Roberto R. Corsi

Di poesia e di letteratura, dal 2006. Se continua così, il contatore accessi giornalieri va in negativo, ma fa lo stesso.

Archive for the ‘autopsia della poesia’ Category

#56cozze: (grafico a) torta di compleanno

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Domenica scorsa i “mitili noti” a chi frequenta questo blog han compiuto tre anni. Traguardo che, a una lettura superficiale degli accordi, ho pensato a lungo coincidesse con la loro data di scadenza; invece il contratto prevede il rinnovo tacito, e dunque via così almeno per un altro po’. Oltretutto, la reperibilità nei bookshop online è, a distanza di questi anni, ancora piuttosto soddisfacente.

L’orazione funebre sarebbe stata, nel caso, un piagnisteo sulla scarsa fortuna del libro. Pure qui devo rivedere il giudizio, grazie alla statistica.
Dovete sapere che, in particolare in primavera-estate 2015, ho regalato qualche copia, tenendo traccia dei destinatari; in aggiunta, mi sono annotato chi via via mi faceva sapere di averlo addirittura acquistato (luv’ ya, folks).
Per questo 13 maggio ho deciso di “fotografare” stati-sti-camente la situazione delle reazioni.
Sul mio taccuino c’è una somma di 112 record. Detratte le copie per non esperti (parenti e amici), cui non potevo certo chiedere di profondersi criticamente, direi che 92 “addetti ai lavori” hanno certamente con sé le mie poesie. Li ho divisi piuttosto empiricamente e secondo le aspettative specifiche che avevo per ognuno di loro.
Conteggio: 57 sticazzi (rosso); 1 stroncatura (giallo); 34 prese d’interesse (verde).

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(nota: la somma automatica fa 100,1%: il classico ottimismo oltreoceanico o l’inflazione?)

La percentuale di disinteresse è del 60% circa. Tre persone su cinque se ne sono un po’ sbattute, con sfumature varie che vanno da una non troppo educata mancata conferma di ricezione alla classica promessa di occuparsene.
Però, nonostante la canzone If Six Was Nine di Jimi, una percentuale di sticazzamento del 60% è molto lontana dal 90% dei miei film vittimistici.
A fronte di ciò, ben due persone su cinque ne hanno invece scritto pubblicamente o privatamente, o mi hanno sostenuto con continuità in vari modi “sovraperformanti” rispetto a ciò che mi aspettavo da ciascun* di loro.
A sé sta una singola stroncatura che ho ricevuto privatamente, ma che devo dire fa comunque poco male, considerando il tempo dedicatomi e, credo, la voglia di trasmettermi una critica costruttiva. Tendo dunque a unire il color giallo al verde piuttosto che al rosso; proprio come (ahimè) va politicamente di moda. Anche se chiaramente, ove si considerasse il disinteresse una sorta di “ti stroncherei ma non ne ho voglia / non voglio flame / non meriti manco la fatica”, il giallo andrebbe messo di là. Balla comunque solo un 1%.
Fine, prima che mi chiediate di “uscire” i nomi!

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Written by Roberto R. Corsi

15 maggio, 2018 at 08:00

Quando, esattamente, i bambini iniziano a pensare di odiare la poesia?

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Chris Harris | Photo: Cliff Lipson (CBS) via publishersweekly.com | Fair use intended

