Roberto R. Corsi

«Angor ergo sum» (Ottiero Ottieri)

Archive for the ‘autori’ Category

Al Circolo “Casa di Dante” il 17

with 3 comments

clicca per ingrandire

clicca per ingrandire

Il pomeriggio di martedì prossimo leggerò tre poesie (due mie e un tributo) presso il centralissimo Circolo “Casa di Dante”, insieme ad alcuni valenti amici (in ordine sparso: Piantini, De Venuto, Simonelli, Bettarini, Cavasino) e ad altri poeti che conoscerò e ascolterò volentieri. Ringrazio Liliana Ugolini, Gianni Broi e Vincenzo Lauria per avere pensato a me e allego, qui sopra, locandina condensata in jpg.

Written by Roberto R. Corsi

10 maggio, 2016 at 11:11

Milo De Angelis: incontri, agguati, Crotone e una cartina di tornasole

leave a comment »

Due lunedì fa ho assistito, con altri amici scrittori, alla presentazione fiorentina dell’ultima raccolta di Milo De Angelis, Incontri e agguati.
Era la prima volta che lo ascoltavo leggere e le impressioni che ne ho avuto sono state nettamente positive – come per tutti, credo, perché ha letto per venti minuti buoni e non ho riscontrato cadute di attenzione tra il pubblico.
Dalla mia postazione abbastanza favorevole ho ripreso e messo su YT tre poesie dalla seconda sezione (quella eponima) del libro.

Caso ha voluto che io fossi completamente afono per la più classica delle infreddature primaverili; quel che non ho potuto testimoniare dal vivo all’Autore, con quel timbro vocale da borghigiano ultracentenario che mi ritrovavo, l’ho scritto più tardi via email. Trascrivo la parte della lettera che ha una blanda attitudine “recensoria”:

Le ho accennato alla mia intenzione di volermi occupare congiuntamente di questo suo ultimo e di Tema dell’addio. Ma allo stesso tempo sono dubbioso, credo nella chiarezza endogena della sua poesia. Gli stessi suoi studiosi, pur valentissimi, sono a volte in difficoltà nell’enucleare tematiche peculiari del suo dire. Temi come quello della morte e dell’addio sono connaturati a qualunque scrittura, e Seneca e Blanchot c’insegnano che vivere è ex se morire e prendere congedo.
In soldoni, mi sembra che la sua forza non sia tanto tematica ma soprattutto di vertice espressivo. Volendo svilire (?) al calcio (perdoni, provengo da una famiglia ipercalciofila): i fuoriclasse fanno quello che fanno gli altri, semplicemente lo fanno meglio. Con quel “giocare di prima” che nel suo caso è rappresentato dal non eccedere nel sé e disporsi volentieri all’ascolto e al canto dell’altro. Come pure – rarissima avis – dal non aver paura di colpire duro, in tempi in cui non ci si stacca da un certo carattere consolatorio della poesia.
Fa bene, per concludere, ad “argomentare” solo mediante la sua nuda poesia, che non ha troppo bisogno d’inquadramenti o apparati.

Dopo che ho inviato la mail, ricambiata con grande cortesia, mi sono ovviamente accorto di avere omesso qualche elemento in più. Insomma di averla buttata sul semplice.
Senz’altro degno di approfondimento, lungo tutto il libro, è il tema – accennato, durante la presentazione, dal prof. Luigi Tassoni – del nulla e della sua presenza, della sua consistenza fisica. Una delle chiuse più potenti è quella di pagina 33, “e il nulla iniziò a prendere forma”, e sembra il capovolgimento dell’enunciato presocratico ουδέν εξ ουδενός (ex nihilo nihil fit).

Ma vorrei soffermarmi su quella che considero una cartina di tornasole dal lato consumatore, quella poetico-referenziale: De Angelis riesce a inserire nei suoi versi la parola “poesia” senza stuccare o restituire un senso di maniera!
Lo fa – bene, eteroreferenziando e con un “ostinato giambico”: poesia poesia poesia – nella prima delle liriche da me videoriprese (pagina 43).
Lo fa ancora meglio negli ultimi versi della bellissima poesia di pagina 51, cantando la vita di un’amica “come una poesia/ che rinasce precipitando nel suo bianco”; con vincolo metaforico e tante suggestioni dal mitologico al cromatico.
E lo fa meno bene, ma più significativamente per noi, chiudendo la prima sezione della raccolta, a pagina 27:

Sono in un segreto frastuono
sono in questo cortile d’aria
e ogni parola di lei violaciocca
mi fa pensare a ciò che sono
un povero fiore di fiume
che si è aggrappato alla poesia.

