Roberto R. Corsi

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Ferragosto: una recensione in versi “Sveviana” da DDP

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Il mio “Ferragosto e dintorni” non si preannuncia dei migliori per il più classico effetto sardina (elevata densità/mq, in casa come fuori – e tutti alquanto agitati!). Per fortuna l’altro ieri ho ricevuto un prezioso dono epistolare: Daria De Pellegrini si è sobbarcata la lettura estiva delle 56c (in alcuni paesi ciò è precauzionalmente vietato dai regolamenti) e ne ha tratto alcune considerazioni in versi.
Questa sua pratica, che una sola volta ho usato anche io, mi ha divertito e perfino incuriosito per lo iato tra predilezione formale (tempo fa Daria era sul punto perfino di rivolgermi un sonetto) e la libertà metrica della sua bella raccolta, pubblicata di recente. Incasso devotamente questo cadeau che oltretutto coglie nel segno: anche per me Svevo è un faro, e gli ostinati frequentatori dello scrivente ricorderanno che una poesia di Sinfonia n. 42Lo schiaffo, è espressamente modellata sull’uscita di scena del padre di Zeno Cosini.
E buona giornata a tutt*.
(I corsivi sono passaggi contenuti nelle Cinquantaseicozze).

È parodia la cozza della verghiana ostrica?
Quel suo aprirsi al supplizio della padella
fa della cucina luogo di martirio, e “supplizio”
è parola che torna in altre cozze ancora…
ma non voglio trattare di lessico e metafore
bensì di personaggi, di un io che gioca
a fare insieme il Brentani Emilio e lo Svevo
che lo smaschera. Varcata la soglia infida
dei quaranta, capita, ai maschi soprattutto,
di fare per un po’ “Senilità”. Pare (la mia
vita non vita) avvitamento in caduta,
di goduria quel tanto che rimane è agio
della deriva, pascersi per scivolamento,
sempre sotto l’occhio giudicante di quello
che infine sbotta odio la persistenza
del perdente. E perché non si decanti il tutto
in reminiscenze montaliane, conclude
perentorio Mi odio. Ma a noi ci pare
di antivedere Zeno che, sorniona maschera
di inetto, conta i proventi della sua “Grafite
bianca” smerciata in chiesa per incenso.

Written by Roberto R. Corsi

15 agosto, 2017 at 10:12

Fresco di stampa: “Essere transitivo” di Emanuela Ceddia

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Da pochi giorni Essere transitivo di Emanuela Ceddia è un libro edito da LietoColle. Ce n’eravamo occupati poco tempo fa e piuttosto “en passant” riguardo la scelta di poesie, che avevo ridotto di buoni due terzi per esigenze editoriali.
Sono molto felice per Emanuela e per le attestazioni di valore che sicuramente, e meritatamente, otterrà.
Ecco la copertina “in ambientazione piombaggine”, pianta sempre foriera di ricompense come attestano i versi di  Anna Maria Curci 🙂

Ed ecco l’unico neo del libro, in coda (aguzzate la vista…). Neo che peraltro non manca di riempirmi di felicità.

[Emanuela CEDDIA, Essere transitivo, Faloppio (CO): LietoColle, 2017, pp. 122, €10]

Written by Roberto R. Corsi

20 luglio, 2017 at 20:04

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Daria De Pellegrini, sei poesie da “Spigoli vivi” (su Perìgeion)

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in queste giornate estive sono alle prese con alcuni non lievi acciacchi (colpevolmente trascurati) e il relativo morale a zero: dioscuri che rendono particolarmente rarefatta la mia attività di scrittura. Per fortuna ho trovato le forze almeno per rendere conto del piacere nella lettura della raccolta di Daria De Pellegrini, la sua prima in lingua (precedentemente aveva scritto narrativa e poesia dialettale). Si tratta della sesta uscita della collana di InternoPoesia, nel frattempo giunta a nove titoli; un’avventura editoriale cui avevamo già accennato, basata sul crowdfunding e alimentata da un comitato di redazione di elevata qualità. Con alcuni esiti da menzionare, sui quali magari torneremo.
Va detto anche che Spigoli vivi è in corsa per il Pagliarani 2017, e a ottobre sapremo se andrà in finale. Non giudico mai la qualità di un libro dai risultati premiali, ma ritengo significativo in punto di merito il fatto che questo volume stia facendo corsa “in trasferta”, cioè in un premio a mio avviso più sensibile alla poesia sperimentale che a quella tradizionale. Dita incrociate e si va.
Concludo citando la cura (anche “maieutica”, come si legge nel libro) e la prefazione di Franca Mancinelli, che colpevolmente mi sono dimenticato di menzionare in prima battuta…

