Roberto R. Corsi

pensa a me come a pianta decidua

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“DinoCampana Dispert”: invito alla lettura de “La notte della cometa” di Sebastiano Vassalli

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Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa, dalla sua tenda l’uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall’ombra di Nessun Dio. (da Pampa) 

vassallidedica

un giorno qualche detrattore rispolvererà questa dedica, ma non importa :)

Oggi, il venti di Agosto, scoccano i centotrenta anni dalla nascita di Dino Campana. Tra sei giorni sarà passato un mese dalla dipartita di Sebastiano Vassalli.
Come certo saprete, i due sono legati dal romanzo-inchiesta del secondo sul primo, La notte della cometa. Mi è capitato di leggerlo e terminarlo proprio 3 giorni fa, avvicinandomi all’anniversario del tutto casualmente. La lettura era invece premeditata e niente affatto figlia del “turismo letterario post mortem” (che comunque ben venga, essendo sempre meglio dell’oblio): ho regalato un po’ interessatamente il libro a B. per le festività natalizie e ho aspettato che lo terminasse per leggerlo a mia volta.

Voglio parteciparvi, con questo breve post, il senso di autentica riscoperta della scrittura campaniana che ho sperimentato grazie alla lettura di questo libro; il primo che sento come veramente propedeutico nell’avvicinamento a un poeta; quando invece, quasi sempre, caldeggio piuttosto la presa di conoscenza immediata dei versi, senza il filtro di prefazioni introduzioni o apparati.
Oltre all’ottimo stile e alla verve (gustosissime per es. le pagine-resoconto sul passaggio della cometa, alle pp. 133-135), oltre all’ampiezza delle fonti e alle perle di saggezza introspettiva qua e là dispensate, credo che il merito principale di Vassalli sia stato quello di saper proporre al lettore la prosa poetica del Nostro “a piccole dosi” sciolte lungo il testo, in lacerti; scalfendo la consistenza spesso monolitica dei Canti orfici o del restante materiale in favore di squarci di puro nitore. E inserendoli attivamente entro la cornice narrativa: a volte affiancandola fedelmente, altre volte trasponendoli in un contesto diverso ma che l’interprete Vassalli avverte come affine. Come esempio del primo caso, a p. 109, il brano che ho posto in esergo a questo articolo; come esempio invece di trasposizione, il passo in francese del vecchio cavaliere milanese (Stia, 20 settembre), utilizzato a p. 129 per descrivere il progressivo sfociare in indifferenza dell’astio tra Dino e la madre Fanny: Comme deux ennemis rompus/ Que leur haine ne soutient plus/ Et qui laissent tomber leurs armes!
Con questa interpretazione “storico-evolutiva” dei Canti orfici ma anche degli scritti inediti, Campana ritrova freschezza e il romanzo di Vassalli acquista profondità e colore.  Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

20 agosto, 2015 at 08:00

Poesia, marketing e Magritte: l’articolo di Di Stefano et alia

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magritte-argonne

René Magritte, La battaglia delle Argonne, olio su tela, 1956, collezione privata.

Buon Ferragosto a tutti.
Le liste di poeti e le discussioni (cicliche a ogni estate) sullo stato della poesia non mi esaltano più di tanto. Tuttavia non si può ignorare l’ormai strafamosa inchiesta a doppia pagina a firma Paolo Di Stefano su La lettura della scorsa domenica (scaricala dal sito LvF). Tutti ne avete parlato e forse scritto; io mi limito all’essenziale ché tra poco mi portano una vassoiata di fritto e va mangiato caldo, sennò si pianta.  

