L’occuparsi infinito di Annino: Avatar e Ciò che l’isola dice

In una delle raccolte poetiche postume di Cristina Annino, Avatar (Roma: Avagliano, nota di Daniela Marcheschi), c’è una poesia di particolare impatto emotivo, ossia Anniniano (effetto teatro), a p. 17. Una poesia che da alcuni, per esempio dall’amico e studioso Michele Ortore, è stata citata come affettuoso omaggio, oltre che per descrivere al meglio la figura di Cristina in poche parole. In particolare, il passo «sempre vi lascio indietro / col vento» è stato indicato a suggello di una personalità vitale e poetica sempre di una incollatura più avanti rispetto a noi esegeti, lettori, «fanciullini del globo»… proprio nel momento in cui pensiamo di averla afferrata. Una supersmart tartaruga di Elea, anche al cospetto di Pelidi ben più scattanti dello scrivente, ossia critici classe ‘80-’90 etc.

Anniniano (effetto teatro)

Occuparsi di me è infinito
diventato come sono
doppiamente composto.
Ma qualcuno lo farà
dopo: coltivare il
corteo triturando stadi
verdi, gente, applauso. Lo
farà per noi; io sono quello
con la palla in mano.
Brindo con
poco, fanciullini del globo! Si
beve, si gioca, le bretelle
mi reggono in piedi, ma
sempre vi lascio indietro
col vento; come fa cilecca
un abbaglio. Uno strazio, lo
so, il rosso fioco dei treni
al buio. Però
sparisco per esserne
degno.

A mente appena più fredda, questa poesia – uno dei commiati inseriti in una raccolta, senza troppi giri di parole, meravigliosa, al livello dei suoi libri più importanti – porge anche un incipit rivelatore: «Occuparmi di me è infinito / diventato come sono / doppiamente composto».

Il tema del doppio ha certamente un valore costitutivo nella parabola Anniniana. Basti pensare al concept di Gemello Carnivoro (Faenza, 2002, note di Alberto Cappi, Eugenio Miccini ed Elio Pagliarani; per chi scrive, il suo capolavoro), che peraltro è una cadenza d’inganno, risolvendosi nel descriversi in rapporto alla figura della madre, Lina. Oppure, a monte di tutto, alla dicotomia nell’utilizzo di maschile/neutro per l’io poetico (con la notevole eccezione “stregonesca” dell’opus ultimum) e del femminile per quello narrativo. 

A mio avviso, però, i tre versi appena citati racchiudono anche un indizio rivolto a quel «qualcuno» che quell’occuparsi «lo farà dopo». Un indizio, dunque, marcatamente ermeneutico, procedimentale: in molto del cartaceo in cui Annino si è incarnata, si gioca e ci si distribuisce equamente in due metà campo, quella dell’inedito e quella della rielaborazione dell’edito.

In effetti l’affermazione risulterà tutt’altro che sconvolgente alle e ai connoisseur della poesia di Cristina. Basta far mente alla struttura dei volumi “antologici” che ne hanno costellato la carriera. Essi portano un loro distinto DNA, ma sempre misto di stasi e movimento. Magnificat (Novi Ligure, 2009, cur. Luca Benassi, nota di Stefano Guglielmin) è esattamente pensato come stella binaria: una fotografia antologica di quanto – spesso già allora introvabile – pubblicato in volume fino a quella data, ma con in più una robusta sezione di inediti, quella che dà il titolo al libro. Nel successivo Anatomie in fuga (Roma, 2016, introduzione Maurizio Cucchi; da pochi giorni disponibile anche in formato ebook), si è addirittura avvertita la necessità di una completa riaggregazione tematica delle poesie antologizzate; nonché, assai spesso, di un marcato lavoro di «riscrittura e scrittura altra», come è stato colto in pieno da Antonio Devicienti in questo segnalibro.
Similmente, almeno fino alla ultima estate, della quale è inadeguato ma diuturno testimone epistolare chi scrive, la tensione verso la creazione di nuove poesie si è costantemente accompagnata a uno sguardo verso quanto poeticamente conseguito fino a quel momento. Che mai è stato considerato come res iudicata, intangibile.