Infatti, anche se la poesia non è delle più memorabili nella raccolta, ci sono due fattori di rischio: il riferimento autobiografico e il fatto che il termine “poesia” stia in coda. Ma anche qui De Angelis elude le secche: l’affresco, secondo di un dittico, assorbe il rischio di compiacimento mediante una severa confessionalità che, mista al registro tenue, porta la mente quasi ai crepuscolari.

Badate: sembra una cosa trascurabile, ma ci vuole talento perché una poesia che termini con “poesia” possa suscitare gradimento e non gonfiore (di stomaco o peggio).
Nell’estate 2001 passai per lavoro due giorni a Crotone. Al ritorno postai sul newsgroup it.arti.poesia – allora popolato da nomi autorevoli come Venerandi, Ranieri e alcuni formidabili sotto pseudonimo ahimè mai svelato – una lirica – credo l’unica che a oggi io abbia mai dedicato alle città visitate – che terminava appunto con “poesia”. La ripropongo come tributo ai rossoblù, che da ieri sera festeggiano il traguardo storico della Serie A! Evviva! Quanto allo stile abbiate pietà, ero agli inizi.

sfrecciando verso il basso
dei suoi monumentali
eccidi non finiti di cemento.
Aspre colline i fianchi

benevole
alle menti straniere
marchiate di lavoro –
lingue pronte al commento. Annichilite
dall’alba d’un solstizio.

Crotone è un angelo che cade
e risorge dal mare.
Il disco rosso come un quindicenne
arrogante impacciato
deflora l’orizzonte. Ed è poesia.

A quel punto un’altra voce validissima, l’amico Costantino Belmonte aka Mantis (visto che giustamente si fa tanto amarcord per #InternetDay, mi fa piacere che il suo sito a cavallo del millennio sia ancora up), facendomi dei rilievi in amistade, scrisse che la chiusa era (testuale ed endecasillabico) “un calcio al ventre di una donna incinta”. Forse aveva ragione lui, ma nel dibattito che ne è seguito ho cercato di eccepire come ragioni metriche e polisemantiche (“ed è poesia” non solo e non tanto come “ed è subito sera”, ma riferibile anche al disco solare, potentissimo già dall’alba).
A fortiori data l’età incipiente, non sono di quelli che ricordano perfettamente tutto quanto hanno scritto o scribacchiato. Altre volte la poesia è comparsa in prima persona nelle mie liriche. Una delle ultime è la cozza XXXI, che leggerò anche in pubblico a metà maggio (news a seguire). La sua chiusa (“e la stessa tremante distrazione che non eleva queste cozze a poesia”) esprime un giudizio negativo che, lungi da voler essere un cleuasmo, è più vicino all’intuizione zen che ho trovato rileggendo un libro indispensabile (oggi fuori commercio ma presente in molte biblioteche, per fortuna), ossia I poeti sono impossibili di Alessandro Carrera (p. 84):

Immaginiamo la scena come se fosse un koan. I discepoli si sono riuniti per celebrare l’arrivo di un nuovo maestro. Il maestro compare e per prima cosa dice «Non sono un maestro». I discepoli, risentiti, ribattono: «E allora noi che ci stiamo a fare qui?». Al che il non-maestro risponde: «Se cercate un maestro, la risposta è: niente. Ma se non cercate un maestro, quello che potete fare non ha limiti».

Troppo ho detto di me. A conclusione del post: bene De Angelis. In più: come se la cava il poeta quando introduce il termine “poesia” nelle sue liriche?; aggiungete pure questa cartina di tornasole nel vostro strumentario.