In primo luogo l’ennesima lista/ who’s who, che avrà fatto incazzare qualche escluso. Un pugno di “scuderie poetiche” piuttosto prezzemoline è rimasto fuori, una è stata fatta rientrare dalla finestra da un articolo di Alessandro Trocino, che linko in calce. Qualcuno dirà: ‘sticacchi le liste, sono ontologicamente incomplete e discrezionali. Giusto, ma questa non è la lista di Radio Bitonto Libera (cit.), è quella che esce sul maggior quotidiano nazionale, dunque ha il suo bel peso: effetto marketing e qualche beneficio alle vendite son pressoché garantiti. Mi adeguo, telegraficamente e tralasciando l’opera di espunzione di chi non avrei messo in lista: mancano all’appello perlomeno le voci mature di Liliana Ugolini e Viola Amarelli nonché quelle nuove di Stelvio Di Spigno (1975) e Francesco Targhetta (1979). L’esclusione delle due gentildame m’è particolarmente dolorosa, anche se ha l’attenuante della loro scarsa distribuzione, dovuta a motivi diversi. 

Non mi dilungo sulla poesia viva o morta – rectius: sulla sua diffusione. Una risposta esauriente la dà il raffronto tra alcuni passaggi-intervista nell’articolo: da un lato certa poesia vende, dall’altro – bene dice Enrico Testa – “la figura del poeta-intellettuale non gode più di buona fama ed è sempre meno gradita, sia nei giornali che nell’editoria”. Il fenomeno peggiorerà a spirale perché viviamo nell’epoca del “personaggio pubblico, ergo scrittore”, non viceversa, quindi quanto meno sarai famoso tanto meno avrai chance di essere legittimato come scrittore. Ma in generale, mentre la massa può sempre sperare che un narratore scriva come un adolescente di terza media (ne abbiamo fulgidi esempi a chilometro zero), per il poeta – sviluppando quanto dice Testa nel prosieguo – la ricerca sulla parola o sull’architettura del verso attira su sé antipatia, ostracismo e castighi verbali.

Ma quel che più mi preme è evidenziare il passaggio per me più significativo di tutta l’inchiesta; mi sembra infatti che sia stato sottolineato poco o punto:  Leggi il seguito di questo post »

Letteratura demotivational per l’estate: “Fama tardiva” di Schnitzler

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famatardivaAnche per mitigare il mio secondo fallimento librario ho letto, naturalmente, Fama tardiva, novella di Arthur Schnitzler scritta tra il 1894 e il 1895, rimasta a lungo nascosta a Cambridge, all’interno del lascito di mano- e dattiloscritti dell’Autore, e tradotta in Italiano solo da pochi mesi, da Alessandra Iadicicco per i tipi di Ugo Guanda.

Non potevo certo resistere all’attrazione data dalla trama: un vecchio e solitario impiegato, autore trent’anni prima di un libro di poesie (“Passeggiate”) anonimo sia nel titolo (cfr. Robert Walser e tutta la cultura della flânerie) che nella sorte (il comune oblio dei libri di poesia e dei loro Autori), dunque un uomo öhne Eigenschaften che quasi subito aveva messo il cuore in pace e le energie in carriera, viene, chissà perché, elevato improvvisamente al rango di Maestro ispiratore di un circolo di sedicenti artisti.
Questa circostanza repentina e inaspettata soffia sulla brace della sua autostima, ma il risultato sarà effimero, gli farà scoprire ipocrisia delle persone, futilità degli sforzi, irreparabilità del tempo perduto; al punto che il rifluire nel canale scolmatore della comunità borghese, insensibile al concetto di poesia “alta” ma benevola verso chi si tiene nell’anonimato (“E tutti lo annoveravano come uno di loro, e nessuno aveva il sospetto di chi egli fosse davvero!”), gli sembrerà quasi piacevole.

Un racconto che si legge in uno-due giorni; avrei voluto che fosse il mio “libro per l’estate” ma ovviamente le dimensioni lo impediscono.
L’impianto e il tono della narrazione forse non sono sempre all’altezza del miglior Schnitzler, ma l’affresco è gustoso e se ne deve desumere una volta di più come il portato psicologico del fallimento letterario desti interesse nei grandi autori.
Buono l’apparato dei due curatori tedeschi Hemecker e Österle.
L’ho letto in fretta, come detto, e lo consiglio nell’edizione Kindle o ePub che è corposamente scontata rispetto al cartaceo (di conseguenza i miei riferimenti non saranno alle pagine ma giocoforza alla percentuale). 

