Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Archive for the ‘autopsia della poesia’ Category

Contrappasso Jannacci (in loving memory)

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Ridevo quando l’autoradio,
Imitando Joe Cocker, meleggiava quei “Poveri
Cantautori, che per vendere i dischi
Se li compran da soli”;

Poi, poeta (?), giù a firmare
Contratti d’edizione (?) a pagamento
O a comprarti le copie (che “è normale,
Lo fanno tutti, però meglio se taci”).

[inedito – oggi]

Wikipedia – Pubblico Dominio

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Written by Roberto R. Corsi

8 ottobre, 2017 at 08:30

Ben LERNER, Odiare la poesia

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7486-3Inizierò questa recensione al libro di Lerner, che probabilmente diventerà essa stessa prolissa ed “esecrabile”, con un’analisi del titolo, che non trovo particolarmente adeguato né nel verbo né nell’oggetto.
Nonostante il precedente della sovrimpressione aforistica comparsa in un film recenteTruth is like poetry, and most people f…ing hate poetry – mi sembra più appropriato dire che la poesia ex se, come testo, induce più all’indifferenza che all’odio. A passare oltre. Quindi I hate it, proprio come I love it, andrebbe depurato dall’enfasi americana. Se si desume l’odio verso la poesia dagli scarsi risultati di vendita o interesse, perché nessuno scrive un saggio “Odiare il racconto breve” che soffre la stessa crisi? Non si odia la poesia; semplicemente ci si dà su, magari esternando un qualche tedio di passaggio. E la volta successiva si eviterà accuratamente lo scaffale poesia (manco a farlo apposta, bellamente vaporizzatosi in una mia libreria di riferimento).

Se “odio” c’è, esso riguarda non il testo ma il suo autore, ossia la figura del poeta. Il titolo quindi è da correggere o meglio da intendere come una metonimia. Non a caso il libro di Alessandro Carrera, che cito spesso e che ancora considero il migliore dei demotivational/motivational a tema in cui mi sono imbattuto, ha come titolo “I poeti sono impossibili. Come fare il poeta senza diventare insopportabile”.
In questo senso trovo ancora insuperata, in chiave di esegesi dell’odio, la definizione di Robert Musil nel suo Discorso sulla stupidità del 1937, contenuta proprio in Carrera (con parafrasi di quest’ultimo): il poeta è colui che a nome dell’umanità c’informa che fuori c’è il sole e il pranzo è stato di suo gusto. Di qui l’atteggiamento di reazione.
Nell’ideale cocktail di hatred verso il poeta non andrà poi taciuta la componente “interna”, presenzialista e conventicolare, del costui; né la componente sociologica, erga omnes – questa, devo dire, ben individuata da Lerner lungo il libro. Componente ravvisata già da Platone ne La repubblica, ma anche nelle tesi ottocentesche di Thomas Love Peacock per cui, con l’avanzare della civiltà, la scienza ha superato la poesia, anzi ne ha preso il posto. Componente che fa sì che il comune sentire schiumi contro l’assenza di utilità politico-sociale del poeta; inutilità la cui cartina di tornasole è la mancanza di controprestazione economica. Tutti, di fronte a qualche affermazione poetica, siamo stati invitati almeno una volta a “cercarci un lavoro vero”; tutti ci siamo adattati a fare i poeti part-time, i “ragioniere e poeta” (absit) o qualunque altra mansione e poeta; e ormai – giusta anche un messaggio mediatico emolliente su cui torneremo in futuro – ce ne rallegriamo pure, sulla scorta del cane di Mustafà. Nonostante la nostra acquiescenza, la malevola esortazione a entrare nel ciclo produttivo torna a galla ogni qualvolta si cerchi di sottrarre la poesia a una sua funzione “ricreativa”, di “mera decorazione del tavolo del potere che la tiene in ostaggio” (qui cito Adrienne Rich). Una questione complessa, da rinviare ad altra rimuginazione per non deviare troppo.

