editoriali di un volume cartaceo, avrebbero perso almeno la metà del loro mordente e del loro senso di viva angoscia.

Ritengo la capacità attualizzante della rete un’arma irrinunciabile per la poesia. Per questo, e per altri aspetti che non tocco per brevità, la disintermediazione portata dalla rete non va stigmatizzata troppo, come abbiamo visto fare, o peggio dismessa, ma secondo me ben temperata facendola rifluire in una reintermediazione operata dalla rete stessa, cioè in una riaffermata centralità e responsabilizzazione del grande ruolo critico ed editoriale che la rete stessa può e deve continuare a esercitare.
Mi spiego. Occorre dare sempre maggiore importanza all’esperienza di selezione e pubblicazione che i portali collettivi di poesia esercitano con autorevolezza. Tra questi sicuramente Atelier poesia e altri portali (una mia hit list personale e non esaustiva: Poetarum Silva, Carteggi LetterariNazione Indiana e per ultimo quello che mi vede come redattore, Perìgeion); tutti siti web che presentano il vantaggio di offrire congiuntamente selezioni di testi poetici da una parte e apparati critici dall’altra.

L’auspicio, che faccio anche a me stesso in quanto redattore, e da cui dipende l’uscita da questa querelle sulla poesia online, è che questo mix sia al più presto rimodulato con un sempre maggior bilanciamento tra proposizione del testo dell’Autore inedito e riproposizione dell’Autore già “conclamato”, già edito in cartaceo; la quale ultima, a quanto vedo, per ora prevale.
In una parola, sogno portali di poesia in perfetto equilibrio tra il ruolo di “cacciatori di teste” e quello di incensatori di talenti già affermati. Aumentando la prima componente.
Del resto già il Balestrini della citata intervista del 2006 sottolineava come, dopo un’iniziale difficoltà di orientamento per l’abbondanza di materiale, ben presto ci si orienti speditamente e si riesca da soli a capire dove cercare le cose migliori: «È un ottimo strumento, il solo inconveniente è che si fa un po’ fatica a orientarsi in mezzo a tutta questa abbondanza. Ma con un po’ di pazienza si arriva a individuare dove si trovano le cose che interessano e in più si possono avere rapporti diretti con gli autori».
Questo sistema misto, a pieno regime, avrebbe le potenzialità di essere contemporaneamente vetrina per gli esordienti e strumentario ermeneutico attraverso l’analisi dei conclamati; dando così legittimazione a chi è stato per la prima volta illuminato dalle luci della ribalta strappandolo all’isolamento; e diventando il portale un riferimento  per chi si addentra nella selva della poesia in rete da mero “consumatore”.

L’aspetto virtuoso di filtro sulla poesia emergente è poi coronato – e chiudo – da alcuni casi di ottima editoria sbocciata dal web.
Citerei a questo proposito almeno l’esempio di larecherche.it che da anni ormai presenta, a lato della sua attività istituzionale di portale di poesia, una collana di “ebook liberi” e gratuiti. La collana mette assieme esordienti assoluti e voci autorevolissime come quelle di Mariella Bettarini e Franco Buffoni.
Anche Carteggi Letterari ha tratto beneficio dalla sua esperienza come portale di poesia per proporsi anche come Editore tradizionale caratterizzato da un’estrema cura del prodotto cartaceo.

Ma, per finire, merita una considerazione particolare e autonoma il “salto di specie” operato pochi mesi fa da internopoesia.com che ha aggiunto alla sua attività di portale quella di editore cartaceo (Interno Libri) particolarmente attento alle opere prime.
Ora, grazie a un articolo di Fabio Chiusi, sono saliti alla ribalta de L’Espresso, ma io li seguo e sostengo dal 27 settembre 2016, lancio del primo progetto. Dalle prime 4 uscite sembrano dare ai debuttanti il 50% dello spazio, realizzando il perfetto equilibrio di cui parlavo prima.
È un’editoria brillantemente basata su procedure virtuose come il metodo del crowdfunding (microfinanziamento) per ogni volume della collana, e la massima trasparenza su spese e diritti d’autore.
Ecco, a chiusura del cerchio, che un’esperienza in rete spiega addirittura degli effetti benefici “a ritroso” sull’editoria tradizionale cartacea, rinforzando un’intuizione – quella di superare col crowdfunding il famigerato contributo all’editore – che era stata al settembre ‘16, a quanto mi consta, messa in opera da un solo editore cartaceo già esistente, cioè Samuele Editore (il cui primo crowdfunding poetico, per Il colore dell’acqua di Alessandro Canzian, è stato lanciato addirittura il 4 novembre del 2015 e chiuso il 12 dicembre dello stesso anno).
Altri Editori stanno adottando lo stesso meccanismo, per es. l’Ass. Mille Gru che ha potuto così finanziare il progetto Controlli di Rosaria Lo Russo e Daniele Vergni. La previsione e auspicio è che molti altri seguano.