Written by Roberto R. Corsi

30 aprile, 2016 at 18:11

Silvio Perego, Una primavera all’Inferno

leave a comment »

Oggi su Perìgeion mi occupo di un libro uscito lo scorso anno per Lepisma e del quale mi ha colpito la capacità di mimesi, ossia di calarsi quasi anche nello stile della realtà osservata. Si tratta di poesie legate alla primavera araba, e che provano a ripercorrerne ideali, euforia, disincanto, esilio. Più di un esito è interessante!

Leggi l’articolo sul sito Perìgeion: Silvio Perego, Una primavera all’Inferno

Written by Roberto R. Corsi

20 aprile, 2016 at 08:56

Gabriella Maleti (1942-2016)

leave a comment »

coverIeri, a distanza di una settimana dalla sua scomparsa, ho potuto pubblicare su Perìgeion una scelta di poesie di Gabriella Maleti.
Il link all’articolo lo trovate in calce a queste poche mie righe.
Sempre in calce trovate i collegamenti per scaricarlo in formato ebook (qui a lato ne vedete la copertina).
Si tratta di ben 28 29 poesie [grazie a Marco Simonelli per avermi suggerito di includere anche la prima poesia dedicata a “La donna nana”]; la difficoltà della scelta è già indicativa della buona fattura.
Un cospicuo florilegium, non semplice da seguire dallo schermo del pc; perciò ho fatto in modo che chi è dotato di un ebook reader (o un tablet, uno smartphone etc.) possa scaricarsele e portarsele in giro, magari all’aria aperta.

Gabriella era un’amica da circa dieci anni, e, stante la mia poca socialità che si è riflettuta nella rarefazione delle occasioni per vederci, credo che non sapesse che ho molto apprezzato le critiche che a suo tempo operò al mio libro di esordio.
Essenzialmente mi eccepiva il carattere asistematico della raccolta.
Emiliana d’origine, dunque schietta di natura, diceva – con affetto – pane al pane.
Non credo di avere del tutto recepito il suo consiglio, principalmente per motivi temperamentali, ma ci ho molto riflettuto.
In questi giorni ho ripercorso voracemente la gran parte della sua opera poetica, e mi è risultato evidente cosa intendesse. Anche nelle sue opere più speculative, in cui lo slancio lirico svaria e si avvolge quasi a spirale, resta sempre presente una domanda di fondo. Antropologica, per lo più, e duale: parola e silenzio; ricordo familiare e tempo presente; sonno e morte (ipnos e thanatos, d’accordo, ma soprattutto d’après Pessoa); “prima” (modenese, milanese) e “poi” fiorentino; tramonto della vita e smania di vita (nell’ultimo, notevole, Vecchi corpi, uscito digitalmente per LaRecherche solo tre mesi fa).
Ripercorrere in pochi giorni un poetry span di 33 anni (ho preso in esame le poesie dal 1981 al 2014) mi ha fatto toccare con mano il formarsi di uno stile sempre più definito, in cui il nocciolo di cui sopra si è progressivamente cementato entro una crescente consapevolezza musicale e ampiezza lessicale.
Ciao Gabriella, non ti dimenticherò.

Detto questo, ecco i link alla mia scelta di poesie:
Leggi l’antologia sul sito di Perìgeion: Gabriella Maleti (1942-2016). Una scelta di poesie
Scaricala in formato ebook: ePub oppure Kindle (mobipocket).

Altre risorse per chi volesse ampliare il discorso:
il sito personale (dove si trovano altre poesie, anche ante 1981);
i siti delle Edizioni Gazebo e de L’Area di Broca, realtà editoriali per molti anni condotte assieme a Mariella Bettarini.

Molti libri di Gabriella (cinque sui sette presi in considerazione, più uno di fotografie) sono liberamente scaricabili online per intero, presso l’archivio Gazebo o come ebook LaRecherche. I restanti titoli sono acquistabili c/o Gazebo.