Bando agli indugi: la mia nota di lettura, come sempre, è  su Perìgeion. Qui sotto il link:
Daria De Pellegrini, sei poesie da “Spigoli vivi”

Written by Roberto R. Corsi

11 luglio, 2017 at 15:47

Emanuela Ceddia, “Essere transitivo” (su Perìgeion)

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L’incontro con la poesia di Emanuela Ceddia, della cui raccolta oggi propongo su Perìgeion un piccolissimo assaggio, ha rappresentato per me un molteplice conforto. Alterata al punto di apprezzare il mio intervento pubblico del 6 febbraio (primo conforto: il riconoscimento), Emanuela ha pensato di sottopormi in gran segreto le sue liriche inedite. Le ho apprezzate al punto di ritenerle superiori al mio standard (secondo conforto: il mantenimento della facoltà di giudizio) e preparare l’articoletto che leggete oggi. Esortandola a farle girare. Terzo conforto: ci ho visto giusto. Infatti la raccolta uscirà spero a breve, e l’editore ha chiesto di ridurre l’anteprima a quattro poesie. Le dodici che avevo scelto costituivano un micro-sistema più compiuto e andavano a esemplificare meglio le caratteristiche stilistiche e gli apparentamenti in nota, ma meglio così: vi verrà voglia, mi auguro, di acquistare il volumetto a tempo debito. Tenete traccia di nome cognome e titolo.

Leggete, come sempre, tutto direttamente su Perìgeion: Emanuela Ceddia, quattro poesie da “Essere transitivo”

Written by Roberto R. Corsi

20 maggio, 2017 at 08:13

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“Se ‘l Corsi s’assottiglia non è più lui”: secondo dei #Corsileaks e #Cartevive

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Ieri mattina Giulio Maffii ha operato su Carteggi letterari la sua selezione di poesie da Grafite bianca, dando così corso al secondo dei #Corsileaks (il primo qui). Grazie per le lusinghiere parole, Giulio: anche se non sum dignus, fanno bene. A parziale risposta, non so che destino avrà questa raccolta che considero ancora aperta ancorché “stabile” (con tutta la valenza ossimora della sua provenienza da scrittore instabile). Al quarto leak la metto tutta online e fàmo prima.


Alle diciassette, invece, il pomeriggio di Carte Vive, un’occasione per discutere in modo spontaneo di critica, di come si portano avanti le proprie idee letterarie, il “canone” etc. Qui in foto vedete la formazione, primo da sinistra il Falstaff de noantri (da cui la citazione nel titolo), a seguire M.V. Sanfilippo, M. Brancale, P. Lucarini, E. Gurrieri. Ottimi, inter alia, i lavori su Sandro Penna e Luigi Capuana da parte delle correlatrici Elena e Maria Valeria, e vi consiglio con enfasi i loro volumi linkati appena ora; oltre a quello “eponimo” della giornata. Da parte mia, nonostante la mia formazione recensoria che considero tuttora in fieri, spero di aver dato qualche spunto orientativo, svariando tra citazioni, nomi, perfino musica classica (ah, la ferocia critica!) e qualche indicazione online che è sempre difficile proporre “dal vivo” senza link in sovrimpressione.
Avevo preparato una traccia robusta, per lo più ridondante. Salverei il mio richiamo verso la città nemica a “ca…lcolare” un po’ di più Fortini (manca poco al dieci settembre del centenario), e la frase che maggiormente si avvicina per me a un canone condiviso e “dinamico”. La trovate a pagina 92 della bella raccolta di saggi critici di Massimo RaffaeliL’amore primordiale, edita da Gaffi (qui copioncollo dai miei appunti e vi saluto):

