Roberto R. Corsi

«Come poeta e critico 'nsomma, però è un bel ragazzo» (E. Dickinson)

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Marco Simonelli, “Il pianto dell’aragosta”

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Leggendo la poesia che dà il titolo a Il pianto dell’aragosta di Marco Simonelli mi è venuta in mente la scena madre di un film di Kieślowski (non lo nomino per attenuare lo spoiler): un uomo appena colpito da una disgrazia si reca in chiesa a pregare ma più che altro a dar sfogo alla disperazione, ed ecco che la cera della candela che tiene in mano gocciola e si rapprende sotto gli occhi di un’immagine sacra. Sono lacrime dai piani alti? È semplicemente un fatto casuale? La sceneggiatura non scioglie il dubbio, ma l’attenzione alla tematica del caso e del destino in altri capolavori del grande cineasta sembra avvertirci che la nostra vita emotiva si gioca spesso sul soppalcare di sentimentalismo o addirittura di sacralità una realtà fredda e interpretabile ex se. Parafrasando Occam, affectus non sunt multiplicandi praeter necessitatem.
E così, più scopertamente, l’aragosta del poeta fiorentino (pp. 15-16): «Si dice che al contatto con la morte/ emetta un grido, strilli,/ un pianto disperato, stile supplica./ Ma si tratta solamente del vapore/ che schizza, fuoco fatuo// tra polpa e carapace». “Rasoio Simonelliano”, lascia campo libero a una tinta forte che permea copertina del libro e tutta questa prima parte: tagliente osservatorio di crudeltà, spesso incentrato sul rapporto uomo-animale.
Mi avvicino a questo libro dell’ottobre 2015 in parallelo con Firenze-Mare, raccolta inserita nell’undicesimo quaderno Marcos y Marcos (almeno in parte, antologica: due poesie che citerò provengono da L’estate sta finendo e si possono leggere sul sito dell’Autore). Nel raffronto mi sembra di cogliere, nei versi citati sopra, una sorta di manifesto programmatico a tutto tondo per Il pianto: il movimento a sottrarre, a de-saturare la tavolozza.
Ci sono, è vero, analogie evidenti tra le due letture: per citarne solo alcune, l’occhio spento delle cèe anticipa il pianto del crostaceo; il grande affresco di Anna a Torre del Lago fa il paio con Sapore di mare (pp.33-37); culminando con Prove tecniche di pianto, poesia presente in entrambe le uscite (qui a p. 46). Ma la sensazione non è quella di una mera continuazione del discorso: ne Il pianto dell’aragosta Simonelli sembra voler, almeno parzialmente, smontare o abbassare il soppalco cui mi riferivo, sfoltendo un po’ – che è lungi dal sopprimerlo – il proprio mirabolante e accattivante bagaglio di riferimenti culturali ad amplissimo raggio e vario spettro; con ciò riposizionando la propria verve in rapporto a un’ironia più affilata e una malinconia più pronunciata (l’ultima parte, un “farsi aragosta” immedesimandosi con una dinamica per inversionem: qui è l’Autore stesso, non la realtà oggettiva, a vanificare il proprio concreto pianto nascondendosi In bagno, p. 48).
A mio avviso la scommessa è vinta; per premio una consolidata maturità.
Scorgo un esempio per me plastico del “movimento a sottrarre” nella poesia dedicata a Massimiliano Chiamenti, Ora di chiusura (pp. 38-41): l’incontro interdimensionale si apre già sotto il segno del «gelido distacco»; il plug-in dell’ironia colta (Orfeo o Enea) e del pop (i vampiri di Twilight) viene – pur dopo una citazione di Battiato – scartato e bollato come «umorismo patetico e importuno»; cade soprattutto ogni velleità di costruire un impianto escatologico sopra la narrazione («Io non ho voglia di chiedergli se là…»), giungendo così l’interazione a una semplice evanescenza, un fade out che prepara ed esalta il durissimo finale:

Lo specchio del bancone riflette solo me
insieme alle bottiglie. Guardo il tavolo,
i cerchi concentrici del legno
e penso all’albero,
allo sforzo di piantarsi con un ramo
la scure dentro il tronco.