In campo poetico mi viene in mente una splendida prova del compianto Gianfranco Palmery, Dopo la tempesta, prova che ho riportato per intero sul mio tumblelog, e che in pochi versi musicalissimi esprime “shakespearianamente” il processo psicologico della rinuncia al proprio presunto “dono”.
In chiave narrativa il pensiero non può non andare all’altrettanto gustosa novella di Italo Svevo, Una burla riuscita, del 1926; ma gli snodi della vicenda sono diversi, e se quest’ultima si concentra quasi esclusivamente Leggi il seguito di questo post »

“Somiglia più all’urlo di un animale”, Alessio Alessandrini (Italic, 2014); nota brevissima

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alessandriniIl libro che Alessio Alessandrini ha dato alle stampe nel 2014 per la “bianca Italic” ci restituisce copiosamente lo stile di un poeta già in passato gratificato da un importante riconoscimento ossia il premio Camaiore “Proposta” del 2010 (con La vasca, 2008, LietoColle; oltretutto alcune poesie destinate ma editorialmente espunte da quell’esordio sono invece rifluite nel nostro libro). Più recentemente, il terzo premio a Poesia di Strada 2014 (dove ci siamo convivialmente conosciuti) e la semifinale ancora al “Camaiore” ma questa volta “senior” nel 2015, e proprio col volume di cui oggi parliamo, testimoniano un’attenzione critica crescente.
Copiosamente, dico: il titolo d’apres Volponi (è una citazione dalla poesia Il canto) c’introduce a una prova generosa – se non ho contato male sono 90 testi, divisi in più sezioni provvidamente dotate ciascuna di una propria individualità. Trait d’union tra esse è il lirismo di Alessio che tende il filo rosso dei luoghi e delle persone. Il suo registro è musicalmente e lessicalmente raffinato, il suo colore ancora un po’ pastello per la mia personale sensibilità; nondimeno sono ravvisabili gangli di tensione che vanno nella lodevole direzione della trasparenza, di una maggiore carica emotiva ed espressiva. Proprio questi vorrei brevemente evidenziare.

Da un punto di vista qualitativo la sezione più riuscita è, per distacco, quella centrale de La panchina azzurra: in essa, giocata in massima parte sul tema dell’osservazione marina, la plasticità delle istantanee rispecchia mirabilmente un mare abbrutito e posto fuori da ogni melensa retorica: un mare forse papinianamente nemico o figlio degenere; più probabilmente fratello hikmetiano ma di sventura, dalla sorte indissolubile con la nostra. Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

4 agosto, 2015 at 11:56

kiss me/ kismet*: leggendo “Amiral Bragueton” di Paola Silvia Dolci

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PSDolciQuando si sceglie per eponima la nave – transustanziata in persona fisica-Ammiraglio – che condusse Bardamu-Céline in Africa, non ci si può aspettare niente di semplice. Amiral Bragueton di Paola Silvia Dolci, uscito nel 2013 per italic con l’introduzione densa di Ianus Pravo e i bei disegni di Michaela D’Astuto, non traccia una navigazione piana: passa tra molti scogli, e se ne assume il rischio come ogni bravo e coscienzioso stratega.

TIC-TAC-TOE! invita la sezione di apertura, richiamandoci al gioco del tris, dove, come tutti sanno, per vincere bisogna muovere per primi e sperare in una certa “collaborazione” (nel caso del gioco, bietolona) nella mossa seguente di chi risponde. Più che altro mi piace il richiamo al tre perché, nel momento in cui apro il compasso per questa recensione, scorgo proprio una triplice costellazione.

Intanto la cultura vivificata: sistema binario perché questa viene proclamata e, prima ancora, alterum non recognoscens com’è incline a essere dalla nascita, sùbito dolorosamente stupefatta nel riscontrare l’altro da sé: “Tutta la mia vita è lettura” (p. 45); “Lo sconcerto/ è questo invecchiare fuori dai libri/ quello che passa per vita” (p. 32, con eco quasi luziana se si pensa alla chiusura di Aprile-amore).
Questa chiave, che già da sola può illuminare praticamente tutto il libro, mi ha riportato silenziosamente a una forte affinità col mio acerbo esordio, sentimento che non mi ha più mollato.  Leggi il seguito di questo post »

Fiori, muschi e licheni: Fiori del mare di Gianni D’Elia

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Attenzione: contiene volgarità! 
(ma non son mica io: è la realtà!)