Forse perché la poesia, così come la conosciamo, sta morendo, o piuttosto mutando in qualcos’altro, forse per qualche diversa ragione, mi sembra d’incontrare una sempre maggiore presa di attenzione, quasi “autoptica”, al cosiddetto odio per la poesia. Dalla famosa sovrimpressione in un intermezzo de La grande scommessa, al titolo e al contenuto del gettonato libro di Ben Lerner uscito in Italia lo scorso anno. Ora su LitHub un noto autore e commediografo che scrive anche libri per bambini e ragazzi, Chris Harris, s’interroga sul quando e sul perché nasca quest’odio (il quale, secondo me, quando il fanciullo diventa adolescente e adulto, si forma via via come odio per la figura del poeta piuttosto che per le poesie: ne parlo recensendo Lerner al link sopra). Il titolo mi ha attirato e ho tradotto il pezzo, per scoprire che questo, a parte la “puntina” di autopromozione, potrebbe essere parecchio condensato attorno all’idea di libertà di sperimentare, allentando la briglia delle regole e dell’apparato. Allentamento che vedo pure io come progetto interdisciplinare (valido per es. anche per l’ascolto da parte degli adulti della musica del novecento, a mio minoritario avviso).
Deduco, per brevità, solo che, in contraddizione con lo stile dei loro poeti contemporanei preminenti (vivaddio più autoironici e meno seriosi di quelli al di qua dell’oceano), gli Americani esagerano con la didattica poetica per bimbi e fanno loro ‘na capa tanta. Poi deduco che esagerano particolarmente con gli haiku, suppongo snaturandoli (entrambe le cose avvengono anche qui). Infine deduco che dovrebbero conoscere e invitare Annalisa Macchia, brava poeta e insegnante che a queste posizioni e metodi è arrivata da quel dì. Dài, Annalisa, Get your feet on Route 66!

A voialtri, buona lettura.
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QUANDO, ESATTAMENTE, I BAMBINI INIZIANO A PENSARE DI ODIARE LA POESIA?
Chris Harris, autore di “SONO NEGATO PER LE RIME e altre sciocchezze per discoli e bamboccioni”, riflette sul tema “insegnare ai più giovani come scrivere in versi”.

26 Aprile 2018, Chris Harris per Literary Hub.

VI PREGO VI PREGO VI PREGO VI PREGO VI PREGO
VI PREGO VI PREGO VI PREGO MENO HAIKU
VI PREGO VI PREGO VI PREGO VI PREGO VI PREGO

Poiché aprile negli Stati Uniti è il Mese Nazionale della Poesia, ho passato le ultime settimane a parlare alle classi elementari. A ogni tappa, leggo poesie tratte dal mio libro per bambini e da altre parti, sudo in quantità eccessive per un esperto conferenziere e provo a trasmettere il mio entusiasmo per la poesia a bimbi diversi dai miei, che hanno già sofferto abbastanza nel corso degli anni. Inoltre, chiedo agli studenti se di recente hanno svolto qualche attività correlata con la poesia. Fino a oggi, c’è una sola risposta che io abbia sentito in ogni singola scuola. Esatto: gli haiku.

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Written by Roberto R. Corsi

29 aprile, 2018 at 20:12

ebook gratis: L’oracolo della pizza (poesie 2015-2017)

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(img di frontespizio)

L’oracolo della pizza è la sezione centrale di una raccolta più grande dal titolo Grafite bianca, le cui poesie spaziano dal gennaio 2015 all’agosto 2017. Alcune bozze (incomplete) sono circolate e hanno ricevuto attenzione in rete, con scelta di poesie, su Imperfetta Ellisse e Carteggi Letterari: ringrazio Giacomo Cerrai, Giulio Maffii e anche Andrea Cati per il loro apprezzamento. Il resto è quasi tutto inedito.

Il titolo deriva dall’esortazione, rivoltami quasi cinque anni fa da un noto poeta, a “tornare (?) a fare le pizze”. Mi ero permesso di criticare sul mio blog – penso educatamente – il semplicismo delle sue poesie, edite da una major. Alcuni anni dopo, mentre lui bissa l’uscita con lo stesso megaeditore, io invece perdo ispirazione e altrui attenzione: l’invito di allora assume dunque un valore oracolare. Gli antichi greci avevano la Pizia, qui invece siamo low budget e recepiamo l’esortazione dal lato cartaio (la Pita è l’asso di denari nelle carte piacentine) e consumatore di pizza ovviamente.

(…) Completa la raccolta un pugno di poesie dalla prima e terza sezione.

[dalle Note]

***

Scarica gratuitamente L’oracolo della pizza:
formato ePUB: clicca qui (odpizza.epub)
formato Kindle: clicca qui (odpizza.azw3)
formato PDF (rispetta l’ambiente: non stampare, se puoi): clicca qui

© Roberto R. Corsi. Opera protetta con marcatura temporale.
Il contenuto è redistribuibile sulla base della licenza CC BY-NC-ND 4.0 : condividi senza modificare, con finalità non commerciale e attribuendomi correttamente ed espressamente la paternità (anche un link a questo post o sito è gradito).

