Cristina Simoncini, Contro l’ottimismo (inediti)

Cristina Simoncini mi onora sottoponendomi alcune sue poesie inedite. Tra ricordo e benevolenza, autocritica e rovesciamento ideologico, ci troviamo in un universo poetico profondamente pensato e dunque profondamente doloroso. Pacatamente disperato. È difficile per chi scrive non provare empatia verso uno scavo evidentemente ostile alla radioattiva pioggia sloganistica di un mondo che ci esige ottimisti, coraggiosi, ipocriti nel negare che un “atomo opaco del male” sia l’elemento costituivo non della terra ma di chi la abita. Auguro a Cristina che questo quartetto possa quanto prima confluire, con altre poesie, in una pubblicazione. Dal punto di vista formale, oltre al sicuro incedere del verso, mi piace sottolineare l’efficacia delle code, talora con carattere di anticlimax (quello “stronza” che tronca un gradus romantico), talora rafforzative (l’amara sentenza nella prima poesia, a chiosare una improvvisa caduta lungo un percorso di serenità; l’incomunicabilità la cui intuizione è alla base del triste sguardo del mite sul mondo; il sarcasmo verso la narrazione della virtù innata).


Quando ancora le stelle non sparivano
dietro le insegne e il respiro notturno
non intasavano singhiozzi di auto,
a casa si smazzava: la candela
scorreva sopra il bordo affilato, con premura,
mani astute gabbavano la noia,
un naufragio di iridi fluttuava
in cerca d’un appiglio di allegria.

C’era una
dialettica, un piccolo
commercio di vittorie, una speranza
che lavorava in noi segretamente.
Tutto si rintanava nello sguardo.
L’inatteso faceva capolino:
la confidenza di pensarsi fatali.

Quelle sere d’estate attendevamo 
si sciogliesse uno sconforto in corsie.
Lei tornò a casa, accese le sue luci,
fece promesse che poi non mantenne.
Compresi allora il valore dell’asso
ch’entra e cambia d’un colpo la tua mano.

L’amore per la vita, dicevi, 
non ha fondamento.

*

Ha tratti mansueti di bestia spaventata
la tua tristezza: si volta, aspetta,
sposta di un nulla l’innocenza
verso il lato braccato della specie.
Con lo sguardo bagnato si difende,
ma non c’è resa in questo stare nobile di preda –
forse è soltanto il fiuto di un inganno
a sostenere gli occhi sul confine:

il presagio di non essere legame.

*

Tu sei stato quel corpo
solido e prodigo
che si è steso sul letto
alla mia destra, come un argine
così che la tristezza
invece di rovesciarsi
e spandersi per terra
si è scontrata con la tua schiena
ed è rimasta lì – nel tempo
imprimendoci una curva
che a volte a notte alta
mi osserva dal suo lato
concavo, un po’ adirata
e mi sussurra: stronza.

*

Il male quasi sempre
si atteggia a involuzione
di ciò che si spacciava
per nobile natura,
creatura claudicante
per caduta e distorsione
dell’anelito tronfio, verticale

(segue coro virtuoso
d’insulti e di proteste: 
male, manomissione
del piano generale
di rettitudine).

Potesse proclamarsi di per sé
esistente,
autonomo, vivente del suo umore
intraprendente
deviante, disinteressato
al progresso, giustamente spietato
senz’ombra di rimorso

annoiato dalla fiaba
della tempra morale.


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