Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

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Jim Harrison, cinque poesie

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Cimentandosi in una sommaria analisi del 2016 che ci lascia, mi è facile caratterizzarlo con la falcidie di beniamini della musica dei miei tempi (quindi di una parte di me); anche la poesia (lo ricorda, tra gli altri, Franco Buffoni su fb) ha accusato perdite gravi – Maleti, Zeichen, Insana, Pennati; ma forse l’anno bisesto andrebbe ricordato soprattutto per aver dimostrato come sia possibile attuare uno sterminio o un’escalation autoritaria nell’inerzia (quando non nel disinteresse) della comunità internazionale.
Sul piano personale, il dono peggiore di quest’anno è stato quello di farmi sentire per la prima volta vecchio. Dite: lo eri già. Certo, ma non mi sentivo tale. C’era ancora qualcosa – un luogo, una nuotata autunnale, la prospettiva di una passione, o anche solo di qualcuno che risponda ai tuoi messaggi in codice – che mi proiettava in un teatro fantastico. Non più, almeno per adesso. La prima vittima è la mia poesia, che oscilla tra l’overdose di cinismo e la sparizione. Non è il massimo, speriamo bene.

Intanto mi è stata rivelata la poesia del tardo Jim (James) Harrison, altra vittima del 2016 (26 marzo). Qui in Italia lo conosciamo maggiormente per i fortunati adattamenti cinematografici dei suoi romanzi (Revenge, Vento di passioni, Wolf), ma la sua produzione poetica è stata più copiosa di quella narrativa; in più, lui l’ha sempre considerata «la vera ossatura della mia vita». Una vita non certo priva di traumi (la perdita di un occhio in gioventù, la morte di babbo e sorella in un incidente d’auto). Nella sua raccolta edita appena un mese prima della morte, Dead Man’s Float (Fare il morto a galla), Harrison si è misurato – ecco il nesso – con vecchiaia e coscienza della fine, peraltro sempre con una venatura leggera e onirica. Ho trovato sette poesie su LitHub; le cinque di cui tento la traduzione, quelle che mi paiono più coese, sono quattro di queste, più un’altra tratta dall’anteprima Google del libro.
Le poesie sono in ordine sparso. Nel libro, significativamente, l’ultima che trovate qui – con valore di epitaffio – le precede tutte. Scelgo di mantenerla in fondo alla selezione, come su LitHub.

Buona lettura e buon 2017.

***

A sette anni, nel bosco

Davvero son così vecchio come sono?
Forse no. Il tempo è un mistero
che ci può rivoltare a testa in giù.
Ieri nel bosco avevo sette anni,
una benda a coprirmi l’occhio cieco,
in un letto avvolgibile che mamma ha preparato
perché potessi dormire là fuori, nel bosco,
lontano dalla gente. Un serpente giarrettiera
è passato senza accorgersi di me. Una cincia
si è posata sul dito scoperto del piede:
così lieve da non credere che fosse reale. La notte
è stata lunga e le cime degli alberi
dense di migliaia di miliardi di stelle.
Chi ero – mezzo cieco, sul pavimento del bosco –
chi ero a sette anni? Sessantotto anni dopo
posso ancora abitare quel corpo di ragazzo
senza pensare al tempo che è intercorso.
È il peso della vita: avere molte età
senza potere scorgere la fine del tempo.

