Massimo Seriacopi, Identificazione di un poeta

In omaggio al settecentenario dantesco, da pochi giorni è uscito presso Pietre Vive Identificazione di un poeta, un libro di brevi saggi a firma Massimo Seriacopi, con la mia cura. Massimo è un amico di questo blog, prefatore delle Cinquantaseicozze e soprattutto un notevole studioso dantesco, in più questa è la mia prima esperienza di cura editoriale.
Spero che gradiate, a breve sono in programma videoincontri.
Potete, come sempre, ordinarlo presso il sito dell’editore o nelle principali librerie online.

A fine gennaio, terminato il munus, ho annotato qualche parola in ordine a quanto di benefico lo studio di Dante ha fatto in primo luogo per me medesimo:

Confesso apertamente – quasi mi trovassi davanti a Minosse anziché a una solitaria, mattutina e pandemica tazza di caffè – che ho spesso visualizzato la figura di Dante intenta a un abbraccio mortale nei confronti dei suoi concittadini; almeno quelli che, come me, amano ogni tanto pensarsi come "poeti" (O vana gloria de l'umane posse!) o comunque scrittori (scribi?). 
Quando ci penso, la testa va al 2007, sicuramente la mia finest hour. Tra i tanti accadimenti di quell'anno per me indimenticabile ricordo due spigolature. La prima: frequentavo molti artisti e qualcuno, il cui volto ho scordato, si lamentò confidenzialmente con me. A sua detta, venivano attenzionati e promossi solo i progetti culturali che mostrassero qualche collegamento, anche tenue, col Sommo Poeta. Impossibile, da non addetto, formarmi un'opinione.
Il secondo e più emblematico episodio, sempre nel 2007, si ebbe quando un artista se ne uscì con un'immagine del mezzobusto del Poeta… provocatoriamente equipaggiato con baffetti hitleriani e svastica a mo' di spilla sul petto. A significare proprio una sorta di dittatura dell'antico sul contemporaneo: i giganti che, anziché portarci sulle spalle (o sul palmo, come fa Anteo) col solo cielo sopra di noi, "ci mettono in bottiglia", bloccando la nostra crescita. La città rispose con indifferenza a quel messaggio, forse non del tutto campato in aria ma certo irriguardosamente espresso; oggi non trovo più il sito web dell'iniziativa, ne residua giusto qualche foto e "lancio d'agenzia" in rete.
Una certa idea sclerotica della Firenze culturale (e non solo) la conservo tuttora; credo peraltro che sia fisiologico, nei tempi congiunturalmente tremendi che si sono annunciati già dal 2008 e che ora marciano a piena forza, far leva sui gioielli di famiglia. Dante, Michelangelo e Leonardo sono come Verdi, Puccini e Rossini a teatro: è sempre bello ascoltare i compositori contemporanei, ma se vuoi far cassa sai cosa devi mettere in scena. E ottimi poeti nati nei '90, come la toscana Giulia Martini, dimostrano che si può essere giovani e considerare vivificante l'exemplum storico e formale dell'Alighieri, mescolandolo con le proprie intuizioni, sentendolo presente quasi fisicamente nel quotidiano.
Ma eravamo dinanzi a Minosse: quante volte, allora, ha attorcigliato la coda per me? 
Nessuna. La (mia prima!) esperienza della cura (confrontarsi con testo e fonti, proporre dubbi ed eventualmente soluzioni) attorno al Dante schiusoci da Massimo Seriacopi – una delle auctoritates cittadine e, ai miei occhi, soprattutto un instancabile predicatore: restituendo così, lungo molti pomeriggi danteschi nelle librerie del centro, a Firenze quel che di talento esegetico ella gli ha donato – è stata piuttosto un operoso ravvedimento purgatoriale.
Grazie alla non semplice, ma sempre motivante, gestazione di questo volumetto, ho ampliato a tutto raggio (non solo attraverso la Commedìa) la conoscenza diretta con un Alighieri monarchico e bigotto quanto volete, ma anche profondamente umano.
Il suo settecentenario cade nel momento più drammatico della nostra esistenza, almeno per chi non abbia vissuto una guerra. Alle prese con un nemico invisibile, implacabile, invalidante, persino seminatore di discordia, molti si sentono perduti.
Forte è allora, per alcuni, l'appeal escatologico e didattico delle virtù e dei vizi additati lungo il Poema, che ha pur sempre funzione pastorale, ossia di salvezza.
Per me, agnostico, fare i conti con Dante è stato piuttosto sentirmi empatico col vero "contrappasso" di una scienza e talento infiniti condannati a un esilio ventennale senza happy ending. Ecco davanti a me il modernissimo paradigma di un uomo, pur geniale, completamente esposto al destino: proprio come noi ci eravamo dimenticati di essere, al riparo della cd. "era antibiotica"; come invece siamo ormai pienamente consapevoli di essere in questo dantesco 2021; e come – al netto del privilegio di cui io stesso in quanto "persona al momento dotata di servizi minimi" (almeno un pasto al giorno, un tetto sulla testa, utenze in pari) mi sento portatore – dovremo continuare a essere nelle altrettanto gigantesche sfide solidaristiche che ci attendono anche a emergenza sanitaria, si spera, finita o attenuata.
Ringrazio Autore ed Editore per questa lusinghiera opportunità di "redenzione" personale e meditazione. 

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