Gianni D’Elia (dal sito Einaudi)

Antefatto: il 17 giugno l’attent* twitter manager Einaudi replicava a un mio tweet che accennava al divario tra contenuti della poesia e società, citando rapidissimamente una lirica di Gianni D’Elia, L’onda dei morti, dal suo ultimo libro appena uscito nella “bianca”, Fiori del mare.
Incuriosito, faccio due più due con la circostanza che D’Elia sarebbe stato pochi giorni dopo alla Galleria Immaginaria a presentarlo. Non potendo andare io di persona, mando una giovane apprendista e ottengo comunque una copia con dedica di questo “canzoniere adriatico” d’ideazione, a quanto leggo, pluridecennale. Dopodiché, sotto con la lettura del libro, baudelairiano nel profondo a partire ovviamente dal cambio di consonante del titolo, per proseguire con disposizione in Sale che riecheggiano flebilmente le sezioni di Les fleurs, dedica preliminare e congedo (con “nappo dell’addio”, si direbbe mahlerianamente), e culminare nel ricorso all’endecasillabo nelle quartine, via via più marcatamente in rima alternata o incrociata.

Episodio immaginifico e giudizio: Un mese dopo, giovedì scorso alle sette e mezza di sera, stavo leggendo sul mare, con una certa insofferenza, un passaggio particolarmente stucchevole, mariniano – Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

20 luglio, 2015 at 10:41

con adeguato contorno: in libreria le Nuove nomenclature di Anna Maria Curci

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Sono felice di aver ricevuto il libro di Anna Maria, ma soprattutto della notizia che le sue Nuove Nomenclature siano uscite, questo febbraio, coi tipi de L’Arcolaio. E arricchite con altre poesie. Il mio riscontro di lettura sarà molto breve dato che, come i ventiquattro lettori (sempre uno meno del Sommo, per deferenza) sapranno, mi soffermai sulla parte eponima del libro già a inizio gennaio 2013, quando la catalogazione curciana fu raccolta in rete da Fernanda Ferraresso. E lo feci con termini molto positivi, attestando una forza espressiva notevole, che ritrovo ora per nulla affievolita dal passaggio del tempo. Rimando quindi al mio post di allora per l’analisi.
Le altre cinque sezioni che formano il libro, benché corpose nell’insieme, restano al mio occhio comunque ancillari, e il titolo endecasillabico con molta onestà lo suggerisce o forse non lo smentisce. Dall’esterno lo sguardo rifluisce qui verso l’intimo, l’abbandono, la rêverie, il ricordo. Levigandosi, perdendo in vis corrosiva e mutandosi in libro sapienziale, con molti microriferimenti letterari, musicali, linguistici; e con la consueta padronanza di metri e accenti, a partire dalle allitterazioni “orizzontali” (i titoli delle sezioni) e “verticali” (nella poesia di p. 55, in-zwischen).
Due poesie-quartine spiccano: il ricordo del 19 luglio 1943, la cui sostanza drammatica s’insinua fisicamente nel primo verso per completarsi nel riferimento pascoliano di chiusura; e Nottetempo che per immagini ironiche proclama (anzi bisibiglia) un Trionfo del tempo e del disinganno forse programmatico di tutta la seconda parte (anche qui mi pare con riferimento cólto, rabelaisiano, nel v. 3). Le trascrivo qui di seguito, a chiusura:

19 luglio 1943

Sotto la rete vedo i calcinacci
e nonno che ci guarda preoccupato
mi stringo a mia sorella che ha due anni

fa caldo, è luglio e sono a San Lorenzo.

Nottetempo

Nottetempo il principio di realtà
ha preso a schiaffi il vecchio desiderio.
Il malmenato, a schiena contrapposta,
ha bofonchiato: non sporgo rinuncia.

Written by Roberto R. Corsi

17 luglio, 2015 at 11:39

Pubblicato su autori, civetta, critica, libri, novità, poesia

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Viola Amarelli, L’ambasciatrice

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Roberto R. Corsi:

Francesco Tomada dice bene: L’ambasciatrice di Viola Amarelli è un libro bellissimo che meriterebbe una diffusione più capillare di quella (pur amorevole, “utopica e sartoriale”) che è stata scelta. Ribloggo volentieri la sua lettura su Perigeion, in attesa di trovare parole mie, se ne scaturiranno di adeguate.

Originally posted on perìgeion:

viola

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Written by Roberto R. Corsi

10 luglio, 2015 at 15:07

Edoardo Sanguineti – Ideologia e linguaggio

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L’ambizione del discorso critico è di giustificare il commentatore, difendere cioè, non la scelta citazionale che è stata compiuta e che si deve difendere da sola, ovviamente, nella sua oggettività, ma la scelta soggettiva, l’atto citazionale. Il discorso critico, infine, non verte propriamente sul testo, sulle citazioni, ma è un discorso riflessivo, ripiegato sopra se stesso. Il commentatore parla di sé: non spiega il classico, ma si spiega.

Edoardo Sanguineti – Ideologia e linguaggio – su Fragm.

Written by Roberto R. Corsi

8 luglio, 2015 at 13:13

Pubblicato su autori, critica, materiale

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Eugenio Nastasi per #56cozze

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Sfoglio L’occhio degli alberi, la raccolta del 2013 (ed. Edilet) di Eugenio Nastasi, poeta a cui mi lega un’amicizia epistolare ormai pluriennale, sempre rinfocolata da una costante e immeritata attenzione di lui verso quanto regolarmente pubblico qui. Tra le tante “orecchie” fatte al libro quando lo lessi, spicca l’incipit di estuario, una poesia che è ampio affresco naturale, andante spianato o cantabile che dir si voglia, come spesso nelle corde di Eugenio, rivelando l’altro suo grande arengo, quello della pittura. Ma i primi tre versi di p. 74, se estrapolati dal resto, mi sembrano quasi profetici verso il disporsi del mio dire: “chi sa dirle le cose su cui hai poggiato/ la tua voglia di non voler/ essere elusivo nel dolore e nel riso”…!

Oggi Eugenio mi fa gradito dono di un’analisi assai approfondita e caleidoscopica delle Cinquantaseicozze. La chiave è stata giusta fino dal pre-annuncio via mail, vale a dire che E. è andato cercando “quel che nascondeva l’esuberanza”. La pubblico con gioia per intero e vi invito “freddamente” alla lettura (perché invitare caldamente in questi giorni suona quasi a improperio!). Buona domenica.

 

Roberto R. Corsi, Cinquantaseicozze, italic, Ancona, 2015

Confesso che ho avuto non poche difficoltà a leggere questo testo, comunque esemplare, per essere redatto e combinato come un cubo di Rubik: ad ogni giro del terribile congegno si affacciano combinazioni nuove e diverse. Roberto R. Corsi accoglie, in questo singolare contenitore cartaceo in versione block notes, il proprio vissuto, esaltando l’essenzialità espressiva per portarla dal piano formale o arcadico su un piano esistenziale. Ma di una esistenzialità che riepiloga tutti i piani narrativi, da quelli più terragni (odori e olezzi compresi) fino a quelli più consoni alle sue frequentazioni colte, che sono tante e di prima mano, fino allo sproloquio gergale ed erotico perché se è vero che “pecunia non olet” è anche vero che “naturalia non sunt turpia”.

Il contenuto di questa poesia non è desunto soltanto dalla letteratura ma, vivaddio, dalla sua vita di essere umano con la sua mascolinità cresciuta e screziata da non poche insoddisfazioni, fervida di sensi e innamorata della sua Toscana, in particolare della costa versiliese, della natura e soprattutto dell’amore, ma anche pronto a trincerarsi in sé, a farsi pensoso e triste, con un che di duro, di ostile verso questo mondo che è pure il suo costante richiamo. Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

5 luglio, 2015 at 08:26

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