Loriana D’Ari, Silenzio, soglia d’acqua

La cava di San Canziano, Slovenia: qui il fiume Reka scompare per ricomparire in Italia, 38 km dopo, come fiume Timavo (foto: Mircea Ardelean per Wikimedia Commons, PD/CC0)

Mi sono occupato di una cinquina di poesie di Loriana D’Ari tempo fa su Perìgeion; nel frattempo due di esse — le ultime — sono confluite in questa raccolta, vincitrice del premio per l’opera prima indetto da Arcipelago Itaca. E dal volume, Silenzio, soglia d’acqua, uscito da pochissimo per i tipi dell’Editore marchigiano, si può avere una fotografia più ampia del cosmo della Poeta genovese.

L’espressione di Loriana D’Ari sembra incarnare piuttosto bene una definizione di Paul Valéry (guarda caso, di madre genovese e adoratore della città della Lanterna): Le poème — cette hésitation prolongée entre le son et le sens.
Già dal corsivo della poesia di apertura, giustamente indicato come cardinale sia da Mario Famularo che da Mauro Barbetti (Autori dell’apparato critico che accompagna i versi), si capisce che non andremo certo incontro a una parola “che squadri”: tocca là dove brucia / non chiarire, non dire (p. 15).
E in effetti, sin dai versi immediatamente seguenti, avverto un possibile triplicarsi dei piani di lettura. Iniziando con quello “professionale” (raramente la connessione tra poesia e professione dell’A. — che di solito tendo a omettere — è forte come qui; addirittura evidente a p. 20, e forse oggetto persino di un “selfie d’artista” chirografico — ma probabilmente galoppo con la fantasia). Proseguendo poi sul piano personale, per sfociare ancora in quello interpersonale.
In breve, la sensazione è di trovarmi avanti a una sorta di viaggio iniziatico in cui la vocazione psicoterapeutica della poeta retroagisce su lei stessa; con un andamento misterico (il varco, tradizionalmente simbolo di salvezza o chiarificazione, è però carsico, dunque implica non uscita en plein air ma scomparsa, p. 31); e un finale interlocutorio, quasi ossimoro (Lo strapiombo [con relativa possibilità di finire in pezzi] di essere intera). Non certo apoteosi di fine viaggio, come per Zauberflöte o Frau öhne Schatten. Anche se, in coda, “più chiara è questa notte” (p. 59) — pacificata per elisione, azzarderei.

Il tutto, come abbiamo già intravisto, risente del già citato proposito di “non chiarire”, di non semplificare (ancora Valéry: Le simple est toujours faux. Ce qui ne l’est pas est inutilisable). A cominciare dalla “cadenza d’inganno” nella predominanza titolistica dell’elemento acqua, che lungo i testi si rivela alternanza tra titolo — fuoco (“l’ustione ha prosciugato il mare”, p. 39) — e ritorno (“allaga la cisterna”, p. 48). Si sceglie di percorrere la poesia con una “saggezza di funambolo” che avevamo già incontrato in anteprima (“troppo vero spezza il filo”, p. 47), risuonante in altri passi surreali come “il paesaggio è un falso / con un buco al centro (p. 19)” o non liquet come “il corpo rimargina . ma / se manca il corpo?” (p. 28), o “chi può dire cosa è umano?” (p. 36).

Molto altro si potrebbe dire sul simbolismo di acqua, fuoco e altri elementi fondamentali come albero e sue parti, occhio, orecchio…

…A proposito di orecchio: ma il suono di cui parlava Valéry? Ben presente, a mio avviso, in una marcata gravitazione fonetica della raccolta prima sulla vocale A, poi sulla O, poi in intreccio tra le due. A dimostrare comunque una spiccata valenza performativa, massimamente in alcune liriche che lascio al lettore il piacere di individuare (ma date un’occhiata qui sotto…)

Alcuni sporadici apparentamenti — per es. a Sereni: “qui dove niente, qui dove nessuno”, p. 33 — non inficiano il carattere personalissimo della raccolta, di “Celaniana” oscurità ma anche capace d’improvvise aperture liriche e vedutistiche. Qui propongo, ovviamente consigliando acquisto e lettura, tre sole poesie per “rimpiazzare” le “perigèe” che non vi hanno trovato albergo.

***

questa la stanza o un’altra, questa o un’altra
l’ora, carta e matita a scarnificata memoria.
torvo il riflesso che ammicca a quel
davanzale, lasciarsi
abitare da un’altra qualsiasi morte incruenta

*

perdona voce bianca mia chiara
di luna nota d’ortica strinata
crepa, perdona verde linfa tra
i denti filo d’erba corda
tesa in eclissi perpetua di fiato
questo nodo scorsoio che stringo
e allento, l’estrema torsione
di abisso e canto

*

nei giorni scava il silenzio un sentore
di buio: per ogni tua morte, la febbre
di saperti vivo. nel raspare di unghie
frante, misto al tuo il mio fango

__

Loriana D’ARI, Silenzio, soglia d’acqua, pref. M. Famularo, nota di M. Barbetti, Osimo: Arcipelago Itaca, 2021, pp. 65, EAN 9791280139207, ebook n/d.

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