***

Dolore

Il dolore è al volante,
sterza a sinistra e a destra ormai da un anno.
Costa una fortuna che io non ho
provare a liberarsi del dolore. Magari una ragazza
o della vodka in più potrebbero aiutarmi, ma ne dubito.
O un viaggio ai tropici, dove il dolore se ne andrebbe per ebollizione,
come in quella capanna rovente l’estate scorsa, in cui ti sei svegliato
pensando d’essere manzo essiccato messo a bollire in pentola.
Vorresti darci su, gettare la spugna, però
non puoi, perché sei tutto ciò che hai.
Forse dovrebbero farti fuori come un vecchio cane
come il nostro adorato cocker Mary, che è vicino
alla fine, paralizzato. A differenza di me,
lei è felice per gran parte del tempo. Lungo le passeggiate
lei continua a cadere e io la tiro su ogni volta
per rimetterla in marcia. Sembra che sorrida.
Nessuno di noi due vuole morire
quando c’è ancora del lavoro da fare,
altre creature da cui farci prendere di sorpresa,
del cibo da mangiare, un torrente da guadare –
sebbene io speri, alla fine, di chiedere a Dio
di spiegare per intero il senso di Verdun, dove morirono in trecentomila.

***

Vecchio

Un vecchio è una lunga pila di rottami
così fragile da poter cadere da sola
da cima a fondo.
Non ci vuole uno specchio per vedere gli strati
di detriti – alcuni anni ne sono ostruiti.
Lo strato rosso sangue delle morti per auto
di papà e sorella. Morti ficcate come tronco scortecciato
nel muro della casa, il corpo – novanta chili di terminazioni nervose
devastate dal male. La pila di rottami
non ha simpatia per se stessa. Una vita è una vita,
vissuta tra uccelli foreste e campi.
Ha conosciuto molti cani, un po’ di orsi e lupi.
Alcune donne hanno detto che lo volevano uccidere,
ma cosa c’è lì che valga la pena di uccidere?
Il corpo, naturalmente, il corpo criminale
che ha fatto questo e quello. Qualcuno cercherà
miracolose pepite auree nella pila
e troverà un pezzo di oro degli sciocchi (1) nelle lattine vuote
di Menudo, una zuppa messicana di trippa.

***

Ponte

Il grosso della mia vita l’ho speso
a costruire un ponte sopra il mare
anche se il mare era troppo vasto.
Sono fiero del ponte
sospeso sulla pura aria marina. Machado
è venuto a trovarmi e ci siamo seduti
alla fine del ponte, che è stato una sua idea.
Ora che sono vecchio il lavoro procede a rilento.
Con la morte che è sempre più vicina, mi piace stare qui
in alto sopra il mare, infagottato
per le tempeste artiche del tardo autunno,
il risonante schianto e lamento del mare,
la profondità dei verdi spazi tra un’onda e l’altra.
A volte il mare ruggisce e ulula proprio come
l’animale che è, un vasto e vivo continente.
Che bellezza in tutto ciò, la più oscura delle musiche
sulla quale puoi udire la più chiara, quella dell’agire
umano, la delicata connessione tra uomini e galassie.
Così siedo sul bordo, agitando i piedi sopra
l’abisso. Stanotte la luna mi starà in grembo.
È questo il mio lavoro, studiare l’universo
dal mio ponte. Ho il cielo, il mare, la tenue
striscia verde di foresta canadese sulla riva lontana.

***

Dov’è Jim Harrison?

È caduto dalla scogliera di uno zafu (2) di venti centimetri.
Non è riuscito a rialzarsi per via dell’operazione.
Crede nella Resurrezione, più che altro
perché non gli hanno mai insegnato come non farlo.

***

NOTE:
(1) locuzione che indica la pirite;
(2) cuscinetto rotondo per la meditazione Zen.

Written by Roberto R. Corsi

31 dicembre, 2016 at 12:00

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Teresa Zuccaro, Tredici treni

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Perìgeion chiude l’anno con la generosità di una cara amica e poet[ess]a che ci invia per intero una sua raccolta di poesie inedite… Sono molto felice di tutto ciò, anche per aver compreso che la poesia di Teresa, dopo le pubblicazioni in volume e rivista di circa un decennio fa, ha continuato a muoversi, seppure in modo carsico e con la sua connaturata discrezione.