 

Written by Roberto R. Corsi

25 marzo, 2018 at 10:13

Cinque risposte per L’Area di Broca

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Il prossimo numero de L’Area di Broca, prestigioso Semestrale di letteratura e conoscenza diretto da Mariella Bettarini, di cui vedete a lato l’ultima copertina, si sta delineando come questionario sulla / termometro della poesia, su cosa resti della sua funzione, su dove stia andando.
Ho dato di getto il mio personale contributo, spero sensato; lo potete leggere a questo link. Ringrazio di cuore la redazione tutta.

Mi “automonetizzo” (money quote), cioè pubblico un estratto:

l’esordiente si forma in primis come lettore, o almeno si spera, e qui vengono le dolenti note: presso il lettore sembra aver fortuna solo una poesia “vivente” anche talentuosa, ma sempre di impianto molto consolatorio; basata su un ubiquo e anestetizzato richiamo alla “Bellezza” e su una spiritualità quasi new age o religiosità spicciola; poesia spesso aforistica, salottiera, precettistica, a volte cabarettistica ma senza il tragico di fondo. Amo dire provocatoriamente che l’idea diffusa di “poesia” va a sovrapporsi pericolosamente con quella di “biscotto della fortuna”. Gli editori, anziché rieducare alla messa in discussione delle certezze individuali che ogni buon libro dovrebbe favorire (cfr. Kafka, Cioran), santificano la finta innocenza del lettore-consumatore in nome delle aspettative di ricavo, in definitiva ammannendo al lettore solo ciò che vuole sentirsi dire. Parallelamente, c’è il sospetto che molte scelte editoriali siano ormai operate sul numero di contatti e like che il poeta ha sui social, più che sulla qualità della proposta. In pratica, su quanto il poeta può vendere. È il mercato, baby: via con altri biscotti della fortuna! Non succede solo in Italia ma anche oltreoceano.

Il dibattito è aperto (Acciai Baggiani, Pettinari… anche i vostri contributi verranno letti e magari ospitati, su carta o in rete).

Written by Roberto R. Corsi

15 gennaio, 2018 at 23:06

Quadrofenìa dello scrittore: L’era dell’autopromozione permanente secondo Andrea Inglese.

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Rembrandt, Boas und Ruth, 1637-40. Berlin, Kupferstichkabinett der Staatlichen Museen (wikimedia, pubblico dominio)

Raramente, di fronte a un approfondimento che mi piace, scelgo queste pagine come mezzo d’inoltro: forse anche per pigrizia, lo ribatto semplicemente sui social più sensibili alla materia (es. per la poesia, fb e g+; meno tw e in) e attendo eventuali vostri commenti. Oggi invece coinvolgo persino questo libro giornale di fronte a un’analisi, quella di Andrea Inglese, di rara completezza ed efficacia. Il pezzo è uscito ieri su Nazione Indiana e fa parte di un dossier a più mani presente sul numero 68 di Nuova prosa.
Inglese, poeta saggista e traduttore, mi trova spesso d’accordo sulle sue prospettazioni (per esempio qui, per un certo periodo; poi, alas, la mia svolta cozzara).
Non tutte le tematiche sono ovviamente nuove, ma quello che mi colpisce è come l’Autore abbia saputo condensare in pochi periodi tutta la felice insensatezza del lavoro (spesso non retribuito) di scrittore e, naturalmente e con insensatezza ancora maggiore, del poeta. Con risvolti psicologici e verosimilmente psichiatrici dati dal diffuso senso di colpa e dalla “tripolarità” per cui la scrittura e la ricerca sono compresse anzitutto dal “lavoro vero” (ossia quello qui dat panem) e poi dall’autopromozionalità 24/7, sorta di bufera infernal che mai non resta e che – attraverso il coinvolgimento attivo e passivo – fornisce quell’endorfina, quell’illusione di who’s who con l’effetto psicotropo di alterare la percezione corretta delle grandezze in gioco e renderci perseveranti (oltre che di farci sentire vivi in un’epoca di grande incomunicabilità ed emarginazione, ciò che forse è il carburante più puro della gran ruota).