Conseguenza speculare alla Selbstschau, “sguardo su se stesso” esistenziale e poetico di Cristina, è che anche l’esegeta dovrà sempre fare i conti con questo conseguimento di una “doppia composizione”, che è insieme natura e procedura; dovrà cimentarsi con questo lungo contrappunto tra edito e inedito. Esso, oltretutto, si svolge a più di due “voci”, ossia modalità. Talvolta è riproposizione tout court di singole poesie o semplice correzione “cosmetica” di un passaggio. Spesso è ricerca di una migliore coesione endogena. Ma talora si concreta anche, in modo eclatante, nella “gemmazione” di un discorso poetico del tutto differente da un tronco comune. Oppure, altrettanto spesso, in “impollinazione” di materiale assolutamente nuovo con una gnome, un frammento sapienziale, anche molto risalente.

Un esempio della incessante ricerca di coesione può rinvenirsi nella poesia L’udito cronico: eponima della fondamentale raccolta inserita nel volume Einaudi 1984 (Nuovi Poeti Italiani 3, cur. Walter Siti), nondimeno essa è già presente ne ll cane dei miracoli (Foggia, 1980, prefazione Gaetano Salveti); alla bianca giunge con la elisione del terzo verso; all’approssimarsi della fine del noto “gran silenzio” editoriale (1987-2002), essa ricompare senza modifiche sia nel n. 18/2001 della rivista Kamen’, che in Magnificat; infine si giunge all’ultimo accorpamento versale con Anatomie in fuga. Il risultato è non di poco più efficace rispetto alla partenza:

L’udito cronico (1980, 1984, 2016)

Le poesie d’amore le dò
in appalto ai droghieri,
architetti falliti, studenti.
Io,
inseguo pensieri su cui
casco, è vero, in rime toniche.
Anche a me succede; ma in genere,
è un fatto, sto in piedi.
Ed ho
un bell’udito cronico
per la vita, o meglio
per la testa impazzita
dell’uomo che ragiona, e gli sale
accanto in due, divisa
fino all’occhio glaciale.

*

Le poesie d’amore le do
in appalto ai droghieri. Io
inseguo pensieri su cui
casco, è vero, in rime toniche.
Anche a me succede; ma in genere,
è un fatto, sto in piedi.
Ed ho
un bell’udito cronico
per la vita, o meglio
per la testa impazzita
dell’uomo che ragiona, e gli sale
accanto in due, divisa
fino all’occhio glaciale.

*

Le poesie d’amore le do
in appalto ai droghieri. Io
inseguo pensieri su cui
casco, è vero, in rime toniche.
Anche a me succede; ma in genere,
è un fatto, sto in piedi. Ed ho
un bell’udito cronico
per la vita, o meglio
per la testa impazzita
dell’uomo che ragiona, e gli sale
accanto in due, divisa
fino all’occhio glaciale.

Collazionare l’opera Anniniana più recente dà un’idea assai più possente del bilanciarsi tra creazione ex novo e ri-creazione.
Proviamo a esercitarci proprio sui due lasciti in versi di questo 2022: senza pretesa di completezza e autorevolezza, iniziamo dando una prima occhiata alla struttura di Avatar, per gran parte composto da poesie inedite: vi troveremo ugualmente alcuni esempi di riproposizione, ricerca di coesione, nonché di quella che abbiamo chiamato “gemmazione”. 