Il libro di Ben Lerner, che in realtà è quasi nella sua totalità un’ininterrotta lectio di 80 pagine, adiuvata solo da sottotitoli ai margini laterali (per giunta non sempre posizionati correttamente), non manca di individuare spunti soddisfacenti non solo in tema di vanitas del “poeta pubblicato”, ma soprattutto in tema di relativismo, o quantomeno dinamismo, del “canone” (sostanzialmente inteso).
Nella sua trattazione, Lerner analizza alcuni poeti a lui più o meno congeniali, passando per Walt Whitman, John Keats, Emily Dickinson (la migliore e la più centrata, col suo definire l’arte poetica “to dwell in possibility“), Claudia RankineAmiri Baraka e altri; introducendo perfino – in un passo che era stato anticipato dai lit-blog – la poesia “atroce” di William Topaz McGonagall. L’analisi punta ad affermare che un canone di “poesia Ideale” non esiste, perlomeno in chiave di risultato. Non possiamo spingerci troppo in là nel biasimo del poeta atroce (un punto già toccato anche da Carrera), né nel visibilio per i massimi esiti. Parallelamente, si possono censurare a sazietà gli eccessi dell’io lirico e della poesia contemporanea «per non essere riuscita a realizzare la fantasia dell’universalità», ma allo stesso tempo «i detrattori dovrebbero smettere di far finta che una qualche poesia sia mai riuscita a parlare efficacemente per tutti» (p. 65). Salva forse l’opera di Whitman, peraltro non contemporaneo, il suo tentativo di «abitare tutto» (p. 64).
In queste sue tesi, l’A. mi trova completamente d’accordo.
Da un lato infatti – vedi il mio intervento di giovedì 11 – concepisco l’equilibrio (anche lo squilibrio) tra io lirico e dimensione collettiva dello scrivere come qualcosa di dinamico che ognuno “fermerà” dove crede, come una molletta fissata ad arbitrio in un punto qualsiasi di un filo da bucato.
Dall’altro lato, concordo sul fatto che ciò che ciascuno di noi ricerca o vede nella poesia è troppo variegato per operare una reductio ad unum.
In buona sostanza il succo di questo libello potrebbe essere rappresentato con quanto espresso riassuntivamente a p. 74:

Sotto il termine «poesia» si raccolgono una serie di richieste interconnesse: quella di sconfiggere il tempo, di fermarlo con grazia; di esprimere l’individualità in un modo che possa essere riconosciuto socialmente o, come in Whitman, di raggiungere l’universalità diventando irriducibilmente sociali, non più persone ma tecnologie nazionali; di sconfiggere il linguaggio e la scala di valori della società esistente; di proporre una misura del valore che vada al di là del denaro. Ma una cosa che tutte queste richieste hanno in comune è che non potranno mai essere esaudite dalle poesie materialmente esistenti.

Fin qui il buono del libro.

Durante la lettura, però, ho trovato anche diversi spunti che mi hanno convinto poco, forse perché immersi in un environment poetico, quello americano, molto diverso dal nostro.

Il difetto principale del libro mi sembra quello di confondere l’effetto con la causa. Il fatto che «non esistono poeti [contemporanei, suppongo] che siano famosi per la gente comune» (p. 17), o che «nessuno sa fare il nome di un poeta o citare qualche verso» (p. 23) non è un postulato euclideo da cui dedurre i caratteri della poesia ma – almeno a mio avviso, e almeno in Italia – il risultato di una più o meno consapevole operazione politica culturale e mediatica che ha privato anche le ultime vestigia poetiche da ogni possibilità di engagement (penso alla trasmissione Poeti in gara, che nel 1989 faceva un audience di 500mila spettatori – sì, avete letto bene).
Lo stesso Lerner cita (a p. 41) un saggio del 1825 in cui «il riformatore sociale Olinde Rodrigues sosteneva che gli artisti fungono da avanguardia del popolo perché “il potere delle arti è il modo più immediato e rapido” per ottenere riforme sociopolitiche». L’affermazione può ben dar luogo oggi a scetticismo e perfino a ironia, ma deve essere oggetto, e prima o poi lo sarà, di una riflessione storica e sociologica. Su come siamo arrivati qui in basso, ad imum.