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Written by Roberto R. Corsi

5 dicembre, 2017 at 18:57

Contrappasso Jannacci (in loving memory)

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Ridevo quando l’autoradio,
Imitando Joe Cocker, meleggiava quei “Poveri
Cantautori, che per vendere i dischi
Se li compran da soli”;

Poi, poeta (?), giù a firmare
Contratti d’edizione (?) a pagamento
O a comprarti le copie (che “è normale,
Lo fanno tutti, però meglio se taci”).

[inedito – oggi]

Wikipedia – Pubblico Dominio

Written by Roberto R. Corsi

8 ottobre, 2017 at 08:30

Ben LERNER, Odiare la poesia

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7486-3Inizierò questa recensione al libro di Lerner, che probabilmente diventerà essa stessa prolissa ed “esecrabile”, con un’analisi del titolo, che non trovo particolarmente adeguato né nel verbo né nell’oggetto.
Nonostante il precedente della sovrimpressione aforistica comparsa in un film recenteTruth is like poetry, and most people f…ing hate poetry – mi sembra più appropriato dire che la poesia ex se, come testo, induce più all’indifferenza che all’odio. A passare oltre. Quindi I hate it, proprio come I love it, andrebbe depurato dall’enfasi americana. Se si desume l’odio verso la poesia dagli scarsi risultati di vendita o interesse, perché nessuno scrive un saggio “Odiare il racconto breve” che soffre la stessa crisi? Non si odia la poesia; semplicemente ci si dà su, magari esternando un qualche tedio di passaggio. E la volta successiva si eviterà accuratamente lo scaffale poesia (manco a farlo apposta, bellamente vaporizzatosi in una mia libreria di riferimento).

Se “odio” c’è, esso riguarda non il testo ma il suo autore, ossia la figura del poeta. Il titolo quindi è da correggere o meglio da intendere come una metonimia. Non a caso il libro di Alessandro Carrera, che cito spesso e che ancora considero il migliore dei demotivational/motivational a tema in cui mi sono imbattuto, ha come titolo “I poeti sono impossibili. Come fare il poeta senza diventare insopportabile”.
In questo senso trovo ancora insuperata, in chiave di esegesi dell’odio, la definizione di Robert Musil nel suo Discorso sulla stupidità del 1937, contenuta proprio in Carrera (con parafrasi di quest’ultimo): il poeta è colui che a nome dell’umanità c’informa che fuori c’è il sole e il pranzo è stato di suo gusto. Di qui l’atteggiamento di reazione.
Nell’ideale cocktail di hatred verso il poeta non andrà poi taciuta la componente “interna”, presenzialista e conventicolare, del costui; né la componente sociologica, erga omnes – questa, devo dire, ben individuata da Lerner lungo il libro. Componente ravvisata già da Platone ne La repubblica, ma anche nelle tesi ottocentesche di Thomas Love Peacock per cui, con l’avanzare della civiltà, la scienza ha superato la poesia, anzi ne ha preso il posto. Componente che fa sì che il comune sentire schiumi contro l’assenza di utilità politico-sociale del poeta; inutilità la cui cartina di tornasole è la mancanza di controprestazione economica. Tutti, di fronte a qualche affermazione poetica, siamo stati invitati almeno una volta a “cercarci un lavoro vero”; tutti ci siamo adattati a fare i poeti part-time, i “ragioniere e poeta” (absit) o qualunque altra mansione e poeta; e ormai – giusta anche un messaggio mediatico emolliente su cui torneremo in futuro – ce ne rallegriamo pure, sulla scorta del cane di Mustafà. Nonostante la nostra acquiescenza, la malevola esortazione a entrare nel ciclo produttivo torna a galla ogni qualvolta si cerchi di sottrarre la poesia a una sua funzione “ricreativa”, di “mera decorazione del tavolo del potere che la tiene in ostaggio” (qui cito Adrienne Rich). Una questione complessa, da rinviare ad altra rimuginazione per non deviare troppo.