Dunque, per scomodare i piani altissimi: mé phobeìsthe, non c’è da avere paura, men che meno sprezzo, dell’online in poesia. Occorre piuttosto dar fiducia a quel grande “TomTom poetico” che sono Atelier online e gli altri siti specializzati.
Ai critici online rinnovo invece l’invito ad aprirsi maggiormente al loro ruolo di talent scout.

[1] Francesco PERMUNIAN, Giudici e Zanzotto, ultimi maestri capaci di minimizzare se stessi, in “La lettura”, supplemento al Corriere della sera del 18 dicembre 2016, p. 14.

[2] Aldo NOVE, Ma scrivere versi non fa rima con facebook, in “L’Espresso” del 29 gennaio 2017, p. 84.

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ecco una foto del mio intervento (© gonews.it/Area Met FI). Alla mia sinistra il Consigliere metropolitano alla cultura Emiliano Fossi, a destra il prof. Marco Beck

 

Passione Poesia, o meglio occasione poesia e passione critica: il progetto Aglieco-Cannillo-Iacovella

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img rebstein.wordpress.com

Ho scalato la montagna di Passione Poesia nottetempo, durante le ore piccole del sabato tormentate come al solito dalla devastazione circadiana psico-acustica della movida sotto casa mia. Il corpo già in parte fradicio della repressa voglia di dormire, scorrevo le pagine facendo il classico “orecchio” alle liriche che ho apprezzato di più: una quindicina. Sorprendendomi, lo devo ammettere, di come scriva bene Davide Rondoni quando soffoca per quanto può la trascendenza e davvero “mette a fuoco la vita”.
Preso atto del dichiarato assetto non omnicomprensivo dell’antologia (si ammette dall’inizio che molte voci autorevoli sono rimaste fuori), via via mi ripetevo che questa raccolta non aveva alcun senso per comprendere la poetica dei singoli autori, presentati ciascuno con una sola lirica. E anche l’accostamento alluvionale tra numi tutelari (Luzi, Bigongiari, Raboni, Fortini) e sommersi o emergenti non mi piaceva perché mi pareva un po’ schiacciare i secondi. Tutti rilevi riferiti alle poesie, comunque.

Solo al risveglio (ho i miei tempi!) ho compreso che il valore di questo volume sta piuttosto nel rappresentare l’enorme mole critica che viene prodotta muovendo dall’occasione della lirica. Uno sforzo di scrittura commovente nella sua quantità – misurabile nel rapporto tra la mezza paginetta che spesso occupa ogni poesia e le due o tre che spesso occupa il suo apparato – e doppiamente commovente nella sua gratuità. Una schiusa floreale olezzante e, mediatamente, indisponente, constatando quanto dispiego di energia intellettiva non possa dirsi “lavoro” ma solo “volontariato” per il semplice o velenoso disinteresse della comunità generale; uno sticazzi in forma di rumore bianco, agevolmente periziabile non appena si mette il piedino fuori dal giardino di Gautàma delle relazioni artistiche.
Il titolo dunque inscena un piccolo sviamento: la “passione” qui rappresentata è piuttosto quella per la recensione, per la nota di lettura, per il mini-saggio. Con un intento programmatico di stimolare il rovesciamento di quanto evidenziato nell’introduzione di uno dei curatori, Sebastiano Aglieco (gli altri due sono Luigi Cannillo e Nino Iacovella), a p.8:

Un altro limite delle divulgazione praticata direttamente dai poeti è una certa forma di disaffezione verso il testo critico. Ultimamente da varie parti è stata messa in dubbio la recensione come strumento efficace di indagine; alcune riviste non l’hanno più utilizzata (…) e alcuni poeti hanno apertamente dichiarato di non voler scrivere più recensioni (…) La motivazione di questa rinuncia, o ridimensionamento, spesso parte dalla considerazione che la recensione serve soprattutto a gratificare l’autore piuttosto che promuovere il libro. Questa viene poi considerata come un atto di assenso, priva di piglio polemico nei confronti dell’opera. Chi recensisce, in genere, si guarda bene dal polemizzare, in quanto il primo a risentirsene è l’autore del libro.