Per terminare coi miei rilievi, la componente “ora di chiusura” in cui «sembra tutto più lontano» è presente anche in Capodanno (pp. 44-45): qui pure l’attenzione del poeta si sofferma e lavora su una sottrazione, che è il mancato incontro di due mani: «osservo la tua mano che scorre la ringhiera// e intanto cerco l’arancio/ del pulsante che ripristina la luce/ qualora il buio scattasse all’improvviso». L’effetto è quello di contrapporre, nel gesto della mano che cerca l’interruttore, lontana da quella del compagno che scende le scale in fretta, la componente del distacco e quella della premura, rendendo incerti su quella prevalente.

[Marco Simonelli, Il pianto dell’aragosta, Napoli: Edizioni d’if, 2015, pp. 53]

Written by Roberto R. Corsi

29 gennaio, 2016 at 13:11

Auguri, valigia poetica e… un ciuffo d’erba

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seasonsgreetings2015

Auguro a tutti voi e ai vostri cari serene Feste e un 2016 che ci porti empatia (soprattutto!), ispirazione, azione.
Di seguito i libri e i pdf di poesia che mi sono messo in valigia. Molti li devo leggere da mesi e confido di colmare il gap da qui all’Epifania. Chiedo scusa e mi autoflagellerò comodamente nelle pause della Scala40 a soldi, promesso. In attesa di occuparmene, li elenco in ordine di ricezione o acquisto, in modo da incuriosire anche voi:

Viola Amarelli, L’ambasciatrice (autoprodotto in edizione limitata; dal 29/12 ebook gratis Smith&Laforgue);
Roberto Cogo, Deora dé, DotComPress;
Nino Iacovella, Latitudini delle braccia, deComporre Edizioni;
Maria Grazia Insinga, Persica, Cierre/Anterem;
Bernardo Pacini, Cos’è il rosso, Edizioni della Meridiana;
Marco Di Pasquale, Il fruscio secco della luce, Vydia;
Ottiero Ottieri, Poemetti, Einaudi.

Inoltre mi diletterò con qualche poesia di Marco Simonelli, in attesa della presentazione fiorentina, l’8 gennaio, de Il pianto dell’aragosta (Edizioni d’If), evento cui non mancherò e che vi consiglio vivamente di non perdere.

Off topic: ho portato con me anche un libello di racconti brevi e un saggio brillante.

Infine una segnalazione: è uscito da poco il numero 141/142 di Erba d’Arno, trimestrale di letteratura e arte diretto da Aldemaro Toni. Per la seconda volta questa rivista di ottima fattura s’incrocia col sottoscritto: anni fa ebbe il buon cuore di pubblicare la mia nota su un libro di Annalisa Macchia; ora ripropone, in versione light, la bella nota di Giacomo Cerrai alle 56cozze, nota uscita a giugno su Imperfetta Ellisse. Potete trovare la rivista – che merita – presso le librerie Feltrinelli, oppure potete ordinarla via email (ordini@ederba.it) e vi verrà spedita in contrassegno senza costi aggiuntivi.

È tutto per quest’anno; statemi bene! E grazie ai 24 lettori (Manzoni -1, per reverenza) che mi hanno seguito durante il 2015 e non solo.

PSsssst! le cozze son buone anche d’inverno! regalatevele e regalàtele.

Agli antipodi di Brodskij (inedito)

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C'era gente, fidatevi (altre foto a seguire)

C’era gente, fidatevi (altre foto a seguire)

Il reading di mercoledì al Caffellatte si è concluso poco dopo gli undici rintocchi. Oltre a rivedere e applaudire Marco Di Pasquale, ho conosciuto di persona e ascoltato le ottime prove di Novella Torre, Rino Cavasino, Marco Simonelli; ciascuno con la propria carica umana e impronta poetica ben definita.
Non è piaggeria del momento: era la mia prima lettura fiorentina, la seconda in totale, e ho imparato da tutti loro.
Grazie anche a chi ha reso possibile l’evento, ospitandomi o spendendo buone parole sulla mia presunta verve.
Quanto al mio operato, informo i quotidiani i media e gli elettori che sono in riunione tecnica permanente col mio ghost writer e non rilascerò dichiarazioni fino alla vigilia della prossima partita (approx. 2090 d.C.).

UPDATE: Alcune foto scattate da Marco

La scaletta delle mie poesie, per gli irriducibili:
Dalle Cinquantaseicozze ho scelto IIIIXXXV; poi XLVIIXXXI e… un inedito dalla mia prossima, probabilmente impubblicabile raccolta.
Avendolo “giocato” lo propongo pure qui di seguito, per voi.

