Appunti (per me stesso) sulla poesia civile

There is no simple formula for the relationship of art to justice. But I do know that art — in my own case the art of poetry — means nothing if it simply decorates the dinner table of power which holds it hostage.

Adrienne RICH, Letter to Jane Alexander at the National Endowment of the Arts, 1997
rue Léon Jouhaux (Paris) avec fausse plaque Rue Adrienne Rich et Michelle Cliff. Img okhjon @ wikimedia commons, CC BY-SA 4.0

Qualcuno non crede nella poesia civile. Qualcuno pone nell’incipit del suo libro, quasi orgogliosamente, che non ne fa. Qualcuno, sempre con enfasi, sottolinea che va fatta solo poesia civile (altrimenti si è solo il centrotavola del potere, come leggiamo qui in esergo). Qualcuno sostiene che tutta la poesia è ex se poesia civile. Qualcuno accusa che chi fa poesia civile “sfrutta i fatti di cronaca” per ritagliare una nicchia di fama per sé. E così via.

Riflettendo, provando a dirimere la polifonia, ho trovato la mia idea, forse lapalissiana, di poesia civile. E sono grato di averla trovata attraverso le mie (ormai evanescenti) nozioni giuridiche; è uno dei pochi casi in cui, absit iniuria, posso convenire che la formazione giuridica non ostacola l’espressione poetica, anzi affina la comprensione.

La mia nozione di poesia civile si lega alla nostra (splendida) Costituzione. L’oggetto della poesia civile dovrebbe, a mio modo di vedere, semplicemente confluire con naturalezza nell’asse costituzionale fondamentale. Essere pertinente a temi e princìpi di rilevanza costituzionale.

Penso in prima battuta all’articolo tre: eguaglianza formale (primo comma), ma anche e soprattutto l’eguaglianza sostanziale, ossia quel secondo comma: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…” – comma che, per riprendere un notissimo discorso di Piero Calamandrei, deve (e in tutta evidenza deve ancora) essere attuato perché si possa davvero e propriamente parlare di Repubblica democratica.

Eguaglianza sostanziale vuole dire: rimozione di ogni disparità legata a sesso, orientamento sessuale, culto o assenza di esso, provenienza, censo, etc.; ma vuole anche dire, andandolo a cercare in altri articoli, proprio la giustizia di Rich; giustizia materiale, di risultato; funzione sociale della proprietà privata; principio di dignità del lavoro e della retribuzione; perequazione fiscale. E altro ancora.

In più, Costituzione vuole dire anche garantismo: protezione dei diritti inviolabili; pienezza delle libertà; ripudio della guerra; tutela (ormai cruciale) di ambiente, cultura, salute; sforzo verso umanità e funzione rieducativa della pena, quindi ripudio – finalmente testualmente incondizionato – della pena di morte; sacralità del diritto alla difesa in giudizio e della presunzione di non colpevolezza; obbligatorietà dell’azione penale come cartina di tornasole del principio della separazione dei poteri. Una poesia civile, inoltre, può ben incardinarsi sulle osservazioni del poeta su (inizio e fine) vita e (interpretazione della “naturalità” della) famiglia; concetti fondamentali che nella loro estensione sono e saranno un campo minato, ma anche un punto di confronto e, si spera prima o poi, di evoluzione.

Tutto quanto pertiene a temi costituzionalmente rilevanti può dirsi oggettivamente poesia civile. Aggiungerei alla nozione una componente di verifica del dato costituzionale, di riscontro (spesso di denuncia): per fare un esempio su cui riflettevo di recente, per scrivere una poesia ecologista che sia anche poesia civile non basterà una ode alla melanzana di nerudiana memoria, ma occorre fare almeno implicitamente il punto, la verifica del precetto di tutela del verde (e dell’assetto geografico, e in ultima analisi della nostra salute e tranquillità), di come esso venga o meno attuato.

Corollario: la Costituzione italiana (e le pronunce della Consulta, specie se interpretative) sono la miglior letteratura, se non poesia, civile. Non potremmo mai cibarcene abbastanza e penso che possa giovarci anche in chiave poetica.

Spesso la poesia civile è vista come qualcosa “di sinistra”, e a buon diritto, “semplicemente” perché siamo lontani anni luce dalla eguaglianza sostanziale, dall’attuazione dell’art. 3/2 di cui sopra. Soprattutto in termini di rispetto delle differenze, di diritto di accesso al lavoro, di dignità dello stesso e adeguatezza del suo compenso. Ma i suoi sviluppi sono infiniti.

Questo tentativo di sussunzione concettuale non esaurisce ovviamente le problematiche squisitamente critico-poetiche. Detto infatti del quid, rimane il quomodo: che non è poco; si dovrà discutere caso per caso della qualità poetica, della forma, della scelta lessicale, della valenza figurale di ogni componimento. Rimane il quare: si può discutere del fatto che fare poesia civile serva a qualcosa: la poesia non muta nulla… [ma scrivi]! Peraltro, in questo senso il problema della poesia civile è quello di qualunque forma di poesia. E si può delibare intimamente il non sum digna/us, cioè domandarsi se, come persone, si riesca a far poesia civile. Io, per esempio, ci riesco solo di straforo, il dieci per cento di quel che vorrei, per le mie contraddizioni esistenziali che vivo assai male. Di «comunista con la liretta che si sciacqua la coscienza col bidet dei saggi di storia», come l’eteronimo del mio eteronimo mi ha amabilmente definito oltre un decennio fa. Quando avevo la lirètta, giustappunto (mi raccomando la “e” aperta, milanese).

Alcuni esempi di poesia marcatamente civile (e a mio giudizio di ottima fattura) che ho letto: Francesca Del Moro (Gli obbedienti, Cicorivolta edizioni), Alessandra Carnaroli (Poesie con katana, Miraggi edizioni), Alessandro Silva (L’adatto vocabolario di ogni specie, Pietre Vive); Francesco Targhetta (Perciò veniamo bene nelle fotografie, ISBN poi Mondadori); le poesie di Fabio Franzin e Matteo Rusconi… e molto mi sarò dimenticato.

Considerazione finale: si può scrivere/leggere/amare o meno la poesia civile, non dico che sia un dovere. Però, a livello di opportunità, se vogliamo essere letti al di fuori della bolla autoincensantesi, forse dovremmo – ripeto, io per primo – verseggiare un po’ meno di noi stessi, dei nostri rimbalzi amorosi, di corbezzoli d’assenza e urogalli di preghiera, e un po’ di più su ciò che realmente avviene attorno a noi, e tocca da vicino quei lettori che per ora non ci arrivano… Sarebbe anche legittimo chiederci se per davvero vogliamo essere letti fuori dalla bolla. Ho il sospetto che a qualcuno non convenga. Ma si va troppo in là.

Ricordiamoci di Costituzione e giustizia materiale, dentro le nostre coscienze ed eventualmente dentro le nostre poesie. Chi scrive pensa che, anche a prescindere dal risultato elettorale, ci attendano tempi in cui per esempio, per dirla con Dmitrij Palagi (qui alle prese con un testo – che devo ancora leggere – del mio Maestro, il Prof. Paolo Grossi, recentemente scomparso): «La sensazione è che si stia tornando a una concezione moderna della democrazia (precedente a quella espressa dalla nostra Costituzione). Si è liberi di accedere alla ricchezza, se non ci si riesce è solo per proprie responsabilità».

Buona poesia e buona fortuna a tutte e tutti.