Lo stadio universale, a cura di Stefano Savella

Umberto BOCCIONI, Dinamismo di un calciatore, 1913, New York: M.o.M.A., img Wikimedia Commons, CC0/PD.

Una particolarità non da poco di questo 2021, anno II del virocene, è che si tratta di un anno dispari in cui possiamo e potremo eccezionalmente ammirare tre delle massime competizioni sportive, due delle quali normalmente riservate ad anni pari. Mentre scrivo, sono in corso Campionati Europei e Copa America di calcio (l’unica, quest’ultima, che si sarebbe giocata quest’anno anche senza pandemia); tra una cinquantina di giorni sono in programma le Olimpiadi di Tokyo.
Il momento presente è dunque particolarmente propizio per misurarsi col rapporto tra sport e poesia. Un rapporto solitamente pacifico, tranne per quanto riguarda la disciplina più praticata e seguita, il calcio.
Ciò a motivo soprattutto della sperequazione economica e mediatica delle rispettive schiere, e della conseguente frustrazione di coloro i quali “stampano 200 copie per lettori di cui conoscono preventivamente l’indirizzo postale” (per citare un gustoso aforisma di cui non mi sono annotato l’A.) nei confronti di una élite futbolistica – essa stessa, peraltro, la punta di un iceberg ben più complesso, ben meno agiato, attraversato da profonde tensioni e zone grigie.

Lo stadio universale, antologia di oltre cinquanta poete e poeti dello sport, curata e in parte anche tradotta da Stefano Savella per i tipi di Stilo Editrice, ci mostra quanto il sarcasmo, la polemica e il benaltrismo su ogni aspetto del calcio (quella “malcelata insofferenza” cui si fa riferimento nella Introduzione), ossia tutto ciò che leggo quotidianamente affacciandomi ai miei social così deliziosamente popolati da intellettuali, sia appannaggio del sottobosco cui io stesso appartengo, piuttosto che delle alte sfere poetiche. Tutto ciò anche se, ad attenuante, la polemica ha in Italia la sua nota e amplificata radice nel battibecco, ormai di parecchi decenni fa, tra intellettuali favorevoli al calcio (su tutti Pasolini, che definiva il capocannoniere di serie A il miglior poeta di quell’anno) e intellettuali affetti da idiosincrasia (Moravia in primis, ma anche il Giudici del “Viani” citato qui in Introduzione; per qualche approfondimento, cfr. la mia recensione a un volume monografico di Sergio Giuntini).
Ma anche il più accanito odiatore della Breriana dea Eupalla, o il più ostentatamente indifferente, troverà conforto in questa scelta di poesie che, pur culminando in un tripudio calciofilo proveniente da ogni angolo del mondo, si incrocia e si sublima in una considerazione “Olimpica” di tutti gli sport e di tutto lo sport come occasione irripetibile di affratellamento globale. Il titolo del libro, non a caso, proviene da un verso della grande poeta Maya Angelou. Non nuova alla simbiosi delle sue poesie con lo sport: anche il suo celebre Still I Rise ha fatto irruzione diretta e autorevole nel terreno di gioco, perché, tra le sue mille recezioni, campeggia in ogni GP sul casco di Lewis Hamilton ed è stato declamato in un video (ovviamente virale) da Serena Williams.

Quanto alla qualità poetica, il “roster” parla da solo, da Walt Whitman fino a Seamus Heaney e Carlos Drummond De Andrade; passando per i noti esempi di casa nostra (il quintetto di Umberto Saba, la Domenica Sportiva di Vittorio Sereni, … Compreso Edoardo Sanguineti che non risparmia quel sarcasmo di cui sopra, ma lo fa in modo intelligentissimo). La scelta ci riserva anche sorprese gustose: da un De Coubertin eteronimo, a verseggiatori che sono anche sportivi agonisti: Barbara Lamblin, Alexi Pappas, Jacques Guhl… Muhammad Ali!

Sarebbe ridondante e mi renderebbe ridicolo spingermi a una disamina tecnica di fronte a personalità così conclamate, letterariamente o sportivamente.
Mi interessa invece rilevare la chiarezza dei criteri di scelta da parte del Curatore.
Egli affranca dal passato e aggancia la poesia sportiva moderna e contemporanea alle mutate condizioni economiche e sociali, financo contrattuali (contro il credo di De Coubertin, il dilettantismo cede giocoforza al professionismo, dato che lo sport, per dirla col suo sociologo Alberto B. Marani-Toro – cfr. il suo saggio in Rivista di Diritto Sportivo, 1969 – si impone come forma di agonismo programmatico a programma illimitato).
In più, citando una preziosa quadripartizione tipizzante la poesia dello sport (pp. 26-27), che si deve al poeta Franco Buffoni, rivendica la dignità poetica ex se del gesto sportivo, della prestazione, del record; senza bisogno che il poeta ci attacchi per forza una gnòme, ossia una massima sapienziale, etica, una osservazione esistenziale. Quest’ultimo aspetto mi troverebbe meno d’accordo – beninteso in astratto, non come recensore (perché il ragionamento fila), bensì come sedicente poeta che ama la metafora, l’analogia, l’induzione. Ma, a ben vedere, ciò che sembra defenestrato riappare, almeno in parte: come non ravvisare una gnome dell’effimero nella chiusa della poesia di Vittorio Sereni? o in quel trionfo del tempo e del disinganno (per dirla con Händel) annidato nei campetti di Seamus Heaney o Milo De Angelis? o ancora in quell’accorrere allo stadio che fu di Giovanni Raboni?
Ecco quindi che, pur tenendo ferma la indubbia legittimazione poetica dell’impresa sportiva contemporanea, è possibile scorgere non una elisione ma una ricalibratura profonda dei tre elementi dell’epinicio classico, dove la dimensione eroica dell’agonista e del suo sforzo assorbe in sé – anche nominalmente, in alcuni poeti – l’exemplum mitologico; e dove però, almeno nei più alti esempi di poesia e magari in controluce, la scaturigine più ampia, esistenziale o antropologica, non è affatto preclusa.

La poesia deve molto allo sport. Anche solo a livello di apertura di credito: la meticolosissima ricerca e il generoso apparato di questo volume, completati da un podcast cui si accede da QR nelle ultime pagine, mettono in luce come le prime Olimpiadi dell’era moderna annoverassero anche certami di poesia e altre arti liberali; e come le più recenti abbiano nominato addirittura un poet-in-residence (la canadese Priscila Uppal a Londra 2012).
A ciò va aggiunto tutto quello che lo sport può suscitare in una mente immaginifica e speculativa.
A questo proposito mi piace chiosare lo spirito di questo libro e la vicinanza tra poesia e sport con una scoperta casuale relativa a un poeta qui antologizzato, William Carlos Williams. Considero da tempo il suo Al que quiere! uno dei più bei titoli di raccolta poetica: la poesia – sembra dirci – sia per chi la ama, per chi la vuole. Per quei sempre-troppo-pochi, inutile nascondercelo. Bene, accingendomi a stilare questa nota di lettura, ho scoperto che il titolo gli è stato suggerito da una immagine calcistica: “I have always associated it with a figure on a soccer field: to him who wants the ball to be passed to him. […] I was convinced nobody in the world of poetry wanted me but I was there willing to pass the ball if anyone did want it”.

(A.A.V.V., Lo stadio universale. Lo sport nella poesia contemporanea, cur. Stefano Savella, Bari: Stilo Editrice, 2021, pp. 173, EAN 9788864792422, ebook n/d.)

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