************

*Il titolo ha per spiegazione il fatto che il grande IB, se non sbaglio, imponesse coraggiosamente sui propri documenti d’identità la professione di “poeta”. Contro tutte le resistenze di quelli che “…e un lavoro serio?”, “[con] la cultura non si mangia” e simili.
Qui siamo, invece, in un non meglio precisato studio, dai contorni semi-inventati.


AGLI ANTIPODI DI BRODSKIJ

“…Che fa di professione?” che me ne sono andato
dall’azienda che era di famiglia
glielo avranno già detto; dunque: “Scrivo…”,
“Ma cosa scrive?” “Libri di poesie…”
“Siamo seri: se li sarà pagati. Io ho pubblicato
Sensualità dell’atto notarile, ma non ci ho messo un soldo.
Anzi ne ho alzati, grazie ai miei studenti…
Pertanto, la mi scusi se mi vanto,
come ogni fiorentino, ma sono più scrittore
di lei”.

Via, metta consulente editoriale,
che non so manco cosa voglia dire;
del resto mi succede ogni mattina,
al risveglio, di perdermi nel vuoto
dell’impostura: colla, schiuma gialla
che cancella ogni refolo d’azione,
ogni lettera del nome e del cognome…

“…È sicuro d’intendere e volere?”
“Mica troppo, maestà”. “Vada, chiami suo padre
nella stanza di là”.

 

Written by Roberto R. Corsi

11 dicembre, 2015 at 12:42

POESIA DOMANI N. 78

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Ci avvicinamo all’epocale multireading di mercoledì prossimo venturo al Caffellatte (cfr. anche mio post precedente). L’ospite specialissimo, come detto, sarà Marco Di Pasquale che in questi giorni sta presentando sul suo blog i poeti impegnati. S’inizia con una lirica intensa di Rino Cavasino e un semi-congedo del sottoscritto (che ringrazia). Continuate a seguire Marco per le poesie degli altri intervenienti…

Il fruscio secco della luce

Tra oggi e mercoledì prossimo Poesia Domani si concentra sull’evento del 9 dicembre Multireading al Caffellatte di Firenze che vedrà la riunione in una session di lettura e dibattito sulla poesia di alcuni bravissimi giovani poeti che gravitano nella città toscana a cui mi accluderò anch’io in una rimpatriata dopo molto tempo.
Per presentarvi questi autori, divideremo la schiera in due puntate appunto, ed iniziamo, seguendo rigorosamente l’ordine alfabetico, da Rino Cavasino, siciliano ma fiorentino d’adozione, che si occupa di poesia in lingua ed in dialetto della sua terra d’origine. I suoi testi sono comparsi in svariate riviste cartacee ed online e si caratterizzano per la loro ricerca sulla materia, sui corpi come cosmi analizzati fino nella loro essenza più muscolare e materica, scavandone il messaggio metafisico, religiosamente universale per qualsiasi lingua e tradizione letteraria.

VARICE

Nel dilatato capillare, come
una ferita che ti sfiora l’iride,
minuscola puntura d’uno…

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Written by Roberto R. Corsi

4 dicembre, 2015 at 19:21

rose, dialètt Milanes e Caffellatte: cronache di un’improvvisa socialità

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Bimbominkieggiando nella Galleria degli specchi, prima della cerimonia.

È domenica e mentre la città brulica piacevolmente di maratoneti (voi favoriti dalla creazione, scriveva Rilke degli angeli), quantomeno esimendo per qualche ora il molliccio scrivente dal quotidiano aerosol di gas di scarico, approfitto per darvi rapidamente conto di una settimana, questa appena conclusasi, densa d’incontri ma anche di progetti a venire. La tiro per le lunghe perché è festa e avete tempo di leggere. Smile.