Tutto vero. Qualche gratificazione dai toni quasi calboniani non manca nemmeno in questo volume; soprattutto, la stroncatura o anche solo il dubbio sono ormai in disuso non tanto per timidezza quanto – almeno nel mio caso – per la prospettiva di perdere le giornate a difendersi dalle polemiche sui social, al telefono, via mail etc. quando si mette in discussione il lavoro di poeti piuttosto esuberanti…
È però altrettanto vero – sembra intendere Aglieco – che tutto, da un punto di vista filosofico-giuridico prima che poetico, è politica, discrezionalità, scelta; tutto è lato sensu gratificazione o stroncatura. Anche il silenzio o la mancata antologizzazione possono essere visti come giudizio negativo. Anche la scelta di testi senza commento è una recensione positiva. Inutile quindi – ci dice questa raccolta – delegittimare un genere, quello della recensione d’autore; assai meglio non privarsi del suo contenuto vitaminico.
L’appello sembra trovare ricezione; tanto che, oltre ai curatori, altri validi poeti (es. Marco Simonelli, Renata Morresi, Franz Krauspenhaar)  hanno scelto di comparire non con la propria poesia ma glossando quella altrui (rispettivamente di Lo Russo, Agustoni, Zeichen).

Si aggiungono ai poeti, informa la quarta di copertina, «critici, blogger, organizzatori culturali, lettori di particolare sensibilità e competenza».
E ciò contribuisce a intesserci davanti un patchwork, una policromia critica considerevole e rappresentativa: alla esegesi del testo (ottima per es. quella di Andrea Sirotti su una poesia di Mia Lecomte) si affiancano letture più sinestesiche, interventi che preferiscono percorrere la produzione dell’autore, o collocarlo in rapporto ad altre voci; addirittura, a volte, testimonianze di vita personale o amicizia. Tutto quanto concorrendo a rappresentare un concetto, quello della recensione, che anche io, accettando il rischio di qualche caduta di tono, sono incline a considerare e apprezzare nel suo carattere proteiforme piuttosto che come retaggio di comunità critiche chiuse, poco osmotiche.

Un volume da consultare, o meglio da leggere ma possibilmente saltando a casaccio tra una coppia di autore/annotatore e l’altra.
Sperando – flebilmente, per la verità – che possa in effetti anche servire a stimolare prima o poi una “mitridatizzazione”, una riflessione su una timida renaissance della recensione non positiva, quindi una consapevolezza “comunitaria” che la sottolineatura delle lacune su cui magari lavorare è benefica tanto quanto, se non più, della stucchevole fumata d’incenso…

[A.A.V.V., Passione poesia. Letture di poesia contemporanea 1990-2015, a cura di S. Aglieco, L. Cannillo, N. Iacovella, Milano: Edizioni CFR/ Gianmario Lucini, 2016, pp. 379, €20]

per contatti e ordini:  info@edizionicfr.it –  348//2632483
Pagina facebook del libro.

Roberto Cogo, Sedere. Qui e ora

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la mia scelta di poesie del mese di gennaio su Perigeion è andata a pescare dall’ultima raccolta di Roberto Cogo. Raccolta vissuta con particolare forza: la forza distruttiva degli attacchi di panico e di ansia. Ma che allo stesso tempo indica una via per la liberazione, quella della meditazione focalizzata sul mero esistere della natura (e dell’uomo che voglia essere armonico con essa). Ciò che invece non ho sottolineato nella breve nota introduttiva è un’altra liberazione: quella dell’Autore dall’editoria cartacea. Tutte le poesie di Cogo sono disponibili sul suo sito. Passo da meditare e che richiede alcuni “pensamenti et ripensamenti”, ma che io trovo molto zen. Per un poeta il cartaceo è quantomai maya, mera illusione legata a una convenzione sociale di legittimazione o notorietà. Che si rivela sempre fallace. Meglio allora liberarci dall’ingannevole, strapparne le radici, ed esercitare la mente a coltivare il proprio giardino con modestia e serenità?