Segui il link, leggi e gioisci: Teresa Zuccaro, Tredici treni

Written by Roberto R. Corsi

31 dicembre, 2016 at 09:38

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Regalo di Natale: Ammirazioni

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Importante. Ho completato la migrazione del mio vecchio taccuino su tumblr verso un nuovo blog di wordpress, molto meglio strutturato e più fruibile, nel quale continuerò ad annotare le vostre e le altrui poesie che mi colpiscono; come faccio – coff! coff! – dal 2007.
Fateci un giro e poi, se volete, segnatevi l’indirizzo, aggiornate il segnalibro, iscrivetevi per le nuove entrate, etc.:

http://ammirazioni.wordpress.com

Ho approfittato anche per dare una sistemata, correggere link non più funzionanti… E ammirare, giustappunto, ora come allora, la scrittura di persone cento chilometri avanti a me: Labranca, Argentino, Damaggio, tanto per fare qualche cognome in corsa. Una consolazione, quando la propria voce inesorabilmente si fa fioca.

Intanto, serene festività a voi e ai vostri cari.

Written by Roberto R. Corsi

23 dicembre, 2016 at 09:33

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Mauro Caselli, sette poesie (su Perìgeion)

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per questo mese di novembre propongo su Perìgeion le poesie del triestino Mauro Caselli: lungo tre raccolte, il poeta incastona i suoi dubbi esistenziali e di scrittura in una forma quasi sempre endecasillabica, spesso rimata e sonettistica.

Buona lettura: Mauro Caselli, sette poesie

Written by Roberto R. Corsi

18 novembre, 2016 at 09:43

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#Somiglianze40 – 12 poesie

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foto mia su Instagram

foto mia su Instagram

L’altro ieri, alla Casa della poesia di Milano, Milo De Angelis ha festeggiato con amici, appassionati e colleghi gli “anta” del suo libro d’esordio, Somiglianze, ottava uscita dei Quaderni della Fenice di Ugo Guanda.
C’era un pieno inusuale per un evento poetico; a questi link vedete qualche foto: 1 e 2 (richiede login fb).
Non potendo esserci, mi sono procurato il libro al “Vieusseux” – bellamente rilegato in mezza tela su cartonato varese, slurp – e me lo sono letto un paio di volte. Qui in foto lo sto stropicciando presso Piazza Oberdan… 

Entrée brillante, e il fatto che non conosca ristampe *integrali* dal 1990 (ma vedi sotto), nonostante la notorietà che l’A. si è guadagnato, la dice lunga sulle miserie editoriali e sulle aspettative che noialtri operai della poesia dovremmo nutrire.
Si vola subito alto – con una disposizione poetica originale, riconoscibile, che ancor oggi influenza massimamente autori ed editori – anche se a volte si avverte una certa forzatura di toni; provvidamente, non manca mai l’aggancio al concreto, all’irrazionale, al misero, al disperato, al ripetitivo: in una parola, all’umano, spesso còlto nella sua energia sessuale, resa con connotati che definirei “fideistici” a più livelli, entrambi laici (a-razionalità e fiducia).
Mi unisco agli auguri, Milo! In occasione della festa è stata presentata una riedizione di 21 poesie scelte: la copertina (guardala qui, richiede login fb) è praticamente uguale all’originale, salvo che alla “Fenice” si sostituisce un “Gallo stampino”!!! ; non l’ho ancora confrontata con la mia hit list. Visto che tra qualche giorno devo rendere il malloppo, controbilancio con una mia scelta personale, forzatamente stringata (da 21 “invertiamo” a 12).

***
La radio (p. 24)

Nessuno potrà abbracciare chi non ha vinto
il doppione gettato via
nell’acquitrino, il dito silenzioso
di quelli che « non ce la fanno ».
. . . . .
Talvolta anche in camera
si scopre il rapporto stretto, criminale.
Sono le quattro del pomeriggio
e comincia l’odio contro una voce
alla radio, che sussurra « vinca il migliore ».