  • Martedì 24, insieme ad altri relatori eccellenti e all’Autore, ho presentato il libro di Michele Brancale, Rosa dei tempi, presso la Sala degli affreschi di Palazzo Panciatichi. Non lo sapevate? Male! vi dico sempre, almeno per gli eventi, di seguirmi su twitter (@rrcorsi)!
    Bene: salva la bella serata Maceratese di un anno fa, lungo la quale ho solo letto tre mie poesie, non parlavo in pubblico dal 15 marzo 2011! Al di là della conseguente, lieve tensione, ho parlato bene, ho dispensato ironia e autoironia ma, penso, anche qualcosa su cui riflettere, ampliando e cambiando un po’ rispetto alla mia nota, cui vi rimando. La gente si è divertita e ha mostrato apprezzamento, credo. Ho creato un piccolo album fotografico su facebook (altre foto arriveranno, spero).
  • Ieri, invece, un’inaspettata emozione: quella di conoscere e parlare con un gigante come Franco Loi. Qui mi dilungo un po’. Era in programma, presso la splendida giordaniana Galleria degli specchi in Palazzo Medici Riccardi, la consegna del Premio Betocchi. Presenziavo con l’intento di salutare alcuni amici (i proff. Marco Marchi e Sauro Albisani), ascoltare e applaudire, però rigorosamente da posizione defilata. E invece il famoso poeta dialettale, giunto alle 85 primavere e purtroppo molto affievolito nelle facoltà visive, prima mi scambia per qualcun altro, carezzandomi il viso (“chi sei? sai, non ci vedo”); poi a fine serata si profonde con tutti (c’era anche un bel gruppo di persone col bravo poeta Giacomo Trinci). Non so perché, mi ha preso in grande simpatia e dedicato tanto tempo. Abbiamo sceso le scale a braccetto. Il mio petulante addetto al marketing (io stesso) gli ha naturalmente rifilato il libro – che non gli piacerà, perché troppe idee ci dividono. Ma non importa: la cosa più bella è che abbiamo parlato più che altro di calcio (siamo “cugini”, è milanista) e mi ha spiegato l’etimologia del termine baüscia.
    Loi è persona di debordante umanità, comunicativa, voglia di divulgare, bontà (ci mandava i baci quando lo applaudivamo per le letture!). E le poesie dialettali, cui sono un po’ refrattario, quando c’è l’Autore a spiegartele e a dirtele hanno tutt’altro gusto! Ne ha declamate tre, premettendo loro la traduzione italiana: tra queste una gustosissima sulla qualifica di poeta (traducendola in Italiano meglio che nella pagina) e una, lirica e delicata, su Dio.
    È stata una bella cerimonia, per giunta allietata da giovanissimi musicisti del “Dante” (con Telemann, Bach, Pachelbel). Va detto che per fortuna la grande disponibilità di Loi, in coda alla serata, ha sciacquato via il dispiacere dovuto al fatto che un interveniente ha approfittato del suo spazio per fare un – non richiesto, totalmente fuori tema e direi anche di dubbio gusto – megaspot a Renzi e al suo presunto  “impegno per i giovani e la cultura” (tralasciando la facile ironia sul “bonus iPhone” di 500 euro, cosa penseranno della qualità di questo sforzo culturale per esempio le eccellenze artistiche di Maggiodanza, fatta fuori in tronco lasciando 17 giovani tersicorei senza lavoro e un Ente Lirico di rinomanza mondiale senza corpo di ballo?).
    Anche ieri un fotografo professionale ha fatto qualche scatto, spero che mi mandi qualcosa nei giorni a venire; controllate questo post per aggiornamenti.
  • Infine annuncio che la sera del 9 dicembre al Caffellatte, in via degli Alfani 39, poc’oltre l’incrocio con via della Pergola, leggerò alcune mie poesie insieme a brillantissimi poeti (in ordine sparso: Matteoni, Torre, Cavasino, Simonelli). Ideatore di tutto ciò e special guest del reading è Marco Di Pasquale che verrà a Firenze per qualche giorno. Ringrazio lui, Franco Renzi, Bernardo Pacini e gli altri che mi hanno patrocinato come sesto tra cotanto senno poetico. Se ne pentiranno, smile. Se volete venire, i dettagli dell’evento sono su facebook.
    Adesso mi rinchiudo, forse dieci giorni mi basteranno per convincermi che una mezza dozzina di mie poesie non sono poi indecenti.
  • [Ah, mentre non me lo chiedevate ho scritto una quarantina d’inediti. Ora penserò a chi sottoporli. La tentazione, sulla base dell’esperienza, è quella “top or bust”, ovvero a una grandissima o nulla. Ma mi rendo conto che il mio realismo becero, per giunta sempre più votato all’epigramma, è molto offstream, fuori da qualunque collana, forse dalla stessa poesia. Vedremo].