In generale, si respira lungo il libro una certa simpatia per la dimensione lirica e individuale della poesia, all’occorrenza rifugiandosi nell’ortodossia prosodica per bollare come «qualcosa di più simile al giornalismo o all’oratoria» quel verseggiare lunghissimo che, da Leaves Of Grass in avanti, ha attecchito profondamente oltreoceano e che spesso è ancillare alla poesia lato sensu “sociale”.
Una predilezione autoriale è naturale e legittima. Però, per chi sta monitorando il sommovimento fortissimo con cui le arti americane, tra cui la poesia, stanno rispondendo all’ascesa al potere di Donald Trump e alle sue politiche, coinvolgendo a quanto sembra una vasta fetta di pubblico,  il libro  – nel suo scetticismo verso una poesia che possa muovere la cittadinanza indistintamente intesa – apparirà “nato vecchio”, e Lerner un miope osservatore o quantomeno un cattivo profeta, luckily.
Infatti in America, al tempo presente, i poeti si nutrono particolarmente di attualità, e sin da gennaio è in atto una vera e propria fiammata di militanza poetica, intesa in senso forte, con frequentatissime maratone di lettura pubbliche e grossi nomi della poesia americana come loro protagonisti. Maratone su temi sensibili, per esempio in reazione al militarismo del governo, o contro la costruzione di muri ai confini, o contro la dismissione delle priorità ambientali, o contro il paventato taglio alle spese sanitarie e alle risorse per la ricerca scientifica. La kermesse su quest’ultimo tema, The Universe In Verse, con lettura di poesie per la scienza, è avvenuta a Brooklyn il 24 aprile scorso ed è stata un successo trasmesso anche in diretta streaming.
Una poetessa illustre, Jane Hirshfield, ha detto di recente al New York Times: «Poems are visible right now, which is terribly ironic, because you rather wish it weren’t so necessary. When poetry is a backwater it means times are O.K. When times are dire, that’s exactly when poetry is needed». Le fa eco la scrittrice afroamericana Toni Morrison: «This is precisely the time when artists go to work».
Per un approfondimento su engagement e azione, oltre a quanto linkato sopra, cfr. portali come Scoundrel Time (su cui ci eravamo già soffermati in febbraio), ed esplorane poi la sezione dei link.

[“La poesia scorre in sottofondo quando va tutto bene…”
Usando questo termometro, evidentemente in Italia, in politica e società, va tutto bene, è tutto meraviglioso! Perché i poeti sono quasi tutti tranquilli nell’ovatta della loro sfera lirica individuale. Ma questa è un’altra storia.]

6/10
Ben LERNER, Odiare la poesia, traduzione dall’inglese di Martina Testa, Palermo: Sellerio, 2017, pp. 83

Chiude Matisklo edizioni

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Una brutta notizia. Matisklo, editrice di poesia virtuosa NON a pagamento (NOEAP), prima di soli ebook e poi anche di libri cartacei, cessa ufficialmente la sua attività.
Matisklo aveva nel tempo lanciato voci poetiche importanti quali quelle di Carlo Molinaro ed Eleonora Rimolo (dell’ultimo libro della quale spero di parlarvi a breve).
Poco altro da aggiungere, se non un grazie per il lavoro svolto e in bocca al lupo per i vostri prossimi progetti…

Leggi il comunicato direttamente sul blog Matisklo

Written by Roberto R. Corsi

13 marzo, 2017 at 19:50

Ten Years Gone

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Consentitemi la romanticheria.
Oggi, martedì 28 febbraio 2017, scoccano i dieci anni dall’uscita in stampa della mia prima raccolta di poesie,
L’indegnità a succedere.
È da tempo nelle intenzioni, ma la data non è ancora stata fissata, un incontro in occasione del quale parlerò di quel libro e quell’esperienza insieme all’editore Paolo Codazzi, in un pomeriggio dedicato alle edizioni Esuvia, “scuderia” della quale la raccolta ha fatto parte. Uso il passato prossimo perché l’attività di Esuvia è sospesa, ed è un peccato; hai visto mai che questo incontro, nell’ambito di un ciclo per il trentennale della rivista-madre Stazione di posta, possa ringalluzzirla?
Vi comunicherò i dettagli dell’evento appena ne avrò conferma.

Senza girarci troppo intorno.
Per me questo volgere del decennio perfeziona un giudizio prevalentemente negativo sulla qualità della mia poesia, sulla sua recezione, nonché sull’avvedutezza di alcune mie scelte.

 

img_5368

recezione critica/1

niccolo-cozze

recezione critica/2 (Bologna)

È dunque necessario un punto. O piuttosto servono tre puntini di sospensione.
Ho “chiuso” e dato la forma definitiva a due raccolte che mi stanno a cuore, scritte dal 2015 in poi.
In attesa di (molto eventuali) prese d’attenzione qualificate e serie verso la mia poesia, cercherò di privilegiare la riflessione e lo studio alla pubblicazione impulsiva delle mie poesie più recenti.
Manterrò invece vigile la mia attenzione, qui come su Perìgeion, su quanto scrivete voi.

 

Written by Roberto R. Corsi

28 febbraio, 2017 at 08:20

sempre [con]corsi e mai non giunsi al fine: Bookblister vs. concorsi letterari

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ci sono articoli che, per lucidità di analisi e corrispondenza col mio sentire, non necessiterebbero di alcuna aggiunta: come quello in cui mi sono imbattuto ieri, a firma Chiara Beretta Mazzotta, sul suo noto portale Bookblister.
Qui il link all’articolo, link che vi consiglio caldamente di seguire.
Nel breve spazio di un post, Chiara disseziona l’alluvione di concorsi letterari secondo poche e corrette idee-forza. Non solo un demotivational (quasi sempre conviene usare le famigerate “quote d’associazione” o tasse d’iscrizione per altro, magari per comprarsi un libro, si scrive nella chiusa), ma un’occasione per delineare alcuni concetti chiari e a me da sempre cari:

a) nessun medico prescrive di indire un concorso: o hai i mezzi (tuoi, o di un terzo sponsor) o non li hai, e allora fai qualcos’altro. Dunque chiedere sostegno all’Autore non regge mai;

b) il concorso letterario a pagamento è il dioscuro, il gemello della pubblicazione a pagamento. Su questo aspetto, che ha risvolti psicologici e antropologici (soprattutto nella favela – un tempo favola – della vita dei poeti), non trovo parole migliori di quelle di Chiara: Il guaio qui è che ci stiamo assuefacendo all’idea che per pubblicare tocchi sborsare qualcosa. Che è una evoluzione in negativo della convinzione che scrivere sia un hobby e vada fatto gratis (e se ti pubblicano, evviva!, ti prostri davanti all’editore che ti ha fatto la grazia), una convinzione che c’entra assai con l’immagine triste di un autore che gira l’Italia a sue spese per promuovere il libro per cui magari non ha manco preso un anticipo;

c) infine, una parte di responsabilità per quanto sopra grava anche sulle riviste, i siti specialistici, e gli stessi concorsi anche virtuosi: i quali, non separando il grano dal loglio, e trattando congiuntamente, in uno stesso calderone, l’editore/il premio virtuoso con quello che non lo è, alimentano promiscuità e rassegnazione.

Ma ho scritto anche troppo. Complimenti a “Bookblister Chiara” e buona lettura dell’articolo.

A margine, senza che l’articolo – meritevole ex se – appaia come pretesto, ribadisco che il mio impegno come giurato del Babuk si fonda proprio sulla sua gratuità d’accesso e sul premio in moneta per il podio dei vincitori. Di fronte a una contrazione del gettito da sponsor, gli admin del premio han reagito non chiedendo tasse ai concorrenti, bensì lanciando un crowdfunding (quindi una “sponsorizzazione collettiva” rivolta al pubblico indistinto) per provare a reintegrare i premi dello scorso anno; il tutto con piena trasparenza e senza che la mancata raccolta infici il minimum standard garantito nel bando.

Written by Roberto R. Corsi

12 gennaio, 2017 at 11:01

editori di poesia su “La lettura”: uno screening

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Da tempo sono un affezionato lettore de La lettura, ossia del supplemento culturale domenicale del Corriere. Tra i vari argomenti interessanti, la poesia gode quasi tutte le settimane di una pagina dedicata. La popolano recensioni lunghe, a volte addirittura con una valutazione a punti  – (da 1 a 5) per stile/ispirazione/copertina – e note brevi in dieci righe, principalmente nella rubrica “Soglie” a firma Franco Manzoni.
Per una sessantina di uscite, quindi per più di un anno, ho annotato domenica dopo domenica gli editori dei volumi presi in considerazione, segnando un punto per le recensioni piene, mezzo punto per le dieci righe.
Ne è uscita una classifica di cui vi sottopongo le prime posizioni e che è foriera di considerazioni interessanti.
Per prima cosa: perché mi sono mosso a quest’osservazione? Principalmente perché, se non sbaglio, il supplemento (o il sito) non indica canali (email etc.) di invio diretto dai lettori (/poeti/poetastri) alla redazione. Confesso che avrei inviato volentieri in redazione le mie cozze: sarò bollito ma non ho trovato un canale di comunicazione, a differenza di altri supplementi e riviste mensili che hanno i loro indirizzi ben in vista e quindi sono “infiltrabili” da singoli autori che vogliano tentare la sorte.
Da questo ho dedotto (in via ipotetica e approssimativa, ripeto) che le opere in valutazione non vengano inviate dal singolo autore bensì dagli editori, attraverso canali istituzionali, per così dire.
Quindi la classifica assume ai miei occhi un indice (ripeto non assoluto) di motilità editorialedi propensione dell’editore alla promozione del proprio prodotto. A darsi da fare e a non considerare il suo compito chiuso con la pubblicazione (come troppi).

Importante precisare che questo fattore è disaggregato rispetto ad altri elementi di valutazione, per esempio la gratuità: se per esempio Lietocolle e Marco Saya sono editori che (siano laudati!) non chiedono nessuna forma di contributo all’autore, mi risulta che non si possa dire lo stesso di altri nomi in classifica. Da notare il caso di LVF che chiede espressamente un contributo bookware in fase valutativa (più in là non so).
Quindi questa motilità (ormai la abbiamo chiamata così) non va valutata da sola ma in combinato con altri elementi: la gratuità, i canali della distribuzione etc.

Detto ciò, a voi le prime posizioni.

lalettura
Interessante vedere come, nella top 12 qui sopra, un editore medio come Interlinea sia presente come e più di due big come Einaudi e Mondadori. Ottimi risultati anche per Aragno, Effigie, e Pequod (che in tutti e tre i casi è comparsa con marchio Pequod e mai della consorella Italic, quella dei miei mitili).

Continuerò a stilare i punteggi anche per il 2017 in un foglio Gdrive; chi volesse monitorarlo in lettura mi faccia sapere e lo aggiungo in condivisione.

[PS: il passo successivo verso la Buddhità è comprendere come tutto questo sbattimento per una recensione con un’emivita di qualche ora o giorno sia māyā]

Written by Roberto R. Corsi

7 gennaio, 2017 at 18:25

#Somiglianze40 – 12 poesie

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foto mia su Instagram

foto mia su Instagram

L’altro ieri, alla Casa della poesia di Milano, Milo De Angelis ha festeggiato con amici, appassionati e colleghi gli “anta” del suo libro d’esordio, Somiglianze, ottava uscita dei Quaderni della Fenice di Ugo Guanda.
C’era un pieno inusuale per un evento poetico; a questi link vedete qualche foto: 1 e 2 (richiede login fb).
Non potendo esserci, mi sono procurato il libro al “Vieusseux” – bellamente rilegato in mezza tela su cartonato varese, slurp – e me lo sono letto un paio di volte. Qui in foto lo sto stropicciando presso Piazza Oberdan… 

Entrée brillante, e il fatto che non conosca ristampe *integrali* dal 1990 (ma vedi sotto), nonostante la notorietà che l’A. si è guadagnato, la dice lunga sulle miserie editoriali e sulle aspettative che noialtri operai della poesia dovremmo nutrire.
Si vola subito alto – con una disposizione poetica originale, riconoscibile, che ancor oggi influenza massimamente autori ed editori – anche se a volte si avverte una certa forzatura di toni; provvidamente, non manca mai l’aggancio al concreto, all’irrazionale, al misero, al disperato, al ripetitivo: in una parola, all’umano, spesso còlto nella sua energia sessuale, resa con connotati che definirei “fideistici” a più livelli, entrambi laici (a-razionalità e fiducia).
Mi unisco agli auguri, Milo! In occasione della festa è stata presentata una riedizione di 21 poesie scelte: la copertina (guardala qui, richiede login fb) è praticamente uguale all’originale, salvo che alla “Fenice” si sostituisce un “Gallo stampino”!!! ; non l’ho ancora confrontata con la mia hit list. Visto che tra qualche giorno devo rendere il malloppo, controbilancio con una mia scelta personale, forzatamente stringata (da 21 “invertiamo” a 12).

***
La radio (p. 24)

Nessuno potrà abbracciare chi non ha vinto
il doppione gettato via
nell’acquitrino, il dito silenzioso
di quelli che « non ce la fanno ».
. . . . .
Talvolta anche in camera
si scopre il rapporto stretto, criminale.
Sono le quattro del pomeriggio
e comincia l’odio contro una voce
alla radio, che sussurra « vinca il migliore ».

*
Dove tutto è in relazione (p. 29)

Essendo stati chiamati
non è mai buio, qui,
ma è sempre più tardi, in mezzo
ai doveri, sui tram, immergendosi tra i cappotti
con le cose da finire, tutte le cose.
E anche adesso la pioggia
sui vetri lucidi
non può essere natura né storia
ma un episodio
che ogni inverno sa ripetere
vivente e circolare
mentre tutto esigeva una presenza diversa
che crede a ogni cosa
senza ripassarla, una cellula leggera,
sorriso del luogo giusto …

… forze, solo forze vischiose
tra la madre e la voce della mamma
come questi marciapiedi
che tentano di dividere
ma uniscono alle automobili
e questo vizio
di riconoscere, e i suoi comandi,
voce inutile, in piena bufera,
che viene baciata,
baciata … baciata …

Via Pacini. Piove, sempre di più.
Qualcuno mi ha chiesto l’ora.

*
Altro di un altro (p. 33)

Si uccidono così,
senza farsi notare,
sono disperati e discreti
e cadendo trattengono il respiro

amano così
e anche questo è amore.

*
Dovunque ma non (p. 35)

Parla a qualcuno

e risponde, è qualcos’altro ma
risponde: nessuno lo perdonerebbe
se ritorna ghiaccio, l’essere identico a sé
che non cammina.

Lui risponde, risponde

È dentro, deve continuare, in un ritmo
infinito, come una parola
scoperta da altre parole
deve parlare, bagnarsi in un fiume
che non è suo ma lo tiene in vita, e non ha rive.

E in questa strada di campagna
la ragazza si toglie il golf, abbassa il sedile
e non sa se sono in due, in tre, oppure è sola
ma continua, sente l’umido, muove i muscoli

« restami pure dentro »
« sei sicura? »
« sì, ti voglio dentro, ti voglio bene ».

*
Questo o qualcos’altro (p. 46)

Lei che
odiava i falliti, ma qui non ironizza più
ormai dentro, con il suo uomo
che a casa le salta sopra, o con la vergogna
di prima – spiegava – ballando tra le luci rosse
con la folla
d’avanspettacolo che nel tram, pigiata, preme
ancora quelle cosce (ma quali?)
e qui la facilità l’incredibile
facilità del racconto (le sue, « queste? »)
contro la verità
che ieri
si sarà detta da sola, tra il pettine
e lo specchio …

*
La ragione (p. 48)

La condanna
di tentare lo stesso
per qualcosa, su questo marciapiede, pieno di gente
mentre il dito tocca,
sa che ci sono, e non per un attimo:
finisce
la tragedia comoda di non essere nulla
bisogna continuare
il loro discorso, nelle vetrine, comprare
ciò che espongono: una risposta
una risposta storica
a chi domanda altro e subito
ma per uccidersi consegna la ricetta falsa, aspetta,
scruta
non può
soffrire per quello che vuole.

*
Diventare (p. 64)

Un’altra azione, nella vigna, per cogliere
questo moscato polveroso e dolce
tra le formiche
che percorrono il sudore
della schiena, affrettandosi
in un sole che asciuga tutto
mentre la pianura si allarga, e qualcosa
che era enorme scompare
scivola dal terrore fino al disagio
di diventare indifferente, fino all’ultimo
tremito, nulla.

*
Un perdente (p. 80, la mia preferita)

Fuori c’è la storia,
le classi che lottano.
Cosa fare dunque una volta per tutte
rifiutando il mondo
accettandolo al mattino
(« Era vero, sai, era profondo
il litigio con lei. Ma c’era un solo letto
e prevalsero i corpi »).
C’erano i confini
biologici e le grandi leggi del profitto.
Perciò inventò gli dei e l’interiore.
Alla sera, durante l’erezione
pretese anche un destino
(« dove sei stata
per tutta la mia vita? »).

*
Latitudine (p. 112)

Appena sciolgono
nel bicchiere le pastiglie
gli atleti iniziano la corsa. Ma uno
senza più forze, guardato da tutti
nello stadio, implora di morire
e a quelli che lo doppiano chiede di spiegargli
i mondi e le esclusioni, la leggerezza
che vince, le loro scarpette chiodate
mentre sfuggono vicine
e spiegare la sera, quando si getta tra le zolle
per essere amato, ma una sola volta
perché pesa troppo
il giuramento all’infanzia.
È la penitenza, grande, nei corpi
che la nudità ingrandiva, la ruggine: volevano
solo invecchiare
in un tempo uguale, per guardarsi, nel tremore
che l’erba custodisce:
ma falliranno, e le sue
gambe ferite tornano nel buio. Una sbarra è caduta.
Fa’ che la pioggia …

*
Il sogno delle tinte grigie (p. 123)

Non importava, nelle vie, sapere
cosa c’era dietro le case
e i vecchi dicevano: se usi qualcosa,
se lo usi bene,
puoi anche non capire cos’è.

*
Differire (p. 130, altra mia preferita)

Mentre una carezza si avvicina, leggera,
verso il centro
farla sarebbe già domani

capisco l’attimo prima del giusto
e quello giusto?
troppo tardi

se non toccherò il tuo viso
giustificami
perché dopo ogni gesto
ne faccio uno che lo prepara

No, tu sei misero
tu non entri nelle forze 

*
Né punto né linea (p. 135)

Come la goccia, sulla foglia, dopo il temporale
solo per la seconda volta

non ha mai conosciuto nessuno,
perché voleva essere preciso
fino alla morte

leggero zen, nel campo,
la forza che teneva gli uccelli in volo
(un’interruzione e cadrebbero)
diventa l’inferno di contarli.

___________
Milo DE ANGELIS, Somiglianze, Milano: Ugo Guanda (I Quaderni della Fenice, 8), Aprile 1976, pp. 150, Lit. 2000. Nuova edizione rivista: 1990.
Alcune biblioteche presso le quali trovare l’originale.

Written by Roberto R. Corsi

12 novembre, 2016 at 19:09

Leonard Cohen (1934-2016) sulla poesia

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Pronuncia le parole con la stessa precisione con cui leggeresti la lista della lavanderia. Una poesia non è che informazione. Se la gonfi e la declami con nobili intenzioni non sei migliore dei politici che disprezzi. Sei solo qualcuno che sventola una bandiera e che fa appello alla specie più bassa di patriottismo delle emozioni. Considera le parole come scienza, non come arte. Sono una relazione. Stai parlando a una riunione del Club degli Esploratori o alla National Geographic Society. Il tuo pubblico conosce tutti i rischi dell’alpinismo. Ti fanno un onore se li danno per scontati. Sbatterglieli in faccia è un insulto alla loro ospitalità. Digli quanto era alta la montagna, che equipaggiamento hai usato, sii preciso sulle dimensioni delle pareti e sul tempo che ti ci è voluto per scalarle. Non cercare di far sospirare il pubblico né di fargli trattenere il fiato. Se il tuo racconto merita sospiri o fiati sospesi, è qualcosa che il pubblico, non tu, dovrà decidere. Sarà nelle statistiche che presenterai loro, non nel tremolio della voce o nell’agitarsi delle braccia. Sarà nei dati e nella tranquilla organizzazione della tua presenza.

(Leonard Cohen, How To Speak Poetry, in Death Of A Lady’s Man, trad. e cit. in Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Roma: Il Filo, 2007(1), pp. 91-92)

Leonard Cohen, 1988 01

Written by Roberto R. Corsi

11 novembre, 2016 at 09:02

Jack Russell Hoedown

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I’ tu’ hane ‘gli sta tra’ hoglioni anche mentre facciamo l’amore nella casa marmàta,
Cerco di concentrarmi quando sento un naso umido trafficarmi le braccia,
Mi parte un moccolo pensando alle croste sulle ginocchia della bellezza,
A questo intabarrato aggirarsi nella discarica delle sensazioni

Tu invece tutta divertita, hey puppy la nostra vita non ci basta,
Ha preso l’inebriante fragranza di un pasto ospedaliero,
Un tempo eri
bionda e atletica e l’assicurazione non mi rifonde il danno
Così ci lasciamo annusare e giudicare da cani, imprenditori, critici militanti.

(inedito, 1.11.16)

snif snif

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Written by Roberto R. Corsi

1 novembre, 2016 at 11:06

more Caffellatte, please

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(dalla pagina facebook)

(dalla pagina facebook)

La settimana è iniziata maluccio. Lunedì mattina Francesco crea senza preavviso l’evento della messa all’asta degli arredi per chiusura della Latteria poetica fiorentina Caffellatte, gestita da sua madre fin dai tempi di Spagna ’82. Cinque minuti cinque e mi scrive persino Marco Di Pasquale da Macerata: ma che succede?
La realtà ce l’ha illustrata F. in una email a stretto giro: alle difficoltà di gestione che accomunano ormai troppe piccole attività del centro si aggiunge – lamenta – una lenta asfissia di via degli Alfani, arteria oggi in costante occlusione e assai diversa dai tempi dell’inizio gestione, tempi di ben altro fermento e iniziativa. Sull’aspetto commerciale dell’esercizio e storico-urbanistico della zona potete leggere questo articolo.
Quel che più mi importa è come da due anni il Caffellatte fosse uno spazio dove ascoltare belle voci di poesia e non solo, conoscere chi porta avanti la scrittura con tanti a capo. Confortante presidio – lo rammentavo a F. lunedì pomeriggio – in anni in cui gli editori, quando proponi poesia, se non ti mandano aff poco ci manca. Ricordo ancora, diverso tempo fa, la pagina web, poi corretta anche a causa di un mio articolo, di un editore appena nato: la poesia contemporanea non ci piace, non ne vogliamo: tenetevela!
Anche gli spazi fiorentini entro cui leggere/ascoltar poesie si erano già consistentemente ridotti e alcuni avevano preso una piega grottesca (che a me non dispiaceva ex se, ma che certo faceva propendere per una passeggiata o una maratona di backgammon piuttosto che star lì tra americani che chiedevano del bagno e camerieri che ti apparecchiavano enzél muso, perdonatemi la licenza massese).

Che fare? Partecipare anzitutto all’asta del 21 p.v., anche solo presenziare per stare in contatto con F.; accanto a questa iniziativa sarà, spero, lanciato un programma di donazioni e soprattutto un crowdfunding che possa permettere a ciascuno di noi di dare un apporto proporzionale alle sue possibilità.
Sapete che sono realista, quindi il mio auspicio ha carattere più di medio-lungo periodo ed è che si possa trovare un socio oppure un compratore che perseveri nell’indirizzo di affiancare all’attività commerciale l’attenzione verso la poesia e la cultura.

il multireading di dicembre cui partecipai pure io

la cartolina-invito al multireading cui partecipai pure io

Written by Roberto R. Corsi

13 aprile, 2016 at 09:47

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