«convinzione che la poesia, oltre il codice lirico dei sentimenti, disponga di un ornato più fermo e solenne, atto a esprimere il ragionamento sui fatti presenti e la meditazione filosofico-politica. Laddove, cioè, un “io” possa sempre implicare un “noi” senza rinunciare a essere “io”, e viceversa».
Questo “canone” io lo penso come qualcosa di dinamico, una corda tesa tra sentimento lirico e osservazione esterna, lungo la quale ciascun poeta appenderà la molletta del suo dire alla distanza desiderata tra i due poli. Nessuno dei due poli però può scomparire del tutto, e anche in un capolavoro poetico di Fortini, la poesia La città nemica, l’ultimo verso vede l’Autore liricamente camminare “con un pugnale nel cuore” spalancando l’animo alla speculazione del lettore.
(Nota: forse mi è riuscito di raggiungere l’optimum una sola volta su ben 3-4 raccolte! è dura)

Carlo Tosetti, Wunderkammer

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È brutto iniziare una recensione in maniera autoreferenziale, ma per parlare di Wunderkammer di Carlo Tosetti (Pietre Vive, 2016) non mi viene migliore esordio di quanto volle autorevolmente dire del mio debutto Gian Ruggero Manzoni: scrisse di “sapienzialità”, e di “insieme illuminista… o, meglio, una sorta di summa sei-settecentesca in cui tutto confluisce”. Nel caso di Carlo la suggestione storica è retro-fissata “istituzionalmente” da richiamo alle camere della meraviglia che (ci informa Antonio Lillo nella introduzione) risalgono già al XV secolo; ma l’aggettivo “sapienziale” (che amo usare spesso) e la confluenza fluviale dello scibile immaginate da Manzoni si adattano perfettamente – ancor più che alla mia raccolta di dieci anni fa – allo spirito di questo libro di poesie, pervaso dal demone della catalogazione.
Attraverso poche “stanze” (in più sensi) si punta a rappresentare il tutto; e non solo cose stravaganti, incontrate o acquisite qua e là, all’uso dei nobili germanici, ma un intero universo personale. Come esemplificato perentoriamente nella prosa breve che precede la prima poesia, l’ansia della Wunderkammer di replicare la vastità e l’originalità del creato si replica e amplifica nell’ansia del poeta-collezionista, messo di fronte da un lato al dubbio che quanto vissuto quotidianamente non sia reale, dall’altro alla certezza che la memoria storica e fiabesca degli oggetti si perda (nel soggetto individuale e collettivo) riducendosi al quotidiano, che del resto è già ex se perdita del passato prima di divenire a sua volta passato.
Originale, annoto al volo, come i cubi (verdi) fluttuanti e fluorescenti in cui le memorie del protagonista vengono immagazzinate richiamino quasi alla lettera quelli (bianchi e neri) su cui si basa la splendida serie di videogames Cube Escape; qui uno dei protagonisti, Dale Vandermeer, in un episodio dice: “I feel different, I can’t feel my body anymore, I see my memory captured into little cubes”!

Alcune liriche, che riproduco in calce, esemplificano le “direttrici ansiogene” del libro di cui sopra: Ricordare, Oggetti, Trote immortali, Espada. In esse anche l’andamento narrativo – con una scelta lemmatica cólta e arcaizzante in un contesto poetico “iper-testuale” e quindi anti-performativo – sembra perdere la sua flemma enciclopedica e disporsi a una maggiore emozione. La memoria è una maledizione da preservare, e il decadimento dei fasti delle sedie d’autore, delle antiche città, o del pesce spada (contrapposto alla sublimazione futurista della trota) ricorda un po’ il viaggio disincantato di Zeichen tra le rovine romane in Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio.
In questa cornice sfila la parata, suddivisa in Artificialia (stati emozionali, declinazioni del Mito) e Naturalia in esemplari animali e umani. Molti sono i richiami e molti mi colpiscono anche secondo il meccanismo della “affinità casuale” (P. Galloni). La figura di Tiresia, qui declinata in analogia con Elvira di Fassbinder, è il mezzo per chiarire come il mito sia “olio essenziale dell’uomo” e “via breve” per “attingere al deposito della sintesi e del senso «palpitante» di ogni evento e fenomeno”. Tematica a me molto cara nella prima produzione e studio (per il tramite di Leucò pavesiana e di Ugolini Liliana, e altre voci ancora, arrivando fino alla storpiatura della narrazione del mito per includervi la propria esperienza personale). Altri appigli mi danno le tre poesie sui passeri, chissà quanto apparentate autoironicamente col Samigli sveviano, che dei passeri faceva il suo oggetto narrativo esclusivo (e, pure qui, trovo una corrispondenza personale).