 

Due parole su Houellebecq

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img The Guardian

Esce giovedì per Bompiani Configurazioni dell’ultima riva, il libro con le poesie di Michel Houellebecq, con la traduzione di Fausta Garavini e Alba Donati (debutto ufficiale come traduttrice della poetessa fiorentina: complimenti).
Su La lettura di questa settimana viene dato amplissimo spazio, ben tre pagine, a un’intervista all’Autore a cura di Stefano Montefiori, ove peraltro si spazia dal libro di poesie alla narrativa, alla vita personale, alla visione politica di Houellebecq, cui non difettano certo personalità e vis argomentativa.
Aspettando l’uscita del libro per un giudizio completo, mi soffermo su due aspetti. [perdonatemi se di qui in avanti indico Houellebecq con l’iniziale, per comodità]

Le parole di H. sulla poesia, nell’intervista, si confrontano nella mia testa con quelle di alcuni autori affrontati recentissimamente, in primis il poeta Billy Collins (introduzione a Balistica) e il filosofo Joan Fuster (Dizionario per oziosi, 1964; citato anche in Pg Bellocchio). Col primo, H. è in accordo a metà: da un lato troviamo in entrambi l’idea del maggior piacere a scrivere poesia piuttosto che in prosa; mentre invece è totalmente smentita l’opportunità, cara a Collins, di conciliare humour (di livello; ironico e autoironico) e poesia; anzi «La poesia non sopporta l’ironia e neanche lo humour». Coerente invece con Fuster, che alla voce Scetticismo (visto benevolmente come «unico correttivo possibile del fanatismo e della stupidaggine… incline a praticare il sarcasmo… forma igienica ed efficiente di carità») statuisce che lo scetticismo (dunque il sarcasmo) «è incompatibile con la poesia lirica», risolvendosi i suoi tentativi in versi pedanti.
Io mi ritengo una persona scettica e sarcastica che prova a trasfondere ciò in poesia; però mi rendo pienamente conto di questa barriera ideologica che probabilmente è ostativa al mio riconoscimento come poeta (ha quasi vinto). Ben più gravemente, constato come un vero grandissimo poeta ironico e sarcastico come Vito Riviello sia caduto nel dimenticatoio (certamente per l’editoria maggiore; credo anche in molte coscienze).
In parole povere: penso che H. abbia ragione, forse non nella sostanza, ma di sicuro nella disposizione degli armenti e dei custodi della poesia; per salire nel club Arcadia bisogna essere serissimi e fideistici. Possibilmente innocui.

Per fortuna H., pur rinunciando al sarcasmo, è tutto meno che innocuo. E qui veniamo al secondo aspetto: le due poesie anticipate sul settimanale. Una in particolare, dedicata a una diciassettenne che lavora in aeroporto, mi lascia speranzoso. Potete leggerla sul mio taccuino e per pura, felice coincidenza, viene a essere l’esatto opposto della famosa poesia “tanto ammòre” sulla cassiera del supermercato che ho preso a paradigma tempo fa e mi ha fruttato un invito al lavoro gastronomico e qualche ribattuta mediatica in più. In entrambe ci si rivolge a un ceto più basso (qui abbiamo anche il lavoro minorile), ma in H. ogni empatia di maniera è rimossa, il carattere darwinista del sistema non è occultato, fino alla rappresentazione della bruttezza/abbrutimento. Trattata là diplomaticamente come fonte di un non meglio specificato ammaestramento; qui invece, freddamente, nella sua irredimibile tristezza. «L’amore non è che per i belli, non c’è speranza per una “povera ragazza” poco attraente»; l’intervistatore lo coglie e H. lo conferma come «evidenza».

Mi aspetto dunque qualcosa da questo libro in uscita. Che sarà forse una meteora (di sicuro H. resterà e combatterà piuttosto sul fronte narrativo), ma almeno per un po’ potrebbe rappresentare una puntura urticante per un corpo poetico, lirico o di ricerca quanto volete, ma immancabilmente così politicamente corretto

Postilla: Simone Di Biasio mi ricorda, e lo ringrazio, un punto dell’intervista in cui, alla domanda “perché pubblicare poesie”, H. risponde «forse perché sono celebre?…». Dietro il motto di spirito si nasconde, quando non una critica, la constatazione del meccanismo editoriale. È un punto doloroso che lascio alla vostra riflessione. Il grado zero, vale a dire il fenomeno per cui è più semplice diventare poeta essendo già personaggio pubblico che fare il tragitto opposto (come sarebbe naturale), lo avevo affrontato qui. Come attenuante va considerato che H. è divenuto celebre in quanto scrittore anziché soubrette o calciatore…

