Manuel de Freitas, Poco allegretto

Il Tago a Lisbona (foto Juan Antonio F. Segal per Wikimedia Commons, CC 2.0 BY)

Esce oggi, 18 novembre, per i tipi de Il ramo e la foglia edizioni, Poco allegretto, antologia curata da Roberto Maggiani che, avendo lavorato a stretto contatto con l’Autore stesso, ci offre una generosa selezione poetica del portoghese Manuel De Freitas (1972).
I due pilastri della casa editrice, ossia lo stesso Maggiani e Giuliano Brenna, sono da sempre innamorati del Portogallo e della sua cultura. Dunque, naturalmente, della sua poesia. Roberto, in passato, ci aveva già proposto alcune traduzioni, in particolare di Sophia De Mello Breyner Andresen. Un biennio fa, poi, come troverete esplorando il link precedente, le sue prime versioni in cartaceo di De Freitas. Un hors d’oeuvre, quello del 2019, al volume disponibile da oggi. Nondimeno Poco allegretto, pur riferendosi allo stesso intervallo temporale (2000-2014), presenta ulteriori poesie e, soprattutto, pone in essere un ben più vigoroso sforzo di inquadramento dell’Autore lusitano.

Impossibile riassumere il meglio di tre lustri e ben venti libri di serrata ricerca poetica – quella di De Freitas nel periodo considerato – senza tracimare dalle dimensioni della recensione.
Mi limito a dire che il lavoro di Maggiani si è tradotto in una testimonianza importante, che potrebbe auspicabilmente essere proseguita in un secondo volume, recante la produzione poetica dal 2015 a oggi.

De Freitas è fautore di una poesia ricchissima, che tematicamente si può provare a ricondurre nell’alveo di quel disincanto (dal metafisico e dall’egotico) in cui molte eccellenze del verso novecentesco hanno trovato albergo.

Il primo quartetto di poesie che troviamo in testa al volume è, complessivamente preso, già una dichiarazione di intenti. Campeggia l’opportunità di abbandonare ogni funzione metafisica-sacrale della poesia, ogni baricentro extracorporeo; campeggia la convinzione dell’illusorietà del tutto, della stessa vita; e, al contempo, la necessità di aggrapparsi al dettaglio, al particolare; fino all’incontro con l’altro; che sia incontro partecipato o sarcastico (la donna dipendente dalla chirurgia plastica, la donna sciattamente sola); il concentrarsi, quindi, sulla vita nelle sue connotazioni più basilari.

Ne risulta un corpus dal registro variegato, in cui amare sentenze
(«La miseria, questo eccellente denominatore comune», p. 27; «Si attende la notte / ma non si spera più nulla, non si sa / cosa desiderare in mezzo a tanto vuoto», p. 37; «Noi i vivi, gli apparentemente vivi», ibidem; «A volte ci sembra che stiamo morendo. / Ma no; siamo semplicemente morti», p. 165)

si alternano con veri e propri rant
(«questo mondo continua a essere – mi scusino / il termine – una buona merda», p. 37; ma soprattutto quel «Siamo sempre contemporanei della merda» di p. 15, ironicamente posto a chiudere una poesia dal titolo Stupor Mundi, l’appellativo storicamente tributato a Cesare o Federico II).

Del pari, un utilizzo archetipico della propria cultura si alterna con annotazioni diaristiche, quasi in stile O’ Hara.

La poesia di De Freitas dialoga con Pessoa
(ripetendone talora le movenze surreali: «Mi sento bene, non esisto», p. 41; «posso andare a dirlo / a nessuno», p. 61);
accenna a Saramago; porta un affettuoso e lungo ossequio a Mário de Sá-Carneiro (p. 53).
Ma è pienamente inquadrabile anche oltreconfine: nel disincanto Larkiniano e in quella “teoria dell’ebbrezza” che da Khayyam va fino a Bukowski.
Col quale ultimo De Freitas condivide un punto fondamentale e mai troppo esplorato, oltre alla necessità di sciogliere nel vino il male di vivere: le “Devozioni musicali” (per dirla con Gian Citton) verso la musica classica. In primis verso Bach – «il padre», come lo appella a p. 61 – declinato in opere e interpreti. Ma non solo: a differenza di “Buk”, De Freitas si perde volentieri anche dentro il jazz e la canzone d’Autore.