Written by Roberto R. Corsi

4 aprile, 2016 at 08:52

Rosaria Lo Russo, Nel nosocomio (su Perìgeion)

leave a comment »

Oggi su Perìgeion esce la mia nota (con una scelta di 9 poesie) al bel libro di Rosaria Lo Russo. Uscito nel febbraio scorso per i tipi di Effigie, rivede e amplia significativamente la precedente edizione del 2011. In esso tutto lo strumentario della “poetrice” mia concittadina si esprime in piena libertà.
Leggi l’articolo direttamente sul sito di Perìgeion: Rosaria Lo Russo, Nel nosocomio

Written by Roberto R. Corsi

2 aprile, 2016 at 09:33

Giorgio Caproni, “Il Terzo libro e altre cose”, nuova edizione.

leave a comment »

la nuova copertina

Intendiamoci: qualunque cosa esca di Giorgio Caproni, qualunque cosa abbia l’effetto di sospingere l’attenzione di pubblico e critica verso questo grandissimo (allo stato della mia conoscenza, come si dovrebbe sempre dire prima di un superlativo, il più grande) del nostro novecento in versi, non può che farci bene.
Però non posso accogliere la recentissima riedizione di questo storico libro della “bianca” Einaudi con entusiasmo, nonostante la fattura delle poesie e di ciò che, dopo quasi mezzo secolo, le accompagna, ossia il saggio in coda di Luigi Surdich e la pregevole cura di Enrico Testa, che stimo e col quale concordo sul giudizio d’ineguagliata grandezza del poeta nel secolo scorso.

L’operazione non vuole, né potrebbe, aggiungere niente di inedito, ma riprodurre “oggettisticamente” – pur con una differente lirica in copertina e con l’aggiunta dell’apparato critico di cui già abbiamo detto – la singolarità di un libro (1968) che da un lato volle sintetizzare l’esperienza in versi fin lì occorsa, dall’altro – anche per il fatto che alcune poesie trasmigreranno ne Il muro della terra (1975) – guardare agli sviluppi dell’espressione caproniana.

I problemi sorgono per chi come me pensa che il tardo Caproni surclassi il precedente. Il tardo Caproni, ossia quello da
Il franco cacciatore, dunque dal 1982, in poi; e qui lasciatemi dire come, in un panorama attuale in cui conta di più se sei ggiòvane della qualità dei versi che scrivi, contemplare un filotto di capolavori scritti dai settant’anni in avanti sia un dato piuttosto consolante!
Questo Caproni surclassa il precedente proprio in quel che annota Testa a proposito del libro di cui stiamo parlando, cioè nel «modo vissuto» di una lingua poetica fatta di continue interrogazioni, esclamazioni, interruzioni e riprese del discorso. Ancillare alla continua, dolorosa e dubbiosa ricerca del Nostro.
Filtrato da queste considerazioni, il libro appare un’uscita debole, perché la componente del Terzo libro direzionata in avanti (cioè verso la compiutezza di questa lingua) è palpabilmente inferiore rispetto a quella retrospettiva.
Anzi: doppiamente debole! in quanto, avventurandoci fuori dall’omnicomprensivo Meridiano con l’intero opus poeticum, non sono state messe in opera – a parte questa – analoghe ristampe di opere caproniane singolarmente prese. Ristampe che per le ultime opere – Il franco cacciatore, Il Conte di Kevenhüller, Res amissa; tutte irreperibili uti singula – non smetto di auspicare. Ma attorno alle quali continuo a respirare un quantomeno vago sentore di embargo, come già scrissi in occasione del centenario. Non essendo in me ancora venuta meno, a distanza di un quadriennio, la mestizia per questo paese suscitata dalle esternazioni del figlio Attilio o dal contestuale articolo de L’Avvenire (ho già detto quel che penso al link qui sopra). O ancora dagli incontri letterari che scaturirono nella mia città in occasione della ricorrenza, tutti “Genova e ammòre” e nessuno orientato sul «lucido e rastremato e geometrizzante poeta del vuoto e del nulla», citando ancora l’ottimo Testa.
Haec tempora, haec Italia. Nondimeno, ammetto che tutto ciò m’indisponga; e ammetto di vedere anche la riesumazione di questo Terzo libro, e non d’altro, in questo cono d’ombra.

Un progetto, in conclusione, che ha sicuramente la sua importanza “archeologica”, che consiglierei allo studioso però non al neofita né, soprattutto, a chi punti al Caproni più potente. Meglio, per costoro, conservare i soldi per acquistare il meridiano. Qualche risparmio aggiuntivo e la vista che si schiuderà sarà immensamente più estesa e ammaliante. 