*
Dove tutto è in relazione (p. 29)

Essendo stati chiamati
non è mai buio, qui,
ma è sempre più tardi, in mezzo
ai doveri, sui tram, immergendosi tra i cappotti
con le cose da finire, tutte le cose.
E anche adesso la pioggia
sui vetri lucidi
non può essere natura né storia
ma un episodio
che ogni inverno sa ripetere
vivente e circolare
mentre tutto esigeva una presenza diversa
che crede a ogni cosa
senza ripassarla, una cellula leggera,
sorriso del luogo giusto …

… forze, solo forze vischiose
tra la madre e la voce della mamma
come questi marciapiedi
che tentano di dividere
ma uniscono alle automobili
e questo vizio
di riconoscere, e i suoi comandi,
voce inutile, in piena bufera,
che viene baciata,
baciata … baciata …

Via Pacini. Piove, sempre di più.
Qualcuno mi ha chiesto l’ora.

*
Altro di un altro (p. 33)

Si uccidono così,
senza farsi notare,
sono disperati e discreti
e cadendo trattengono il respiro

amano così
e anche questo è amore.

*
Dovunque ma non (p. 35)

Parla a qualcuno

e risponde, è qualcos’altro ma
risponde: nessuno lo perdonerebbe
se ritorna ghiaccio, l’essere identico a sé
che non cammina.

Lui risponde, risponde

È dentro, deve continuare, in un ritmo
infinito, come una parola
scoperta da altre parole
deve parlare, bagnarsi in un fiume
che non è suo ma lo tiene in vita, e non ha rive.

E in questa strada di campagna
la ragazza si toglie il golf, abbassa il sedile
e non sa se sono in due, in tre, oppure è sola
ma continua, sente l’umido, muove i muscoli

« restami pure dentro »
« sei sicura? »
« sì, ti voglio dentro, ti voglio bene ».

*
Questo o qualcos’altro (p. 46)

Lei che
odiava i falliti, ma qui non ironizza più
ormai dentro, con il suo uomo
che a casa le salta sopra, o con la vergogna
di prima – spiegava – ballando tra le luci rosse
con la folla
d’avanspettacolo che nel tram, pigiata, preme
ancora quelle cosce (ma quali?)
e qui la facilità l’incredibile
facilità del racconto (le sue, « queste? »)
contro la verità
che ieri
si sarà detta da sola, tra il pettine
e lo specchio …

*
La ragione (p. 48)

La condanna
di tentare lo stesso
per qualcosa, su questo marciapiede, pieno di gente
mentre il dito tocca,
sa che ci sono, e non per un attimo:
finisce
la tragedia comoda di non essere nulla
bisogna continuare
il loro discorso, nelle vetrine, comprare
ciò che espongono: una risposta
una risposta storica
a chi domanda altro e subito
ma per uccidersi consegna la ricetta falsa, aspetta,
scruta
non può
soffrire per quello che vuole.

*
Diventare (p. 64)

Un’altra azione, nella vigna, per cogliere
questo moscato polveroso e dolce
tra le formiche
che percorrono il sudore
della schiena, affrettandosi
in un sole che asciuga tutto
mentre la pianura si allarga, e qualcosa
che era enorme scompare
scivola dal terrore fino al disagio
di diventare indifferente, fino all’ultimo
tremito, nulla.

*
Un perdente (p. 80, la mia preferita)

Fuori c’è la storia,
le classi che lottano.
Cosa fare dunque una volta per tutte
rifiutando il mondo
accettandolo al mattino
(« Era vero, sai, era profondo
il litigio con lei. Ma c’era un solo letto
e prevalsero i corpi »).
C’erano i confini
biologici e le grandi leggi del profitto.
Perciò inventò gli dei e l’interiore.
Alla sera, durante l’erezione
pretese anche un destino
(« dove sei stata
per tutta la mia vita? »).