Chiude il corteo l’originale resa storica de Il lettore, rappresentando come tale non l’accezione comune “al proprio utile”, bensì chi leggeva Dumas ai sigarai cubani durante la lavorazione; figura professionale di narratore poi negletta e riconvertita in operaio con l’avvento della radio.
L’immagine ha, credo, una valenza metaforica di quello che dovrebbe essere “poesia” secondo Tosetti; sicuramente rappresenta ciò che questa raccolta incarna, e il suo pericolo del rivelarsi “coraggiosamente inattuali” (anche questo fu detto del mio esordio, però in introduzione), come un libro letto fisicamente a voce a un’altra persona nell’epoca degli ebook o degli audiolibri.
Questo volume si presenta al lettore come una sfida: iper-testuale, aggettivo che ho usato in precedenza, va inteso nell’accezione atecnica di obbligare verosimilmente anche il lettore con più conoscenze a lasciare il testo e approfondire i termini e i riferimenti impiegati dal poeta. Tuttavia, accettando la tenzone ed entrandone nel profondo, si svelano anche tratti pianeggianti e suggestioni fin sulla soglia della meditazione esistenziale.
Pregevoli le illustrazioni di Ale+Ale.

***

RICORDARE

Rammento soltanto
quadri mutati.
La statale quando
fu senza rotatorie,
il mare ombroso
mentre lo fendevi,
la mia casa
con recondite croste
di fiori d’acacia
nelle grondaie.
Nemmeno un ricordo
avulso ci è dato d’avere.

*

OGGETTI

Gli ammennicoli caduchi
costruiti dall’uomo,
anche la sedia Brno
e la maestosa Bagan,
se abbandonati s’acquattano,
invincibili e cheti
come i giochi di latta,
desistono plastici
da ogni intenzione,
per divenire vestigi.

*

TROTE IMMORTALI

Marinetti al mito
l’occhio strizzò
infarcendo le trote di noci
e passandole al fuoco,
le parò appresso con vesti
intrecciate di rabbia e valore,
le rese immortali,
ne fece guizzanti titani.

*

ESPADA

Il nero pesce
spada di Madeira,
sulle lugubri cataste
deposto al Lavradores,
strappato all’abisso
delle vallate oscure
atlantiche s’immola,
da un talento blasfemo
cotto alla banana;
il Demiurgo che fuse
e separò con acribia
gli enti li dispose
agli estremi d’un monte.

*

I CONDANNATI

Porto il nome di chi
sfondò a Nikolaevka,
e ignoro qual fosse
la taccia sua, forse
nel gelo guadagnata.
Lo dicevano prima
ghignando il calabrese,
per via di suo padre
che tuttavia non lo fu,
e m’è giunto l’epiteto
ma il senso è perduto.
Porto i geni
dei capelli ramati
e gli odori dell’isba:
le resine bruciate,
le povere zuppe,
il puzzo di storia
dei condannati.

*

PIOPPI

Nei giorni del Leone
(della fame d’aria)
si boccheggia e si placa
il tramenare nel lago
e pure tutt’intorno.
Nell’ore roventi del riposo
promana la cava fiochi boati,
scrosci remoti di pietra,
poi langue il granito
e l’acqua ha un traballìo.
Dello strazio del pioppo
nessuno mai si cura,
trèmulo fino in bonaccia,
ci allerta di tragedie minori.

*

IL SORCIO

Il sorcio mi scruta,
egli vede con perle corvine
dai frementi nistagmi
ed intanto, elettrico
e sordido, rode industrioso
ma puro, ch’egli mai
conobbe morale,
per dirmi che d’altri
la peste sprizzò:
colpa dei sifonatteri
e d’uomini sporchi
e che i rosicanti
s’adattano a poco;
nell’immondezza
vanno in gran pompa
e le zampe sovente
ammollano nella Nigredo.

*

IL LETTORE

Nell’intima loro
saga i torcedores,
d’anime inclini
a carezzar la capa,
imbevette il lettore
delle saghe di Dumas
e della grande narrativa;
edòtti pur nella tragedia,
gli scelsero la radio
e tornò nella Galera,
ad involtar la pupa.