Written by Roberto R. Corsi

23 marzo, 2016 at 19:21

Viola Amarelli, L’ambasciatrice

leave a comment »

Ho a lungo posposto una recensione all’ultimo libro di poesie di Viola Amarelli, L’ambasciatrice, rinviandovi, se ricordate, a quanto aveva scritto Francesco Tomada su Perìgeion. Con la mia imperdonabile lentezza (mi risolvo ora che è imminente l’uscita di un nuovo libro di Viola) ho però quantomeno guadagnato maggior accuratezza di cronaca, potendo esultare perché dopo l’edizione cartacea del libro (Sartoria Utopia), esaurita quasi all’istante, è ora liberamente scaricabile la seconda edizione in free ebook presso Smith&Laforgue

ViolaAmarelli

L’A. (img via CarteggiLetterari)

Pochi Autori sanno dare ai loro versi una connotazione sapienziale come Viola, che come sempre punta il suo sguardo verso la necessità di ricondurre la realtà alla sua dimensione semplice e organica, predicando distacco, demistificazione, “emanciparsi dall’incubo delle passioni” (cit.), capovolgimento di prospettiva: a un livello superiore di comprensione, ma di sesto grado nella messa in pratica, «la vita è l’arte di essere perdenti», si legge in en plein air.
Uno sguardo certamente imbevuto d’oriente perché lo stesso atto della scrittura è concepito come un mandala la cui percezione scorre parallelamente alle pagine: il libro è compreso tra un’apertura ostica all’eventualità stessa del disporsi in poesia «Troppo difficile da dire | E tu non dire» e una quasi chiusura (Fama: «in fondo | a margine | sotto | una postilla – et alia – | cancella anche quella») in cui sembra di poter sfiorare la mano che pone nel nulla (la stessa illusione de) la creazione. Per poi ricominciare? Probabilmente sì.
Le sezioni del libro fluiscono, ciascuna nella propria originalità di argomento e stile. Quella che dà il titolo all’opera ha un impianto maggiormente narrativo, presentandoci l’intreccio tra più personaggi femminili (uno dei quali traduce Rumi, poeta ovviamente molto vicino alla inclinazione di Viola).
Ma a lasciare il segno sono soprattutto le parti in cui la scrittura procede per brevi tratti, per frammenti a volte aforistici a volte lirici.
Indicherei i migliori risultati nella sezione io scrivo te, rivolta a decostruire e a squagliare nel reagente del sarcasmo e dell’ironia – che pure «non salva» – il desiderio di fama letteraria e le storture comportamentali, i calcoli cui inevitabilmente porta. Questa gara d’ambiziosi cui quotidianamente, come poeti d’argine e margine, si assiste. Quando è sempre più chiaro che «non abbiamo niente, niente da dire».
Più ancora, nelle stanze amorose che precedono, dove l’amore è fotografato nel momento panico de la liberazione da esso, in una poesia memorabile:  

Per tutte le stelle, per gli orli dei lampi
e il fischio dei venti, un grande miracolo
la viva apertura
la gioia che è risata, sentite,
ascoltate voi saraghi al mare,
antilopi all’erta e cervi volanti,
pistilli e rizoma, ramaglie e anche humus,
la liberazione – io non l’amo più.  

e ricondotto alla sua immediatezza, in fondo salvatrice, di impulso erotico (vecchiaia; Teresa ex depressa).