Il libro di Ben Lerner, che in realtà è quasi nella sua totalità un’ininterrotta lectio di 80 pagine, adiuvata solo da sottotitoli ai margini laterali (per giunta non sempre posizionati correttamente), non manca di individuare spunti soddisfacenti non solo in tema di vanitas del “poeta pubblicato”, ma soprattutto in tema di relativismo, o quantomeno dinamismo, del “canone” (sostanzialmente inteso).
Nella sua trattazione, Lerner analizza alcuni poeti a lui più o meno congeniali, passando per Walt Whitman, John Keats, Emily Dickinson (la migliore e la più centrata, col suo definire l’arte poetica “to dwell in possibility“), Claudia RankineAmiri Baraka e altri; introducendo perfino – in un passo che era stato anticipato dai lit-blog – la poesia “atroce” di William Topaz McGonagall. L’analisi punta ad affermare che un canone di “poesia Ideale” non esiste, perlomeno in chiave di risultato. Non possiamo spingerci troppo in là nel biasimo del poeta atroce (un punto già toccato anche da Carrera), né nel visibilio per i massimi esiti. Parallelamente, si possono censurare a sazietà gli eccessi dell’io lirico e della poesia contemporanea «per non essere riuscita a realizzare la fantasia dell’universalità», ma allo stesso tempo «i detrattori dovrebbero smettere di far finta che una qualche poesia sia mai riuscita a parlare efficacemente per tutti» (p. 65). Salva forse l’opera di Whitman, peraltro non contemporaneo, il suo tentativo di «abitare tutto» (p. 64).
In queste sue tesi, l’A. mi trova completamente d’accordo.
Da un lato infatti – vedi il mio intervento di giovedì 11 – concepisco l’equilibrio (anche lo squilibrio) tra io lirico e dimensione collettiva dello scrivere come qualcosa di dinamico che ognuno “fermerà” dove crede, come una molletta fissata ad arbitrio in un punto qualsiasi di un filo da bucato.
Dall’altro lato, concordo sul fatto che ciò che ciascuno di noi ricerca o vede nella poesia è troppo variegato per operare una reductio ad unum.
In buona sostanza il succo di questo libello potrebbe essere rappresentato con quanto espresso riassuntivamente a p. 74:

Sotto il termine «poesia» si raccolgono una serie di richieste interconnesse: quella di sconfiggere il tempo, di fermarlo con grazia; di esprimere l’individualità in un modo che possa essere riconosciuto socialmente o, come in Whitman, di raggiungere l’universalità diventando irriducibilmente sociali, non più persone ma tecnologie nazionali; di sconfiggere il linguaggio e la scala di valori della società esistente; di proporre una misura del valore che vada al di là del denaro. Ma una cosa che tutte queste richieste hanno in comune è che non potranno mai essere esaudite dalle poesie materialmente esistenti.

Fin qui il buono del libro.

Durante la lettura, però, ho trovato anche diversi spunti che mi hanno convinto poco, forse perché immersi in un environment poetico, quello americano, molto diverso dal nostro.

Il difetto principale del libro mi sembra quello di confondere l’effetto con la causa. Il fatto che «non esistono poeti [contemporanei, suppongo] che siano famosi per la gente comune» (p. 17), o che «nessuno sa fare il nome di un poeta o citare qualche verso» (p. 23) non è un postulato euclideo da cui dedurre i caratteri della poesia ma – almeno a mio avviso, e almeno in Italia – il risultato di una più o meno consapevole operazione politica culturale e mediatica che ha privato anche le ultime vestigia poetiche da ogni possibilità di engagement (penso alla trasmissione Poeti in gara, che nel 1989 faceva un audience di 500mila spettatori – sì, avete letto bene).
Lo stesso Lerner cita (a p. 41) un saggio del 1825 in cui «il riformatore sociale Olinde Rodrigues sosteneva che gli artisti fungono da avanguardia del popolo perché “il potere delle arti è il modo più immediato e rapido” per ottenere riforme sociopolitiche». L’affermazione può ben dar luogo oggi a scetticismo e perfino a ironia, ma deve essere oggetto, e prima o poi lo sarà, di una riflessione storica e sociologica. Su come siamo arrivati qui in basso, ad imum.