– Già la poesia iniziale, Confessione (p. 7) gemma dalla parte finale, in corsivo, di La Confessione presente nella sezione eponima di Magnificat. Costituendo di fatto la risposta agli interrogativi con cui si chiude la poesia del 2009 (cfr. Magnificat, p. 154).
– Simile iter per la seconda poesia (p. 9), L’omnivoro, che fiorisce stavolta dall’incipit di L’attimo fuggente (Magnificat, p. 152).
– Proseguendo, Il gabbator cortese di Santa Sauna (p. 28) è, ovviamente, fratello maggiore (per lunghezza) del “quattordici versi” Santa Sauna che, l’estate 2021, era uscito per l’editore Fusibilia.
– Ancora, Kancro Killer (p. 29) è una riscrittura di Kancro, a p. 161 di Magnificat.
– Una Urfassung della poesia August! (p. 40) è già presente addirittura nel libro d’arte Macrolotto (Prato, 2002, con opere d’arte di Ronaldo Fiesoli). Ne troviamo la riscrittura a p. 79 di Casa d’aquila (Bari, 2008); versione che è sostanzialmente quella accolta qui.
– La successiva Mi ricordo di Miles, musicista croato (p. 44) affonda ancora più indietro: è una rielaborazione più coesa della poesia Musica contenuta in Madrid (Milano, 1987; 2a ed. Azzate, 2013, pp. 50-52 di quest’ultima).
– Lo splendido Primo consiglio a un amico depresso (p.48) rifluisce qui da p. 70 di Gemello Carnivoro, con qualche variazione versale e lessicale, compresa quella titolistica di diventare, appunto, Primo (di due).
Agosto in piazza del popolo, a p. 65, prende le mosse da Piazza del popolo (estate, pioggia), a p. 143 di Magnificat.
– Per finire (?) consideriamo un passaggio della poesia a p. 66, ossia Siete qui a parlarmi di vento. Ebbene, «33 anni mi mantenne il padre» è molto simile a quel «ventotto anni ci mantiene il padre» contenuto nella poesia Il talento spiega all’amore qualcosa di difficile, terza lirica della raccolta Madrid (p. 13 della seconda edizione).

Esempio suggestivo, quest’ultimo lacerto, per portarmi a una doverosa declaratoria d’incompletezza esegetica, dato che verosimilmente il legame intertestuale dei versi di Annino è straordinariamente capillare. In pratica, so già che molto mi sarà sfuggito. Impressionante come, soprattutto dopo il ritorno di fiamma poetica dei primissimi anni 2000, la notevole facondia compositiva dell’A. non le abbia impedito di mantenere ogni passaggio perfettamente presente, con buona pace della famosa chiusa di Sereni: «se domani tu stesso te ne scordi»! Devicienti, col suo citato segnalibro, coglie proprio nel «continuo superamento del passato» della scrittura Anniniana un valore esistenziale di «inesauribile peripatetico andare…traverso un paesaggio non conchiuso».

Specularmente alla fatica autoriale, dunque, pure l’esegeta ha davanti a sé l’occuparsi infinito di cui parlano i versi di Cristina. Un compito immane, fatto di intense ricerche anche internautiche (per dirne una sola tra le mille: mi erano sfuggiti persino questi inediti 2020 pro domo Perigea, il primo dei quali, dal sapore verdiano, non mi sembra confluito in Avatar – gli altri invece sì; l’ultimo col nuovo titolo Il clone).

Ho parlato di due libri postumi di poesia. Quello di più recente uscita non è l’ultimo in ordine di composizione, dato che immagino abbia richiesto una post-produzione alquanto lunga a causa della sua multimedialità. 
Si tratta di Ciò che l’isola dice, libro d’arte con audio cd, in tiratura limitata di 200 copie, edito da Fusibilia Libri. Che così si è assicurata il doppio onore dell’opus Anninianum ultimum sia in vita (Santa Sauna di cui sopra) che postumo. Il prezioso cd allegato al libro è stato registrato tra marzo e luglio 2021, dunque la “chiusura in versi” risale alla estate scorsa.
Qui la poesia di Cristina si intreccia con quella di Ugo Magnanti, in un melologo (dal sottotitolo Capriccio sul mal di Sardegna) arricchito dalle musiche e dal virtuosismo chitarristico di Fausto Ciotti. Il dialogo è in realtà un trialogo (e il riferimento a Bettarini-Maleti-Savino è affettuosamente voluto), perché Cristina ha dato forma e voce a una bruxa (uno dei nomi, il più ispanico nell’etimo, con cui si indica la strega sarda); Ugo è invece un ciclista essenziale che s’immerge nell’isola, ma i suoi versi hanno plasmato anche un terzo personaggio, un testimone insulare performato in cd da Maria Luisa Bigai

