Mauro Caselli su La montagna pelagica

Il Velika Groblja (Grande cimitero), tumulo preistorico alto 662 mt. attiguo al Monte Cocusso, Trieste (img wikimedia commons, CC0-PD)

Ricevo un bellissimo e clamorosamente invitante riscontro esegetico a La montagna pelagica, il mio ebook di annotazioni e stranezze. Mauro, non pago di avermi fatto da cavia e dato qualche consiglio, se l’è fatto pure piacere. Per me esagerando già dal nome speso al primo rigo; bontà sua, e lo ringrazio. Non rifiuto mai nessun tipo di booster, meno che mai quelli di autostima. Voi fatevi influenzare dal suo scritto così bene elaborato, in modo che arriviamo alla prossima tranche pro-UNHCR.
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MEDITAZIONE SU LA MONTAGNA PELAGICA DI ROBERTO R. CORSI
Mauro Caselli*

Un aforisma benfatto sta tutto in otto parole. È Gesualdo Bufalino, virtuosista di una parola che si esprime fingendo una propria vanità, una mancanza di pretese significanti. Richiamarsi a questo autore serve qui come avvio ad un’interpretazione degli aforismi di Roberto R. Corsi raccolti in La montagna pelagica. L’impressione è che fra i due autori ci sia un comune pudore per il loro rapporto esistenzialmente necessario con la letteratura. Esso si manifesta in una scrittura movimentata, modellata nei termini di una espressività che attenua la propria tonalità nel mostrarsi svagata, distratta, di poco peso. Pudore, in Corsi, o se vogliamo contezza, nel basso continuo una excusatio, per quel che c’è d’impositivo in ogni scritto. Si tratta, questo, di uno stile, nel senso che la forma espressiva si coniuga, si accorda al contenuto, tendendo a formare una forma unica, compatta. Il punto è che quel “compatto, unico” costituisce la questione di fondo, in Corsi. In questi aforismi, in effetti, l’autore tende a parcellizzare, ad articolare un insieme inizialmente coeso e di ridurlo ad un coacervo di elementi decisamente spaiati. Si tratta di una posizione insolita, ché solitamente la via canonica è quella opposta, verso una reductio ad unum. Le striature vibranti di questi aforismi, la levità con la quale lo stile tende a “mantenerli” – mantenerli? qui saremmo di fronte ad un bivio, ma dobbiamo ignorarlo per questioni di spazio – indicano effettivamente un cupio immilli – mi perdonino i latinisti – che si pone nel Nostro come evidenza poematica. Si badi, qui non siamo tanto di fronte ad un’aspirazione al dissolvimento quanto a una sorta di pulsione al minimo esistere. E Corsi la cerca non tanto nella direzione opposta al Wille zur Macht, quanto in una sua diversione o, forse meglio, in un procedere titubante, perplesso, ma sempre secondo le leggi del desiderio – «Porsi nel nulla con pacatezza», scrive il Nostro. A questo proposito si mostra quanto mai paradigmatico il valore aporetico del titolo della raccolta, La montagna pelagica, e forse ancor di più il complemento di titolo, Annotazioni e stranezze. Sì, stranezze. Questa profilatura espressiva consente all’autore di mettere in predicato il senso di una quotidianità vissuta pienamente, dalla quale mai si discosta. Da qui le elusioni, gli intoppi, e poi i fallimenti, gli errori, quali significanti per una Weltanschauung che, appunto, non sta all’opposto della vita, che non è filosofia. In questo procedere molto articolato l’effetto è un’espressione prossimale quanto mai all’esistenza stessa, conservandone essa il ritmo, i punti di non ritorno – «Il libro perfetto è quello che non si conclude mai»; se vogliamo, quella di Corsi è un’eresia poetica della adaequatio rei et intellectus. È in questi termini che si interpretano le frasi «La parola chiave, quella che preferisco, è irrisione», che «l’unico rimedio è l’inazione» – si badi ancora, non inesistenza. Corsi – come la vita – non spiega tutto, ed anzi, proprio in questo egli impernia la sua leva espressiva, consapevole com’è del valore significante dell’impossibilità della adaequatio di cui si diceva. La forma aforistica in sé esalta particolarmente questa peculiare formazione del senso. Certamente Corsi è d’accordo quando il filosofo osserva che nello scrivere si vuole anche non essere compresi. E riferendoci ancora a lui – intendo al filosofo – si può notare come inaspettatamente vengano a coincidere il suo Übermensch con il «pavido scriba col culo al caldo» de La montagna pelagica. Entrambi ritrovano la propria specificità nella diversione – in un crescendo tanto convincente quanto ossessivo e paranoico uno, in un minuendo esistentivo, depresso e concreto, l’altro. La cifra comune in entrambi andrebbe vista come una impossibile – e pur nemmeno desiderata – presa di distanza, «una brezza d’inadeguatezza a una vita ch’è essa stessa qualcosa di poco serio, un nonsense» – scrive Corsi.