In generale, si respira lungo il libro una certa simpatia per la dimensione lirica e individuale della poesia, all’occorrenza rifugiandosi nell’ortodossia prosodica per bollare come «qualcosa di più simile al giornalismo o all’oratoria» quel verseggiare lunghissimo che, da Leaves Of Grass in avanti, ha attecchito profondamente oltreoceano e che spesso è ancillare alla poesia lato sensu “sociale”.
Una predilezione autoriale è naturale e legittima. Però, per chi sta monitorando il sommovimento fortissimo con cui le arti americane, tra cui la poesia, stanno rispondendo all’ascesa al potere di Donald Trump e alle sue politiche, coinvolgendo a quanto sembra una vasta fetta di pubblico,  il libro  – nel suo scetticismo verso una poesia che possa muovere la cittadinanza indistintamente intesa – apparirà “nato vecchio”, e Lerner un miope osservatore o quantomeno un cattivo profeta, luckily.
Infatti in America, al tempo presente, i poeti si nutrono particolarmente di attualità, e sin da gennaio è in atto una vera e propria fiammata di militanza poetica, intesa in senso forte, con frequentatissime maratone di lettura pubbliche e grossi nomi della poesia americana come loro protagonisti. Maratone su temi sensibili, per esempio in reazione al militarismo del governo, o contro la costruzione di muri ai confini, o contro la dismissione delle priorità ambientali, o contro il paventato taglio alle spese sanitarie e alle risorse per la ricerca scientifica. La kermesse su quest’ultimo tema, The Universe In Verse, con lettura di poesie per la scienza, è avvenuta a Brooklyn il 24 aprile scorso ed è stata un successo trasmesso anche in diretta streaming.
Una poetessa illustre, Jane Hirshfield, ha detto di recente al New York Times: «Poems are visible right now, which is terribly ironic, because you rather wish it weren’t so necessary. When poetry is a backwater it means times are O.K. When times are dire, that’s exactly when poetry is needed». Le fa eco la scrittrice afroamericana Toni Morrison: «This is precisely the time when artists go to work».
Per un approfondimento su engagement e azione, oltre a quanto linkato sopra, cfr. portali come Scoundrel Time (su cui ci eravamo già soffermati in febbraio), ed esplorane poi la sezione dei link.

[“La poesia scorre in sottofondo quando va tutto bene…”
Usando questo termometro, evidentemente in Italia, in politica e società, va tutto bene, è tutto meraviglioso! Perché i poeti sono quasi tutti tranquilli nell’ovatta della loro sfera lirica individuale. Ma questa è un’altra storia.]

6/10
Ben LERNER, Odiare la poesia, traduzione dall’inglese di Martina Testa, Palermo: Sellerio, 2017, pp. 83

Chiude Matisklo edizioni

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Una brutta notizia. Matisklo, editrice di poesia virtuosa NON a pagamento (NOEAP), prima di soli ebook e poi anche di libri cartacei, cessa ufficialmente la sua attività.
Matisklo aveva nel tempo lanciato voci poetiche importanti quali quelle di Carlo Molinaro ed Eleonora Rimolo (dell’ultimo libro della quale spero di parlarvi a breve).
Poco altro da aggiungere, se non un grazie per il lavoro svolto e in bocca al lupo per i vostri prossimi progetti…

Leggi il comunicato direttamente sul blog Matisklo

Written by Roberto R. Corsi

13 marzo, 2017 at 19:50

Ten Years Gone

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Consentitemi la romanticheria.
Oggi, martedì 28 febbraio 2017, scoccano i dieci anni dall’uscita in stampa della mia prima raccolta di poesie,
L’indegnità a succedere.
È da tempo nelle intenzioni, ma la data non è ancora stata fissata, un incontro in occasione del quale parlerò di quel libro e quell’esperienza insieme all’editore Paolo Codazzi, in un pomeriggio dedicato alle edizioni Esuvia, “scuderia” della quale la raccolta ha fatto parte. Uso il passato prossimo perché l’attività di Esuvia è sospesa, ed è un peccato; hai visto mai che questo incontro, nell’ambito di un ciclo per il trentennale della rivista-madre Stazione di posta, possa ringalluzzirla?
Vi comunicherò i dettagli dell’evento appena ne avrò conferma.