Il resto e soprattutto le poesie (compreso link al sito dell’Autore) lo leggete a questo link:
Roberto Cogo, Sedere. Qui e ora

Written by Roberto R. Corsi

27 gennaio, 2017 at 08:25

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Jim Harrison, cinque poesie

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Cimentandosi in una sommaria analisi del 2016 che ci lascia, mi è facile caratterizzarlo con la falcidie di beniamini della musica dei miei tempi (quindi di una parte di me); anche la poesia (lo ricorda, tra gli altri, Franco Buffoni su fb) ha accusato perdite gravi – Maleti, Zeichen, Insana, Pennati; ma forse l’anno bisesto andrebbe ricordato soprattutto per aver dimostrato come sia possibile attuare uno sterminio o un’escalation autoritaria nell’inerzia (quando non nel disinteresse) della comunità internazionale.
Sul piano personale, il dono peggiore di quest’anno è stato quello di farmi sentire per la prima volta vecchio. Dite: lo eri già. Certo, ma non mi sentivo tale. C’era ancora qualcosa – un luogo, una nuotata autunnale, la prospettiva di una passione, o anche solo di qualcuno che risponda ai tuoi messaggi in codice – che mi proiettava in un teatro fantastico. Non più, almeno per adesso. La prima vittima è la mia poesia, che oscilla tra l’overdose di cinismo e la sparizione. Non è il massimo, speriamo bene.

Intanto mi è stata rivelata la poesia del tardo Jim (James) Harrison, altra vittima del 2016 (26 marzo). Qui in Italia lo conosciamo maggiormente per i fortunati adattamenti cinematografici dei suoi romanzi (Revenge, Vento di passioni, Wolf), ma la sua produzione poetica è stata più copiosa di quella narrativa; in più, lui l’ha sempre considerata «la vera ossatura della mia vita». Una vita non certo priva di traumi (la perdita di un occhio in gioventù, la morte di babbo e sorella in un incidente d’auto). Nella sua raccolta edita appena un mese prima della morte, Dead Man’s Float (Fare il morto a galla), Harrison si è misurato – ecco il nesso – con vecchiaia e coscienza della fine, peraltro sempre con una venatura leggera e onirica. Ho trovato sette poesie su LitHub; le cinque di cui tento la traduzione, quelle che mi paiono più coese, sono quattro di queste, più un’altra tratta dall’anteprima Google del libro.
Le poesie sono in ordine sparso. Nel libro, significativamente, l’ultima che trovate qui – con valore di epitaffio – le precede tutte. Scelgo di mantenerla in fondo alla selezione, come su LitHub.

Buona lettura e buon 2017.

***

A sette anni, nel bosco

Davvero son così vecchio come sono?
Forse no. Il tempo è un mistero
che ci può rivoltare a testa in giù.
Ieri nel bosco avevo sette anni,
una benda a coprirmi l’occhio cieco,
in un letto avvolgibile che mamma ha preparato
perché potessi dormire là fuori, nel bosco,
lontano dalla gente. Un serpente giarrettiera
è passato senza accorgersi di me. Una cincia
si è posata sul dito scoperto del piede:
così lieve da non credere che fosse reale. La notte
è stata lunga e le cime degli alberi
dense di migliaia di miliardi di stelle.
Chi ero – mezzo cieco, sul pavimento del bosco –
chi ero a sette anni? Sessantotto anni dopo
posso ancora abitare quel corpo di ragazzo
senza pensare al tempo che è intercorso.
È il peso della vita: avere molte età
senza potere scorgere la fine del tempo.

***

Dolore

Il dolore è al volante,
sterza a sinistra e a destra ormai da un anno.
Costa una fortuna che io non ho
provare a liberarsi del dolore. Magari una ragazza
o della vodka in più potrebbero aiutarmi, ma ne dubito.
O un viaggio ai tropici, dove il dolore se ne andrebbe per ebollizione,
come in quella capanna rovente l’estate scorsa, in cui ti sei svegliato
pensando d’essere manzo essiccato messo a bollire in pentola.
Vorresti darci su, gettare la spugna, però
non puoi, perché sei tutto ciò che hai.
Forse dovrebbero farti fuori come un vecchio cane
come il nostro adorato cocker Mary, che è vicino
alla fine, paralizzato. A differenza di me,
lei è felice per gran parte del tempo. Lungo le passeggiate
lei continua a cadere e io la tiro su ogni volta
per rimetterla in marcia. Sembra che sorrida.
Nessuno di noi due vuole morire
quando c’è ancora del lavoro da fare,
altre creature da cui farci prendere di sorpresa,
del cibo da mangiare, un torrente da guadare –
sebbene io speri, alla fine, di chiedere a Dio
di spiegare per intero il senso di Verdun, dove morirono in trecentomila.