__
[Carlo TOSETTI, Wunderkammer, Locorotondo (BA): Pietre Vive Editore, 2016, pp. 67]

Sonia Lambertini, tre poesie da “Danzeranno gli insetti”

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La mia proposta su Perìgeion per il mese di aprile viene da Ferrara: la raccolta di Sonia Lambertini è stata edita lo scorso anno da Marco Saya. È andata come spesso va: alcune liriche che giravano in rete mi hanno colpito e successivamente ho “provocato” una microscelta da parte della stessa A.; un assaggio scarno, quasi da nouvelle cuisine, che però permette di cogliere la modalità espressiva di Sonia, invogliando – spero – ad acquistare il volume intIero, come avrebbe detto Mike.
Leggi come sempre tutto su Perìgeion –> Sonia Lambertini, tre poesie da “Danzeranno gli insetti”

Written by Roberto R. Corsi

20 aprile, 2017 at 10:15

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Salvate il malato Gustavo (di Carlo Bordini). Un appello agli e-ditori

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Spendo volentieri due parole sul libro Gustavo. Una malattia mentale – opera narrativa del 2006 dello scrittore romano Carlo Bordini, che suppongo conoscerete già in molti come ottimo poeta.
Non è assolutamente facile, perché immergendomi nella lettura il romanzo-racconto si è dimostrato subito “un capolavoro personalizzato”, spingendosi, come fece qualche mese fa Haiducii di Labranca, a parlarmi della mia stessa vita in termini così specifici che non riesco più a sapere con certezza se il bene che io ci ravviso sia oggettivo o soggettivo. Sono quasi sicuro della prima ipotesi, però 🙂

La penna di Bordini, come un utensile da giardino, riesce, seguendo le sorti del protagonista, a localizzare nel profondo del terreno ed estirpare, portandole alla luce, le radici di un disagio esistenziale, che sono fondamentalmente la paura, un forte danno all’autostima ricevuto chissà dove e come, e un vuoto di esperienza e avvenenza che ha piegato la lamina del suo carattere, nonostante un’integrazione apparente nel sistema rappresentata da un lavoro (a bassa intensità) presso un ministero.
Questo a mio parere il nocciolo dello stato allucinatorio di Gustavo – stato allucinatorio che allaga e s’impadronisce della scena. Alla base però ci sono una paura tremenda e un senso di inadeguatezza verosimilmente impostogli sin dalla tenera età, poi auto-verificato nello scarso conseguimento relazionale. Non a caso una pagina memorabile del libro, crescente di tensione fino alla regressione infantile, è dedicata alla “paura e indegnità” del protagonista, a pp. 105-106:

Gustavo sentiva che questa strada gli era preclusa (…) per il suo infelice stato d’animo che consisteva nel fatto che mentre gli altri camminavano sopra il pavimento, ed erano grossi e camminavano con il passo sicuro anche se malfermo da vecchio, egli si sentiva come uno piccolo e storto e debole e bianco che vivesse e camminasse sotto il pavimento di legno, e lo guardasse, e sapesse di non poter salire lì ma sghignazzasse e ringhiasse e maledicesse di lì sotto sentendosi una gran morte dentro ma soprattutto un gran senso di paura e di indegnità di entrare sopra, e il temere terribilmente il confronto coi grandi e il sapere che se starai in mezzo a loro saranno cazzi tuoi e scopriranno la tua natura extraterrestre e ti linceranno con terribili forconi e falci e martelli [lo sfondo è verosimilmente una sezione della FGCI, ndr] pesanti come magli, e ti squarteranno e ti inculeranno e ti stupreranno e mangeranno le tue carni e mentre le mangeranno rideranno di te dicendo: “buona questa porchetta”, e tu ti troverai come una bambola spennacchiata a latrare nel buio e nel buio dei loro stomaci. E proprio per questa paura dei grandi degli orchi che ti mangiassero cazzo ti arrostissero in padella.e ti spernacchiassero e beffeggiassero dicendo: “questo qui non ce l’ha fatta, era uno stronzo”, egli sapeva che non si sarebbe mai avventurato sul pavimento di sopra, non era mica scemo, appena lo avessero visto avrebbero urlato e avrebbero detto: “eccolo, eccolo lì, prendete quello là, non deve scapparci vivo”. Ah! 