Written by Roberto R. Corsi

26 ottobre, 2015 at 10:23

Gettare un topo nella prefazione: “Balistica” di Billy Collins (bonus: un mio inedito)

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img by user Pilettes @ wikipedia

Tertium non datur: l’immagine del titolo risulterà oscura per alcuni lettori e chiarissima per altri. Il discrimine è quello di ignorare o conoscere quella che forse è la più famosa poesia del famoso Billy CollinsIntroduzione alla poesia, che a suo tempo mi sono segnato sul taccuino. Si appiccica alla mente l’espressione “gettare un topo nella poesia/ e osservarlo mentre tenta di uscire” come antidoto alle esegesi precostituite; efficace figura che ci restituisce la necessaria (ma, denuncia la poesia, sconfessata) mutevolezza e soggettività delle sensazioni di lettura, del giudizio e persino della ricostruzione ermeneutica.

Giorni fa, in un pomeriggio in cui il mondo si divertiva particolarmente a punzecchiare la mia inutilità, mi sono parcheggiato su una poltrona alle Oblate e ho letto (e poi preso in prestito) una raccolta del poeta americano: Balistica, pubblicata nel 2011 da Fazi Editore con l’eccellente cura e traduzione di Franco Nasi.
Credo di essermi trovato davanti all’unico volume di poesia da me letto che mi abbia entusiasmato più per la sua introduzione che per le liriche in esso contenute.
Si apre infatti con un’intervista del curatore al poeta che è davvero avvincente, centrata, ironica e autoironica, capace di toccare tanti punti nevralgici dell’esser poeta, dello scrivere e della risposta (di pubblico e critica) allo scrivere. Non sempre si tratta di argomenti originali o condivisibili, ma la brillantezza e la prontezza di spirito sono onnipresenti. Andrebbe scansionata e proposta tutta; non potendo ovviamente fare ciò vi trascrivo un passaggio: Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

25 ottobre, 2015 at 16:19

Silvio Ramat, “Mia madre un secolo”

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ramat

img liquida.it

nel numero di Ottobre della rivista Poesia, in edicola ancora per una decina di giorni, troviamo una recensione con estratti di Elis Island di Silvio Ramat: libro di poesie scritto “in carteggio 2011” con Elisabetta Graziosi; da qui Elis e non la newyorkese Ellis; cosa che ha tratto in inganno più di un compilatore di pagine web. La recensione è giunta particolarmente opportuna in quanto proprio in questi giorni ho completato la lettura di un “racconto in versi” del poeta fiorentino, Mia madre un secolo (Marsilio).
Di Elis Island ancora non posso dire altro, se non che mi pare bella l’invenzione di un luogo di non meglio definita convalescenza, vagamente kafkiano; oppressivo sia pure nello spaziare dell’immaginazione. Cosa c’è a monte? Un accadimento clinico effettivo? O piuttosto lo smarrimento di chi “sa che la poesia non è più di questo mondo” (così Luigi Baldacci in prefazione a Mia madre)? Lasciando ogni ipotesi ricostruttiva alla lettura della intera silloge, si può intanto pensare, oltre al sommo Franz, a una versione meno cupa di Fortezza di Giovanni Giudici (1990).
In particolare trovo un richiamo al libro appena letto nella nota di Giuseppe Langella, che enuclea da un verso di Elis (LXII, 12) l’espressione “endecasillabo pedestre” per definire l’intera fase produttiva recente del poeta, evidentemente legato, sia pur sempre nell’ortodossia delle undici sillabe, a soluzioni più desuete o immaginifiche di quelle qui presentate.
Domina effettivamente, in Mia madre un secolo, la volontà cronachistica di “zippare”, comprimere cento anni densi. Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