Pur essendo pienamente in possesso dello strumentario poetico, giocato in molti passi anche qui tra citazioni cólte e variazioni enigmistiche, la poesia di Amarelli attinge il suo valore dall’antiretorica, dalla capacità di scrostare, senza alcuna animosità (o forse con animosità controllata quando si parla di poeti), il mondo dalle sue costruzioni, istintive (trahimur omnes studio laudis) o culturali che esse siano. In questo senso, nonostante (o forse grazie a) la comunanza di elementi con l’approccio buddista, mi preme definirla come una poesia assai lontana dal mistico, poiché punta le sue fiches su ciò che realmente è, sulle nudecrudecose (per citare un titolo passato), senza rivestimenti.
“Leggete le poesie di Viola e vi ci fidanzerete (cit. Leopoldo Attolico)”

Written by Roberto R. Corsi

19 marzo, 2016 at 19:52

Giulio Maffii, Il ballo delle riluttanti

leave a comment »

il mio primo articolo per Perigeion…

perìgeion

maffii_tn


di Roberto R. Corsi

“Debuttanti”, “riluttanti”, ma anche “ributtanti” (p. 36). Su questo agevole calembour Giulio Maffii ha costruito il titolo di un libro di poesie, Il ballo delle riluttanti, confezionato non convenzionalmente (formato a5, pagine in carta da zucchero) e in sole cento copie da Lamantica Edizioni. Giovanni Peli, compositore e poeta qui in veste di editore, sottolinea nell’introduzione l’attenzione per l’elemento musicale; attenzione a più livelli e, per quel che mi riguarda, comprovata nel momento performativo, durante un recente e affollato reading cui ho assistito il mese scorso. Mi limito qui ad accennare alla “stereofonia” del libro. Esso vede protagonisti da un lato il re d’Inghilterra Giovanni Plantageneto “Senzaterra” nell’atto di recarsi (1206?) nella città di Angers onde rivendicare i propri possedimenti francesi (carattere corsivo, pagine dispari: dunque “canale destro”, se volete); dall’altro un non meglio precisato nostro contemporaneo, invitato a un ballo di debuttanti che avverte come…

View original post 603 altre parole

Written by Roberto R. Corsi

29 febbraio, 2016 at 11:35

declaiming / reclaiming: Claudia De Venuto

leave a comment »

il 24 gennaio 2015 Claudia De Venuto, poeta e performer fiorentina, mi spediva la sua lettura della penultima poesia ne L’indegnità, ossia i due quadri dall’Odissea. Siccome il titolo della raccolta non l’ho scelto per caso, non mi sono sentito degno di un tale dono fino a ieri. E ascoltarlo è stato bellissimo. Ve lo ripropongo tel quel, con la sola aggiunta di 5 secondi di pausa tra i due quadri, che sono strutturalmente autonomi.

 

Ode ognun come (per Claudia ma anche per Christian, nel post precedente a questo) i risultati siano nettamente migliori rispetto al pappagallo annaspante nel vino che ha nome “voce di RRC”. E ciò si riflette sul giudizio per i miei testi, che ne escono “rivendicati” (ecco il reclaiming) alla poesia. Questo è alla radice della mia ritrosia a operare reading; quando ne opero uno e torno a casa, i libri si animano e mi colpiscono alla tempia con gli spigoli, in segno di velato rimprovero.
Molto meglio se mi leggete voi. Per cui, se un giorno vi sentirete ispirati, mandatemi un audio (formato ad libitum). Se sarà ben reso e portato lo caricherò sul mio soundcloud e vi rimborserò inviandovi un libro di poesie propriamente dette (altrui).
E grazie Picchia:)

Ah, dice: ma da dove leggo, visto che i tuoi libri son pressoché introvabili (e quelli trovabili costano)? Puoi partire da qui per le Cinquantaseicozze (scorrendole dalla prima) e da qui per quanto di meglio le ha precedute.

Written by Roberto R. Corsi

26 febbraio, 2016 at 09:55

Marco Simonelli, “Il pianto dell’aragosta”