***

Vecchio

Un vecchio è una lunga pila di rottami
così fragile da poter cadere da sola
da cima a fondo.
Non ci vuole uno specchio per vedere gli strati
di detriti – alcuni anni ne sono ostruiti.
Lo strato rosso sangue delle morti per auto
di papà e sorella. Morti ficcate come tronco scortecciato
nel muro della casa, il corpo – novanta chili di terminazioni nervose
devastate dal male. La pila di rottami
non ha simpatia per se stessa. Una vita è una vita,
vissuta tra uccelli foreste e campi.
Ha conosciuto molti cani, un po’ di orsi e lupi.
Alcune donne hanno detto che lo volevano uccidere,
ma cosa c’è lì che valga la pena di uccidere?
Il corpo, naturalmente, il corpo criminale
che ha fatto questo e quello. Qualcuno cercherà
miracolose pepite auree nella pila
e troverà un pezzo di oro degli sciocchi (1) nelle lattine vuote
di Menudo, una zuppa messicana di trippa.

***

Ponte

Il grosso della mia vita l’ho speso
a costruire un ponte sopra il mare
anche se il mare era troppo vasto.
Sono fiero del ponte
sospeso sulla pura aria marina. Machado
è venuto a trovarmi e ci siamo seduti
alla fine del ponte, che è stato una sua idea.
Ora che sono vecchio il lavoro procede a rilento.
Con la morte che è sempre più vicina, mi piace stare qui
in alto sopra il mare, infagottato
per le tempeste artiche del tardo autunno,
il risonante schianto e lamento del mare,
la profondità dei verdi spazi tra un’onda e l’altra.
A volte il mare ruggisce e ulula proprio come
l’animale che è, un vasto e vivo continente.
Che bellezza in tutto ciò, la più oscura delle musiche
sulla quale puoi udire la più chiara, quella dell’agire
umano, la delicata connessione tra uomini e galassie.
Così siedo sul bordo, agitando i piedi sopra
l’abisso. Stanotte la luna mi starà in grembo.
È questo il mio lavoro, studiare l’universo
dal mio ponte. Ho il cielo, il mare, la tenue
striscia verde di foresta canadese sulla riva lontana.

***

Dov’è Jim Harrison?

È caduto dalla scogliera di uno zafu (2) di venti centimetri.
Non è riuscito a rialzarsi per via dell’operazione.
Crede nella Resurrezione, più che altro
perché non gli hanno mai insegnato come non farlo.

***

NOTE:
(1) locuzione che indica la pirite;
(2) cuscinetto rotondo per la meditazione Zen.

Written by Roberto R. Corsi

31 dicembre, 2016 at 12:00

Teresa Zuccaro, Tredici treni

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Perìgeion chiude l’anno con la generosità di una cara amica e poet[ess]a che ci invia per intero una sua raccolta di poesie inedite… Sono molto felice di tutto ciò, anche per aver compreso che la poesia di Teresa, dopo le pubblicazioni in volume e rivista di circa un decennio fa, ha continuato a muoversi, seppure in modo carsico e con la sua connaturata discrezione.

Segui il link, leggi e gioisci: Teresa Zuccaro, Tredici treni

Written by Roberto R. Corsi

31 dicembre, 2016 at 09:38

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Regalo di Natale: Ammirazioni

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Importante. Ho completato la migrazione del mio vecchio taccuino su tumblr verso un nuovo blog di wordpress, molto meglio strutturato e più fruibile, nel quale continuerò ad annotare le vostre e le altrui poesie che mi colpiscono; come faccio – coff! coff! – dal 2007.
Fateci un giro e poi, se volete, segnatevi l’indirizzo, aggiornate il segnalibro, iscrivetevi per le nuove entrate, etc.:

http://ammirazioni.wordpress.com

Ho approfittato anche per dare una sistemata, correggere link non più funzionanti… E ammirare, giustappunto, ora come allora, la scrittura di persone cento chilometri avanti a me: Labranca, Argentino, Damaggio, tanto per fare qualche cognome in corsa. Una consolazione, quando la propria voce inesorabilmente si fa fioca.

Intanto, serene festività a voi e ai vostri cari.

Written by Roberto R. Corsi

23 dicembre, 2016 at 09:33

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Mauro Caselli, sette poesie (su Perìgeion)

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per questo mese di novembre propongo su Perìgeion le poesie del triestino Mauro Caselli: lungo tre raccolte, il poeta incastona i suoi dubbi esistenziali e di scrittura in una forma quasi sempre endecasillabica, spesso rimata e sonettistica.