*
Latitudine (p. 112)

Appena sciolgono
nel bicchiere le pastiglie
gli atleti iniziano la corsa. Ma uno
senza più forze, guardato da tutti
nello stadio, implora di morire
e a quelli che lo doppiano chiede di spiegargli
i mondi e le esclusioni, la leggerezza
che vince, le loro scarpette chiodate
mentre sfuggono vicine
e spiegare la sera, quando si getta tra le zolle
per essere amato, ma una sola volta
perché pesa troppo
il giuramento all’infanzia.
È la penitenza, grande, nei corpi
che la nudità ingrandiva, la ruggine: volevano
solo invecchiare
in un tempo uguale, per guardarsi, nel tremore
che l’erba custodisce:
ma falliranno, e le sue
gambe ferite tornano nel buio. Una sbarra è caduta.
Fa’ che la pioggia …

*
Il sogno delle tinte grigie (p. 123)

Non importava, nelle vie, sapere
cosa c’era dietro le case
e i vecchi dicevano: se usi qualcosa,
se lo usi bene,
puoi anche non capire cos’è.

*
Differire (p. 130, altra mia preferita)

Mentre una carezza si avvicina, leggera,
verso il centro
farla sarebbe già domani

capisco l’attimo prima del giusto
e quello giusto?
troppo tardi

se non toccherò il tuo viso
giustificami
perché dopo ogni gesto
ne faccio uno che lo prepara

No, tu sei misero
tu non entri nelle forze 

*
Né punto né linea (p. 135)

Come la goccia, sulla foglia, dopo il temporale
solo per la seconda volta

non ha mai conosciuto nessuno,
perché voleva essere preciso
fino alla morte

leggero zen, nel campo,
la forza che teneva gli uccelli in volo
(un’interruzione e cadrebbero)
diventa l’inferno di contarli.

___________
Milo DE ANGELIS, Somiglianze, Milano: Ugo Guanda (I Quaderni della Fenice, 8), Aprile 1976, pp. 150, Lit. 2000. Nuova edizione rivista: 1990.
Alcune biblioteche presso le quali trovare l’originale.

Written by Roberto R. Corsi

12 novembre, 2016 at 19:09

Leonard Cohen (1934-2016) sulla poesia

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Pronuncia le parole con la stessa precisione con cui leggeresti la lista della lavanderia. Una poesia non è che informazione. Se la gonfi e la declami con nobili intenzioni non sei migliore dei politici che disprezzi. Sei solo qualcuno che sventola una bandiera e che fa appello alla specie più bassa di patriottismo delle emozioni. Considera le parole come scienza, non come arte. Sono una relazione. Stai parlando a una riunione del Club degli Esploratori o alla National Geographic Society. Il tuo pubblico conosce tutti i rischi dell’alpinismo. Ti fanno un onore se li danno per scontati. Sbatterglieli in faccia è un insulto alla loro ospitalità. Digli quanto era alta la montagna, che equipaggiamento hai usato, sii preciso sulle dimensioni delle pareti e sul tempo che ti ci è voluto per scalarle. Non cercare di far sospirare il pubblico né di fargli trattenere il fiato. Se il tuo racconto merita sospiri o fiati sospesi, è qualcosa che il pubblico, non tu, dovrà decidere. Sarà nelle statistiche che presenterai loro, non nel tremolio della voce o nell’agitarsi delle braccia. Sarà nei dati e nella tranquilla organizzazione della tua presenza.

(Leonard Cohen, How To Speak Poetry, in Death Of A Lady’s Man, trad. e cit. in Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Roma: Il Filo, 2007(1), pp. 91-92)

Leonard Cohen, 1988 01

Written by Roberto R. Corsi

11 novembre, 2016 at 09:02

Francesco Tomada, Non si può imporre il colore ad una rosa

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img via Griseldaonline

È uscito un prezioso libro di poesie di Francesco Tomada per le edizioni Carteggi letterari di Natàlia Castaldi (che ne ha cura anche con una riflessione critica). Settimo di una collana da collezionare, è impreziosito dai disegni di Francesco Balsamo. Tomada è con me in redazione a Perìgeion e quindi corro il rischio di fare il iudex in re mea, per cui tralascio di dire che è uno dei migliori sulla scena e mi limito a proporvi un assaggio lirico, serbando a voi il gusto di delibare la sapiente composizione di dolori, luoghi, affetti, ricordi.