with 3 comments

Leggendo la poesia che dà il titolo a Il pianto dell’aragosta di Marco Simonelli mi è venuta in mente la scena madre di un film di Kieślowski (non lo nomino per attenuare lo spoiler): un uomo appena colpito da una disgrazia si reca in chiesa a pregare ma più che altro a dar sfogo alla disperazione, ed ecco che la cera della candela che tiene in mano gocciola e si rapprende sotto gli occhi di un’immagine sacra. Sono lacrime dai piani alti? È semplicemente un fatto casuale? La sceneggiatura non scioglie il dubbio, ma l’attenzione alla tematica del caso e del destino in altri capolavori del grande cineasta sembra avvertirci che la nostra vita emotiva si gioca spesso sul soppalcare di sentimentalismo o addirittura di sacralità una realtà fredda e interpretabile ex se. Parafrasando Occam, affectus non sunt multiplicandi praeter necessitatem.
E così, più scopertamente, l’aragosta del poeta fiorentino (pp. 15-16): «Si dice che al contatto con la morte/ emetta un grido, strilli,/ un pianto disperato, stile supplica./ Ma si tratta solamente del vapore/ che schizza, fuoco fatuo// tra polpa e carapace». “Rasoio Simonelliano”, lascia campo libero a una tinta forte che permea copertina del libro e tutta questa prima parte: tagliente osservatorio di crudeltà, spesso incentrato sul rapporto uomo-animale.
Mi avvicino a questo libro dell’ottobre 2015 in parallelo con Firenze-Mare, raccolta inserita nell’undicesimo quaderno Marcos y Marcos (almeno in parte, antologica: due poesie che citerò provengono da L’estate sta finendo e si possono leggere sul sito dell’Autore). Nel raffronto mi sembra di cogliere, nei versi citati sopra, una sorta di manifesto programmatico a tutto tondo per Il pianto: il movimento a sottrarre, a de-saturare la tavolozza.
Ci sono, è vero, analogie evidenti tra le due letture: per citarne solo alcune, l’occhio spento delle cèe anticipa il pianto del crostaceo; il grande affresco di Anna a Torre del Lago fa il paio con Sapore di mare (pp.33-37); culminando con Prove tecniche di pianto, poesia presente in entrambe le uscite (qui a p. 46). Ma la sensazione non è quella di una mera continuazione del discorso: ne Il pianto dell’aragosta Simonelli sembra voler, almeno parzialmente, smontare o abbassare il soppalco cui mi riferivo, sfoltendo un po’ – che è lungi dal sopprimerlo – il proprio mirabolante e accattivante bagaglio di riferimenti culturali ad amplissimo raggio e vario spettro; con ciò riposizionando la propria verve in rapporto a un’ironia più affilata e una malinconia più pronunciata (l’ultima parte, un “farsi aragosta” immedesimandosi con una dinamica per inversionem: qui è l’Autore stesso, non la realtà oggettiva, a vanificare il proprio concreto pianto nascondendosi In bagno, p. 48).
A mio avviso la scommessa è vinta; per premio una consolidata maturità.
Scorgo un esempio per me plastico del “movimento a sottrarre” nella poesia dedicata a Massimiliano Chiamenti, Ora di chiusura (pp. 38-41): l’incontro interdimensionale si apre già sotto il segno del «gelido distacco»; il plug-in dell’ironia colta (Orfeo o Enea) e del pop (i vampiri di Twilight) viene – pur dopo una citazione di Battiato – scartato e bollato come «umorismo patetico e importuno»; cade soprattutto ogni velleità di costruire un impianto escatologico sopra la narrazione («Io non ho voglia di chiedergli se là…»), giungendo così l’interazione a una semplice evanescenza, un fade out che prepara ed esalta il durissimo finale:

Lo specchio del bancone riflette solo me
insieme alle bottiglie. Guardo il tavolo,
i cerchi concentrici del legno
e penso all’albero,
allo sforzo di piantarsi con un ramo
la scure dentro il tronco.

Per terminare coi miei rilievi, la componente “ora di chiusura” in cui «sembra tutto più lontano» è presente anche in Capodanno (pp. 44-45): qui pure l’attenzione del poeta si sofferma e lavora su una sottrazione, che è il mancato incontro di due mani: «osservo la tua mano che scorre la ringhiera// e intanto cerco l’arancio/ del pulsante che ripristina la luce/ qualora il buio scattasse all’improvviso». L’effetto è quello di contrapporre, nel gesto della mano che cerca l’interruttore, lontana da quella del compagno che scende le scale in fretta, la componente del distacco e quella della premura, rendendo incerti su quella prevalente.

[Marco Simonelli, Il pianto dell’aragosta, Napoli: Edizioni d’if, 2015, pp. 53]

Written by Roberto R. Corsi

29 gennaio, 2016 at 13:11

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 1.347 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: