due lieti eventi: nascono Seri Editore e l’antologia di Poesia di strada

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Ho il piacere di annunciarvi che Alessandro Seri, Autore e protagonista della scena culturale maceratese e marchigiana, ci ha messi al corrente proprio ieri dei primi due vagiti della sua nuova casa editrice!
Seri Editore, che per simbolo reca il Gradale (cioè il Graal, il calice evangelico), avrà tre collane (poesia, saggistica, narrativa) e promette di saziare la «sete di conoscenza e indagine del presente» dei lettori mediante il lavoro di una redazione editoriale giovanissima e con una propria, chiara visione.

Se il primo vagito è alla nascita, il secondo è alla imminente prima uscita libraria, in corso di stampa: l’antologia ventennale del concorso Poesia di strada raccoglierà una cernita delle edizioni 1988-2017. Il volume conterrà le poesie e anche un catalogo delle opere dei Maestri pittori che le hanno via via affiancate. Sono stati scelti, ovviamente, i venti poeti vincitori, poi quasi tutto il podio dei primi tre classificati per ogni edizione, nonché una selezione degli altri sette prescelti ogni anno per la finale.

Poesia di strada, a cura dell’Ass. Cult. Licenze Poetiche, è un concorso virtuoso sotto tutti gli aspetti, distinguendosi per la gratuità della partecipazione, per il premio cash al primo classificato, per la congiunzione tra ispirazione poetica e pittorica, per il saldo legame con Macerata (Colmurano e il centro città) e soprattutto per la qualità della selezione e degli esiti, con una particolare attenzione per la contemporaneità stilistica e/o tematica.
Ho gentilmente ricevuto in anteprima l’indice del volume: esso conferma come il panorama presentato dall’antologia sia altamente rappresentativo delle voci più vive della poesia italiana contemporanea. Ciascuno di voi, leggendo, troverà uno o più d’uno dei propri “fari”. Qui ricorderò solo Autrici e Autori che ho proposto su questo blog o su Perìgeion: Alessio Alessandrini, Marco Di Pasquale, Michele Ortore, Luisa Pianzola, Marco Simonelli, Novella Torre, Teresa Zuccaro. Altre amiche e amici poeti di pregio sono presenti (valga anche come memorandum per parlarvene al più presto).

Avrò modo di recensire il volume e proporne un mini-assaggio (magari su Perìgeion) non appena sarà nelle mie mani… intanto ho già ordinato la mia copia.
Lo potete fare anche voi, al prezzo di copertina di 15€, lasciando un messaggio privato a quello che è per ora il primo presidio internet del neonato editore, ossia la pagina Faceb00k Seri Editore.
Chez Z’berg ci siamo più o meno tutti: dunque seguite la pagina, ordinate il libro, restate al corrente della attività di Seri, a cui vanno tanti affetti e il classico muchissima m****a! apotropaico.

Consentitemi, per chiudere, una modica quantità di esultanza personale.
Ho partecipato al premio nel 2014 e sono approdato in finale. Ho avuto il privilegio di essere “interpretato” in pittura dalla Magistra Giusy Trippetta. Potete leggere un piccolo reportage della due giorni, con dovizia di materiale, partendo da qui.
Già il risultato concorsuale mi pareva lusinghiero: l’aver superato l’ulteriore scrematura dell’antologia è motivo di autentica felicità. In un acquario poetico generalmente piuttosto freddino verso il forse Ipergigione RRC e i suoi scritti, ricevo una antologizzazione (la seconda, a distanza di nove anni dalla prima, e probabilmente l’ultima), che spicca per crismi di estrema serietà e competenza, oltre che per il parterre de roi in cui sono atterrato.
Un bene bene! di Stramaccioniana memoria ci sta tutto.

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ripescaggi: indagine tardiva sulla Venere di Urbino (2007)

La ricordavo due post or sono come esempio di diaphrasis, ed ecco che la cronaca culturale mi dà sponda.
A partire da ieri l’altro fino a settembre la Galleria degli Uffizi e quella dell’Accademia osservano l’orario prolungato di apertura tutti i martedì sera, quando la chiusura sarà alle 22 anziché alle 19.
In particolare, chi ha visitato gli Uffizi la sera di martedì 7 è stato accompagnato da Gabriele Bajo e Giovanni Longhin, attori e musicisti, che han dato «vita a uno spettacolo itinerante negli spazi della galleria, con riferimenti a scrittori e poeti che tra Settecento e Novecento hanno scritto delle opere degli Uffizi» (fonte: Repubblica). Qui il programma

Al solito ci sarebbe da riflettere su questa cesura artistica (oltre Luzi, il nulla?) che presentiamo a turisti provenienti dai quattro angoli della terra. Non sarebbe stato bello un call to poems per viventi?
Va be’. Pur con una scrittura millennial (ma sono nato nel Novecento, anche se comincio a pensare che togliersi gli anni sia opportuno anche in poesia), faccio il mio personalissimo omaggio all’apertura serale rispolverando quanto scrissi del capolavoro di Tiziano (diaphrasis, non mera ekphrasis: annodandolo col mio vissuto; ecco, per esempio, il perché del tardiva).
La poesia, una delle ultime del 2007, confluì nella raccolta All’orza (La Recherche, 2010), nella cui postfazione Giuseppe Panella se ne occupa espressamente, ed è presente anche nella mia autoantologia < 2011
Buona lettura.

Venere di Urbino

INDAGINE TARDIVA SULLA “VENERE DI URBINO” 
(Galleria degli Uffizi)

Laschi il ventre – remoto, svalutato.
Celi il pube – moderno, dirozzato. Somministri
lattescente carnato.

Più avanti sta il pittore
cui prometti – domattina, appagata
uno sguardo d’amore.

Ma Tiziano, maturo ormai, è arte-fatto
nell’incoerenza, nella solitudine
di salvezze minuscole.

Così a sera, modella di borgata
sconsacrata in vestiari, non lo attendi.
Ti corrughi di modi,
gesti dentali, mute circostanze.

Si compie infine il parto
d’olio tela ed addio. Nebbioso, edile
il tempo diluirà la sentenziosa
schiena della fantesca.

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PS. Peccato che lo spettacolo sia già avvenuto, spero sia andato bene. Verrà riproposto? Se mai qualcuno volesse tentare un esperimento di recitazione della mia poesia apud Vecellium, sappia che il testo è concesso in licenza Creative Commons BY-NC-ND (citare correttamente autore – non opere derivate – uso non commerciale. Invece per un uso commerciale (inserimento in una pubblicazione etc.) parliamone).
L’immagine del quadro è in pubblico dominio da Wikimedia Commons.

Giovanni Bellini, Quattro allegorie (inediti)

Le concatenazioni casuali a carattere culturale sono sempre felici. Forse questo slancio improvviso verso una modalità che credevo definitivamente in me sopita si deve alla lettura delle poesie di Eleonora Pinzuti (in uscita imminente, spero di occuparmene presto), in cui il dato archetipico viene costantemente e provvidamente vivificato…
Poche ore più tardi leggevo invece di una mostra su Aldo Manuzio alle veneziane Gallerie dell’Accademia e mi sono soffermato sul dettaglio delle superbe ed enigmatiche allegorie di Bellini (sono databili attorno al 1490, e sono conservate in Galleria in pianta stabile).
In passato mi sono arrabattato, non so quanto chiaramente, su ekphrasis e, mio azzardo linguistico, diaphrasis; intendevo che l’obiettivo fosse quello di non fermarsi alla descrizione di un’opera (o, estendendo per analogia, di un dato culturale preesistente) estratta (ek-) fedelmente, bensì di veicolare attraverso (dia-) essa il proprio vissuto.  
Oggetto di alcune prove precedenti, per fermarsi solo al pittorico, Incredulità di San Tommaso, L’alzaia di Signorini, la Venere di Urbino, la Foce del Cinquale di Carlo Carrà. Le poesie che hanno tratto spunto da queste opere hanno circa un decennio e potete leggerle nel mio free ebook antologico.
Stamane invece la scrittura si è biforcata: l’ekphrasis vera e propria è allineata al centro, la trasfigurazione nel personale invece è allineata a sinistra.
Buona lettura.

A few credits: ornato come maschio… è un verso di Franco Buffoni (da Quaranta a quindici, Crocetti, 1987); il chiaramente successivo è un tormentone ormai liturgico nel panorama della manovalanza culturale. Come statua di Giove è un inciso che uso spesso e vien detto in italiano – pensate – nel Rosenkavalier di R.Strauss. Ci sono poi, come sempre, microriferimenti che lascio a voi.
Lo spirito di questo ripescaggio stilistico è devoto e dedicato al Mauritshuis di Sanguineti (1986, qui su NI), pur essendone differente per tecnica ed esiti.


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QUATTRO ALLEGORIE DI GIOVANNI BELLINI


Perseveranza, forse Lussuria

rischiarare la frutta
pórta dal carro

vai alla vittoria milite
costante nella forza
lucido nell’azione
lindo nell’inconoscere,
ornato come maschio nella carne della moglie

nostro picciol trainare
Bacco non ricompensa

chiaramente ovviamente non possiamo pagarti
mentre il dominus già abbraccia, avambraccia per intero
antiorario il tappeto
verde del pube, lo 
saprà onorare

lo sfondo del fairway è un freddo inverno 

chissà, licenziato il corteo,
spigolar rastrellare raspollare,
poi mescere
assieme a qualche chimica e catodica

 

Fortuna o Incostanza

ecce imperatrix mundi remigando senza remi attorno ai bastioni

se solo la spina bifida degli eventi – quel giorno si pianse tutti – presaga una bestemmia lungo la via di casa – poi fu vox populi da negare a oltranza – se solo uno due anni in più

adest fortuna (cum) sphaera caelest(~)

se solo la mano più audace – scollinare il palmo – toccare la paura poi scendere – se solo, come tutti, decenni – declivi di strade ombrose – sicumera al manubrio – respiro estate

poggia su instabile punta rotulea

sostieni e fai male – se solo mi avessi gemmato dal tuo ego – se solo un irripetibile scettro – monito di comando – catena, non sciacquone 

guai se rompete le righe putti puttani dentro lo scafo

se solo il filo perlaceo del non detto – per una volta una – bagatellare – a protrarre quell’agosto acrobatico – dentro il nervo dell’euforia

felicità del tuffo, aggrapparsi, felicità del dorso, domani di deriva

se solo avessero piastrelle questi quarantaquattro cantoni – se solo armonia comme il faut tra i gatti matti – se solo fosse lungi questa sarabanda d’odalische padrone – ma ora le onde le onde il freddo benefico il sale nei pori dimenticare

 

Prudenza, o più probabilmente Vanità 

superba, dai fianchi collinari, ella mostra tua imago


sono io per davvero o è il mio film?
scritto in fregio di pregio,
è quello che mi spingo
ad apparire prima di puzzare,
la piuma di parata del pavone?

o forse, spingendo più lo sguardo
in quel volto verdastro
(nobiliare? biliare!)
accostato alle disiate chiome
è epifania del non dover tentare?

trombano i putti (diresti tu con spirito)
sul piedestallo attorno al piedestallo
si alza e torna fioco lo strumento, secondo stanchità vanità
è mesto il tamburino, angusta la finestra 

vale forse rimuovere gli sguardi
e le parole – dare spazio, di là, a vedute
e canti di risacca, oppure qui, al conforto
claustrofobico, rifugiarsi in prudenza

che non sia etimologica sapienza…

 

Menzogna, per alcuni Sapienza

sbuca da conca di paguro, celando l’evenienza delle gambe

mendace
lo stesso mare
di molluschi gentili, s’attosca per le rocce
sedimento del tempo

ti fa viandante

lo serpente è una treccia di menzogne –
ben tre, azzimanti, sulle prime indistinte;
ancìdi con la spada
ma le spire hanno ami:
sarebbe stato saggio
perpetuare l’abbraccio?

esci lato sinistro, o forse resti, come statua di Giove ormai cifotica

in ogni modo via dalla città, via da Ilio,
via dalle belle mura ritmate di piscio,
da Elene e bambini, dal nulla verso il nulla –
una firma per favore sul secondo gradino:
prego si accomodi, non cala mai la tela.

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[1 Giugno 2016]
[Le immagini sono di pubblico dominio e tratte da Wikimedia Commons, partendo dalla voce wiki]

Offret (A. A. Tarkovskij, 1986)

Giusto una riflessione domenicale.

Ieri finalmente ho visto il poco reperibile Sacrificio, canto del cigno del grande regista russo vissuto per qualche tempo anche a Firenze (precisamente in via San Niccolò). Di tutte le frasi del film, altamente speculativo ma anche altamente religioso in più sensi, ho annotato sul mio taccuino questa, pronunciata fuori campo dalla voce di Viktor verso la metà della pellicola:

embedEcco, mi sembra che questa riflessione coinvolga profondamente la figura del poeta contemporaneo, sempre più bisognoso, per le logiche di diffusione del prodotto, di accompagnare i suoi libri di poesia con una massiccia dose di “messe in azione”: reading, performance, dj set, tournée.

L’idea del capolavoro lontano dal proprio creatore sembra essere – ahimè, per quel che mi riguarda – in pieno Sunset Blvd.
Il creatore dunque, secondo il cineasta (notoriamente “figlio d’arte” poetica), è sempre più attore e sempre meno poeta. In un cocktail apparentemente composto di contrarî, ma evidentemente, a oggi, miscibile.
Corollario: meglio a questo punto recensire i libri (le partiture) o l’autore stesso (la loro esecuzione, l’autore nel tempo come voce poetica ed enciclopedica, progressivamente arrichita delle sue opere performate)?
Naturalmente continueremo a occuparci dei primi, ma le recensioni stricto sensu saranno spesso monche della valutazione della dimensione performativa, quindi – paradossalmente – di quello che ormai legittima, per opposita secondo T., il poeta (non a caso ci siamo imbattuti di recente in un’artista che con intelligenza si definisce “poetrice”).

Di solito non mi sento molto affine al cinema di T., o meglio ne riconosco il magistero tecnico ma mi ritrovo poco nella sua religiosità (eccezion fatta, in parte, per la tematica della perdita dell’innocenza dell’uomo in rapporto al deus sive natura). Dopo la visione di questo film – senz’altro meritevole – lo ringrazio per il riciclo della mia sensibilità a-performativa (ammesso e per nulla concesso che io sia un poeta o che prima o poi lo diventi).

un fotogramma del film
un fotogramma del film

“che ciascuna costura avea fregi d’oro fino”

Cartamodello p1.10 (img dal sito e © Giuda Edizioni)
Cartamodello p1.10

costura, ossia cucitura (cum-sutura) che fa cost[ol]a. Dunque non solo e non tanto punto di composizione ma di rilievo, e forse anche di dolorazione (“spianar le costure” vale come bastonare).

Costure, il lavoro di Tracciamenti recentemente pubblicato da Giuda Edizioni reca come sottotitolo «esperimenti di poesia sartoriale» e questa specificazione mi appare anzitutto come differenziale verso il genus e prima ancora il concetto di poesia visiva, che quasi in toto avverto come sviluppo voluttuario di una parola comunque egemone e spesso autosufficiente. Qui invece il rapporto tra le due componenti (parola e modello) presenta connotazione paritaria, di uguale dignità; il sottotitolo avrebbe potuto essere benissimo rovesciato in «sartoria poetica».
Ne deriva una fortissima integrazione e un senso di necessità. Da un lato la parola poetica, fisicamente collocata lungo (oppure oltre) le innervature dei modelli, amplifica come un ventaglio il gioco di contraddizioni laceranti e gordiane (il mio cartamodello preferito, qui a fianco in versione lo-res, recita «il peso irrisolvibile della lotta tra generi») in cui il disegno si fa fenomenologia della problematica esistenziale e/o sociale; in questo senso già la scelta di instillare dilemmi in un modello sartoriale (quindi acefalo) porta a un arcobaleno di rimuginazioni possibili. Dall’altro il cartamodello, irrorandone la secchezza con linee colori e immagini spesso di potente carica simbolica, è la collocazione ideale per una scrittura per fragmenta, asciutta e quasi percettibilmente nemica dell’ornamento, tratto superfluo o ridondante.
A beneficiare dell’innesto, infatti, è a mio modo di vedere soprattutto la poesia, e la lettura “secca” dei soli testi, proposta in coda al volumetto, conferma come il loro esito talora molto felice («l’abito esploso/ incipit della borghesia danzante» del cartamodello 02.11), talaltra giocato su procedimenti un po’ inflazionati (es. scissione dei suffissi -mente o -azione), tragga linfa vitale dall’inserimento nel proprio abito/habitat.
Da sfogliare e regalare.

Forse percorrendo il lemmatico trait d’union tra costura e bastonatura evidenziato all’inizio, la personale di Tracciamenti, in programma a Bologna con inaugurazione il 15 Feb, sarà incentrata sul progetto Lividi.

(la citazione del titolo è tratta dalle Vite parallele di Plutarco)