***

Cave del Predil

La miniera è chiusa da vent’anni ma qui tutto è ancora miniera.
Le case sono state costruite per i lavoranti, il museo si è preso
lo stabilimento dove si purificava il piombo, il pendio della
montagna è un accumulo di pietre scavate da là sotto.
Quando nevica d’inverno i fiocchi sono grossi e lenti, come
quando capovolgi le sfere trasparenti che contengono un
paesaggio.

Rovescia ancora quella sfera.
Che la neve cada verso l’alto e si raccolga nella concavità del
cielo.
Che la terra discenda nel vuoto delle gallerie da dove è
venuta.
Che tutti gli uomini risalgano salvi. Torna più indietro, prima
di silicosi e pleuriti. Fino alla festa di Santa Barbara, quando
vestivano i loro completi con ventinove bottoni dorati e
lo sguardo fiero di chi tutti i giorni scende nel mondo e lo
spacca davvero

*

Gorizia, Parco Basaglia

La rete che chiude il Centro d’Igiene Mentale
a oriente coincide con il confine di stato

al tempo della vecchia Jugoslavia
lì passava la cortina di ferro

per i malati anche sud ovest nord erano cortine di ferro
da nessuno dei lati era possibile uscire

allora andavano quasi sempre vicino al muro est
dove almeno le sentinelle serbe regalavano
qualche sigaretta

e magari un medico si sarà anche chiesto
come mai i matti di Gorizia
fossero tutti comunisti

*
ad A.

Io chiedo che cosa ha tua mamma
e tu rispondi un tumore

il male che non si può nominare
tu lo pronunci in modo disarmante
come dire tazza albero ombrello
un oggetto qualsiasi che esiste
e dunque parliamone pure

come se il cancro di tua madre
fosse una cosa da cui
tu puoi guarire

*
Elettropneus

Le prime auto che guidavo
si guastavano spesso forse perché
erano molto più vecchie di me

oggi basta un sondino elettronico
per capire cosa non va
allora invece Nino Schirillo
si curvava dentro al cofano
e faceva le prove, tentava

io intanto in officina guardavo i calendari
con le ragazze seminude dai seni perfetti
saranno di Roma o di Milano
di qualche grande città, mi dicevo
adesso parto e vengo a cercarvi
a vedervi dal vero

ma avevo sempre la macchina rotta

*
Rewind II

È proprio come dicevano:
da vecchi si torna bambini

sono io che non so capire
e penso a mio padre come se fosse
ancora quell’uomo di cui avevo paura
e invece lui ha di nuovo tre anni
e poi diventerà un neonato
e poi embrione e poi
niente

*
Un cortile

Mia nonna afferrava i conigli li sollevava
e con un bastone colpiva dietro alla nuca
        colpiva una volta sola

le bestie si irrigidivano ed emettevano
un fischio acutissimo
da allora quello è per me
il suono della fine

(quando io soffio fra gli incisivi
ne esce un rumore compresso
non riesco a spingere fuori
tutto il dolore

è una fortuna, non ho ancora
imparato a morire)

________________________
Francesco TOMADA, Non si può imporre il colore ad una rosa, Messina: Carteggi Letterari, 2016.
Acquista il libro dal sito della Casa Editrice
Immagine via Griseldaonline.it