Quanto a me, vi basti che il termine indegnità ricorre già nel titolo del mio libro d’esordio, di un anno successivo all’uscita di Gustavo.

Ugualmente il vuoto di avvenenza femminile (ricorre nei miei titoli e) riveste, nei ragionamenti del protagonista e in una sporadica figura di nome Olga (forse stereotipo di donna bellissima dell’est, foriera di approvazione sociale: «Gli uomini che curavano la spiaggia erano molto gentili con loro», p.10), un ruolo fondamentale e ricorsivo soprattutto nella prima parte. Sia come sensibilità al fascino di donne descritte prima di tutto come “belle”, “seminude”, “sinuose”. Sia come tratto di insoddisfazione, di fronte al quale Gustavo mostra tratti evidenti di narcisismo patologico i cui effetti venefici rovesciano puntualmente sulla sua prima di tutto non avvenente fidanzata, Marina, sin dall’incipit in cui è lei a parlare prima di venire abbandonata dal protagonista: «Non sono niente… Lo sono solo nel momento stesso in cui lo faccio. Per il resto non sono niente».
Parallelamente, sempre nella prima pagina: «Egli sperava che un giorno lei diventasse bella. Immaginava: dato che lei è così brava, un giorno sicuramente diventerà bella. Gli piaceva amarla al buio, e lei diventava giovane come l’erba».

Su questo nero duopolio di indegnità e vuoto estetico (irrealizzazione) fiorisce la malattia; che non è solo il piano sequenza dell’allucinazione conclamata entro la quale tutta la narrazione, più o meno si situa, confinando la realtà oltre margini incertissimi; ma è anche tutto un insieme di manifestazioni psicologicamente e/o clinicamente rilevanti, sapientemente individuate, come regressione infantile (come sviluppo del bisogno di accudimento) o reazioni di panico. Oltre a episodi di sdoppiamento: l’allucinazione di Marina assorbe il ricordo di una ragazza fugacemente incontrata in gioventù, Nora, e si sdoppia in essa in una connotazione marcatamente sessuale e adolescenziale). E oltre a meccanismi di spersonalizzazione, giungendo Gustavo a dialogare compiutamente con l’allucinazione delle teste dei suoi amici parlanti in giardino (episodio che mi rimanda abbastanza al “carico-scarico libri in testa” del Peter Kien di Canetti).

La narrazione è di fatto un vaniloquio orizzontale (ecco perché preferisco parlare di “racconto” lungo piuttosto che di romanzo, come del resto di racconto si parla nell’Avvertenza finale), ma conosce qualche momento diacronico di consapevolezza. Consapevolezza suggestivamente rappresentata come ingresso in una catacomba chiamata luogo del pericolo (p. 122). Accade quando la auto-esclusione dal mondo – rappresentata volta per volta dal foro nella testa di un angelo o da una parete di madreperla costantemente a contatto con la guancia – viene ricondotta dallo stesso Gustavo a quello che è, ossia istinto di inadeguatezza e terrore del giudizio altrui. Accade anche quando il vaneggiato amore totalizzante per Marina viene ridimensionato cronologicamente e nella sua intensità.
Uno schiaffo “esterno” di consapevolezza, o meglio di condanna, arriva invece sul finire del racconto da parte del narratore, che all’inizio dell’Appendice (p.141) vuole sgombrare il campo da ogni compassione, simpatia o innocenza verso il protagonista: «uomo occidentale, garantito», «uomo da psicofarmaco», non romantico né destinato al sacrificio. «Egli non ha mai amato Marina. È un personaggio sgradevole, spregevole, banale ed offensivo. Egli dunque non muore. Sopravvive cincischiando banalità e luoghi comuni in serie». In altre parole, un narcisista patologico, ut supra.

Innumerevoli sono i richiami e le sfaccettature psicologiche introdotte nel libro (compreso un ammiccamento all’insetto kafkiano). A ciò si aggiunga (ma è una spezia in rapporto alla sostanza della caratterizzazione patologica) una narrazione volutamente stordita e frammentata persino nella formattazione dei paragrafi.

Risultato: lettura stupenda e per me tremenda.