Molti altri temi troverete nei versi di De Freitas: per esempio, ampio spazio per le proprie radici nella parte finale del libro. E ovviamente la cosiddetta “metapoesia”, ossia una complessa riflessione sulla condizione del poeta e sulla sorte delle sue prove; materia, questa, da alcuni svilita, ma fondamentale quando gli insiemi di poesia e vita, nella sensibilità di un autore, tendono a essere perfettamente sovrapponibili.
Un passo perentorio mi sembra tenere insieme molto della intuizione poetica di De Freitas (p. 125): «siamo / vivi – meno felici, ma vivi – / alla mercé di un verso, dell’ombra / pallida dei libri, della musica /contraria all’evidenza del mondo».

Proprio questo passaggio mi consente di riflettere, in chiusura, sul titolo del libro.
A dispetto dell’apparente pleonasmo (se è già allegretto, perché aggiungere “poco”? Per la cronaca, “pleonasmo” è un lessema che torna spesso nei versi di De Freitas), la indicazione di tempo Poco allegretto non è infrequente nella grande musica. Questo, credo, perché allegretto copre un intervallo da 98 a circa 110 bpm, quindi può essere ulteriormente connotato. Sta di fatto che questa Satzbezeichnung compare lungo vari secoli, da Haydn fino a Henze. Per chi avesse Spotify, ho creato una rudimentale playlist cui vi rimando.

Sta di fatto che l’esempio più illustre e noto di Poco allegretto è il terzo movimento della Terza sinfonia di Johannes Brahms. E la poesia di De Freitas sembra proprio seguire fedelmente questa musica; nel gioco dei suoi due temi, enunciando la durezza della vita, ma provando – con l’ausilio del vino, dell’arte, della poesia, del disincanto – a insinuare una qualche resistenza.

Di séguito cinque poesie tra le mie preferite del libro, che reca anche alcune pagine di prosa poetica.

***

MEZZA-ORECCHIA

Qualcuno ti chiama
dalle profondità del burrone,
fragile promessa di vita
a cui dovrai rinunciare.

Sai che neppure la bellezza
ti commuove, solo
t’importa la rovina del tuo nome,
i vini che salvano
dal non avere salvezza.

Ricorda soltanto il corpo perduto
di chi ti chiama.


*

NATURA MORTA CON BACH (I)

Le cose che muoiono, facinorose
e assonnate, si sono fatte oggi
più vicine di un giorno. Questo beccuccio
usurato dal portarlo alla bocca,
su legno freddo, vetro
trasparente – non dimenticando
le rose. Che cosa faremo alle rose?

Esempi di dove la pelle usata
fa male, estraendo melanomi
dal clavicembalo che per grazia di Dio
Johannes Ruckers ha costruito in Olanda.
Questo vaso verde, l’ombra che progredisce
e lava circostanze al ritmo dell’assenza:

natura morta, pleonasmo vivo.


*

BECHEROVKA

Norvegese, alta, di un moro
incerto che sorrideva molto.
Mi ha chiesto insistentemente di non essere
triste com’ero.
E mi ha pagato, credo, l’ultimo bicchiere,
prima di chiedermi «che cosa facevo».

Scrivere, sulla morte, non è
esattamente una professione.
Ma è stata la risposta che le ho dato,
mentre un tovagliolo qualsiasi
anticipava, solo per lei, la mia «opera».

Non saprò mai se ha compreso il testo,
se ha comprato i libri, se è arrivata
ad ascoltare quello che in pessimo francese
ho provato a dirle quella notte, la più perduta.

I versi sono quasi sempre questo: un modo
inaccettabile di dire che non abbiamo toccato il corpo
che è stato, per una volta, così vicino
a noi – e che neppure un nome breve ci ha lasciato.


*

BARREIRINHA

Improvvisamente, padre, tra
il silenzio di due onde,
abbiamo sentito l’unica domanda:

quante volte
ancora nuoteremo insieme?


*

RABO DE PEIXE

Pessoa si è sbagliato: è qui,
a Rabo de Peixe, che le case
sono di varî e inverosimili colori.
Ma la bellezza non è l’unica oppressione.

Portata da bambini anziani,
una barca saliva per la strada, allontanandosi
dal mare. E tutte le donne
sembravano rassegnate a partorire
nuovi mostri o cadaveri
tra vie strette, senza uscita.


___

Manuel DE FREITAS, Poco allegretto, cur. Roberto Maggiani, Roma: Il ramo e la foglia edizioni, 2021, pp. 213, testo portoghese a fronte, EAN 9791280223081, ebook n/d.


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