Alessandra Carnaroli, Poesie con katana

Topo da laboratorio (wikimedia commons / CC0-PD)

Poesie con katana è diviso in due sezioni.
La prima, Carico e scarico, di folgorante immediatezza, è il triste cortometraggio in 127 fotogrammi di una prostituta di strada arrivata dall’estero, e dell’orrore (banale, talora grottesco) che la circonda.
La seconda, Murini / inserisci un emoji, più “dispert” ma ugualmente importante e cruda, è una sorta di libro giornale che, in una stereofonia di tondo e corsivo, raccoglie un frasario di status (in tondo) abbinandolo a una carrellata tendenzialmente completa di commenti-emoji (in corsivo). Dando così conto di come la “battaglia per la vita” si risolva, nei casi più drammatici e precoci, in un confuso calpestio collettivo di ogni ragionamento sulla dignità della stessa; fino al (profetico, direi: il libro è del settembre ‘19) rifiuto persino dei dettami di diritto e scienza. Il tutto sublimato nella spettacolarizzazione social; empatica, ovviamente, giusto per il tempo in cui la foto e lo status sono nel flusso e portano engagement al loro estensore. Mediante il medium, espone la poeta, gli autoproclamati difensori diventano utilizzatori del loro bambino cavia (murino, mus).

In questi affreschi di Carnaroli, davvero la poesia si libera dei suoi vizi cronici di procedura e di merito: della sua connotazione di esercizio, più o meno lirico e passatista, da dopolavoro; del vedutismo, del misticismo come bidet serale o smacchiatutto delle nostre coscienze; del costante iato — in termini più o meno lessicalmente e metricamente rilevanti — tra “api della Bellezza” e ciò che realmente e brutalmente accade, o viene pensato.
In una parola — per dirla con Adrienne Rich (1997) — la poesia cessa di essere, come in pochi altri casi, “il centrino da tavola del potere che la tiene in ostaggio”, del suo braccio teo-con di destra o teo-con di sinistra.

Inoltre — kafkianamente, cioranianamente — è poesia che ci punge, ci distrugge, al limite ci fa incazzare e inveire sull’A. (che — apprendo dalla sua bacheca — ogni tanto viene invitata pure lei a fare le pizze (edit: piadine), e questo pur non conoscendola me la rende sodale). Raggiunge, la poesia di Carnaroli, pienamente il suo scopo.

Ci sarebbe da tentare una analisi strutturale di queste pagine, ma ciò andrebbe a stemperare l’immediatezza del contenuto. È appena il caso di accennare alla asciugatura estrema della prima sezione, alla mimesi delle episodiche sgrammaticature e al ricorso, qua e là, di un’ironia che non stempera la tragedia, ma al contrario la carica, secondo il noto adagio Beckettiano per cui rien n’est plus drôle que le malheur (p. 13):

21
se non vuoi
fare
sempre
la puttana
devi
studiare

non potevo rispondere
e succhiare

La seconda sezione è marcatamente “self-explanatory”; qui più forte è la valenza di resoconto. Ma il libro-giornale egualmente urtica, e si conclude con otto memorabili versi-sentenza (che non spoilero). Cito piuttosto da p. 66:

cucciolo d’uomo in
progressivo disfacimento

cono gelato in
scioglimento / faccia con lacrima che piange o sudore

per il calore
delle vostre preghiere
di faccine / vittoria vittoria
smile
dita alzate


cliccate mi piace / mi piace
santificate / faccia con aureola mani alzate

_____
[Alessandra CARNAROLI, Poesie con katana, Torino: Miraggi Edizioni, 2019, pp. 86, EAN 9788833860770, ebook n/d]

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