Veniamo all’attualità dolente. Come forse avete visto dal primo link di questo post, Gustavo è stato edito da Avagliano nel 2006 e non è più disponibile. Se ho potuto leggerlo e apprezzarlo è grazie all’amicizia di Carlo, che ha ritirato le scorte residue e le ha amorevolmente distribuite a chi, come il sottoscritto, ha mostrato interesse per la lettura.
Visto l’indubbio valore dell’opera e l’autentico peccato insito nella sua irreperibilità commerciale, ho voluto ripagare una piccola parte della generosità di Carlo con questa recensione. Già che ci sono vi partecipo anche un sogno: che, supposto (ma non ho conferme) che i diritti del primo editore siano scaduti, il libro conosca una nuova edizione; magari in digitale, in modo da sottrarsi alle dure leggi cronologiche del cartaceo.
Sarò grato a ogni editore che, avendone le possibilità,  accoglierà questo appello e si interesserà alla questione.
Intanto potete ancora trovare l’originale in qualche biblioteca.
[psst psst: Andate nelle biblioteche, non sono radioattive!]

Written by Roberto R. Corsi

5 aprile, 2017 at 15:45

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Traduzioni: una poesia di Natalie Diaz

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Natalie Diaz

Photo by Jamestroud (Own work) – CC BY-SA 4.0

Ripesco (e miglioro) il mio timido tentativo invernale di traduzione di una poesia di Natalie Diaz apparsa su Lenny a fine 2016. La poesia si chiama Manhattan Is A Lenape WordQui il testo originale. E qui la mia traduzione.
Tra le voci più apprezzate della poesia americana contemporanea sin dalla raccolta di esordio di un lustro fa (When My Brother Was An Atzec), Diaz è Nativa Mojave, attivista per la valorizzazione della loro cultura e patrimonio linguistico, docente universitaria. È stata anche una campionessa di basket a livello internazionale.
Ciò che più mi colpisce è che scrive con complessità e notevole dimestichezza di movimento tra riferimenti e significati comuni (episodi biblici, aggressività “coloniale”). Alla questione delle proprie radici unisce una grande forza nella rappresentazione del sesso. Come in questo passaggio centrale:

Anche un orologio ha bisogno d’essere caricato.
Come può un secolo finire, o un cuore volgersi ad altro,
se non c’è mai nessuno che domanda: Dove sono andati
tutti i Nativi?
Se tu sei dove sei, dov’è chi non è qui?
Non qui. Ecco perché in questa città
ho molte amanti.
Tutti i miei amori sono di compensazione. (…)

Ancora quell’ampio tono di sirena:
Aiutami. Significa: Ho un dono ed è il mio corpo,
creato per due mani, di dèi e bronzo.

Dice: mi fai sentire
come un fulmine. Dico: mai e poi mai
vorrei farti sentire così bianca.
Troppo tardi – non smetto di guardarle le ossa.
Conto i carpi, i metacarpi
della sua mano mentre lei mi è dentro.
Un osso, il semilunare, deve il nome
al suo profilo crescente – lunatus, luna.
Certe notti lei mi sorge dentro così,
come un tormento – un lento flusso luminoso.

Vi ri-linko la mia traduzione, sottolineando che si trova sul mio nuovo taccuino di “poesia altrui”, Ammirazioni, cui vi invito a iscrivervi… #174 – Natalie DIAZ

Written by Roberto R. Corsi

1 aprile, 2017 at 11:06

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“Asso ne Lamantica”: Due pezzi teatrali di Agóta Kristóf

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kristof

qui il volume mi è appena arrivato, e me lo “bevo” in riva!

Quando la microeditoria di qualità incontra un grande della letteratura il risultato è spesso da non mancare. Ho ordinato subito, all’annuncio, la mia copia del volume in cui Federica Cremaschi (uno dei due motori, assieme a Giovanni Peli, della Associazione Culturale bresciana Lamantica) traduce per la prima volta in italiano due pièces per il teatro della scrittrice ungherese Agóta Kristóf, a lungo vissuta in Romandia e “francese di penna”.

Conoscevamo già, per esserci occupati un anno fa di una raccolta poetica di Giulio Mafii, i libri Lamantica che, a tiratura limitata (questa, per esempio è di 150 esemplari), si distinguono per l’interno in carta azzurra.
Qui il carattere di prémiere italiana catalizza ulteriormente il valore dell’uscita e ci fornisce un secondo assaggio in italiano (dopo il volume Einaudi con La chiave dell’ascensore L’ora grigia) della scrittura di Kristóf per il teatro, dimensione ulteriore e ben definita rispetto a quelle, meglio conosciute dal pubblico, del romanzo o del racconto più o meno breve (Trilogia della città di K., Ieri, La vendetta).
Le opere teatrali di Kristóf – leggiamo nell’introduzione di Riccardo Benedettini – risalgono a un periodo tra fine anni settanta e primi anni ottanta; sono dunque precedenti alla fase narrativa e segnatamente a Il grande quaderno, del 1986. I due testi qui proposti sono stati pubblicati in Francia un decennio fa in un quartetto dal titolo Le Monstre et autres pièces, ma la scelta editoriale non è andata sul pezzo eponimo, né su La route, bensì su L’espiazione e L’epidemia.

Molto di stilisticamente teatrale c’è nell’intera opera di Kristóf, contrassegnata da un andamento spesso “a fotogramma” (Benedettini) e da un’asciuttezza nata forse dal duro percorso di padronanza del francese dall’ungherese. Però la lettura di questo libro fa risaltare una marcata identità rispetto al resto della produzione dell’A.; identità lato sensu di “canone” come pure di tematica. Entro quest’ultima, per esempio, un riferimento all’orrore politico più marcato del solito, particolarmente presente nella prima pièce ma avvertibile anche nelle scene finali della seconda.
Dominano, con colori differenti, i temi della colpa, della pena (l’espiazione della quale, appunto, è estrema e in fondo impossibile), della menzogna. Domina, sul piano narrativo ma anche su quello prettamente scenico, il meccanismo dello stravolgimento, dello svelamento e soprattutto del capovolgimento dei ruoli, in uno switch delle stesse persone tra soggetto attivo e passivo, e persino tra morte e vita, che può richiamare metaforicamente le vorticose trasformazioni uomo-serpente della settima bolgia dantesca.

Dicevo del “canone”, o piuttosto dell’apparentamento: L’espiazione, più lineare nell’andamento, si connota qua e là con accenti espressionisti. Il continuo riferimento del protagonista al sangue che “vede” sulla moglie od ovunque mi ricorda istintivamente il Woyzeck di Büchner – meglio ancora la sua messa in musica come Wozzeck – e le scene della taverna o del fiume, dove tutto odora o appare “Blut”, sangue.
L’epidemia invece ha in comune l’assunto iniziale, ma solo quello, col plot del film E venne il giorno di M. Night Shyamalan, del 2008. La pièce, che giudico nel complesso più riuscita della precedente qui proposta, e dove davvero lo switch di cui parlavo si sussegue frenetico ed elicoidale, si sviluppa facendo propria la lezione beckettiana (ma per alcuni già perfino shakespeariana) secondo la quale il grottesco è il modo migliore di rappresentare il tragico; dunque sono frequenti gli equivoci e persino un umorismo volutamente dapportiano (cfr. p. 61 o p. 75: “Contaminato? Io! Ma dica lei!”; “Lei.”; “Chi?” “Mi ha detto dica lei, allora dico lei.”). Non manca neppure (pp. 73-74) il quid pluris della vocalità: una parte (“possibilmente”) cantata, una ballata di mano della stessa Kristóf, a quanto sembra, ma che diresti scritta da uno chansonnier francese, e che sublima il tema della futilità della vita, qui sovrano.

Consiglio davvero di non farsi sfuggire questo libro: in primo luogo per fare un regalo a voi stessi, in secondo luogo per sostenere la passione e il lavoro di una Associazione Culturale rimasta tra le ultime nella trincea dell’editoria virtuosa, benemerita e con le idee chiare.
Ogni copia acquistata farà la sua parte per motivare Federica e Giovanni alla prosecuzione di un impegno importante ma giocoforza sempre in salita!
Il contributo suggerito per ordinare la vostra copia è di 15€. Maggiori informazioni sul volume e sulle modalità di prenotazione sul sito lamantica.it, dove trovate anche i contatti dell’Associazione.

[Agóta KRISTÓF, Due pezzi teatrali. L’espiazione – L’epidemia, traduzione di Federica Cremaschi, Brescia: Lamantica Edizioni, 2017, pp. 102, ISBN 978-88-941382-4-5]

Written by Roberto R. Corsi

13 marzo, 2017 at 09:00

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