Written by Roberto R. Corsi

10 novembre, 2016 at 12:43

Il capolavoro personalizzato: Haiducii di Tommaso Labranca

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Ho spesso pensato che la sottile linea (rossa, blu, non importa) che separa il gran libro dal capolavoro si risolva nel quid pluris per cui quest’ultimo possiede una sorta di valenza divinatoria e/o va ad allacciarsi indissolubilmente con la tua sfera soggettiva.
Nella prima accezione, libri come 1984 o Auto da fé sono capolavori: il primo anche perché sa prevedere l’odierno dispiegarsi del potere autoritario mediante la fuffa in un celeberrimo passo:

Un’intera catena di dipartimenti autonomi si occupava di letteratura, musica, teatro e divertimenti in genere per il proletariato. Vi si producevano giornali spazzatura che contenevano solo sport, fatti di cronaca nera, oroscopi, romanzetti rosa, film stracolmi di sesso e canzonette sentimentali composte da una specie di caleidoscopio detto “versificatore”.

Il secondo, da un punto di vista più surreale (ma ugualmente emozionante durante la lettura), anche perché va magicamente a chiamare due suoi personaggi, il nano scacchista Fischer[le] e il portiere Pfaff, come un campionissimo di scacchi del Novecento e il portiere della Nazionale belga degli anni ‘70.

Quid della seconda accezione?
Sull’onda della commozione per la prematura scomparsa di Tommaso Labranca, avvenuta alla fine di agosto, sono andato a leggermi o rileggermi molte sue cose. Tra esse il suo romanzo Haiducii, uscito prima come feuilleton e poi, aumentato, con Excelsior1881, oggi disponibile tra i remainder.

A pagina 84 leggo:

Berlino, 2009. I nostri simpatici turisti, appena sbarcati dai low cost, corrono a infilarsi tra le 2700 impressionanti steli di cemento dello Holocaust Mahnmal che ricordano la strage di ebrei a opera dei nazisti. Lì giunti fanno cucù all’obiettivo delle digitali, spuntando con i loro occhialoni avvolgenti da una stele a caso, come se fossero a Gardaland. Come se tutti gli ebrei uccisi nei campi di sterminio fossero morti solo per far costruire un giorno quel triste Denkmal a uso della loro imbecillità di provinciali allucinati che non sanno nemmeno dove si trovano.

Come faceva Labranca a sapere di questa foto in loco del 23 dicembre 2009 del vostro presunto intellettuale poeta e critico preferito? Oltretutto con tanto di terrificante murales niveo e in compagnia di altre due intellettuali, una delle quali la scattò…

mahnmal
Come faceva Labranca a sapere che quattro anni dopo io mi sarei giocato l’equilibrio psicologico e l’acquario culturale e affettivo con una persona proveniente da Iași proprio come i Petrescu, la famiglia protagonista del romanzo?

Come faceva Labranca, in molti altri passaggi lungo tutto il libro, a conoscere i miei nervi scoperti, a smascherare la mia alma illusione di scrittore irrilevante – a volte a diffusione “condominiale” (cit. Policastro), a volte a proprie spese? Ad andare a infilare, come Ken Shiro, le dita sul nervo del troppo tardi per qualunque cosa: nervo infiammato da decennî, per cui è assodato che io sia entrato baldanzosamente in scena nel momento in cui il pubblico è già tornato a casa e a teatro entrano i vigili del fuoco per il controllo di sicurezza; nervo che dà un dolore lancinante ma che devo ignorare dato che comunque si deve pur continuare a vivere, almeno finché le autorità non introdurranno col Camerini Act e incentiveranno fiscalmente lo SKA (Suicidio Kongiunturale Assistito)?

Si tratta dunque di un capolavoro personalizzato, costruito come tale su misura per me.
Tutti sanno che per Kafka Cioran e altri un libro, per essere riuscito, deve far male. Qualcuno conosce anche l’aneddoto per cui Hanslick, ascoltando in anteprima un movimento della Quarta di Brahms, commentò di essersi sentito per tutta la sua durata come se fosse stato picchiato da due persone estremamente intelligenti. Haiducii è una lettura di una sera che, tra umorismi e un’alluvione di riferimenti culturali (tra cui un vero pezzo di bravura su Molière), mi ha preso a calci rotanti dalla prima all’ultima pagina. E che ha fissato tra me e il testo un contatto emozionale come tra i personaggi di Avatar e i loro pterodattili in overdose di V1agra o quel che erano.

Lo raccomanderei – avvertendo che, come è ovvio da quanto sopra, non a tutti farà lo stesso effetto.

TL (img © musicalnews.com)

TL (img © musicalnews.com)

Non ho mai conosciuto Labranca eccezion fatta per un paio di righe tanti anni fa su FB (dove, anche lì, mi è entrato in tackle per aver fatto il cazzone – ovvero aver cannato un plurale inglese – in un gruppo testualmente riservato al cazzeggio). Ho motivo di credere che, se mi avesse conosciuto e parlato, mi avrebbe rivolto di persona tutti gli strali che mi ha fatto arrivare post mortem tramite il suo libro: imbecille, immaturo, scrittorucolo, parassita. Forse a fin di bene: mi avrebbe fatto meglio che tanta decennale ipocrisia. Forse no: la punturina dell’orgoglio dietro la nuca (cit. Marsellus Wallace) me lo avrebbe reso nemico. Intanto io l’ho seguìto in silenzio e ho citato in questi anni nelle mie recensioni una sua opera di pregio, il poemetto Hjärta, che era un fulgido esempio di letteratura del nonluogo (anticipatore di molte belle voci attuali), e che purtroppo da qualche anno è sparito come il suo sito personale che l’ospitava.
Ritengo che fosse una mente immaginifica ma soprattutto un rarissimo esemplare di uomo libero nel paese del fratres servate ordinem et ordo servabit vos. Come si evince in particolare dalla sua Rubrica brutta e zozza con la quale si è preso la libertà di stroncare molti santoni della “letteratura” e più che altro del who’s who. Probabilmente pagandone le conseguenze ritorsive a livello di vita salute e lavoro: anche l’io narrante e giudicante di Haiducii fa trapelare, in alcuni lamentosi passi, più di una ferita e un dubbio in questo senso.

Alcuni libri di Labranca in free download (raccomando Warhol, le Poesie dell’Agosto oscuro e savasandìr la Rubrica)

Written by Roberto R. Corsi

4 novembre, 2016 at 16:11

Pubblicato su autori, narrativa

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Andrea Labate, La resa del margine

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Inizia la “stagione sportiva Perìgeion” 2016/2017. La mia prima cura è rivolta all’esordio di Andrea Labate, la cui raccolta La resa del margine è stata pubblicata lo scorso anno da L’Arcolaio. Una poetica, quella di Labate, marcatamente astratta (“surrealista” la definisce il prefatore Davide Castiglione”), ma che sa anche dipanarsi in registri meno ermetici, a volte perfino colloquiali. Spesso poi, e sono per me gli episodi maggiormente riusciti, intervengono le tematiche della precarietà esistenziale (prima ancora che del precariato; il “margine” in una delle sue molteplici attenzioni) a guidare il lettore e conferire coesione interna al dettato poetico.

Leggi la recensione e alcune poesie a questo link: Andrea Labate, La resa del margine

Written by Roberto R. Corsi

16 settembre, 2016 at 10:39

Novella Torre, Qualcosa che cade (su Perìgeion)

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Il mio ultimo contributo a Perìgeion per la “stagione sportiva poetica 2015/2016” riguarda una poetessa fiorentina refrattaria ai riflettori sociomediatici ma dal cursus già significativo e soprattutto dallo stile ben formato. Propongo un suo ciclo di poesie del 2013, intitolato “Qualcosa che cade” e tale titolo non può non farci pensare a…

…Leggetelo direttamente in loco, su Perìgeion: Novella Torre, Qualcosa che cade

Written by Roberto R. Corsi

5 luglio, 2016 at 07:26

Pubblicato su autori, Perigeion, poesia

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