Forse è opportuno vedere più da vicino, soffermarsi su uno di questi aforismi. Eccolo: «Mostrami come attraversi le strisce pedonali e ti dirò chi sei». Una frase quasi senza apparenza, l’estratto di un bavardage da bar, e anche la conoscenza come objet trouvé da opporre ai birignao accademici; atto conoscitivo à la Feyerabend in vece di una certa gnoseologia embedded. Possiamo inventarci altre descrizioni, e certo riderci su, ci mancherebbe, la leggerezza del tono consente un impiego completamente libero della frase. Però, però; alla verifica dei fatti, via dal rigore sperimentale, da ogni metafisica del vero, una vena di attendibilità fa capolino; non s’impone, accenna. Quanto a chi scrive, questa frase lo ha colpito ricordando quanto da sempre gli sia stato imputato in quell’atto un piglio da suicida; e quindi s’inizia a pensarci su; altroché Freud.

Poco sopra si era ipotizzata una deriva – definiamola così – antiparmenidea in Corsi. La quale si esprime nel costante abbassamento in chiusa delle micronarrazioni di questi aforismi; nelle aspettative deluse, nei fallimenti, nelle «minuscole fortune», nelle «rovine aperte», nella dispersione dell’esperienza, ma anche nei «mille fascismi da tavola o da bar», negli esiti che pongono le ipotesi alla mercé della casualità; più in generale nel fatto che i conti non tornano. Da ciò consegue, scrive Corsi, «Una sconfitta cluster, a frammentazione», «un eterno precipitare». C’è qui una decisa presa di posizione contro il proprio io, una messa a repentaglio della propria individualità – «Non ho mai commesso errori: loro hanno commesso me» – che segue i dettami cogniti dell’umiltà – irrilevanza, precisa Corsi – insieme al tentato distacco, a un’aspirazione all’epochè, a un disincanto esistenziale, nella consapevolezza della «eterna presenza dell’avversario». Perché, più che un accento disperato, nel giro a vuoto, nel gesto inefficace, nel coraggio di «essere poeta-e-basta», Corsi vede un’affermazione di presenza proprio in virtù della potenzialità espressiva che tali condizioni comportano. E pure, giustapposta alla condizione di umiltà di cui si diceva, Corsi mantiene anche un certo disinteresse per le eventuali alternative, così che questa “presenza” in lui si evidenzia come aporetica – «Una persona che ha fatto di tutto per scomparire e, ora che il suo fine sta per avverarsi, ha paura». Ma, pare infine chiedere Corsi, come spiegare questa «arte dell’evanescenza» se non esprimendola in una scrittura che si costringe nello stretto spazio per esprimere l’eterno? – ché l’aforisma ne è una forma, sostiene il filosofo. Corsi, nella pretesa del significato di adeguarsi alla cosa vede svelarsi la metafisica fallace della parola; ad essa non si oppone, ma la secolarizza rintracciandone i significanti negli avvallamenti esistenziali di cui si diceva, scaturigine altresì di quella significazione seconda, fortemente connotata e pur vibrante e viva, che permea la formidabile scrittura de La montagna pelagica.

P.S.
Riprendendo la frase di Bufalino con la quale inizia questo scritto, consideriamola come un invito all’agone: a un aforisma bastano sei parole.

(scritto nel marzo 2022)

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*Mauro CASELLI (Trieste) è poeta, scrittore, critico e ricercatore in ambito filosofico e letterario. Tra le sue pubblicazioni più importanti, il volume La voce bianca (Udine: Campanotto, 2004; a oggi l’unica monografia su vita e opere di Virgilio Giotti), la raccolta di poesie È veramente cosa buona e giusta (Trieste: Battello Stampatore, 2014; premio Lorenzo Montano op. edita 2014); infine, per la narrativa, Bandito: Augusto Marini partigiano (ibidem, 2018; premio Giacomo Matteotti 2019).