Riascoltare la voce di Cristina, così rotondamente austera, tocca nel profondo le corde dell’emozione; inoltre anche qui siamo di fronte a una bellissima scrittura polifonica.
Tutto ciò premesso, questa partitura a tre è essenziale almeno quanto Avatar alla nostra indagine sul moto a pendolo di Cristina tra inedito assoluto – qui oltretutto garantito ratione materiae – e “superamento” devicentiano.

Questa volta l’occhio cade volentieri su alcuni casi di quella impollinazione di cui parlavo, ossia l’innesto di sentenze precostituite, sempre perentorie, entro poesie nuove (presumendo iuris tantum, trattandosi di due volumi coevi, che i frammenti in Avatar inseminino le poesie sarde, e non viceversa).
Immergiamoci, allora: noteremo, già a un primo approccio, alcune uscite a noi familiari.
La prima è forse la più suggestiva: i versi che in Avatar, a p. 22, chiudono Leggenda metropolitana, significativi al punto di figurare sulla copertina, vengono qui smembrati entro un più lungo dialogo tra bruxa e ciclista 

L’interrelazione tra bruxa e io poetante di Avatar continua: non mi trattengo dal condividere un frammento audio, quello in cui la voce di Cristina mi suona più bella e tremenda. Ascolterete, tra l’altro, il verso «invecchiare è un’arte scurrile, ve lo dice chi è eterna», che comunica con Passa un angelo (Avatar, p. 58; notate il cambio eterno/eterna, forse un unicum) e naturalmente fa germogliare la poesia attorno a sé con andamento del tutto nuovo.

Infine (?), e in modo più risalente, una fulminazione in una stanza: «crudelmente / agosto dico Che pena l’arte, se non è divina!». Questa frase, tipicamente Anniniana, mi ha condotto alla sua matrice, ovvero l’ultima strofa della poesia Il migliore dei due non ha simpatia per l’altro, apparsa nel 2008 come inedito a casa di Francesco Marotta e l’anno seguente in Magnificat (pp. 137-138). Gli otto versi del frammento “sardo” sono una ripresa – sia chiaro, sempre innovativa, persino “geotaggata”: «Va / l’anice sull’Isola» – di quella strofa di quattordici anni or sono.

Questo per adesso, perché chissà anche qui quanto mi è sfuggito.


Alla fine di questa escursione, che non vuole né potrebbe – per un mix di inadeguatezza e venerazione in chi scrive –  essere una recensione, desidero anzitutto, per non dare sensazioni sbagliate a chi voglia mettersi in cammino, ribadire che in Annino la novità è sempre paritaria se non preponderante rispetto alla rielaborazione (che del resto è essa stessa un quid novi nel momento in cui si presenta in uno spaziotempo o in un macrotesto differente).

Nello scrivere questo articolo ero partito dall’idea di promuovere con forza l’idea di un opera omnia per Cristina. Un meridiano, elefante, oscarone, fenice, etc. (fate voi). Sul piano del prestigio, è fuori discussione che Cri se lo meriterebbe. Sul piano della fruizione, una adeguata (leggi: titanica) collazione aiuterebbe tanto chi legge, medita, raffronta. Quand’anche però  l’appello cadesse nel vuoto, progressivamente mi rendo conto che l’idea, forse romantica, di una scoperta progressiva, affidata alla motivazione di ciascun lettore e interprete, si accorda con quello che annotava Devicienti: in qualche modo l’infinito rinvenimento ermeneutico prosegue l’infinita riscrittura. In più è coerente con la metodologia di lavoro di Cristina, specie negli ultimi tempi: spingersi sempre un poco più in là della propria cristallizzazione. Cristallizzazione insita nella stessa nomenclatura di “antologia” e “raccolta di inediti”; due concetti che infatti, come abbiamo visto, ha costantemente ibridato. Infine, e in ultima analisi, realizza la profezia contenuta nell’incipit di pagina 17, da cui siamo partiti: l’occuparsi infinito. Che è anche un collettivo vincere la morte.

Intanto Cristina se n’è andata a modo suo, come ci testimonia il poeta Marco Giovenale: lasciandoci indietro “col vento” e col mare. E, su carta, dandoci Arrivederci nella poesia che chiude Avatar e parodiando un po’ D’Annunzio – pur in contesto grave – nelle ultime parole della bruxa in Ciò che l’isola dice. Opera omnia o meno, molto potrebbe esser recuperato; per non appesantirvi con ulteriori parole, vi riproduco un dettaglio della nota finale a Le perle di Loch Ness (Osimo, 2019). Due brevi paragrafi che danno conto sia dei ripescaggi poetici di cui abbiamo ampiamente parlato (in particolare, la splendida poesia Resurrezione nella musica), sia di quanti tesori – nella fattispecie, di narrativa breve – giacciano ancora quiescenti.

L’incipit della nota Autoriale a “Loch Ness”

Post scriptum:  Oltre all’invito in fortissimo a procurarvi Avatar (scheda su IBS) e Ciò che l’isola dice (scheda e ordini su Fusibilia) e tutto il resto dei libri di Cri, termino con due precisazioni, la prima bibliografica e la seconda anche psicologica.

In primo luogo desidero richiamare un’altra uscita postuma, ossia il racconto Il fratello maggiore, che Cristina donò per il n. 86/87 de Il foglio clandestino, “Aperiodico” delle omonime Edizioni di Gilberto Gavioli. Il numero doppio – dedicato alla narrativa in 150 righe, raccogliendo narratori illustri e da scoprire – fu chiuso in stampa il 16 dicembre del 2021, ed è uscito pochissimi giorni dopo il fatale 28 gennaio. Vi esorto all’acquisto (info sul sito dell’editore); ho qui limitato la mia indagine alla poesia: la Annino narratrice (Boiter, Connivenza amorosa, etc.) merita una trattazione ad hoc, da rinviare ad altra sede.

Infine vi segnalo che il numero di Kamen’ 18/2001, cui accennavo sopra, è ancora disponibile contattando la Libreria Ticinum di Voghera, che ne è Editrice. Esso contiene le diciannove poesie del ciclo Polaroid con dedica, con note di Walter Siti e Amedeo Anelli. Di queste poesie, un nucleo centrale di cinque faceva già parte de L’udito cronico; le altre quattordici sarebbero tutte confluite di lì a poco in Gemello Carnivoro.

particolare di una “Piccola COLLAZIONE DA CRI “(smile) con la struttura di “Polaroid con dedica” : le poesie in verde erano già uscite in UC, quelle in blu sarebbero uscite un anno dopo in GC.

Oltre all’autorevole apparato critico, molte sono le ragioni che mi spingono a consigliarvi questa bella pubblicazione. A livello pratico, e al di là di quanto reperibile in antologia (con le avvertenze del continuo riscrivere di Cristina di cui si è parlato finora), L’udito cronico e Gemello carnivoro sono due volumi rarissimi, il secondo introvabile persino nelle biblioteche: quindi Kamen’ può fornire un prezioso e reperibile antipasto di entrambi. Anche la traccia esegetica cronologica per cui Cristina, nel colophon, etichetta queste poesie come «risalenti agli anni 1975-2000» non è da sottovalutare. Ma soprattutto mi sembra preponderante l’aspetto psicologico: quello per cui Cristina, «approntando espressamente» questa raccolta per Kamen’, la impernia su due sole raccolte, una già presente e una a venire. Escludendo per esempio, almeno ictu oculi, una raccolta pur amatissima e fondamentale quale Madrid. E confermandomi in qualche modo una sensazione che L’udito cronico e Gemello carnivoro (rectius: quanto in esse è stato scritto e riscritto) abbiano sempre avuto una collocazione privilegiata nella sua mente e nel suo cuore.