Senza girarci troppo intorno.
Per me questo volgere del decennio perfeziona un giudizio prevalentemente negativo sulla qualità della mia poesia, sulla sua recezione, nonché sull’avvedutezza di alcune mie scelte.

 

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recezione critica/1

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recezione critica/2 (Bologna)

È dunque necessario un punto. O piuttosto servono tre puntini di sospensione.
Ho “chiuso” e dato la forma definitiva a due raccolte che mi stanno a cuore, scritte dal 2015 in poi.
In attesa di (molto eventuali) prese d’attenzione qualificate e serie verso la mia poesia, cercherò di privilegiare la riflessione e lo studio alla pubblicazione impulsiva delle mie poesie più recenti.
Manterrò invece vigile la mia attenzione, qui come su Perìgeion, su quanto scrivete voi.

 

Written by Roberto R. Corsi

28 febbraio, 2017 at 08:20

sempre [con]corsi e mai non giunsi al fine: Bookblister vs. concorsi letterari

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ci sono articoli che, per lucidità di analisi e corrispondenza col mio sentire, non necessiterebbero di alcuna aggiunta: come quello in cui mi sono imbattuto ieri, a firma Chiara Beretta Mazzotta, sul suo noto portale Bookblister.
Qui il link all’articolo, link che vi consiglio caldamente di seguire.
Nel breve spazio di un post, Chiara disseziona l’alluvione di concorsi letterari secondo poche e corrette idee-forza. Non solo un demotivational (quasi sempre conviene usare le famigerate “quote d’associazione” o tasse d’iscrizione per altro, magari per comprarsi un libro, si scrive nella chiusa), ma un’occasione per delineare alcuni concetti chiari e a me da sempre cari:

a) nessun medico prescrive di indire un concorso: o hai i mezzi (tuoi, o di un terzo sponsor) o non li hai, e allora fai qualcos’altro. Dunque chiedere sostegno all’Autore non regge mai;

b) il concorso letterario a pagamento è il dioscuro, il gemello della pubblicazione a pagamento. Su questo aspetto, che ha risvolti psicologici e antropologici (soprattutto nella favela – un tempo favola – della vita dei poeti), non trovo parole migliori di quelle di Chiara: Il guaio qui è che ci stiamo assuefacendo all’idea che per pubblicare tocchi sborsare qualcosa. Che è una evoluzione in negativo della convinzione che scrivere sia un hobby e vada fatto gratis (e se ti pubblicano, evviva!, ti prostri davanti all’editore che ti ha fatto la grazia), una convinzione che c’entra assai con l’immagine triste di un autore che gira l’Italia a sue spese per promuovere il libro per cui magari non ha manco preso un anticipo;

c) infine, una parte di responsabilità per quanto sopra grava anche sulle riviste, i siti specialistici, e gli stessi concorsi anche virtuosi: i quali, non separando il grano dal loglio, e trattando congiuntamente, in uno stesso calderone, l’editore/il premio virtuoso con quello che non lo è, alimentano promiscuità e rassegnazione.

Ma ho scritto anche troppo. Complimenti a “Bookblister Chiara” e buona lettura dell’articolo.

A margine, senza che l’articolo – meritevole ex se – appaia come pretesto, ribadisco che il mio impegno come giurato del Babuk si fonda proprio sulla sua gratuità d’accesso e sul premio in moneta per il podio dei vincitori. Di fronte a una contrazione del gettito da sponsor, gli admin del premio han reagito non chiedendo tasse ai concorrenti, bensì lanciando un crowdfunding (quindi una “sponsorizzazione collettiva” rivolta al pubblico indistinto) per provare a reintegrare i premi dello scorso anno; il tutto con piena trasparenza e senza che la mancata raccolta infici il minimum standard garantito nel bando.

Written by Roberto R. Corsi

12 gennaio, 2017 at 11:01

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