23 ottobre, 2015 at 10:59

“Remind the remainder”: due raccolte di Pazzi e Orengo

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Uno dei “false friends” angloitaliani più stimolante è quello nel titolo, dove una subdola “a” rischia di confondere ciò che è da ricordare (to remind) con quello che invece è “il resto”, “avanzato” (remainder <- to remain, remaindre). E, specificamente per l’editoria, “la giacenza”, di cui si cerca di liberarsi a prezzo di favore.
Questo piccolo trabocchetto ci fornisce una suggestiva parabola della vita e certo della vita editoriale; specialmente per la poesia, dove ogni volume è effimero e viene dismesso in un batter d’ali, senza memoria alcuna, eccezion fatta per un paio di collane d’elite che hanno mezzi e voglia d’investire nel marketing.
È bello dunque pescare ogni tanto tra le giacenze di poesia che vengono proposte a metà prezzo da librerie e siti (primo tra tutti libraccio.it). La cosa ti produce un certo “effetto Schindler” e relativo senso di appagamento; anch’esso purtroppo transitorio perché ti fa riflettere sulla condizione di precarietà e imminente oblio a cui è sottoposto anche “il libro meraviglioso e irrinunciabile per questa civiltà” che ogni autore, persino lo scrivente, crede di avere partorito.
Vedi la poesia su un nastro che conduce al macero, ne sottrai pochi volumi, inevitabilmente ti domandi se la damnatio memoriae sia o meno “giustificata”. Anche se il participio ti fa orrore: una parte di te vorrebbe che ogni parola scritta fosse salvata, è chiaro.

Recentemente mi sono imbattuto in due volumi di Roberto Pazzi e Nico Orengo. E purtroppo devo dire che almeno in un caso l’oblio è, se non giustificato, comprensibile. Mentre nell’altro qualcosa, non troppo, può essere salvato. Procediamo con ordine.

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Sulle tracce delle pozzanghere: “La Pòlis che non c’è” di Ennio Abate

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Ennio Abate (img © Poliscritture)

Calo l’asso in prima mano: l’opera Premio Franco Fortini 2012 per la poesia politica e civile è con ogni probabilità un libro necessario, come tutti quelli che riescono, oltretutto con notevole varietà di registro, a delineare un processo storico e persino a prevederne gli anni immediatamente successivi (2013-oggi), che del resto non stanno registrando altro che un’accelerazione delle tendenze.

Quasi basterebbe a dirlo tale tutta la pagina 13, con cui si conclude la “poesia lunga della crisi lunghissima”, breviario di durata ultragenerazionale (1978-2012: 34 anni!) della sconfitta e, “resistance is futile”, della ormai necessaria o meglio ineludibile consapevolezza di un confinamento in “zona grigia”.
Per questo confinamento spesso Abate conferisce ai suoi versi l’appellativo di “poesia esodante”: a mio avviso più nel puro senso etimologico di “uscita” dalla scena che nei suoi portati politico-giuridici previdenziali di trista attualità (vedi sotto). Lo stesso titolo della raccolta, come spiegato nella nota conclusiva, fa riferimento «alla perdita della speranza per ogni possibile noi politico» intravisto nell’accecante bagliore sessantottino.
Non si pensi però, nonostante la caduta della spes e qualche frammento lungo il libro, a una poesia arrendevole. L’esodo da ogni progettualità non è, come per le pensioni, transattivo: non vuole e non deve significare un ammorbidimento della coscienza scrivente. Oltretutto si tratta, a mio avviso e contra autorem, di poesia politica, proprio per il suo cantare l’assenza della politica come progetto collettivo. Dunque di “autopsia della politica”, di fenomenologia negativa della stessa.
Esplicito poi il risentimento – sempre nella nota finale – contro coloro i quali hanno imposto «l’inchino ai dominatori»; non enumerati ma ben individuabili durante la lettura. Il che, unitamente a quanto si legge su Poeti Intellettuali e Lettori, dà ben poco – vivaddio! – il senso di “scendere a reciproche concessioni”, di acquiescenza, e restituisce piuttosto un sentore di satira schietta, vigile, feroce e amara. Sentore acuito dalle frequenti tirate ad personam, per intellettuali e riviste di sinistra («Il Manifesto europeizzato», oppure L’Unità del 2011, «organo plaudente del PD»; che scriverebbe Abate oggi?) – troppe per essere riportate per intero.
In sintesi, lo spirito del libro mi sembra quello espresso dal punto 1 del manifesto della rivista/sito di cui Abate è redattore, Poliscritture: pur memore della sconfitta delle esperienze di emancipazione o rivoluzione del Novecento e del fallimento delle dissidenze nei paesi del fu «socialismo reale», non rinuncia a costruire samizdat di critica elementare contro le menzogne dei potenti, anche quelle travestite da «senso comune».

In questo spirito, comunque la si voglia definire, la poesia di Abate, oscillando tra registri rasoterra e molto alti, è potente e precisa nel cogliere alcune declinazioni dei nostri tempi. Sin dalle reazioni al rapimento di Moro, 17 Marzo 1978 (p. 19): Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

9 ottobre, 2015 at 11:00

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