Buona lettura: Mauro Caselli, sette poesie

Written by Roberto R. Corsi

18 novembre, 2016 at 09:43

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#Somiglianze40 – 12 poesie

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foto mia su Instagram

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L’altro ieri, alla Casa della poesia di Milano, Milo De Angelis ha festeggiato con amici, appassionati e colleghi gli “anta” del suo libro d’esordio, Somiglianze, ottava uscita dei Quaderni della Fenice di Ugo Guanda.
C’era un pieno inusuale per un evento poetico; a questi link vedete qualche foto: 1 e 2 (richiede login fb).
Non potendo esserci, mi sono procurato il libro al “Vieusseux” – bellamente rilegato in mezza tela su cartonato varese, slurp – e me lo sono letto un paio di volte. Qui in foto lo sto stropicciando presso Piazza Oberdan… 

Entrée brillante, e il fatto che non conosca ristampe *integrali* dal 1990 (ma vedi sotto), nonostante la notorietà che l’A. si è guadagnato, la dice lunga sulle miserie editoriali e sulle aspettative che noialtri operai della poesia dovremmo nutrire.
Si vola subito alto – con una disposizione poetica originale, riconoscibile, che ancor oggi influenza massimamente autori ed editori – anche se a volte si avverte una certa forzatura di toni; provvidamente, non manca mai l’aggancio al concreto, all’irrazionale, al misero, al disperato, al ripetitivo: in una parola, all’umano, spesso còlto nella sua energia sessuale, resa con connotati che definirei “fideistici” a più livelli, entrambi laici (a-razionalità e fiducia).
Mi unisco agli auguri, Milo! In occasione della festa è stata presentata una riedizione di 21 poesie scelte: la copertina (guardala qui, richiede login fb) è praticamente uguale all’originale, salvo che alla “Fenice” si sostituisce un “Gallo stampino”!!! ; non l’ho ancora confrontata con la mia hit list. Visto che tra qualche giorno devo rendere il malloppo, controbilancio con una mia scelta personale, forzatamente stringata (da 21 “invertiamo” a 12).

***
La radio (p. 24)

Nessuno potrà abbracciare chi non ha vinto
il doppione gettato via
nell’acquitrino, il dito silenzioso
di quelli che « non ce la fanno ».
. . . . .
Talvolta anche in camera
si scopre il rapporto stretto, criminale.
Sono le quattro del pomeriggio
e comincia l’odio contro una voce
alla radio, che sussurra « vinca il migliore ».

*
Dove tutto è in relazione (p. 29)

Essendo stati chiamati
non è mai buio, qui,
ma è sempre più tardi, in mezzo
ai doveri, sui tram, immergendosi tra i cappotti
con le cose da finire, tutte le cose.
E anche adesso la pioggia
sui vetri lucidi
non può essere natura né storia
ma un episodio
che ogni inverno sa ripetere
vivente e circolare
mentre tutto esigeva una presenza diversa
che crede a ogni cosa
senza ripassarla, una cellula leggera,
sorriso del luogo giusto …

… forze, solo forze vischiose
tra la madre e la voce della mamma
come questi marciapiedi
che tentano di dividere
ma uniscono alle automobili
e questo vizio
di riconoscere, e i suoi comandi,
voce inutile, in piena bufera,
che viene baciata,
baciata … baciata …

Via Pacini. Piove, sempre di più.
Qualcuno mi ha chiesto l’ora.

*
Altro di un altro (p. 33)

Si uccidono così,
senza farsi notare,
sono disperati e discreti
e cadendo trattengono il respiro

amano così
e anche questo è amore.

*
Dovunque ma non (p. 35)

Parla a qualcuno

e risponde, è qualcos’altro ma
risponde: nessuno lo perdonerebbe
se ritorna ghiaccio, l’essere identico a sé
che non cammina.

Lui risponde, risponde

È dentro, deve continuare, in un ritmo
infinito, come una parola
scoperta da altre parole
deve parlare, bagnarsi in un fiume
che non è suo ma lo tiene in vita, e non ha rive.

E in questa strada di campagna
la ragazza si toglie il golf, abbassa il sedile
e non sa se sono in due, in tre, oppure è sola
ma continua, sente l’umido, muove i muscoli

« restami pure dentro »
« sei sicura? »
« sì, ti voglio dentro, ti voglio bene ».

*
Questo o qualcos’altro (p. 46)

Lei che
odiava i falliti, ma qui non ironizza più
ormai dentro, con il suo uomo
che a casa le salta sopra, o con la vergogna
di prima – spiegava – ballando tra le luci rosse
con la folla
d’avanspettacolo che nel tram, pigiata, preme
ancora quelle cosce (ma quali?)
e qui la facilità l’incredibile
facilità del racconto (le sue, « queste? »)
contro la verità
che ieri
si sarà detta da sola, tra il pettine
e lo specchio …

*
La ragione (p. 48)

La condanna
di tentare lo stesso
per qualcosa, su questo marciapiede, pieno di gente
mentre il dito tocca,
sa che ci sono, e non per un attimo:
finisce
la tragedia comoda di non essere nulla
bisogna continuare
il loro discorso, nelle vetrine, comprare
ciò che espongono: una risposta
una risposta storica
a chi domanda altro e subito
ma per uccidersi consegna la ricetta falsa, aspetta,
scruta
non può
soffrire per quello che vuole.

*
Diventare (p. 64)

Un’altra azione, nella vigna, per cogliere
questo moscato polveroso e dolce
tra le formiche
che percorrono il sudore
della schiena, affrettandosi
in un sole che asciuga tutto
mentre la pianura si allarga, e qualcosa
che era enorme scompare
scivola dal terrore fino al disagio
di diventare indifferente, fino all’ultimo
tremito, nulla.

*
Un perdente (p. 80, la mia preferita)

Fuori c’è la storia,
le classi che lottano.
Cosa fare dunque una volta per tutte
rifiutando il mondo
accettandolo al mattino
(« Era vero, sai, era profondo
il litigio con lei. Ma c’era un solo letto
e prevalsero i corpi »).
C’erano i confini
biologici e le grandi leggi del profitto.
Perciò inventò gli dei e l’interiore.
Alla sera, durante l’erezione
pretese anche un destino
(« dove sei stata
per tutta la mia vita? »).

*
Latitudine (p. 112)

Appena sciolgono
nel bicchiere le pastiglie
gli atleti iniziano la corsa. Ma uno
senza più forze, guardato da tutti
nello stadio, implora di morire
e a quelli che lo doppiano chiede di spiegargli
i mondi e le esclusioni, la leggerezza
che vince, le loro scarpette chiodate
mentre sfuggono vicine
e spiegare la sera, quando si getta tra le zolle
per essere amato, ma una sola volta
perché pesa troppo
il giuramento all’infanzia.
È la penitenza, grande, nei corpi
che la nudità ingrandiva, la ruggine: volevano
solo invecchiare
in un tempo uguale, per guardarsi, nel tremore
che l’erba custodisce:
ma falliranno, e le sue
gambe ferite tornano nel buio. Una sbarra è caduta.
Fa’ che la pioggia …

*
Il sogno delle tinte grigie (p. 123)

Non importava, nelle vie, sapere
cosa c’era dietro le case
e i vecchi dicevano: se usi qualcosa,
se lo usi bene,
puoi anche non capire cos’è.

*
Differire (p. 130, altra mia preferita)

Mentre una carezza si avvicina, leggera,
verso il centro
farla sarebbe già domani

capisco l’attimo prima del giusto
e quello giusto?
troppo tardi

se non toccherò il tuo viso
giustificami
perché dopo ogni gesto
ne faccio uno che lo prepara

No, tu sei misero
tu non entri nelle forze 

*
Né punto né linea (p. 135)

Come la goccia, sulla foglia, dopo il temporale
solo per la seconda volta

non ha mai conosciuto nessuno,
perché voleva essere preciso
fino alla morte

leggero zen, nel campo,
la forza che teneva gli uccelli in volo
(un’interruzione e cadrebbero)
diventa l’inferno di contarli.

___________
Milo DE ANGELIS, Somiglianze, Milano: Ugo Guanda (I Quaderni della Fenice, 8), Aprile 1976, pp. 150, Lit. 2000. Nuova edizione rivista: 1990.
Alcune biblioteche presso le quali trovare l’originale.

Written by Roberto R. Corsi

12 novembre, 2016 at 19:09

Leonard Cohen (1934-2016) sulla poesia

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Pronuncia le parole con la stessa precisione con cui leggeresti la lista della lavanderia. Una poesia non è che informazione. Se la gonfi e la declami con nobili intenzioni non sei migliore dei politici che disprezzi. Sei solo qualcuno che sventola una bandiera e che fa appello alla specie più bassa di patriottismo delle emozioni. Considera le parole come scienza, non come arte. Sono una relazione. Stai parlando a una riunione del Club degli Esploratori o alla National Geographic Society. Il tuo pubblico conosce tutti i rischi dell’alpinismo. Ti fanno un onore se li danno per scontati. Sbatterglieli in faccia è un insulto alla loro ospitalità. Digli quanto era alta la montagna, che equipaggiamento hai usato, sii preciso sulle dimensioni delle pareti e sul tempo che ti ci è voluto per scalarle. Non cercare di far sospirare il pubblico né di fargli trattenere il fiato. Se il tuo racconto merita sospiri o fiati sospesi, è qualcosa che il pubblico, non tu, dovrà decidere. Sarà nelle statistiche che presenterai loro, non nel tremolio della voce o nell’agitarsi delle braccia. Sarà nei dati e nella tranquilla organizzazione della tua presenza.

(Leonard Cohen, How To Speak Poetry, in Death Of A Lady’s Man, trad. e cit. in Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Roma: Il Filo, 2007(1), pp. 91-92)

Leonard Cohen, 1988 01

Written by Roberto R. Corsi

11 novembre, 2016 at 09:02

Francesco Tomada, Non si può imporre il colore ad una rosa

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img via Griseldaonline

È uscito un prezioso libro di poesie di Francesco Tomada per le edizioni Carteggi letterari di Natàlia Castaldi (che ne ha cura anche con una riflessione critica). Settimo di una collana da collezionare, è impreziosito dai disegni di Francesco Balsamo. Tomada è con me in redazione a Perìgeion e quindi corro il rischio di fare il iudex in re mea, per cui tralascio di dire che è uno dei migliori sulla scena e mi limito a proporvi un assaggio lirico, serbando a voi il gusto di delibare la sapiente composizione di dolori, luoghi, affetti, ricordi.

***

Cave del Predil

La miniera è chiusa da vent’anni ma qui tutto è ancora miniera.
Le case sono state costruite per i lavoranti, il museo si è preso
lo stabilimento dove si purificava il piombo, il pendio della
montagna è un accumulo di pietre scavate da là sotto.
Quando nevica d’inverno i fiocchi sono grossi e lenti, come
quando capovolgi le sfere trasparenti che contengono un
paesaggio.

Rovescia ancora quella sfera.
Che la neve cada verso l’alto e si raccolga nella concavità del
cielo.
Che la terra discenda nel vuoto delle gallerie da dove è
venuta.
Che tutti gli uomini risalgano salvi. Torna più indietro, prima
di silicosi e pleuriti. Fino alla festa di Santa Barbara, quando
vestivano i loro completi con ventinove bottoni dorati e
lo sguardo fiero di chi tutti i giorni scende nel mondo e lo
spacca davvero

*

Gorizia, Parco Basaglia

La rete che chiude il Centro d’Igiene Mentale
a oriente coincide con il confine di stato

al tempo della vecchia Jugoslavia
lì passava la cortina di ferro

per i malati anche sud ovest nord erano cortine di ferro
da nessuno dei lati era possibile uscire

allora andavano quasi sempre vicino al muro est
dove almeno le sentinelle serbe regalavano
qualche sigaretta

e magari un medico si sarà anche chiesto
come mai i matti di Gorizia
fossero tutti comunisti

*
ad A.

Io chiedo che cosa ha tua mamma
e tu rispondi un tumore

il male che non si può nominare
tu lo pronunci in modo disarmante
come dire tazza albero ombrello
un oggetto qualsiasi che esiste
e dunque parliamone pure

come se il cancro di tua madre
fosse una cosa da cui
tu puoi guarire

*
Elettropneus

Le prime auto che guidavo
si guastavano spesso forse perché
erano molto più vecchie di me

oggi basta un sondino elettronico
per capire cosa non va
allora invece Nino Schirillo
si curvava dentro al cofano
e faceva le prove, tentava

io intanto in officina guardavo i calendari
con le ragazze seminude dai seni perfetti
saranno di Roma o di Milano
di qualche grande città, mi dicevo
adesso parto e vengo a cercarvi
a vedervi dal vero

ma avevo sempre la macchina rotta

*
Rewind II

È proprio come dicevano:
da vecchi si torna bambini

sono io che non so capire
e penso a mio padre come se fosse
ancora quell’uomo di cui avevo paura
e invece lui ha di nuovo tre anni
e poi diventerà un neonato
e poi embrione e poi
niente

*
Un cortile

Mia nonna afferrava i conigli li sollevava
e con un bastone colpiva dietro alla nuca
        colpiva una volta sola

le bestie si irrigidivano ed emettevano
un fischio acutissimo
da allora quello è per me
il suono della fine

(quando io soffio fra gli incisivi
ne esce un rumore compresso
non riesco a spingere fuori
tutto il dolore

è una fortuna, non ho ancora
imparato a morire)

________________________
Francesco TOMADA, Non si può imporre il colore ad una rosa, Messina: Carteggi Letterari, 2016.
Acquista il libro dal sito della Casa Editrice
Immagine via Griseldaonline.it

Written by Roberto R. Corsi

10 novembre, 2016 at 12:43

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